Il metal nostrano questa volta ci presenta una giovane band di Ancona. I Nefesh devo dire che mi hanno parecchio stupito, sia positivamente che negativamente devo ammetterlo, ma è sempre gradito “l'infrangere gli schemi” sia riuscito con successo che meno.
Il genere che cercano di trasmetterci non è unico ma molteplici, i maggiori dei quali Progressive, Gothic, Death, Neoclassical con una buona dose di Sperimentale ed Ambient. Con il primo album “Shades and Lights” ambiscono a un certo equilibrio nel mischiare i suddetti generi. Certo l'impresa è abbastanza ardua, non per tutti; i Nefesh ci provano.
L'album che conta bel 13 parti e quasi un'ora di durata alterna brani lunghi con intermezzi e brevi mini-strumentali. Le lunghe hanno una struttura trascendente simile per ognuna e che alla lunga si riesce benissimo ad individuare; le corte invece alternano da sipari da piano bar ad intermezzi ambient, sino a qualche schitarrata alla Kaiowas. La particolarità più eclatante è nell'uso continuo, forse troppo, del piano e di tutti i suoi derivati che ricordano molto i principi fondamentali del Gothic Classico in stile Nightwish ed Epica. Ad accompagnare il piano c'è un'irrefrenabile chitarra elettrica con un forte impatto uditivo, a mio parere da abbassare di tono in alcuni tratti e da cambiare l'effetto principale(gusto personale). Onore al cantante che si dimostra abilissimo nell'uso sia di un clean profondo, sia di un grove/growl/scream modesto e sincero.
Nel complesso un valente lavoro, anche di buona registrazione, che però a parer mio poteva essere strutturato meglio, con meno canzoni ma con più intensità e virtuosismo, più varietà nei suoni di chitarra e con un vigore più travolgente e meno d'impatto. In oltre, pur non trovando nessuna castroneria non riesco neanche a percepire nessun frangente di miriade bellezza e fascino.
Per concludere: buona l'idea, ma da approfondire e scoprire. Per questa prima volta vi è andata bene.
(Sarebbe davvero figo un mix di Dream Theater, Opeth e Nightwish)
VOTO: 7
Ed eccomi alla mia prima esperienza in ambito balck-ambient.
A dir la verità, la mia prima esperienza, risale al periodo dell’ascolto degli intramontabili album di Burzum che, però, avevo messo nel dimenticatoio, ritornando alle origini e ascoltando ciò che più mi piace. Ecco, perché, ogni volta che ricevo dischi, per così dire, “anomali” e un po’ fuori tema, so già che mi aspetterà un lavoraccio nell’arte dell’ascolto e meditazione.
Fortunatamente, questi Adveniat Hiems sono riusciti nell’ardua impresa di piacermi e coinvolgermi sin da subito.
Mi è bastata la sola intro e le prime note del secondo brano per riportarmi alla mente le gelide atmosfere tanto care a Burzum, quello più tetro e freddo nel sound.
Tuttavia, riconoscere all’interno del songwriting della band, le sole influenze Burum-iane, è assai riduttivo. Poiché, nello stesso, è palese il tributo pagato dalla stessa nei confronti di mostri sacri del black metal, quali Celtic Frost, Immortal, Carpatian Forest e, in linea di massima, di tutte quelle band che, nel bene e/o nel male, sono riuscite a far circolare il loro nome all’interno della scena del black metal.
Come d’uso e costume, però, avendo a che fare con una realtà che ha a che fare i conti con il sottobosco musicale nostrano, mi pare più che doveroso presentare gli Adveniat Hiems.
Gli Adveniat Hiems sono una formazione abbastanza giovane, formatasi nel 2008 a Milano per mano di tre musicisti, impegnati in diverse collaborazioni. Questi ultimi, a loro volta, non possono essere neppure definiti dei novellini, poiché, gli stessi, sono reduci da un’esperienza musicale della loro precedente band, i Lustnotes, scioltasi dopo la pubblicazione dell’album “Graveyard Ballades”.
Originale è anche il monicker della band, “Adveniat Hiems”, l’equivalente in latino di “venga l’inverno”. E, ad onor, mai nome fu più azzeccato dato che, il sound della band, sprigiona davvero una sensazione di freddo e gelo da ogni poro.
Le “contaminazioni musicali” si possono annoverare, dal punto di vista del songwriting dei nostri, da band storiche, quali i già citati Celtic Frost, Burzum e Carpatian Forest. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questi “grandi nomi”, poiché, i nostri, riescono nell’ardua impresa di miscelare le atmosfere più care a Burzum, con quelle più epiche dei Bathory (a dir poco sensazionali), graziando altresì, l’ascoltatore, di un sapiente connubio con il doom e del symphonic black metal.
Il risultato è questo piccolo gioiellino pregno di luce nera, questo “Loki”, loro primo concept album di breve durata incentrato su temi mitologici tanto cari al Nord Europa. Un DEMO di 5 tracce (4, se si esclude la tetra intro strumentale) che, definire meravigliose, è, semplicemente, riduttivo. Analizzando nei dettagli le 4 songs che costellano questo dischetto di puro “atmospheric black metal”, è impossibile non rimanere estasiati e, allo stesso tempo, impressionati sin dalla first track.
Quella intro, “Iving” (che prende il nome dal fiume che suddivide le terre degli dei da quelle dei mortali che, congelandosi, darà inizio al Ragnarock diventando, appunto, attraversabile e cancellando, al contempo, ogni impedimento e confine tra divinità e creature mortali, segnando l’inizio del tramonto degli stessi dei), introdotta da un incedere marziale e dal suono di campane che mettono i brividi al solo accolto. Il tutto, grazie, al sapiente utilizzo di giri di tastiera oscuri all’inverosimile e dal magistrale uso del drumming dannatamente marziale e ossessivo. Da sola, “Iving” è un ottimo biglietto da visita che ci catapulterà in “Loki”, la track successiva.
Tocca adesso alla title track, “Loki”, che ci presenta la figura dell’omonimo dio. Il brano è, semplicemente, perfetto. La sezione ritmica è martellante, ma mai esageratamente veloce. Questo, al fine di rendere meglio l’idea di ciò che si sta narrando. Stessa cosa vale per l’uso sapiente della voce, che bene alterna scream e growl tipici del black, accanto ad una voce più pulita e, allo stesso tempo, fredda e “senza tono”.
È indiscutibile la maestria di questi giovani che, con il solo utilizzo dei loro strumenti, riescono a rendere l’idea di ciò che sta accadendo e, cioè, la punizione subita da Loki dalle altre divinità a causa della sua ribellione ad Odino. Lo stesso Loki, pur rimanendo “sconfitto”, nutre un forte senso di vendetta e attenderà il giorno del giudizio riuscendo a dominare quelle che sono le sue pene (“For every death I die, I come back even stronger – For every day in Hell, the more soul gets forged”). Semplicemente geniale.
“Midgardsorm” riesce a creare una discreta tensione grazie al suo sound, sempre cupo, e al suo incedere lento e solenne. Dal punto di vista lirico, il capolavoro, non manca. Midgardsorm è, infatti, il nome del serpente (uno dei figli di Loki) che viene gettato sul fondo del mare che circonda le terre degli uomini. Gli dei vogliano che perisca di fame ma, il serpente, grazie alle sue immense dimensioni, riesce a cibarsi della sua stessa coda avvolge dosi tutto intorno al perimetro del mondo, rigenerandosi continuamente da se stesso e originando cicli di vita e di morte (ovvero degli anni e stagioni che contraddistinguono lo scorrere del tempo degli uomini).
Anche qui, non mi resta che fare gli onori dovuti.
Ma è in “Fenrir”, la mi a song preferita, che i nostri arrivano a superarsi. Una traccia che, pur non discostandosi dalle cupe e gelide atmosfere che la band ha saputo sapientemente creare, riesce a mettere in risalto quel doom tanto caro alla stessa. Inoltre, la stessa song, alterna momenti più meditati e, cadenzati e riflessivi a stacchi improvvisi e accelerazioni sostenute da un ottimo drumming, dannatamente veloce che ben danza assieme al basso (un plauso alla sezione ritmica, a questo punto, è dovuto e meritato). Idem dicasi per le chitarre che riescono a creare dei riff che bene si amalgamano con le ambientazioni poste in essere dalle tastiere le quali, invero, non risultano essere mai l’elemento dominante nel sound della band, ma fungono come accompagnamento di fondo, in modo tale da dare ulteriormente prova della maestria dei nostri, nonché, ponendo bene in risalto quella sensazione di angoscia e tetralità che permane lungo l’ascolto dei quattro brani contenuti in “Loki”. Fenrir è, altresì, il nome del lupo che scatenerà il Ragnarock, liberandosi dalle catene che l’opprimono e tengono prigioniero nelle tetre pianure di fronte ai cancelli dei morti e che, balzando, ingoierà il sole gettando il mondo nell’oscurità più totale e nel gelo terni.
Essendo una figura mitologica che ricorda con desolazione la sua provenienza, le sue terre lontane da cui fu bandito, “Fenrir” può annoverarsi la palma ad honorem quale track migliore del lotto, poiché ben si amalgama al connubio di atmosfere di cui l’omonima song è pregna.
A chiudere le (oscure) danze, ci pensa “Hel”, traccia che prende il nome dall’ultima figlia di Loki e regina delle terre dei defunti. La sua figura mitologica viene sovente ritratta con un rastrello con il qual, nelle notti più oscure, raccoglie le anime dei vivi e le trascina con sé nei regni dell’oltretomba.
Qui, invece, viene ritratta ancor più spietata. Hel strappa le unghia degli esseri umani e li obbliga a costruire la nave con cui Loki, nel giorno del giudizio, viaggerà fino alle terre degli dei per ingaggiare la battaglia finale con costoro.
Il brano si chiude in maniera terribilmente funerea, con un basso che scandisce tempi marziali volendo imitare quel suono di campane, lo stesso presente in “Iving”, che davano inizio al concept. Questo senso funebre, questa malinconia, è assai “sottile”, poiché riesce a delineare bene i lineamenti di Hel, figura solitaria.
In conclusione questo “Loki”, pur essendo un EP di debutto, può ben annoverarsi tra le perle di black metal nostrano, più oscuro, più tetro, gelido all’inverosimile, tinteggiato da atmosfere cupe e dardeggianti, e scandito da un sapiente utilizzo della sezione ritmica e delle tastiere che impregnano, le composizioni, di quella atmosfera doom e funerea che rende “magico” il disco e le song tutte.
Song che, invero, sono autentiche perle. Pure perle che brillano di una luce incredibilmente oscura ma, allo stesso tempo, inverosimilmente meravigliosa.
Perché, se paragonato ad un gioiello, lo stesso può essere visto dal punto di vista complessivo, onde rimanerne estasiati immediatamente e, al contempo, graziato da quelli che sono i 4 gioielli che bene vengono incastonati nello stesso, tale da regalargli quella bellezza di cui gode.
L’ultimo accenno lo faccio nei confronti della produzione. Pur essendo non di caratura ottimale, non inficia minimamente il lavoro partorito dalle menti geniali di questi ragazzi . in fin dei conti siamo al debutto e, per di più, il disco è autoprodotto.
E, quando ho a che fare con dei gioielli autoprodotti, mi sembra di avere tra le mani un diadema del valore immenso creato dalle mani di un orafo di vecchia scuola.
Con un’unica ed essenziale differenza: gli Adveniat Hiems, pur non avendo alle spalle una lunghissima storia, si sono dimostrati autentici lupi di mare, molto più bravi e in gamba di certi aborti della natura che sovrastano le scene del metal tutto.
E chi capisce, capisce.
Non mi resta che fare i ringraziamenti alla band per avermi dato l’occasione di ascoltare questo disco che, chiunque, può ascoltare in streaming e/o reperire in formato MP3 recandosi sul loro sito ed effettuando un semplice download. Per i “maniaci” di certe sonorità, gli stessi, mettono a disposizione le tracks di “Loki” in formato “alta qualità”, disponibili su iTunes e sui principali store multimediali. Inoltre, alla stampa digitale si affianca quella di un CD disponibile nell’e-store di Amazon, oppure ordinabile dal sito della stessa band.
Auguri di cuore ragazzi. Gli sforzi sono sempre premiati, sempre. Continuando così, ben presto, salterete fuori dal sottobosco nostrano.
Lo stesso in cui era incatenato il vostro Fenrir……
VOTO: 9.5
TRACKLIST:
1. IVING (INTRO) – 1:57
2. LOKI – 4:45
3. MIDGARDSORM – 4:19
4. FERNIR – 5:08
5. HEL – 4:35
TOTAL RUNNING TIME: 20:44
GLI ADVENIAT HIEMS SONO:
· AGANUSH – GUITAR & BASS
· RAGNO – DRUMS
· ISHTAR – KEYBOARDS
AND SESSIONIONISTS:
· ANDREA – SESSION SINGER FOR LOKI
CONTATTI:
Ø Myspace: http://www.myspace.com/adveniathiems
Ø Youtube:
ü Promo: http://www.youtube.com/watch?v=O3RMKCkVL4A
ü Video Loki: http://www.youtube.com/watch?v=tSZSAo6YmHA
Ø Album Download (formato MP3 VBR): http://www.archive.org/download/adveniathiems_loki/Adveniat_Hiems__Loki.zip
Ø Official Merchandise (T-shirts Sweaters, etc..): http://adveniathiems.spreadshirt.it
Prima che qualcuno di voi esordisca dicendo “Ma che cazzo di genere suonano i Dismal?”, beh, eccomi rispondere immediatamente….. non lo so. Non l’ho proprio capito. Non ne ho una cazzo di idea. Nei vecchi lavori credevo suonassero uno pseudo gothic infarcito di sonorità elettroniche ma, già in “Rubino Liquido”, il gothic andava sempre più scomparendo. Qui, invece, è estinto completamente. Caput!
“Miele dal Salice” è il terzo lavori dei piemontesi e, sinceramente, mi ha messo addosso sensazioni quali angoscia, paura, tristezza e, allo stesso tempo, gioia, romanticismo, passione e teatralità.
Tutti elementi che, ben miscelati tra loro, riescono a rendere un’idea, seppur vaga ad un primo (ma anche ad un secondo e terzo) ascolto, delle intenzioni poste in essere dalla band al fine di poter “coniare” questo piccolo capolavoro della dark wave n’ gothic music, questo “Miele Dal Salice” che è lontano anni luce dal metal e dalle sue sonorità ma che, allo stesso tempo, non può non essere annoverato tra i più bei dischi “alternative” mai concepito da mano umana.
Ciò che risalta fortemente in tutte le composizioni sono le tastiere che costituiscono il trademark del sound della formazione, tale da riuscire a creare un mondo intriso da una verve malinconica-fiabesca.
Ora, non so se, alla fine dell’ascolto, sono io ad essere totalmente rincoglionito da non capirci più un cazzo o, sono loro ad essere dei geni. Ma valutare un lavoro del genere è davvero un’impresa mostruosa, degna del miglior critico d’arte (cosa che, almeno io, non mi sento).
Altro elemento caratteristico del songwriting è il cantato (se così può definirsi, visto chela singer passa molto più tempo a parlare) della singer. Invero, Rossana, trasmette un’aura talmente poetica da trastullarti completamente le cervella e trasportarti all’interno di questo immenso ed indefinito mondo fiabesco, dove la bellezza, sembra, esserne la protagonista ed indiscussa padrona.
“La Conversione di Shani” richiama, col suo sound, l’India, attraverso l’uso di sitar e percussioni. E il suo intro parlato mette davvero i brividi. Da non ascoltare al buio e da soli.
Infine, la nostra singer, si supera nella stupenda “Anima Sciolta”, nella quale si rimane sedotti dall’ispirazione della band e, soprattutto, della ragazza. Un vero talento. Talento che si concede anche momenti di parlato francese mentre, in “Lana”, rimane in silenzio. Si, perché “Lana” è una piccola e brevissima gemma strumentale. Meravigliosa.
Per riuscire ad addentrarmi nei meandri sonori di questo disco, di “Miela Dal Salice”, ho dovuto ascoltarlo tante di quelle volte che voi non avete idea. Non è un disco diretto, che ti prende subito. È un disco di quelli che devi ascoltare innumerevoli volte durante le quali, ad ogni ascolto, viene posto in luce un uovo elemento sonoro, un nuovo “ingrediente” che dona ancor più fascino all’amalgama sonora.
E, a conti fatti, son convinto di una cosa. Questo disco è meraviglioso, stupendo, immortale, unico. Un piccolo capolavoro di un genere indefinito.
Ma, come sempre accade, è un disco per molti ma non per tutti.
Vi consiglio il disco se amate la musica a 360°, nonché un preventivo ascolto, che sarebbe molto utile.
VOTO: 9.0
Lo Shoegaze è spesso visto come genere da finocchio, loffio e di seguaci Nerd. In fondo non è popolare e neanche riconosciuto come vero genere. E’ una di quelle cose che o la si capisce o la si ripudia in eterno. Inoltre non è neppure un qualcosa di “pregiato”: nella storia della musica ha marcato troppo poco e tutt’ora si mostra come un qualcosa di estraneo per le orecchie di molti ascoltatori. Tuttavia devo ammettere che una volta che ti prende a levartelo di dosso è davvero tosto.
Un esempio è proprio quello che vi sto recensendo. Shoegaze con mix Orchestrale tutto madre patria Italia. Renato Zampieri è un trentenne a cui piace fare solo buona e sana musica e con questo suo quinto lavoro da solista vi stupirà particolarmente. “The Last Vestige of Gaia” è composto da 4 canzonacce per un totale di quasi 40 minuti.
Nella prima canzone, la stessa “The Last Vestige of Gaia” di ben 20 minuti l’ascoltatore si ritrova a far fronte ad un colosso di apparente confusione ma che se ascoltato per bene si semplifica minuto dopo minuto. Una cosa davvero speciale sta nella suddivisione della suite. Essa è smantellata in ben 13 minitracce apparentemente tutte uguali ma che ad un buon ascoltatore non può sfuggire l’ingegno. Esse infatti hanno come base lo stessa tema o melodia da poche note e durante le varie tracce la si vede rigirarsi e specchiarsi nei più disparati generi e introspezioni. Se proprio devo dirla tutta mi ha reso molto l’idea di “Catch 33” dei “Meshuggah”, spero sappiate a cosa mi riferisco. Così si viene a creare un caleidoscopio a 13 facce simili ma differenti: dalle melodie più ermetiche sino ai sipari più fugaci e soventi. Un gran bel percorso dentro la nostra mente e spiritualità. Ottima suite. Una piccola critica la devo fare alla gestione delle minitracce che in fondo risultano troppe e troppo affrettate: ognuna ha una durata che varia da 1 a 3 minuti, ma in alcuni casi sento che per marcare la scena c’è ne sono bisogno di più minuti. Mi rivolgo soprattutto a trame come “IV.Caeleste Signum”, “VI.Ira” e “IX.Salus”. Per concludere la suite non trasmette perfettamente il senso di “viaggio” e di “ricerca interiore” che secondo me si v/doleva trasmettere. Ma in fondo è solo un a piccola critica soggettiva, il tutto rimane sempre un gran bel pezzaccio da colonna sonora.
Se la prima enorme suite era dedicata allo Shoegaze più spirituale le ultime 3 tracce si rifanno più ad uno Orchestrale molto, ma molto ragionato. Le strofe si fanno più classiche… trombe, tromboni, mandolini, violini, pifferi, arpe, vocioni, tamburrelloni, pianoforti e gong sono sparsi in maniera accurata e precisa che simboleggia grande intelligenza ma soprattutto grande lavoro materiale(con l’orologio). Inutile andare nel particolare ma devo proprio ammettere che hanno quei giretti di note che col lungo andare si vanno a depositare sottoforma di ingranaggio nei pressi della nuca; e per un po’ si è felici solo se l’ingranaggio gira… e l’ingranaggio gira solo se si ascoltano ‘ste benedette tracce.
Che dire!? 40 minuti gestiti come solo un dio sa fare, qualità eccellente ma soprattutto gran bei contenuti… sin troppo per un underground.
In conclusione spero che questo “The Last Vestige of Gaia” sia solo il continuo di una lunga ed accurata produzione. Poi cavoli un italiano bravo quando ci ricapita più?
VOTO: 9+
TRACKLIST:
1. The Last Vestige Of Gaia
2. The Dark Movements 2
3. The Mask Said
4. The Dark Movements 3
SEIZON LINE-UP:
· Renato Zampieri: Tutto
CONTATTI:
Ø E-mail: grzamp@gmail.com
Ø Pagina Facebook: www.facebook.com/Seizon/30096278804
Ø MySpace: www.myspace.com/seizon
Il periodo pasquale, è tradizione, io lo dedico al conte Burzum. Non per satanismo, reale o virtuale, né tantomeno per ateismo, ma poiché, quasi per tradizione, mi sembra che da un paio d'anni in questo periodo il suddetto Conte pubblichi i suoi neo-lavori post-carcere.
Se l'anno passato avevo paragonato l'attesissimo "Belus" - al quale rivedo il voto ad un buon 7.0 - all'acquisto da parte della Juventus del semi-deludente Diego Ribas, oggi mi sento di paragonare questa nuova opera a quello di Milos Krasic: non del tutto devastante, convincente fino in fondo, ma certo più che buono, certo godibile, certo magistrale nelle idee e nella produzione.
Certo, il nostro non canta più come una volta - mi sa che dovrò dire addio per sempre ai suoi infernali screamings ferini, lamentosi, dei veri e propri latrati che facevano ghiacciare il sangue nelle vene. Ormai ulula sommessamente, un soffio caldo, ipnotico, pregnante - uno scream ormai diverso, meno decadente, forse decaduto, comunque conscio che ormai le nuove potenzialità del quasi quarantenne Varg Vikernes sono nella suggestione trans-ipnotica, nelle carezze da un abisso nel quale non riesce più a - o semplicemente non vuole - sprofondarti.
"Fra Verdenstreet" (Dall'albero del mondo) è una intro che sta lì per starci; ma "Jeg Faller" (Io cado) è su questa nuova linea, apprezzabile a suo modo - somiglia ai riff incessanti, lunghissimi, suggestivi di "Belus", ma è più chiara negli intenti, più veloce quando c'è bisogno di correre, più scattante quando c'è bisogno di attaccare, più possente quando c'è bisogno di un po' di buon black metal per spezzare i fuligginosi incantesimi norvegesi del Conte. Il ritornello è cavernoso, seppur leggero, pseudo-orecchiabile; gli attacchi di doppia cassa e di scream quasi perfetti.
"Valen" (Caduto) e "Vanvidd" (Follia), proseguono sulla medesima falsariga, seppur a tratti meno convincenti, più monocordi.
Spetta a "Enhver til Sitt" (A ciascuno il suo) riscattare la stasi produttiva, con i suoi cinque minuti e mezzo sospesi nell'aria, negli accordi, nei riff, in una batteria presente quanto basta. L'insieme risulta alquanto coinvolgente, anche se, ripeto, le sensazione che magistralmente Vikernes iniettava nell'anima con lavori quali "Det Som En Gang Var" e "Hvis Lyset Tar Oss" sono lontane anni luce.
Segue la semi-epica "Budstikken" (Il messaggio), più lunga, ma fin troppo simile a "Valen", e gli otto minuti sciamanici, spiritici, di "Til Hel og tilbake igjen", metatesi del viaggio di Vikernes nell'Hel, l'inferno mitologico il cui soffitto è ricoperto da serpenti avvelenati che sputano morte nei fiumi di quel luogo contrapposto al Valhallah.
Che dire, in fondo: ennesimo disco da tenere, da conservare, a cui dedicare più di qualche ascolto sporadico. Un BUON disco.
Ma il vero Vikernes, quello odiato e gelido delle stavkirker e delle sinagoghe date alle fiamme, o quello della cella che vedeva con i propri occhi Wotan, Loki e Frija, era un'altra cosa.
VOTO: 7.0
Il doom non è certo il genere musicale per il quale io smanio, soprattutto perché molto depressivo. Specie se, poi, ascolti, casualmente, qualche disco di band quali i “My Dying Bride” che, in tutta onestà, istigano ad un tipo di suicidio autoindotto.
È per questo che mi limito ad ascoltare album di alcune band, sulle quali, spero, di andare sul sicuro, (cito i monumentali Anathema e i Paradise Lost).
Tuttavia, dopo aver ascoltato questo "Dusk And Void Became Alive" ho dovuto aggiungere alla mia lista bianca anche i DVKE.
I Lacrimosa, invero, stavano iniziando a stufarmi, visto che, sempre più, oramai, stavano dedicandosi a un tipo di musica sempre più lontana dal metal. Musica che spesso e volentieri ho, scherzosamente, ribattezzato come “Church Metal”, dato l’invaghirsi, di Tilo e compagna (autentici mostri, per ciò che concerne la tecnica di composizione e l’uso della voce) sempre più dell’elemento orchestra che, negli ultimi lavori (soprattutto in “Echoes”) sovrastava in misura eccessiva tutti gli strumenti, diventando lo strumento principale.
Non che la cosa dia fastidio, ma alcune composizione (quali “Kyrie”, dalla durata immensa), iniziavano a diventare un tantino pesanti e “indigeste” da assimilare.
Ma questi possono essere pareri e punti di vista che, rimangono e rimarranno, sempre, soggettivi. E, in fin dei conti, i Lacrimosa, il loro mestiere, sanno farlo più che bene e hanno tanto da dare e, soprattutto, tantissimo da insegnare.
Tornando a noi, ho scoperto questa band solo casualmente, su un magazine specializzato del settore goth n’ doom (“Ritual”). Ne parlava abbastanza bene.
Il problema è stato riuscire a scovare il disco perché, pareva, che nei negozi di dischi, il loro nome, fosse noto solo a me. E, dopo aver atteso per oltre 2 interminabili mesi il mio ordine, finalmente, sono riuscito ad avere, per poi ascoltare, questo splendido e meraviglioso (e scusate se è poco) album di puro doom metal.
Soldi investiti bene, almeno per il sottoscritto che ama la musica classica e che è rimasto estasiato dalla sapienza con la quale quest’ultima viene egregiamente unita alle atmosfere doom, ambient e dark wave che la band ha ricreato nel suo pargolo da studio.
Per poi dar vita al gioiellino che porta il nome chilometrico e che eviterò di scrivere, perché mi snerva solo il pensiero.
Le prime due tracks (la title track e "Mistrust") sono due opere che meriterebbero la palma honoris causa, poiché le ritengo song del genere "intramontabile". In "Winter Night", invece, sembra davvero di ritrovarsi in una gelida notte invernale, persi in un campo desolato ed immenso, colmo di neve. I suoi inserti di tastiera e l'accompagnamento del pianoforte sono da brivido e mettono la pelle d'oca.
Poi, ancora, l'oscura "Unquiet Thoughts", perla nera dell’album, nella quale è udibile, otre ai cori teatrali e disperati, un incedere marziale di batteria, quasi volesse testimoniarci che, la fine, giungerà lenta ed inesorabile.
La teatrale "Moon Muse" è un'opera a parte e merita tutta l'attenzione del mondo che dovrebbe inchinarsi innanzi alla sola intro della stessa.
Che dire, poi, dei singer? Incantevole la voce femminile, soave e paradisiaca. Una sirena. Per contro, paurosa, macabra e claustrofobica all'inverosimile la voce maschile. La fusione di questi due “strumenti vocali” (si, perché, come raramente accade, anche la voce, in un disco, può divenire il migliore tra tutti gli strumenti) accompagna pienamente e perfettamente l'orchestrazione, sempre magistrale, intelligente e sempre sopra le righe.
Tirando le somme, propongo il disco come uno dei più belli della categoria gothic n’ doom; disco che viene esaltato da una eccelsa e magistrale produzione. Disco che, nonostante i prezzi proibitivi a cui il merchandising oggi ci sta abituando, merita i nostri soldi.
E, se questo deve essere un invito per spazzar via dal panorama musicale tanti inetti che si credono gli idoli delle masse quando, invece, non servono ad un beneamato cazzo se non assolvendo all'unico compito di far strappar via i capelli alle teenagers dementi di turno (chi ha detto HIM?), allora, ben venga tutto ciò.
Un sogno dalle incantevoli e infinite sfumature, destinato a durare per l’eternità.
VOTO: 10
Recensire alcuni dischi può risultare estremamente difficoltoso, specie se della band in questione sai poco e nulla e, soprattutto, quando vieni completamente spiazzato dal territorio metal.
Perché i Narsilion non suonano metal. Non suonano neppure un genere che potrebbe essergli affine. Tuttavia riescono nella missione (apparentemente) impossibile di coniugare differenti sonorità (dal folk, al gothic, all’ambient, alla dark wave e chi più ne ha ne metta a ‘sto punto) riuscendo ad essere catalogati come una metal band, pur non essendo strettamente una metal band.
“Arcadia”, un disco che descrivere in ogni sua sfaccettatura e/sfumatura risulterebbe assai arduo. Poiché infinite sono le sensazioni che provo durante l’ascolto del disco.
Ad iniziare dalla melodica e struggente, ammaliante all’inverosimile voce della singer che, in ogni composizione, ci mette l’anima. E vadano a farsi fottere tutte le female-gothic singers, ad iniziare dalle soprano più osannate (e chi capisce, capisce).
Le corde vocali di Sathorys Elenorth bene si amalgamano con la voce più tetra e oscura di Lady Nott (impegnato anche ai violini), ma senza ripetersi, come molte band farebbero, in ogni brano, perché sanno che rischierebbero di stufare e risultare ripetitivi e noiosi.
E paradisiaca all’inverosimile sarà una song come la sognante “Beltane”, laddove la vostra mente intraprenderà un viaggio spirituale tra divinità celtiche e nordiche. Song nella quale violini, flauti ed ogni sorta di ben di Dio, ci culleranno fino a donarci quella morfina sonora che tanto abbiamo desiderato e che mai siamo riusciti ad ottenere.
E se l’intro-title track, “Arcadia”, introdotta da un parlato dai toni dark, cupa all’inverosimile, che mette i brividi, pian piano si evolve e si trasforma in un’ottima medieval-song, che fa coppia con la perla “Montserrat”, nella quale, in sottofondo, è possibile udire degli ululati che mettono i brividi.
Questo è “Arcadia”. Niente chitarre elettriche, niente batteria, niente rullanti, niente growls o accidenti vari. Solo tanta melodia scandita da flauti e fiati, chitarre acustiche appena accennate, violini e tastiere che costituiscono il tappeto sonoro dei 10 brani che la band spagnola, in questo suo secondo full-lenght, ci dona deliziando corpo, mente e spirito.
E se, in chiusura delle danze, con “Lagrimas De Cristal” riuscirete a raggiungere il vostro Nirvana, non mi stupirei se starete ancora sussurrando, dentro di voi, inconsciamente, “Arcadia….”
VOTO: 9.0
Prima di iniziare la recensione vorrei chiedere scusa a Stefano, mente e creatore dei Wolfuneral. Chiedo scusa per il mostruoso ritardo con il quale ho dovuto recensire la sua opera d’arte.
Perché, invero, questa volta, siamo al cospetto di un’autentica opera d’arte.
Una gemma oscura che brilla di luce propria all’interno dei nostri meandri più tetri e viscerali.
Potrei concludere qui la recensione e lasciare ogni decisione a voi. Magari appioppandogli il votaccio che merita ma, sinceramente, non sarebbe giusto.
Non sarebbe giusto nei confronti del master mind dei Wolfuneral, nonché nei confronti delle 9 perle che cesellano questo diadema.
Il progetto “Wolfuneral” nasce nel 2009 dopo lo scioglimento della band in cui il nostro Stefano Gagliarducci militava, i Wolves Dirge (e, quando si tirano in ballo i lupi, la cosa mi fa sempre un certo effetto).
La proposta musicale del nostro autore è un black metal atmosferico, un sound dark ambient arricchito da orchestrazioni meravigliose, gotiche e oscure all’inverosimile che, però, non si “fossilizzano” verso un unico sentiero ma riescono a donare un fascino particolare e personale ad ogni brano di cui “Nights Symphonies” è composto.
Un disco, quest’ultimo, caratterizzato da una cover monocromatica, che mi riporta in mente il Burzum più gelido e tetro. Copertina creata dallo stesso autore che rappresenta un sentiero su cui è stato abbandonato un violino assieme ai suoi spartiti. Sentiero, sul quale, il violino pare un tutt’uno con in terreno quasi non fosse uno strumento artificiale ma naturale, suonato da mani non umane(come si può intuire dal pentacolo flebilmente visibile alla fine del sentiero).
E, solo la copertina, merita la lode ad honorem.
Ma se dovessimo calarci nell’ascolto profondo, analizzando uno per uno i brani che cesellano “Nitgh’s Symphonies”, rimarremo sconvolti innanzi a cotanta maestria e bellezza. Drammaticità, paura, mistero e tutta una serie di sensazioni indescrivibili che solamente il nostro animo, all’interno del suo intimo più viscerale e profondo, potrebbe riuscire a materializzare e a focalizzare ma, purtroppo, difficilmente a “classificare”, dando un nome ad esse.
Perché, se già la meravigliosa opener, “Over the Skies”, con il suo incedere marziale e le partiture sinfoniche tessute da violini , è un ottimo biglietto da visita che fa ben sperare nel seguito (bellissimo il suono della batteria che vorrebbe porci al cospetto di una sorta di marcia funebre sotto un cielo stellato ma oscuro all’inverosimile), la successiva “Thoroughts Under The Moon” cambia veste, pur essendo, stranamente e strettamente correlata alla first track. Da un sound cupo e tetro, i cui, il finale veniva lasciato a violoncelli e violini, si parte, in fading in, con il sound di un pianoforte e di una batteria che rende, questa volta, l’atmosfera molto più decadente e gotica ma, al contempo, anche romantica. Un romanticismo che strapperebbe le lacrime e che indurrebbe la mente, la nostra mente, in un mondo precluso da pensieri e meditazioni delle quali, mi si perdoni, non riesco a coniare né sostantivi, né aggettivi.
Poiché, il tutto è parte del tutto e, all’interno questo, ogni cosa assume una propria personalità.
Saranno ancora i violoncelli a trasportarci nel mondo di “Through The Eras”, altro capolavoro di dark ambient miscelato a venature di black metal sinfonico e nero. Ossessiva all’inverosimile ma, al contempo, meravigliosa. Quasi ipnotica e, a tratti, spaventosa, come se, a momenti, stesse per accadere qualcosa di inevitabile, di catastrofico, di distruttivo, di inevitabilmente violento.
Ma la vera gemma che risplende su ogni cosa è “Out Of the Dark”, un autentico capolavoro concepito da una mente superiore, pura maestria, pura poesia musicale. Con un pianoforte che introduce la song e una voce (che udiamo per la prima volta) in sottofondo che mette i brividi e che sussurra «Out Of The Dark….». Ancora una volta quella miscela di dark n’ gothic, di ambient black metal sinfonico e strumentale prende il sopravvento regalandoci un’opera d’arte che, signore e signori miei che ora leggete, vi commuoverà, talmente è suggestiva e bella.
Non ci sono parole per descrivere la genialità con la quale è stata concepita e posta in essere. Orchestrazioni che si amalgamano a quelle atmosfere ambient e dark, a quel black metal di burzumiana memoria senza essere troppo “ossessivo” ma, semplicemente, dannatamente meraviglioso e melodico all’inverosimile. Poiché, nel break, accade il miracolo: è la musica che ci condurrà in un mondo dal quale la nostra mente non vorrà più fuggire, essendo essa stessa sfuggita dall’oscurità che opprimeva le tracks precedenti per essere catapultata all’interno di questo diadema musicale. Diadema in cui il dolce sound di un pianoforte, ora melodico, ora triste, ci cullerà sino ad annullare ogni nostro pensiero.
“Forest’s Path”, ci spiazza, essendo introdotta da synth che, in qualche modo, vorrebbero condurci all’interno del sentiero della foresta disegnata in copertina. E, che mi prenda un colpo, ci riesce alla perfezione. Poco più di 3 minuti di “mistero” e “magia” profusi che lasciano subito spazio all’ennesima gemma di questo disco, “Lucifer” che, ancora una volta, illumina (passatemi il termine) “Night’s Symphonies” sotto una veste completamente diversa.
Si avverte si da subito un’aurea tetra, funerea, drammatica. È la paura a dominare il tutto e la nostra mente che, tra le atmosfere “malate e psichedeliche” dei synth si troverà al cospetto dell’ennesima track strumentale in cui i tempi saranno rallentati all’inverosimile, onde dar più “voga” a quel senso di spaesatezza e paura che sviscera l’intero brano. Uno tra i più belli mai composti da mano umana, assieme alla precedente “Out Of The Dark” e le successive “Paradise Lost” e “Nigth’s Chants”.
Ma, in “Lucifer”, probabilmente, capiremo davvero cos’è la paura. O, almeno, sarà la nostra anima, il nostro spirito, ad esserne avvolto. Dei canti in sottofondo in un falsetto, quasi fossero opera di angeli decaduti che tessono una sorte di preghiera al loro signore oscuro. 6 minuti di drammaticità autentica, verso la fine dei quali è possibile udire un drastico “cambio di rotta”, in cui, dalle atmosfere di cui prima, si sterza verso un fade out in crescendo che, altro non fa, che rendere omaggio a “Paradise Lost”, altro pezzo da 90 che non potrà non toccare l’anima di chi ascolta.
Violoncelli che tessono note “horrorifiche”, riconducendoci, ancora una volta, in piena drammaticità e oscurità. Violoncelli che lasciano spazio al pianoforte e alle tastiere che avranno l’audace compito di “pavimentare”melodiche dannatamente coinvolgenti e toccanti. Track, quest’ultima, assieme alla conclusiva “Dreaming”, lunghissima. Una suite di quasi 12 minuti in cui accade di tutto, in cui ogni strumento, ogni coro, ogni orchestrazione e ogni atmosfera, creata ad hoc, suggella alla perfezione il songwriting, costruito in maniera impeccabile. Alternanza di momenti drammatici, ad altri più spensierati e ancora, paura e angoscia. Disperazione, follia e mistero, minuti nei quali non sai cosa stia per accadere ma, dentro di te, sai che, probabilmente, l’epilogo è vicino e, fondamentalmente, vorresti che ciò non avvenga mai.
E, infine, a porre i sigilli ad un album autoprodotto e senza etichetta composto dalla mente e dalle mani di un artista con tanto di attributi, ci pensano le ultime due gemme d’autore: “Night’s Chants” e la lunga suite conclusiva (11 minuti e mezzo di poesia) “Dreaming”.
Un temporale e il suono della pioggia che cade ci introducono “Night’s Chants”, con accompagnamento dei synth e delle orchestre che ci trasporteranno nell’oscurità totale. Un’oscurità che riesce a risplendere grazie ad una fiamma assai labile ma, al contempo, quasi “speranzosa”. Una luce che pare ci guidi e che non voglia abbandonarci, una sorta di “Guru” all’interno di quel sentiero disegnato in copertina del quale non si conosce la strada, dal quale è impossibile intravedere la fine poiché coperta dagli alberi dalla nebbia. E, sotto questa pioggia che scandisce i meravigliosi tessuti melodici che avvolgono il brano, noi saremo trascinati e avvolti da un’aurea magica e sconvolgente, ossessiva nel finale e drammaticamente paurosa. Con una musica che andrà crescendo di momento in momento per poi dissolversi verso i pochi secondi finali per introdurci l’ultima song, quella “Dreaming” che si commenta da sola.
Poiché, da quella sorta di paura e angoscia di cui prima, in “Dreaming” dopo un intro introspettivo e a tratti claustrofobico, saremo accolti dalle corde e dalle melodie dei violini e archi che ci culleranno dolcemente e ci faranno sognare attraverso melodie ariose e spensierate. Merito soprattutto dei synth, usati in maniera più che intelligente e dalle tastiere che, con il loro sound, impreziosiscono questo ennesimo gioiello, donandogli quel tocco di genialità che nessuno avrebbe potuto mai concepire. Ma la magia non può concludersi così in fretta, poiché “Dreaming” è una suite di oltre 11 minuti e mezzo in cui, l’ascoltatore, dovrà solamente rilassarsi e rimanere incantato, lasciarsi avvolgere e, lentamente, trasportare per poi trascendere tra i meandri delle melodie che cesellano il brano tutto. Un brano in cui la parte da leone la fanno i violini, le orchestrazioni udibili in sottofondo, i synth e le tastiere. Tutti strumenti in grado di dar vita ad una sorta di “concept-song”, lunga quanto basta e, semplicemente, meravigliosa.
Io ho terminato e, purtroppo, credo di aver esaurito aggettivi e parole. Non ho un vocabolario così “vasto”, specie quando mi trovo innanzi ad opere d’arte che meriterebbero la palma ad honorem e il riconoscimento a subentrare all’interno dell’Olimpo dl Metallo.
Ma che, dannatamente, sono costrette a marciare nelle oscurità di un sottobosco musicale indecoroso che premia gli idioti mentre, i meritevoli, sono ancora lì, immersi e sperduti tra le sue strade, tra la sua nebbia, a comporre opere del calibro di “Nights’ Symphies”.
Un disco che dovrebbe insegnare parecchio il mestiere a tutte quelle band blasonate e leccate da critica e da fan “ciechi e sordi, e anche un po’ rincoglioniti e nerd” che, quando ascolteranno “Night’s Symphonies”, rimarranno estasiati ed entusiasti, riconoscendo il vero trademark di un sound che va al di là della semplice etichettatura “dark ambient – melodic-symphonic black metal”.
Occorrerebbe, effettivamente, trovare una giusta collocazione per questo disco ma, questo, lo lasceremo fare al tempo che saprà non solo valorizzarlo ma, spero, rendergli onore, fama e gloria nei secoli a venire.
E che le vostre menti possano lasciarsi trasportare dalle infinite atmosfere di questa sinfonie notturne…….
VOTO: 10 Cum Laude
TRACKLIST:
1. OVER THE SKIES
2. THROUGHTS UNDER THE MOON
3. THROUGH THE ERAS
4. OUT OF THE DARK
5. FOREST’S PATH
6. LUCIFER
7. PARADISE LOST
8. NOGHT’S CHANTS
9. DREAMING
LINE UP:
· STEFANO “WOLF” GAGLIARDUCCI
CONTATTI:
Ø Official Page: http://www.wolfuneral.altervista.org
Ø MySpace: http://www.myspace.com/wolfuneral
Ø Youtube: http://www.youtube.com/user/wolfuneral
Ø “Lucifer” Video Clip: Lucifer
Ø “Out Of The Dark” (Official Video Clip): Out Of the Dark
Destrutturazione di tutti i concetti di musicalità espressi sinora.
Musica di non facile approccio, quella degli A Spirale, composti da Mario Gabola al sax alto, Massimo Spezzaferro alla batteria e Maurizio Argentano alla chitarra.
Gli A Spirale sono un Power Trio campano dedito a un jazzcore sperimentale che non fa tanto presa sull’impatto ritmico, il frastuono assordante o la tecnica strumentale, bensì focalizza la propria esplorazione sonora sulla ricerca della destrutturazione di ogni forma di equilibrio armonico e del non porre limiti all’atonalità e alla bizzarria folle e sperimentale di questo loro ultimo “Agaspastik”, licenziato nel 2009 dalla Fratto9/Under The Sky.
La Criptica alchimia sonora del trio è un impressionante calderone dove confluiscono le più barbare fusioni avanguardistiche degli ultimi anni: ambient, noise, free jazz, impro rock, stridii e ronzii quasi industriali, vibrazioni e riverberi elettro-magnetici in continuo divenire, un interscambio continuo tra generi urticanti, tutti di non facile assimilazione o catalogazione, un vortice di rumorismo cerebrale che tocca i suoi vertici massimi in “Kaluti” traccia numero sei di questo album.
Sembra, infatti, di assistere al viaggio notturno di un sottomarino sotto profondità oceaniche, fredde, ostili e caliginose.
Musica che fa percepire dimensioni eteree ed inesplorate, immagini distorte e amplificate, come quella delle profondità oceaniche, di un sommergibile o della forza distruttrice della natura, sia essa acqua, fuoco o terra.
Non mancano i momenti più jazz rock dal forte impatto, anche se relegati più a una semplice esibizione dimostrativa più che a fedeli esempi di musicalità vera e propria. “Black Crack,” “Calco” e il dirompente inizio di “Tersicore” che alla fine implode su stessa su di un battito elettronico.
Ma la scorza dura e pura degli A Spirale emerge prepotentemente e si misura in pezzi come “Naja Tripudians” o la spettrale “Suriciorbu” otto minuti di noise ossessivo e puramente istintivo, in cui i tre strumenti si intersecano continuamente creando un architettura sonora nevrotica, spastica e profondamente disarmonica: lo stridio delle note di sax e chitarra, la batteria che si risolve in un cinico battito di piatti o charlestone: un minimalismo malato e multiforme, e per questo a suo modo, altamente coinvolgente e disturbante.
Lo sconsiglio fortemente a chi cerca nella musica per forza una compiutezza: una cifra stilistica o un songwriting preciso e abbastanza delineato, per tutti gli altri invece l’esperienza dell’ascolto potrebbe risultare appassionante, a patto che saprete godervi questo “Agaspastik” senza esagerare e senza volerlo per forza “capire” o “etichettare” dopo il primo ascolto.
VOTO: 9
Eccomi qui a parlare nuovamente del progetto Art Lexus, one man band della provincia bergamasca che con l’ultima fatica intitolata causticamente “Blendergod” (Il Dio Frullatore) ha prodotto un album quanto mai difficile, ostico, rumorista, catartico e quanto mai cerebrale. Per l’occasione della sua recentissima uscita sotto Movimento Flaneur (etichetta indipendente del milanese), abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con l’artefice di queste spettrali sonorità, che tra impegni vari, suoni prodotti con oggetti da cucina, frullatori, cacciaviti e pentole a pressione si è dato da fare per rispondere alle nostre domande. Lascio la parola quindi ad Armando Greco, artefice e unica mente della musica composta sotto l’acronimo di Art Lexus:
1) Armando, potresti descriverci brevemente cos’è che ti ha spinto a realizzare un album così particolare e da maneggiare con estrema cautela come risulta essere sin dal suo primo ascolto questo “Blendergod”?
G.A: Dopo “Indifferenti Idioti” (il suo penultimo full-lenght - Fiero), ho vissuto un momento particolare. Soprattutto dal punto di vista artistico. L’album aveva venduto pochissimo e dentro di me avevo bisogno di un cambiamento. Questo cambiamento è avvenuto modificando il monicker della band in Art Lexus (prima si faceva chiamare semplicemente Lexus - Fiero), e dal tentativo di rendere la mia musica il più anti-musicale possibile. Da questa che io chiamerei “distorsione mentale” è nato “Blendergod”, lavoro questo che etichetterei sotto il genere “Noise Casalingo”, ovvero l’unione tra l’elettrodomestico e la No Wave distruttiva dei primi Sonic Youth e dei DNA.
2) Mi sembrano chiare le influenze che per te hanno esercitato i gruppi più estremi del noise giapponese, quali Incapacitants e Gerogerigegege, senza dimenticare il padre putativo di tutto il movimento, quel Masami Akita ai più conosciuto come Merzbow. Una parte sicuramente importante della tua musica mi è sembrata essere anche influenzata dalla corrente della No Wave Newyorchese di Cortonsions, Mars, DNA e primi Sonic Youth. Come si è mosso in questo contesto Art Lexus? Voglio dire, è stato difficile per te riprodurre questo tipo di sonorità, o la scrittura dei brani è stato un percorso del tutto naturale?
G.A.: Non esiste la naturalità nelle cose, ma soltanto la sofferenza e la tensione emotiva. I brani sono nati come anti-brani, dove tutto diventa distruzione e violenza sonora. Il concetto è quello di esorcizzare e instillare all’interno del proprio corpo le energie negative, buttandole fuori tramite disincanto e assuefazione.
3) Durante l’ascolto del tuo album sono rimasto colpito dal caos che riesci a creare con la strumentazione di cui disponi. Sono affascinato dal tipo di ricerca sonora che sta dietro alla tua musica, fondamentalmente il messaggio che io ho interpretato dietro i brandelli delle tue canzoni, è quello di uno smarrimento e di un alienazione totale che non trova pace. Sono queste le reali sensazioni che vuoi infondere a chi ascolta per la prima volta la tua musica?
G.A.: Quello che vorrei infondere è la totale atonalità dei pezzi per esemplificare un nuovo concetto di terrorismo emotivo e sonoro, nel quale ogni particella del corpo e della mente viene assorbita da un nulla bianco e informe. (che dire, ragazzi, sintetico ma efficace – Fiero)
4) Puoi dirci in quanto tempo è stato realizzato “Blendergod” e se possibile raccontaci qualche particolare della sua fase di registrazione. Te lo chiedo perché voglio rendere partecipi i lettori di the_empty_dream del processo che sta dietro la produzione di un album, le varie tappe che come compositore e musicista hai raggiunto durante tutta la sua lavorazione, puoi darci delle curiosità a riguardo?
G.A.: Il Cd è stato registrato presso gli studi di Roberto Gritti, produttore e amico di vecchia data. Il mixaggio è stato fatto da Matteo Preabianca della Movimento Flaneur, il tutto per un tempo di circa sei mesi. Aneddoti particolari provengono dalle registrazioni con i frullatori, più che altro per l’inusuale strumento musicale utilizzato.
5) Due dei brani che più mi hanno preso durante l’ascolto del tuo album sono stati senz’ombra di dubbio la snervante e oscura “Whirring Thoughts” e la No Wave crepuscolare del brano “Temptations”, hai qualche altro brano da citare in particolare che secondo te ha colto maggiormente nel segno?
G.A.: La dimensione olocaustica di “Shiva”, nella quale tutto diventa scontro chitarristico. Vedi, in questo pezzo penso di aver dissacrato e dico per fortuna, tutti quei personaggi che pensano alla musica come arte tecnica e raffinata. In realtà, musica significa espressione e libertà di essere creativi.
6) Ci puoi elencare le maggiori difficoltà che hai incontrato nel mondo della musica indipendente, nel proporre cioè agli altri ciò che tu suoni? Qual è stata la cosa più difficile da realizzare durante tutto il tuo percorso che ti ha portato alla realizzazione di questo “Blendergod”?
G.A.: Molto spesso è difficile fare concerti perché i locali ti snobbano, soprattutto in Italia, la gente non sperimenta, le persone che ascoltano musica sono sempre di meno, ma soprattutto esistono pochissimi esseri umani e molti “esseri”. Gli umani sono le persone che realmente si interessano alla tua proposta perche ritenuta da loro interessante, gli “esseri” sono individui che invece vivono nel limbo senza scegliere mai niente. Nella mia concezione distorta della vita, penso di aver preso poche decisioni importanti e una di queste è stata quella di aver realizzato “Blendergod”, per il resto sono un “essere” come la maggior parte degli individui.
7) Quali sono i progetti futuri che hai in mente di poter realizzare per diffondere la musica di Art Lexus?
G.A.: Tanto spam sulle fanzine e riviste musicali, oltre a concerti, pochi ma buoni, banner ed altro.
8) Ok, ti ringrazio per la pazienza e la capacità di rispondere sinteticamente alle mie domande, se vuoi puoi lasciare un messaggio ai lettori di the_empty_dream e informarli di tutte le attività collegate alla tua musica. Ti lascio la parola. Grazie a te, Armando.
G.A.: Voglio segnalare il mio sito: www.lexusmusica.altervista.org il mio myspace: www.myspace.com/lexusmusician e ricordare che il mio cd è scaricabile su tutti i portali believe digital. Cercatemi comunque su google inserendo nella ricerca “art lexus blendergod”, ciao a tutti e grazie per questo spazio che mi avete concesso.