The Empty Dream | HARDCORE

UNDERDOGS - REVOLUTION LOVE

Revolution Love è il secondo album degli Underdogs, un affascinante concentrato di influenze stoner, grunge, doom e psichedeliche fuse in modo personale ed eccitante. Il miglior album stoner del 2011! [Prosegue]

USING BRIDGE - AND I WILL BE HEARD

And I Will Be Heard è il terzo album dei riminesi Using Bridge, ed anche quello dove trova forma compiuta la formula grunge/stoner del quartetto. Un album che trova l'equilibrio tra melodia, rabbia e ruvidità, in un mix riuscito e a tratti eccitante. [Prosegue]

MACHINE HEAD – UNTO THE LOCUST

  Ogni disco dei Machine Head è atteso dall’intero mondo musicale metallaro con non poca apprensione. Vuoi per le notevoli fregature rilasciate, in precedenza, dalla band, vuoi per i continui tentativi di sperimentare che, il più delle volte, li hanno imbroccati verso strade cieche con conseguenti bestemmi apocalittiche da parte di fan e critica tutta. E, da quel fantasmagorico debutto “Burn My Eyes” (1994), i nostri di strada ne hanno fatta. Prendendo grane assurde, sfornando dischi discreti, fino all’annuncio, qualche anno fa, che avrebbero dato alla luce il ”Master Of Puppets” del 2007 (“The Blackening”), dimostrandosi, poi, per quello che realmente era: una cagata mostruosa, lo stronzo di merda più puzzolente mai cagato da essere umano. Ora, che via scegliere? Quella dell’ennesima sperimentazione che chissà, poi, dove ti porta, oppure, per contro, lasciarsi andare al fottuto thrash metal hardcori-izzato, incazzato, tecnico all’inverosimile, melodico per non annoiare l’ascoltatore evitando di farli esplodere i testicoli? Opzione 2. O, più precisamente, si è scelta l’opzione di rifare il non riuscitissimo “The Blackening” che aveva castrato migliaia di metallari con l’ultratecnicismo fine a sé stesso, ridondante e cacofonico fino alla nausea, ma smussandone i difetti. Anzi: eliminandoli in toto. Sbracata tutta, la band ha dato alla luce questo platter, “Unto The Locust” che, invero, mi ha lasciato perplesso sin dalle prime note dell’opener “I Am Hell (Sonata In C#)”, il cui titolo pareva destinato a commentarsi da solo. E, così, dopo una intro triste e fuori tema, ecco che accade ciò che non speravo neppure lontanamente potesse accadere: un’esplosione di furia, rabbia, violenza, blast beats, controcazzi iperchiodati, velocità, tecnica e tanta ma tana melodia. Il brano, altro non è, che una mini suite suddivise in tre parti (“Sangre Sani”, “I Am Hell”, “Ashes To The Skyes”) della durata di circa otto minuti e mezzo ma, cavolo, scorre che è un piacere. Non vi ritroverete a premere il tasto “skip” perché, “I Am Hell” suona fottutamente thrash metal, rivisto in chiave Machine Head, modernizzato e con quel tocco hardcore che tanto fa’ bene alla salute, andando a porre in essere melodie che difficilmente cancellerete dalla vostra testa. Il lavoro delle chitarre è superbo e, questo, senza nulla togliere alla sezione ritmica. Un brano all’interno del quale accade di tutto, con accelerazioni che farebbero invidia ai neutrini più impeperiti, stacchi improvvisi e break acustici che lasciano di sasso l’ascoltatore. Capolavoro. Premessa ottima, seguito strafico! Perché “Be Still Know” farà la gioia di chi ama i riff in grande “heavy metal style”. Una chitarra impazzita farà irruzione con uno strepitoso utilizzo del tapping, lasciando esplodere, subito dopo, una sfuriata di rabbia in chiave “growl” da parte del nostro singer Flynn. Un brano groovy, molto catchy e incazzato dove il bridge, che precede il refrain, ci spiazza ancora: si riprende il riff iniziale, quel tapping di maideniana memoria, che lascerà spazio ad un riffone sostenuto da cori epici all’inverosimile. Monumentale. Un track by track risulterebbe ossessivo e pedante. Vuoi perché, ancora una volta, la successiva “Locust” avrebbe bisogno di parole nuove per essere descritta, vuoi perché i Machine Head, in “This Is The End” e, soprattutto, nella power ballad “Darkness Within”, inseriscono, all’interno del loro sound, sfumature sonore adiacenti a lidi tipicamente metalcore e, a tratti, emo. In particolare, se la prima è incazzata ma pregna di tappeti sonori e melodie, nonché, di tutti i gingilli di cui sopra ho scritto, la seconda è una stupenda semi-ballad, dove i tecnicismi diminuiscono, per lasciar sfogo maggiormente all’estro chitarristico di Phil Demmel, che ci regalerà un assolo degno della miglior preparazione scolastica musicale che non potrà non farvi innamorare. E, nel finale, ancora il nostro Robb Flynn imporrà il suo ruggito, i suoi growl di dantesca memoria infernale, per trasformare, quella che in principio era la “quiete” in una tempesta sonora. Per poi riportare la “primavera” tra di noi. Insomma, un disco avvero variegato e ben riuscito questo “Unto The Locust” che non smentiva le premesse della stampa e le dichiarazioni della stessa band. Un album che non finisce di stupire, poiché al suo interno non troveremo solo tracce sparate a velocità folle ma anche degli ottimi mid tempos, disseminati lungo il percorso dei vari brani ma anche nella meravigliosa “Pearls Before The Swine”. Una perla, appunto. Una perla sonora lunga oltre 7 minuti, all’interno della quale le ritmiche e le strutture musicali vanno a farsi benedire, lasciando spazio all’inventiva, al thrash metal più tecnico e sofisticato, quello che io definisco “matematico”, perfetto, perfettino sino ai paradossi estremi dell’inumana concezione della musica stessa. E quando lo riascolterete, non potrete non tremare nei cori fanciulleschi (si! Ci sono i bambini!)di pinkfloydiana memoria di “Who We Are”, che pone i sigilli ad un album che sfiora la perfezione. L’ultimo pezzo, il settimo, che non pesta sull’acceleratore (almeno non nell’immediato) e che non finirà di regalarvi emozioni lungo i suoi 7 minuti di durata, sorretto da un più che ottimo guitar riffing, da un Robb in pienissima forma e da un refrain memorabile. Inossidabili fino al midollo, questi sono i Machine Head del 2011. E chi si è entusiasmato innanzi a quella porcata di “Death Magnetic”, qui, credo, sarà colto da infarto prematuro. E, questo, a voler dimostrare che se una band le palle ce le ha e decide di sfoderarle, anche dopo alcuni “imprevisti di percorso”, non è mai troppo tardi per farlo. E i Machine Head, oggi, sono più controcazzuti che mai!   VOTO: 9.5  

ANTHRAX – WORSHIP MUSIC

  E la telenovela Anthrax è volta al termine. Ci hanno impiegato un bel po’ di anni ma, alla fine, hanno ritenuto che per far ritornare la band in auge l’unica soluzione, la più plausibile, la più “cool”, fosse quella di cacciare il talentuoso John Bush e riprendersi il mollusco Joey Belladonna. Non è che voglia tirare in ballo una polemica assurda contro chi debba cantare o non debba farlo, e questo voglia sia chiaro a tutti. Il problema, ammesso che ne sia mai sorto uno, è nato tutto nella testa dei fan, dopo il superbo disco che porta il nome di “Sound Of the White Noise”, il quale vedeva, appunto, avvicendarsi, dietro il microfono, al posto di Belladonna, John Bush (ex Armored Saint, oggi ex Anthrax). Che John Bush abbia un’ugola diametralmente opposta a quella di belladonna, questo, è un dato di fatto. Che le stronzate si debbano sparare solo per il gusto di smuovere i muscoli della bocca, questo è un altro dato di fatto statisticamente insindacabile. Che si voglia addossare la colpa dei “fallimenti” (ma dove?) in ambito musicale a John Bush, quest’altra cosa, è l’ennesima cosa che mi fa girar le palle. Fermo restando che SOTWN resta e resterà un diamante, è assurdo ed improponibile far eseguire i medesimi brani da due singer che stanno l’uno al giorno e l’altro alle tenebre. Forza di cose rimaneggiare il sound della band (cosa che era già accaduta, basti ascoltare “State Of Euphoria”, laddove la band si esibisce in bermuda e sfodera l’ennesimo capolavoro con ancora Joey Belladonna in squadra). Dirottare verso un thrashcore, sfumato di un hard rock moderno e cupo, a mio parere, è stata una trovata davvero matura per la band. Ha dimostrato di non sapersi e volersi fossilizzare su un unico sound, di non puntare verso un’unica e nota direzione, di suonare, infine, quel bel che cazzo le pareva e piacesse. Ma i fan sono ottusangoli. Si attapirano. Sono fessi. John Bush è il mostro, bisogna abbatterlo. E dopo anni di onorata carriera, prima come singer dei mostruosi (ma sfigati) Armored Saint, poi negli Anthrax (ma a Bush non gliene va’ mai bene una… cazzo che sfiga!) e, adesso, di nuovo nei suoi Armored Saint (dando alla luce il disco “La Raza”), l’Antrace meno innocuo del mondo (da un punto di vista strettamente salutistico), si è ripreso ciò che gli apparteneva: il loro strafigo singer! ‘sti cazzi, no, eh? Ad onor, quando ho osservato la cover dell’album ho notato un non so che di somiglianza con l’ultima release del combo statunitense, ossia “We’ve Come For You All!”. Cambiano giusto i colori, dall’azzurro e viola, si è preferito optare per qualcosa più radioso, più “allegro”. L’arancione! Eh già, perché bisogna assolutamente mettere in mostra che, le “tenebre che permeavano sulla band”, oramai, sono state spiazzate via e che, adesso, grazie all’amico Joey, è ritornata la felicità. E siam tutti fighi, anzi: strafighi! È questa la verità. E, ad onor, la tripletta d’assalto iniziale è davvero qualcosa che ti stende. Una perfetta sinergia di tutto ciò che faceva parte dei gingilli di famiglia degli Anthrax in veste ottantiani, con un ottimo connubio di quel neo hard rock che, oggi, fa’ tanto figo. Davvero 3 stupende tracks. Riffoni sparati alla velocità della luce, assoli che avevo scordato, melodie e controcazzi a volontà, blas beats che resusciterebero i morti. Ascoltare brani come la terremotante “Earth On Hell”, la successiva  e distruttiva “The Devil You Know” e la ruffiana, ma pur sempre fiore all’occhiello di un disco che promette grandi cose, “Fight’Em Till You Can’t”, fanno gridare al miracolo! Specie quest’ultima la quale, credo, diverrà prestissimo il nuovo singolone dell’album con relativo video. Mia profezia personale. So cool! Tre tracce, ottimissimo, proseguiamo e.. che cazzo succede? Succede che ti accorgi che il resto dell’album (stiamo parlando di un disco contenente 13 brani, esclusa la title track che funge da intro), non vale un cazzo. Ti accorgi, altresì, che Joey Belladonna sa’ ancora il fatto suo, è davvero bravo, ma canta come John Bush. Si, perché i nostri fighi a stelle e strisce, hanno pensato di sostituire il singer ma di non fare la stessa cosa con il songwriting. E quella che stava per diventare una favola a lieto fine, inizia a prendere la piega di una barzelletta di cattivo gusto. Per poi trasformarsi in una vera e propria tragedia. Le restanti tracks sono mid tempos, scanditi da una marcia (funebre) della sezione ritmica, da cori che coadiuvano il singer che modula le sue corde vocali in “John Bush – mode”. Una band paraculo, ecco. Ora ho trovato l’aggettivo adatto. Paraculi. Saràn pur bravi a far il loro lavoro (ed in effetti il disco si regge sulla formula “Mestiere”, ben collaudata) e un brano come “I’m Alive” non stona. Anzi, non stonerebbe se a cantarlo fosse stato l’estromesso Bush. Che senso ha, dunque, scrivere canzoni che da John Bush sarebbero state interpretate in maniera, a dir poco, maiuscola e che, invece, da Belladonna vengono martoriate? Joey ha un altro cazzo di timbro, un’altra cazzo di voce, porca soia! È i violoncelli in stile “marcia funebre”, con tanto di campane a morto in pieno “Hitchcock – style”, decisamente, avrebbero potuto risparmiarseli nella successiva “In The End” . E va’ sempre peggio, peggio. Si sprofonda negli abissi, in un meandro cacofonico senza eguali, senza capo, né coda. Ma chi cazzo sono questi? Sono davvero gli Anthrax? E Joey? A me pare un pesce fuor d’acqua e basta (basti ascoltare l’orrida power ballad “Crawl”… da sola mette cagarella e vomito, altro che malaria o colera). Soldi buttati nel cesso. Una band che farebbe meglio ad appendere gli strumenti al chiodo e a gettarsi nel cesso. O a trovarsi un lavoro, chessò… carpentieri? Falegnami? Fatte quel che cazzo più vi aggrada ma, per cortesia, non partorite più abomini della natura come ‘sto polpettone merdoso targato quale “Culto Della Musica”. Poiché, un titolo come “WorShit Music”, a mio parere, avrebbe azzeccato in toto. Alla prossima, semmai ce ne sarà un’altra.   VOTO: 5.0  

THE NOSEBLEED CONNECTION – GOD. THE LOSER, WORLD IS YOURS

  I “The Nosebleed Connection” sono un’altra realtà tutta nostrana, proveniente da Palestrina (in provincia di Roma); realtà musicale impegnata ad offrire ai nostri padiglioni auricolari il loro metalcore, suonato in maniera egregia, prodotto ancora meglio, ricco di rabbia e pathos. Nonostante la band, durante la sua “gestazione” non se la sia passata proprio bene (vedesi i numerosi cambi di line-up), ha sempre tirato fuori le unghia e la voglia di “spaccare tutto”, senza arrendersi mai, mostrando di avere cuore, fegato e passione da vendere per la sua musica. Prima di iniziare, volevo solo fare una premessa: il sottoscritto non è un fan accanito del metalcore ma, nonostante questa deficienza, l’album (corredato da 11 tracks) si lascia ascoltare che è una bellezza, senza risultare né troppo ripetitivo, né, quindi, noioso. Inoltre, la band, nelle sue composizioni, riesce ad aggiungere alcune trovate personali che rendono l’ascolto ancora più easy e meno pesante. Analizzando il disco, beh, non potevo aspettarmi che un inizio migliore! Le danze si aprono da “Fists”, tipica canzone hardcore, sorretta da riff che paiono macigni, con un singer (Sparta) che trascende il limite dell’umano sfoderando una prova maiuscola. Song rabbiosa e veloce che si conclude con degli assoli eseguiti magistralmente da Spacca_Glc (il chitarrista della band). Davvero un ottimo inizio. E così si prosegue, sempre con rabbia, sempre con quei riff spacca ossa, sempre con la voce spacca budella. Sempre. Avanti. Inarrestabili. Ora tiratissimi, ora più cadenzati e riflessivi ma sempre senza mai scadere nel banale. Ascoltare per credere le maiuscole prove offerteci dalla band in songs quali “God: The Loser”, “Die Hard” (aperta da ottimi riff che lasciano sfogo ad un grande mid tempo), “Cancer” (nella quale la band parte cadenzata per poi far esplodere all’improvviso verso la fine tutta la sua rabbia e la velocità), o la mostruosa “Motormouth” lanciata dalle chitarre in assolo; chitarre che accompagnano magistralmente la voce di  Sparta in tutta la song che si chiude in modo del tutto inaspettato, con un cantato melodico e più pacato ottimi nei bridge gli inserti di tastiera che con i suoi fraseggi riesce a donare quel tocco in più che non guasta mai. Potrei continuare ancora, potrei citarvi “Blow: The Law” per la monumentale prestazione della sezione ritmica e del basso in particolare (un plauso a Svezia) e la conclusiva “Vampires”, altro grande esempio di come sia possibile comporre ottima musica con le chitarre che riescono a sfornare riff durissimi, cambi di tempo improvvisi (si passa improvvisamente dal lento al veloce e al tiratissimo! Pazzesco!) e poi quel  break improvviso, quando paiono calmarsi le acque, quando il basso di Svezia ci regala una melodia unica che danza con il suono corposo delle chitarre….. ma è solo la quiete dopo la tempesta. Quiete che ne preannuncia un’altra, ancora più violenta, ancora più tecnica. Stupenda. Non si poteva trovare una chiusura migliore, che offrisse un impatto così dannatamente coinvolgente. Nient’altro da aggiungere, poco da dire. I “The Nosebleed Connection” ci hanno dato anima e corpo. Voi date loro una chance. Per ulteriori ascolti o contatti, potete recarvi sul Myspace della band all’indirizzo: http://www.myspace.com/thenosebleedconnection dove vi sarà concesso di ascoltare ben 5 brani della band, in modo da farvi un’idea della stessa. VOTO: 8.0  

NOFUCK – EXISTENZMINIMUM

  Questi sono quel genere di dischi che non dovrei recensire. E non perché siano brutti dischi. Il problema, che è tutto mio, è che io sono un appassionato thrasher incallito ma molto devoto alle vecchie glorie, e che un po’, al contempo, diffida di tutte le uscite in ambito estremo che tentano di ricalcare questa o quell’altra band senza proporre nulla di innovativo o, comunque, tentando, seppur in maniera lieve, a differenziare il proprio sound ad quello di centinaia di migliaia di altre band. Fortunatamente, questo, non è il caso dei “Nofuck”, realtà tutta nostrana e tutta laziale (e, precisamente di Civitavecchia), che si affaccia, in realtà già da qualche anno, sul panorama musicale con questo suo secondo pargolo, “Existnzminimum”. Non potendo, purtroppo, far paragoni con il disco precedente, dovrò basarmi, esclusivamente, su ciò che ho davanti e su ciò che sto ascoltando. E, invero, sto ascoltando dell’ottimo metal, suonato perfettamente, e cantato in maniera brutale all’inverosimile. Prima di descrivere il sound e la proposta della band, doverosa, mi pare, a questo punto, una mini-biografia della stessa. Nati nel 1997 ad opera di Davide Pennesi (chitarrista) e Davide Poddesu (batterista), i Nofuck vedono la luce nella realtà laziale e da lì iniziano a muovere i primi passi. Appassionati di thrash metal, il duo inizia a reclutare musicisti, fino al momento della pubblicazione del loro primo disco con l’innesto, nel 2005, di Emilio Sonno (al basso), quel “Syndrome” che farà circolare il nome della band all’interno del panorama underground. Ma è solo successivamente, con l’entrata del mostruoso singer, Daniele Cristiano, che i Nofuck riescono a compiere il decisivo salto di qualità. Ispirandosi, chiaramente, al sound dei Pantera, Sepultura e dei Messhuggah (quelli più cervellotici e ipertecnici), i Nofuck, due anni dopo, nel 2007, riescono a dare alla luce quello che è il loro secondo lavoro da studio, ossia “Existnzminimum”, parola tedesca che, tradotta letteralmente, significa “Standard Qualitativo” ma il cui significato, all’interno del concept che la band campana ci propone, è molto più ampio e va intravisto nell’insieme dei brani che compongono il full-lenght. “Standard Qualitativo” inteso, appunto, come “Standard Abitativo Minimo Ammissibile”, chiaramente ispirato ad un movimento più “architettonico” in stretto contatto col Funzionalismo, nel quale si cerca di dare all’individuo stesso lo spazio necessario per condurre la propria vita, senza sprecarne, appunto, neppure un metro quadro. Anche il monicker della band stessa non è scelto a caso, poiché “Nofuck” è, al tempo stesso, nome  volutamente autoironico ma che vuole, al contempo, richiamare quelli che sono i problemi relazionali tra uomo e donna (andando, quindi, a intravedere i vari stati d’animo degli stessi, quali la gelosia, l’amore non corrisposto e via dicendo). Passando, invece, agli 8 brani che compongono il lotto, ciò che balza immediatamente all’orecchio dell’ascoltatore è un’apparente caoticità. Ma, ripeto, è solo apparente. Questo, perché, i brani hanno una struttura molto articolata per ciò che concerne il guitar riffing. Inoltre, il songwriting tutto, è davvero molto complesso, tecnico all’inverosimile, intriso di cambi di tempo improvvisi, stacchi di batteria e bridge nei quali è possibile udire un ottimo basso danzante che bene scandisce i tempi e che, a sua volta, viene ottimamente accompagnato dalla drumming che svolge un lavoro davvero egregio. E se l’opener, “Nofuck”, già da sola, è un’ottima presentazione per ciò che concerne la proposta musicale della band, la successiva “Shattered Dreams” (della quale vi consiglio il video), è una conferma di come i Nofuck siano riusciti perfettamente a far loro gli insegnamenti delle band su citate, andando a rivedere il concetto stesso di thrash e riproponendolo in chiave moderna, apportandone i giusti cambiamenti e le dovute innovazioni che possono e (devono) rendere quella personalità, abbastanza marcata per quel che si può evincere, che contraddistingue le tracks di “Existnzminimum”, andando, molte volte, a sfociare in ambiti che lambiscono lidi adiacenti ad un sound tipicamente più “harcore-oriented” che, nel complesso, non “deforma” la struttura dei brani ma, anzi, riesce a donargli quel toccasana e quella marcia in più. Esempio concreto, infatti, di come si possa comporre ottima musica è la bellissima “Abastine”, cerebrale all’inverosimile, pesante, veloce, con stacchi improvvisi che, nel mezzo, si smorza pian piano. Quasi si trattasse di scosse di assestamento di un forte terremoto che, successivamente, si rimanifesta in tutta la sua furia. Furia che esplode nella successiva “Tragedy”, semplicemente perfetta. Un album abbastanza devoto alla ricerca di soluzioni complesse ma senza trascurare, al tempo stesso, la ricerca della forma canzone. Il tutto onde evitare di disperdersi nella caoticità anzi menzionata e risultando mai scontati, noiosi e/ monotoni. E se una song come “In Hail” è devastante all’inverosimile e sprigiona una forza incommensurabile (merito, soprattutto, della sezione ritmica, sempre vincente, di un riffing roccioso e di un cantato che  riesce a far tremare le pareti di casa), la title track è, semplicemente, un puro gioiello di quel “post”-thrash metal che la band ci propone. Una gemma che ha nel lavoro delle chitarre il suo punto di forza, nonché, nell’ampia dinamicità intrisa nella stessa song, la più lunga dell’album, oltre 6 minuti di ottimo thrash metal, durante i quali, la stessa, pare voler cambiare continuamente “veste”. Chiude le danze la superba “Why Me?”, altro piccolo diamante che mette in mostra i gioielli di famiglia dei NoFuck: melodia, velocità, tecnica e controcazzi chiodati in quantità industriale. Unico neo che si potrebbe imputare al disco è la produzione, non perfetta (ma, in fin dei conti, l’album è autoprodotto e, per ciò che mi riguarda, si rimane su standard abbastanza elevati) e il sound della batteria un po’ (troppo) ovattato che non rende giustizia a quell’amalgama sonora che si sarebbe potuta creare se, solo, la produzione fosse stata quella che tutti noi, oggi, siamo abituati ad ascoltare. Ma, in fin dei conti, sono dettagli che non riescono, non possono e non devono inficiare un lavoro che, nel suo complesso, rimane un lavoro più che ottimo, composto e suonato da una band che ha forza di volontà da vendere, capace di tener testa, per ciò che mi riguarda, anche ai mostri sacri del settore. “Existnzminimum”: un disco che, decisamente, porterà una ventata d’aria ottimistica alla band, nel senso più lato del suo significato. E, se queste sono le premesse, non vedo l’ora di ascoltare il loro nuovo full-lenght, attualmente in lavorazione, “Walls Of Flash”. Promossi senza ombra di dubbio.   VOTO: 7.5   TRACKLIST: 1.      NOFUCK 2.      SHATTERED DREAMS 3.      IN HAIL 4.      ABASTAIN 5.      TRAGEDY 6.      AUSTRALIAN GIRL 7.      EXISTENZMINIMUM 8.      WHY ME?   Infine, per tutti coloro i quali avessero interesse nel contattare la band, riporto, qui di seguito, i contatti relativi: Ø  Sito Ufficiale: http://www.nofuck.it Ø  MySpace Ufficiale: http://www.myspace.com/nofuckthrash Ø  Pagina Facebook: http://www.facebook.com/home.php?#/pages/Nofuck/41667384567?ref=ts Ø  Canale Youtube: http://www.youtube.com/user/NOFUCKthrash Ø  Link diretto al 1° Videoclip Ufficiale (“Shattered Dreams”): http://www.youtube.com/watch?v=bBjH-DeIYyI Ø  Officiale Forum: http://www.hardnheavycommonwealth.com/forum/viewforum.php?f=76 Ø  Pagina LastFM: http://www.lastfm.it/music/nofuck Ø  Pagina su PureVolume: http://www.purevolume.com/nofuckthrash Ø  E-mail band: info@nofuck.it Ø  E-mail per Booking e Press: nofuck@almamaterprod.com      

SORZ DE PUNER IN COLLIQUAZIONE - IN MERDONE WE TRUST (DIFFIDATE DELL'ORIGINALE)

     I Sorz De Punèr In Colliquazione, vale a dire, in soldoni (per coloro che non masticano né l’idioma delle campagne trevigiane né tantomeno il linguaggio tecnico delle autopsie), i “sorci di pollaio in putrefazione”: non male come nome per un combo di cinque elementi aggregatisi tra il 2007 e il 2008 e dediti anima e corpo a quello che senza la minima esitazione definiscono “Shitcore”. E’ senz’altro doveroso dunque approfondire la questione e capire di che si tratti. “Suoniamo di merda”, mi spiega Spiro, uno dei due cantanti; “Facciamo veramente cagare”, mi conferma Jack Rottame, l’altro singer della formazione; “Anche l’ultima volta abbiamo fatto un concerto di merda”, afferma Bre, il batterista; “Merda, merda ovunque andiamo”, rincara la dose Sara, la bassista… Solo Stella, la chitarrista, non dice nulla in merito: forse perché chi tace acconsente?      Ma insomma, cosa suonano nella pratica questi autoproclamatisi alfieri del peggior letame musicale del montebellunese, questi Re Mida dello sterco sonoro, in grado, a quanto pare, di trasformare qualsiasi partitura in maleolenti liquami acustici? Entrato in possesso, dopo un loro concerto (che evito di qualificare, tanto ci hanno già pensato loro), di questo loro demo inneggiante, già dal titolo, a una certa abbondanza coprologica, posso assicurare trattarsi sostanzialmente di un Hardcore Punk in salsa demenziale che, nelle sue scarne linee essenziali, cerca di riprendere il discorso musicale e lo spirito dei pionieristici gruppi del genere degli anni ’80. Registrato nel 2010 con mezzi quasi artigianali, cosa di cui risente molto anche il suono, grezzissimo (per la gioia di tutti gli aficionados dell’HC), l’opus magnum dei nostri sorci si caratterizza per un approccio, come accennato, demenziale alle tematiche trattate, tutte incentrate sui vari malanni della società contemporanea, affrontati con piglio scanzonato ed esilarante, spesso sconfinante in pura e diretta volgarità come Punk comanda, e messi in musica, appunto, con la dovuta approssimazione.      Impossibile sarebbe fare una seria disamina di ognuno dei singoli brani presenti nel demo (ben 18 più una diciannovesima traccia “fantasma”, il tutto per una mezz’ora scarsa di pesante Shitcore), tutti abbastanza omogenei quanto a ritmiche e pesantezza e interpretati dal divertente botta e risposta urlato sguaiatamente tra i due cantanti. Basti sapere che si passa in brevissimo tempo dalle rapidissime performance nonsense di “In Vino Veritas”, “Il Moccio Esce Dal Naso” (velata, ma neanche tanto, invettiva contro il più noto scrittore italiano di melensi romanzi per ragazzine del momento), “Nazi Panda Fuck Off” o “Nonna Papera Is A Milf”, all’efferata violenza di “Mi Sono Rotto I Polmoni”, a pezzi più vari come “Gira La Moda”, “Ammazzati Nel Week-End” (incentrata sulla critica a tutte le mode stupide ed effimere che ciclicamente funestano la nostra gioventù, come ben illustrano “utili”(?) trasmissioni come Lucignolo) o la macabra “Confessioni Dall’Obitorio”.      In questa mezz’ora di marciume insomma ce n’è veramente per tutti: c’è l’attacco contro la politica (“Lega Nord”), la religione (“La Chiamavano Trinità”), la droga (“Eroina Sei La Mia Eroina”), i telegiornali che spesso (e qui evito di far nomi) si trasformano in rotocalchi rosa dimenticando la loro primaria funzione, quella cioè di informarci su quanto di veramente importante accade attorno a noi (“TG Boia”), o ancora l’ormai onnipresente cibo in scatola, di cui nessuno conosce gli ingredienti, spesso nocivi (“Tonno Con-Sorcio”), e persino il povero malcapitato Giovanni Muciaccia (la spassosa “Art Bukkake Attack”, che dipinge l’occhialuto “eroe” dei pomeriggi Rai come un maniaco pervertito e drogato dall’improbabile ed improponibile soprannome di Giovanni Bukkake), senza però dimenticare un sincero quanto estremo elogio delle feste eccessive e dell’alcool (“Alcool”, appunto).      Certo, le composizioni sono sempre molto semplici e tecnicamente scarne, aggressive pallottole di materiale organico sparate in faccia in rapida successione (ma non è forse proprio questo che pretendiamo da un disco HC?), e la promessa dello Shitcore invocata già dal titolo è stata mantenuta, dato che le orecchie dell’ascoltatore saranno ormai imbrattate del migliore pattume biologico musicale in circolazione, ma la carica dei pezzi e l’esilarante sfrontatezza dei testi dei nostri, unite a un’attitudine marcia e sincera che trasuda da ogni secondo di questa mezz’ora, fanno del demenziale demo in questione un ascolto consigliato a tutti coloro che vogliano trascorrere trenta minuti a riflettere sui problemi della vita ridendosela (perché no?) della grossa, muniti, ovviamente e rigorosamente, delle immancabili bottiglie da 66 cl di birra d’ordinanza.   VOTO AL DISCO: 7,5/10.

REVOCATION – EMPIRE OF THE OBSCENE

  Semplicemente meraviglioso. Pur essendo un disco di debutto e, per giunta, autoprodotto, questo “Empire Of The Obscene”, primo pargolo in casa Revocation (Anno Domini 2008), mostra una band completamente matura, capace di sfornare song che farebbero tremare cielo e terra e metterebbero in ridicolo formazioni ben più blasonate all’interno del settore thrash n’ death. Perché, se la Bibbia ci ha insegnato qualcosa, è che il thrash è bene. E che anche il death lo è. Se ci aggiungiamo un certo gusto per le melodie, una buona spinta hardcore che non fa mai male, tanta violenza, tantissima tecnica e, per finire, quel tocco grind estremo e brutale, otterremo un disco con una quantità smisurata e innumerevole di controcazzi che, per contarli, avremmo bisogno di una supercalcolatore di ultimissima generazione. Questi sono i Revocation, una formazione americana che, pur traendo ispirazione dai Big del thrash e del death metal, riesce a non essere derivativa, ascoltabile dall’inizio alla fine e, soprattutto, per certi versi, anche originale. Non fatevi prendere da un accidenti se “Unattained” (opener dell’album) vi travolgerà con un singer indemoniato che lancerà growl quasi fosse il demonio in persona. Una song chiaramente devota agli Slayer prima maniera, nonché ai The Crown più selvaggi, che però mette in luce tutte le carte e le abilità del combo americano: velocità, violenza, melodia, brutalità, tecnica e controcazzi a volontà. Quelli non si risparmiano mai. Specie nella composizione, a mio parere, più bella del lotto, quella “Exhumed Identity”, sorretta da pregevoli guitar riffing e da micidiali assoli eseguiti al fulmicotone da Mr. David Davidson, chitarrista che, definire mostruoso e geniale, sarebbe come insultarlo. Perché, in verità, l’album decolla grazie al suo talento. È, infatti, proprio merito delle parti di chitarra se le song risultano così maledettamente perfette. Perfette nei riff, martellanti e rocciosi all’inverosimile; perfette nell’esecuzione dei guitar solos, puliti e maledettamente veloci, dai quali traspare un retrogusto per lo stile barocco, tanto caro a Malmsteen ma qui, decisamente, molto più devoto al monumentale Alex Skolnick (e, se non sapete di chi sto parlando, potete anche cambiare genere musicale). Se ci aggiungiamo che il tasso tecnico nell’esecuzione dei brani, da parte di tutta la band, è, a dir poco, perfetto, otterremo quello che avrebbe potuto essere il “Disco del 2008”, da far sfigurare e tremare gli stessi Testament. Perché, song come le perle già citate o, ancora, l’ultratecnica “Fields Of Predetion” che fa coppia con “Age Of Iniquity” (dalla quale emerge la chiara devozione della band nei confronti dell’hardcore, specie nel refrain urlato a squarciagola) non possono assolutamente passare inosservate. L’album è una sorta di best seller del genere, un a raccolta di gioielli del thrash n’ death più veloce e tecnico. La strumentale “Alliance In Tyranny” ci mostra una band completamente matura, dannatamente capace. Song, quest’ultima, dove tecnica e melodia si fondono assieme agli elementi classici del metal estremo, dando alla luce quella che potrebbe essere la creazione perfetta di Dio in persona (qualora una canzone possa essere definita in modo tale). Creazione, quest’ultima, che deve scontrarsi con un’altra high light dell’album, la pirotecnica “Summon The Spawn”, nella quale, il nostro metronomo, andrà letteralmente a fuoco (mentre noi collasseremo in una beata sofferenza degna del miglio sadomasochismo….). Chiudo la recensione segnalando l’ennesima perla strumentale, la bellissima “Stillness”, laddove, ancora il nostro chitarrista, riesce a compiere l’ennesimo miracolo sonoro, regalandoci un gioiello acustico dal valore inestimabile, quasi volesse fare il verso alle altrettante melodiose (e pregevoli) “Musical Death”  e “In Memorian”. Un plauso finale, infine, a tutta la band, dal già menzionato (e mai troppo lodato) David Davidson che, oltre che ad occuparsi alle parti di chitarra, si smembra e, assieme al bassista Antohny Buda (altro mago dello strumento) si dedicano alle parti cantate, sfoggiando un’abilità canora fenomenale. Infine, se dovessi descrivere il drumming, ad opera di un sisma umano qual è Phil Dubois-Coyne, dovrei inventare parole nuove (velocità e tecnica allo stato brado). Dimenticate i Testament, dimenticate i The Crown, dimenticate tutto il panorama del thrash n’ death. Solo così, pur sentendo traspirare quelle che sono le loro muse ispiratrici da ogni singola nota posta in essere da “Empire Of The Obscene”, apprezzerete ancor più questo capolavoro del metal estremo. Il loro prossimo lavoro è già sulla lista della spesa….   VOTO: 9.5    

PHENIUM – INCUBHATE

  Una cover inquietante ed oscura all’inverosimile mi presenta i Phenium, una realtà nostrana che, all’inizio, mi ha un po’ spiazzato. Questo, ad onor del fatto che, la copertina del DEMO inviatomi, mi ha indirizzato, inverosimilmente, verso l’ascolto di un progetto di gothic dark o roba similare. Ovviamente, inserendo il disco e ascoltando i brani dello stesso, mi sono accorto di aver toppato. I Phenium si formano nel 2006 da musicisti che provengono da diverse esperienze musicali e che, combinandone le sinergie, daranno vita a questo progetto. Un progetto nato, inizialmente, per dar vita ad un sound devoto al thrash metal della bay area che fu ma che, al conte, poi, con dei numerosi live, “work in progress” e, perché no, soprattutto grazie alla maturazione dei membri stessi della band, consapevoli che, suonare “semplicemente” thrash metal, oggi, equivale ad aver inventato la pizza margherita, preferiscono dirottare il proprio sound verso lidi più adiacenti ad un thrash ibridato di un sound marcatamente hardcore. E non è un caso se, nel 2008, il loro primo DEMO (“Phenium-Promo 2008”) viene accolto molto bene in ambito nazionale e internazionale, tale da divenire demo del mese sulla webzine tedesca “Storrmbringer”. Sempre di questa demo, molti brani saranno successivamente scelti, ognuno avente un destino a parte. Chi prenderà posto all’interno delle compilation della label Westmont Metal Records chi, ancora, sarà scelto come brano della prima compilation edita da Metalmusic.com (di prossima uscita). E di “Incubhate”? Quest’ultimo, invece, vede, ancor più, abbracciare il lato tecno-hardocore della band, senza, però, dimenticare le radici thrash che, la stessa, ha radicate in sé stessa e, soprattutto, senza mai far disuso della formula melodia, per chi scrive, essenziale in questo tipo di lavori, generalmente, ostici, di difficile impatto e assimilazione per l’ascoltatore. Introdotto da un intro che mette i brividi (“For The Wonders Unheard”), una miscela di sonorità “urbane” e “tetre”, “Incubhate” ci offre già la prima perla della band, ossia “Bleeding My Sorrow”, sorretta da un ottimo guitar rifffing, e da un refrain melodico nel quale, la distorsione delle chitarre, diventa quasi cerebrale, tale da sconvolgere e scombussolare completamente la mente dell’ascoltatore. Song, che risulta, altresì, molto ben strutturata, complice il tasso tecnico della band che non si risparmia in quanto a cambi di tempo, accelerazioni e, insomma, in tutte quelle cose che manderebbero in estasi in fan del genere. Maiuscole, invero, si dimostrano le prove del singer Valerio Rizzi (“Val”) che, alterna, ottimamente le sue clean vocal ad ottimi growl, aggressivi all’inverosimile e, soprattutto, le dimostrazioni di potenza offerteci dalla sezione ritmica a cura di Paolo Mazzi e Lonardo Bevilacqua (in arte, rispettivamente, “P-Bost” e “Leo”). Sezione ritmica che dà il meglio di sé nella terza track, la terremotante “Incubhate”, introdotta da un rullante inarrestabile e dai growl inferociti del singer. Probabilmente il brano migliore, per chi scrive, poiché riesce perfettamente ad equilibrare la ferocia e la melodia, marcata nei refrain, nei quali è possibile udire il “duetto” tra i growl di Val e Darhem (quest’ultimo, impegnato assieme a Gore a costruire ottime melodie vocali pulite e a dar vita a riff, non eccessivamente tecnici, ma di sicuro impatto). E, questa volta, la parte da leone, la fa soprattutto Pierluigi Fiore (“Gore”), che con il suo guitar solo, dona quel toccasana che decisamente fornisce la marcia in più a questo ottimo brano che si chiude in fading, con un riff melodico, lievemente distorto e, semplicemente, memorabile. Si prosegue con “Betrayer”, introdotta da suoni alquanto psichedelici e cervellotici, che, accanto alla sezione ritmica, rendono il brano più lento e marziale, rispetto ai primi due. Un brano più “sofisticato”, all’interno del quale, è possibile ascoltare scream, growl e clean vocals alternarsi, quasi fossero in botta e risposta. Un brano che, improvvisamente, nato lento, esplode in tutta la sua ferocia per risultare l’ennesima song controcazzuta e tinteggiata di sonorità oscure all’inverosimile. Protagoniste, questa volta, soprattutto, l’utilizzo intelligente delle chitarre, che riescono a dar vita ad ottime melodie che, come la punta di un trapano, di traforano il cervello e ti si conficcano dentro. Semplicemente, l’ennesima perla che precede “Nova”, introdotta a un riff in assolo che si lascia accompagnare dalla marcia del drumming di Leo. Che, però, nulla aggiunge a quanto già detto dalla band. Siamo sempre innanzi ad una song che riesce a miscelare perfettamente momenti aggressivi a sprazzi più melodici. Ma è nell’aggressività che la band riesce a dar meglio di sé, specie nel break dal tasso tecnico abbastanza elevato, durante il quale, i nostri, “giocano” nell’intersecare riff a catena. “As I Fall”, invece, ci viene presentata in lentamente, ossessiva, marziale, cupa e, addirittura, con “effetti speciali” (il rumore di un tuono, il suono di alcune campane e sirene….). Ciò mi pone al cospetto dell’ennesimo piatto forte della band, un brano campionato, ma non eccessivamente, dal quale, l’animo più urbanistico dei ragazzi emerge tutto. Brano in cui, i nostri, decidono di prendersi una sorta di “sosta” , facendoci assaporare una gustosa track cupa e marziale all’inverosimile, scandita dal suono ossessivo delle campane. Una traccia davvero interessante, diversa dalle “sorelle” che cesellano “Incubhate”. Tuttavia, il brano, anche se genialmente strutturato si “perde” un po’ nel nulla, non risultando incisivo. Ma, forse, credo sia stata proprio l’intenzione della band, ovvero, non fossilizzarsi su un unico “trade-mark” sonoro e variegare. In verità, se dovessi fare un paragone molto azzardato, mi ricorda “For Whom The Bell Tolls” (se non conoscete la song e chi l’ha composta, cambiate sito e genere musicale). Anche se un paragone con quest’ultima è…. Estremamente esagerato, non posso non menzionarla e rilevare parecchie assonanze. Chiude, in outro, “Enclosure In Black” che, in tutta franchezza, poteva anche non starci…. Fondamentalmente, tirando le somme, questo “Incubhate” soffre di alti e bassi. Gli alti, credo, si siano già letti a volontà all’interno della recensione. I bassi, beh… la scarsa maturità della band nel comporre song che riescano davvero a coinvolgere l’ascoltatore, più di quanto non già non faccia. Ho letto parecchi pareri negativi su altre webzine a proposito di quest’ultima considerazione che condivido in parte. Questo, poiché, i ragazzi, hanno bisogno di continuare a suonare, sperimentare e, quindi, elevarsi ed evolversi. E ciò, sono sicuro, porterà loro solo ottimi risultati. Un disco ben costruito, quindi, un ottimo esempio di come si possa suonare thrash metal e hardcore senza scordarsi delle melodie. Non accenno alla produzione, poiché non rende affatto giustizia ai brani di “Incubhate”. E, non la considero, in quanto, siamo al cospetto di una band che si è spaccata il “voi sapete cosa” per autorpodursi e, quindi, cazzo pretendiamo di più? Siamo comunque innanzi ad un DEMO che, ad onor, rimane un bel dischetto che potrà solo aprire strade e ponti alla band. Che è, fondamentalmente e sinceramente, l’augurio che le faccio. E, adesso, non mi rimane che invitarvi ad ascoltarli e commentare. Mentre,dal mio canto, chiedo loro scusa per il mostruoso ritardo con il quale ho recensito il loro disco (impegni di lavoro, I’m sorry…). VOTO: 7.5 TRACKLIST: 1. FOR THE WONDERS UNHEARD (Intro) 2. BLEEDING MY SORROW 3. INCUBHATE 4. NOVA 5. AS I FALL 6. ENCLOSURE IN BLACK (Outro) PEHIUM LINE UP: Ø VALERIO “VAL” RIZZI: Lead Vocals, Scream and Growls Ø ROBERTO “DARHEM” TRINCA: Lead Guitar and Clean Backing vocals Ø PIERLUIGI “GORE” FIORE: Rhythm Guitar and Backing Screams Ø PAOLO “P-BOST” MAZZI: Bass and Backing Growls Ø LEONARDO “LEO” BEVILACQUA: Drums CONTATTI: Ø MySpace: http://www.myspace.com/pheniumhome Ø Facebook: http://www.facebook.com/pages/PHENIUM/81307432977 Ø Email: metal_phenium@libero.it Ø Email 2: phenium@gmail.com  

FINE99 – FINO ALLA FINE

  La fine è vicina? Questa è una domanda che, credo, almeno una volta nella nostra miserabile vita, ognuno di noi si sia fatto. Io, personalmente, tutte le mattina, mi chiedo come cavolfiore riesca a sollevarmi vivo con le gambe mie dal letto, dato che, solo in questo mese, sarò costretto ad essere ospitato in ospedale almeno 5 volte. E questo sempre ammesso che non decidano di ricoverarmi a data da definire. È per questo che vorrei chiedere scusa, prima di recensire il disco che sto continuando ad ascoltare da mesi, ai ragazzi della Band, Anto, Maury, Mele, Fisty, Festa e Diego. E, non ultima, la mia amica Elena che ha avuto pazienza, così come spero ne abbiano avuto i Fine99. Dal primo aprile siamo Testata giornalistica. Da 5 anni crepo lentamente e inesorabilmente, sempre più, senza riuscire a guardare in alto. È per questo che ho deciso di fare in modo che The Empty Dream, da semplice Webzine, potesse diventare una vera e propria Testata Giornalistica on-line. Ma le mie sole forze non sono sufficienti e, allora, ho deciso di allargare lo Staff di “Branco” e assoldare i fidati LUGREZZO, Niglas, Kaosleo, Rage e, non ultimi, i miei bracci destro e sinistro, i mitici Katharsys e Defender (la posizione delle braccia è puramente causale). Senza scordarmi dell’aiuto costante ed incessante di coloro che ritengo fratelli, ossia Dario “Dalagh” e Giacomo “BloodyJack”. Fatta questa piccola premessa che mi stà causando un’emorragia agli occhi a causa delle lacrime che continuano a scendere, posso avvicendarmi alla recensione. Ma come sono solito fare, vorrei presentare a tutti voi, l’ennesimo Ruggito nostrano confinato all’interno dell’Underground musicale italiano, prodotto dalla My+Motion Records e distribuito da Venus. I Fine99 sono una band bresciana nata nel 1996 che, dopo 15 anni di gavetta e tre dischi all’attivo, ritornano, più incazzati che mai, con questo loro disco “Fino Alla fine”, un puro concentrato di Metal, Hardcore e sfumature elettroniche che rendono ancora più duro , impastato e incazzato il sound della band. Le influenze musicali sono riscontrabili immediatamente in quelle che io solgo definire “muse ispiratrici”, ossia, Nine Inch Nails, Funeral For A Friend e i Refused. A differenza che, fatto salvo per i Funeral For A Friend, le altre band ()specie i NIN) le detesto. I Fine99, invece, con questo loro “Fino Alla Fine”, le cose le fanno e le fanno bene. E in grande stile. Insomma, sin dall’opener, “Il Mostro Nella Scatola”, che trasuda rabbia, melodia, chitarre distorte e un singer che sembra avere un’ugola spalmata con del vetriolo, si avverte immediatamente che abbiamo a che fare con dei veri lupi di mare. Dopo un’intro abbastanza cupa, coperta da sottofondi elettronici simil-psichedelici, la first track è introdotta da una danza del basso ad opera del grande Diego che, fondamentalmente, assieme al drumming di Mele, saranno coloro che riusciranno a costituire la colonna portante di ogni singolo brano dell’album. Già, poiché, le martellanti percussioni del basso e il sound della batteria costituiscono, a mio parere, l’arma segreta della band. Ma sarei davvero stolto e ingrato se non mi inchinassi innanzi alla maestria del duo Anto-Festa, entrambi impegnati nel ruolo di chitarristi e di screamer (il secondo) che riesce a coadiuvare perfettamente la voce del singer Fisty che, per tutta la durata dell’album in ogni singolo brano, in ogni singolo momento, riesce a modulare le sue corde vocali, riuscendo a passare dalla modalità “incazzato contro il mondo – pacato – melodico – nervoso – Lion King”. Ottimi i brani, ottimissima la seconda track, “Carillon”, nella quale gli screaming si sprecano nella frase “è stato un errore pagato col sangue”, ripetuto fino all’ossessione, con un ruggito estremo, tanto da far saltare le cervella del povero ascoltatore che cadrà nel vortice dei Fine99 e comincerà a chiedersi se, davvero, la fine non sia vicina. E non lo è. Perché, se “Carillon”, introdotta da chitarre acustiche e spagnoleggianti, si conclude in crescendo con un fade davvero rabbioso delle chitarre che distorcono ogni cosa (prescindendo dal loro sound) e, soprattutto, dall’encomiabile maestria di Maury, l’addetto ai Sinth e al drumMachine (che nei break, momenti di apparente pace, riesce a creare atmosfere davvero uniche), in “Segni Sulla Pelle”, pare di trovarsi nella giungla nera, in preda a belve feroci. La rabbia, la ferocia, l’incazzatura sono i segni evidenti che la band vuole mostrare con il suo rock-metal fortemente hardcore ma ciò che fa la differenza è la capacità di riuscire a creare dei momenti in cui si passa dal tumulto, dai tuoni, alla pace dei sensi (formidabili e  geniali i break in questo brano). “2250.12.11” è l’ennesima trovata “genius-mode”, laddove l’elettronica fa da padrona e laddove Mele pesta come un dannato sulle pelli per riuscire a rendere ancora più forte, duro, potente, cazzuto e controcazzuto l’hardcore della band. Niente spazio per la melodia: solo tanta rabbia sputata in faccia al mondo. Le acque paiono calmarsi nella successiva “Strade Diverse”, la semi-ballad dell’album per nulla scontata. Una buona intro pacata, con chitarre clean e un utilizzo intelligente delle tastiere, riescono a donare un fascino irresistibile ad un brano che, nel centro, smorza verso lidi adiacenti all’hardcore più velenoso ed estremo, senza trascendere troppo nello scontato e/o nel già sentito. Anche questo brano, riesce ad innervosirsi nella parte finale. Quasi fosse collegata alla successiva e rabbiosa “Quel Sottile Filo”, laddove la classe non si spreca e all’interno del quale accade davvero di tutto. I chitarristi si concedono i loro attimi di gloria con degli assoli da urlo che si intrecciano perfettamente con la sezione ritmica, martellante e che non sbaglia mai un dannato colpo, onnipresente. Perfetta. Forse il brano più bello del lotto, laddove l’intera band dà il meglio di sé, fornendoci quel suo connubio di intrecci melodici e rabbia caricata al tritolo. Sempre perfetta la prova del singer, ottima voce del combo bresciano. Merita un plauso solo per riuscire a sostenere tali tonalità lungo tutto il percorso (anche grazie, soprattutto, allo scream di Festa che, cazzo, sembra un demonio). E, parlando di demòni, allora, non posso non citare la successiva “Sola Andata”. Esatto: un viaggio di sola andata all’interno di un vortice di violenza inaudita che non si perde, né disperde, nel caos fine a sé stesso. Pare quasi, infatti, che pur annoverando a sé un’intera matrice musicale composta da sound elettronici sparati dagli uzi di Maury, dalle melodie che, inspiegabilmente e inaspettatamente, all’interno del “caos”, Festa e Anto riescono a dare vita e che, sempre inavvertitamente, ci ritrasportano nell’onda del vortice, la band abbia costruito song pianificandole quasi fossero autentici “modelli matematici”, applicando ad ognuna di essa condizioni preliminari per la riuscita, condizioni “necessarie” per la realizzazione delle stesse, onde verificarne la sistematicità e il teorema finale: la fine è vicina. La pazzoide “Solo 5 Gradi”, è introdotta in modo davvero “malato” (/ascoltare per credere… ), all’interno della quale pare spadroneggiare la “fiera dell’unisono”! Tutto diventa vertiginoso, ossessivo, claustrofobico, psichedelico e iperincazzato. “Cosa Vuoi pt. 2”, invece, è introdotta da un loop che lascia spazio all’estro dei chitarristi che attraverso dei micidiali riff incrociati  creeranno la colonna portante della song. Sostenuti “fino alla fine” dalla martellante batteria del mitico Mele. Song che aumenta in rabbia, con un fade in crescendo e con una distorsione delle chitarre da infarto. Altro punto a loro favore. Mi viene da paragonare ogni song ad un freccia carica di veleno che, una volta scoccata dall’arco della band, può trafiggere perfino i monti. Mostruose. In “Dubbio” il basso continuerà a martellare le nostre cervella, assieme alla voce del nostro singer preferito, Fisty e dai cori rabbiosi di Anto e Festa. Qualcosa di unico nasce e qualcosa di unico prende forma. E, quando nel break nel la marea si calma, la stessa si scatena ancora nella parte finale che viene, per l’ennesima volta, scandita dalle martellate di Diego e del suo basso. A porre i sigilli ad un album cantato interamente in italiano, in modalità “incazzati verso il mondo”, ci pensano due songs: “Viaggio Lisergico”, introdotta da un’incapperatissima sezione elettronica che ci farà sballare le cervella e ce le farà schizzare diritte fuori dall’ sfintere anale. Brano sempre veloce e, melodico, incazzato, e, insomma, con tutti i controfiocchi (o controcazzi iperchiodati, fate voi!) con i quali la band ci ha viziato lungo il percorso intrapreso con la first track. Poteva bastare ma i Fine99, avendo perso completamente il senno, ci sparano una cover di “Baby I Love You”. Di chi?!?!?!?!?! Eh  lo so… io ho riconosciuto il riffone iniziale, metallaro all’inverosimile. Qualcosa di inspiegabile. Non riuscivo a capire dove volessero andare a parare. Eppure quella song l’avevo già ascoltata… quell’intro assatanato e melodico mi riportava in mente gli anni ’80…. Ma dove cacchio l’avevo ascoltata? Medita, Ananas, medita…. Eri giovane, non eri ancora ammalato, non vivevi per gli ospedali e non sputavi veleno su tutti i medici che incontravi e, allora, cosa ti rendeva felice? Gli  anime giapponesi!!!!! Si! “Baby I Love You” è una delle canzoni che cantava  Mirko “Ciuffo Rosso” e della sua hard rock band, i Bee Hive! Ed è fottutamente metal, fottutamente riuscita, fottutamente cazzuta e ipercazzuta con quell’incedere di riffoni che pestano duro l’ascoltatore e con quel refrain che ci riporta in mente, non solo i Bee Hive (e chi se ne frega dei Bee Hive!) ma, soprattutto, di come sia possibile tramutare qualcosa di “incantevole” in qualcosa di dannatamente diabolico e incazzato (il fade finale è assolutamente assatanato!). Insomma: un album pienamente riuscito, un album che annovera 99 trakcs (e questa non l’ho capita….) di cui solo 14 sono brani effettivi mentre le rimanenti sono mute. Innanzi a questa scelta, anche io, recensore, rimango muto. Ma non posso rimanere muto dopo aver riascoltato per l’ennesima volta “Fino Alla Fine”: poiché, in realtà, la fine non è vicina. Visto che, una volta ascoltato il disco, lo rimetto daccapo e lo riascolto per l’ennesima volta fino all’esaurimento…. Fino alla fine? Può darsi. Ma che dolce sensazione…. E che dolce e gradevole sensazione ritornare a recensire…. Sperando di rifarlo ancora e ancora, sempre di più. A Dio volendo e piacendo. E come direbbe il grande ed intramontabile Leopardi: “… e il naufragar m’è dolce in questo mare…. Un mare di fottuto Metal-hardcore!”   VOTO: 9.0   TRACKLIST: 1.      INTRO 2.      IL MOSTRO NELLA SCATOLA 3.      CARILLON 4.      SEGNI SULLA PELLE 5.      SOLO PER ORA 6.      2250.12.11 7.      STRADE DIVERSE 8.      QUEL SOTTILE FILO 9.      SOLA ANDATA 10.  QUASI 5 GRADI 11.  COSA VUOI PT. 2 12.  DUBBIO 13.  VIAGGIO LISERGICO 14.  15 15.  BABY I LOVE YOU (BONUS TRACK)   LINE – UP: ·        CHITARRA/VOCE: Anto ·        SINTH.SEQ E DRUMMACHINE: Maury ·        BATTERIA: Mele ·        VOCE: Fisty ·        CHITARRA/SCREAM: Festa ·        BASSO: Diego   Contatti: Ø  Link Audio: http://www.myspace.com/fine99ninetynine Ø  Link Video: http://www.youtube.com/watch?v=upToMVH91TQ Ø  Ufficio Stampa Indiebox Music @ 360° (Elena Scarazzati): elena.scarazzati@indiegox.org  

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