Il miglior lavoro dei Within Temptatio, con una band ottimo stato, una singer, Sharon, mai così in pienissima forma. Il capolavoro della band, lalbum candidato tra i migliori dischi del 2011.
Antonio Moliterni
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Quando si dice “experimental”….
Band “mezzosangue”,i Kosmophobia vedono la luce nel 2006 con metà dei componenti provenienti dall’Italia, Paese famoso per la pizza, gli spaghetti e la mafia e, per l’altra metà, dalla cantone Ticino della Svizzera, Paese famoso per la cioccolata, gli orologi e le mucche!
Non pochi sono stati i travagli di questa formazione che, per un lungo periodo, è stata a “porte girevoli”. Vuoi per le divergenze musicali che, mano a mano nascevano all’interno della band, vuoi per gli impegni della stessa, vuoi per motivi personali degli stessi componenti.
Membro fondatore e, attualmente, ancora presente nella line-up della stessa è Gianni-Aka “Jaz” (ex bassista degli Amphitrium) che lo vede impegnato anche alla chitarra, ai synt & programming. A ricoprire il ruolo di bassista ci penserà Nimai mentre Paolo siederà dietro le pelli.
Tuttavia, durante il periodo che copre il 2006 e gli inizi del 2010, la band ne vede di cotte e di crude all’interno della stessa poiché non pochi sono i problemi di stabilità della line up. La ricerca di suoni e soluzioni originali e non stereotipati, la volontà di emergere dal calderone del death metal tentando di risultare quanto più innovativi , anche sotto il profilo del moniker e delle liriche, nella composizione dei brani e via dicendo, porta il combo italo-svizzero verso strade tortuose e tutte in salita.
Infatti, se nel 2007 la band si propone al pubblico come un quartetto, con l’ingresso di Antonio (attualmente in line up con gli Anyface), successivamente, quest’ultimo, nonostante un ottimo affiatamento iniziale coni membri della stessa, sarà costretto ad abbandonarli subito dopo l’innesto ai microfoni del singer Salvatore Aka “Phil”, “prestatore d’opera” entusiasta del progetto e già, a sua volta, vocalist in un’altra band, i Beansidhe. Purtroppo, dopo l’abbandono di Antonio sarà Jaz a farsi carico dell’intero fardello chitarristico e, non avendo alcuna intenzione di sprecare ulteriore tempo e danaro per la ricerca di un valido sostituto, deciderà di sopperire alla mancanza di un axeman con l’intensificazione dell’uso dei synth, creando trame e partiture che andranno a rendere il lavoro molto più interessante, avveniristico e, a tratti, lasciate utilizzare il termine, “cinematografico”. Una sorta di “cine-score metal”.
Ebbè, se si ha la fantasia e i controcazzi, tutto si può fare, vero?
Nel frattempo, all’interno della band, cresce l’amore per ulteriori influenze che esulano completamente dal metal e che abbracciano sonorità adiacenti a lidi progressive rock settantiano, ivi compresa l’elettronica più pura ed incontaminata (ad onor, citerei Giorgio Moroder, Tangerine Dream, Jean Michel Jarre, Vangelis, Kraftwerk, Ryuichi Sakamoto e via dicendo), la techno e la Goa-Psy trance dell’ultimo ventennio.
Insomma: un minestrone!
Ma, come spesso accade, i minestroni possono essere eccellenti o fare davvero schifo se si esagera con gli ingredienti o si abusa con uno solo degli stessi.
Fortunatamente, i nostri, hanno saputo dosarli al contagocce e, giunti ai giorni nostri, a cavallo tra il 2009 ed il 2010, ultimate le registrazioni, alla band manca solo l’artwork ed un logo definitivo e, così, anche per la ricerca del moniker sono pietre toste da cagare! Perché, la band, non vuole utilizzare nomi troppo adottati o, meglio, sputtanati. “Arisen” non convince,nonostante i ragazzi nutrano una forte passione per lo spazio, le creature aliene che potrebbero popolarlo ed ucciderci tutti (come in “Indipendence Day”, uno dei miei film preferiti) o, ancora, fortemente attirati da eventi e/o cataclismi di natura extraterrena, la fobia che può nascere al di fuori dell’atmosfera terrestre, l’universo e…. il kόsmos.
E, quindi, eccoti serviti su un piatto di platino i Kosmophobia (letteralmente: paura del cosmo) e la loro band a tre componenti, composta da Jaz alle chitarre, synth, programmino & elettronica, Sbrinz, impegnato al basso e Paolo a pestare come un dannato la sua batteria, violentandola come non mai.
Dopo aver presentato, come di mia consuetudine, la band, inoltriamoci nel “kόsmos” dei 5 brani che compongono questo dischetto, dall’artwork davvero bello ed affascinante, nonché a tratti un po’ pauroso (il che rispecchia totalmente le idee della band).
Ad aprire le danze ci pensa la “cine-score” track “Aeons Consiracy”, preceduta da un’intro a dir poco psichedelica, claustrofobica ed inquietante, che donerà il tocco di “soundtrack” ai brani del Demo. L’opener è davvero una killer-track, sorretta da ottimi riff e da un uso intelligentissimo dei synth e dell’elettronica che donano un fascino particolare alla stessa. Il tutto senza tralasciare l’utilizzo della tecnica nella costruzione dei guitar riffing e delle melodie che non vengono disprezzate dal combo “mezzosangue”. “Aeons Consipracy”, nelle liriche, tratta di un attacco distruttivo e definitivo al nostro povero pianeta da parte di una civiltà aliena più simile a degli dèi (eoni) che a creature organiche vere e proprie. E il risultato si sente e, se si chiudono gli occhi, si riesce anche ad immaginare la scena della distruzione totale.
Una vera mazzata sonora che presenta una band in perfetto stato di grazia, con un singer che sembra un demonio incazzato e un batterista che pare essere l’anello mancante tra l’essere umano ed il martello pneumatico.
Tocca adesso stupirci a “Universe At Dusk”, anch’essa infarcita con atmosfere davvero gradevoli, grazie all’uso dei syth, del programing e dell’elettronica curata dal mitico Jaz. Questi suoni “spaziali” che, paiono, a mio avviso, paragonare il brano ad uno dei migliori film di fantascienza dell’ultimo ventennio, è un’ipotetica descrizione inerente alla fine (o morte, se preferite) dell’intero universo tramite un riassorbimento delle masse da parte dell’energia oscura, con riferimenti a teorie cosmiche inerenti all’argomento. Certo che di fantasia ne hanno i nostri, vero?
E dovreste sentirli suonare, perché quel progressive che tanto abbiamo decantato prima, durante i break centrali, i cambi di tempo, gli stacchi improvvisi, i piccoli, brevi ma intensi guitar solos di Jaz, riescono a dare quella fottuta marcia in più (come se ce ne fosse davvero ulteriore bisogno) al brano che si dimostra uno tra i più belli del lotto.
Ma le sorprese arrivano con “Etemenanki” (Torre Di Babele), racconto in chiave storico/mitologico riguardante l’ambizione umana nel toccare il cielo, sfidare lo stesso Dio e, a questo punto, anche l’universo. Solo che se nella Bibbia sarà Dio a punire i babilonesi, qui delle entità sconosciute ed aliene manderanno a puttane gli intenti dei miseri esseri umani.
Dal punto di vista strettamente musicale, il brano rende fottutamente giustizia ai suoi predecessori e al suo racconto. Bellissimi gli stacchi e gli “armoniosi” utilizzi dei tessuti elettronici, che fanno in modo che quell’attacco alieno possa davvero materializzarsi all’interno della track e nel nostro cervello, quasi non fosse stato fritto dalle paure che i Kosmophobia abbiano voluto innestarci. Dal punto di vista tecnico, siamo davvero su un altro pianeta (o universo, tanto per rimanere in tema). I nostri sono davvero degli autentici mostri degli strumenti, il singer è sempre più imbestialito, il drumming è un continuo incedere cavalcante e il basso di Sbrinz riesce a danzare con la batteria e a scandire i tempi in maniera decisiva ed incisiva.
La più cibernetica di tutte è, invece, “Vimana”, il cui testo tratta l’argomento dei dischi volanti, già descritti nei libri storici e mitologici indiani, lasciando presumere che, in passato, il nostro mondo sia stato già “visitato” da alieni ed abbia preso contatto con queste creature extraterrestri che sembravano convivere con antenate civiltà. Un po’ come in “Stargate”, se, a questo punto, volessimo fare un accostamento cinematografico.
E il “cine-score metal” esplode tutto!
Ottima song dove emergono i gioielli di famiglia del terzetto: velocità, brutalità, tecnica, melodia, progressive, atmosfere oscure e cibernetiche a tratti fobiche e contrcazzi iperchiodati a volontà che si sprecheranno a più non posso!
Probabilmente la mia track preferita, anche perché quel “gusto” cinematografico che i nostri riescono ad inserire all’interno del loro “experimental Death Metal” controcazzuto, funge a dovere. Non un attimo di cedimento, non un secondo di esitazione, tutto è perfetto.
Tutto è costruito alla perfezione, quasi fossimo al cospetto di autentici geniacci , fottuti geni che, quando compongono i loro brani, anziché mettere note sul pentagramma, scrivono teoremi matematici e, da essi, fuoriesce tutto il contenuto sonoro e cibernetico che, poi, và a comporre l’emblema cosmico-fobico della band. Un monumento e ottima prova di Jaz che, con la sua chitarra, ci delizierà con un assolo d’alta scuola metallara. E, cazzo, a me gli assoli piacciono e mi mandano ancor più in estasi!
A chiudere i sigilli ci pensa la tiratissima e pesante “Eye Of The Twins”, brano che racconta le “gesta” delle sonde Voyager 1 e 2, lanciate nello spazio allo scopo di fotografare il sistema solare. Le 2 sonde varcheranno quest’ultimo allontanandosi incredibilmente dall’umanità che la ha costruite e, un giorno, roteando su sé stesse, oramai a migliaia di chilometri distanti da noi, scatteranno una fotografia verso la terra. Il tutto ad una riflessione che metterà in luce la realtà mana ed il nostro piccolo mondo dai caratteri insignificanti, se guardato dalla prospettiva di una sonda spaziale e da un angolo disperso e remoto nel mezzo di un buio e sconfinato universo.
Il growling di Phil è, come d’uso, incessante, vero Ruggito della band che assieme al pestaggio di Paolo che mena fendenti come un dannato, riesce a far emergere tutta la passione e la volontà di proporre il death metal che, con l’aiuto del talentuoso Jaz, diventerà davvero unico nel suo genere. Se le chitarre toccheranno vertici altissimi con la costruzione di riff ad incastro che, a loro volta, si intrecceranno con i synth e i suoni elettronici, l’utilizzo del programming e dell’elettronica farà il resto donandoci una track che , in maniera, più che dignitosa, porrà il sigillo ad un lavoro della durata di poco più di 25 minuti in cui chiunque sarà travolto dalla maestria del “terzetto mezzosangue” (ormai li ho battezzati così , che vi piaccia o no).
La produzione è fottutamente ottima! Non vi sono strumenti che sovrastano altri, così come l’uso dei synth e dell’elettronica non è mai ossessivo od opprimente ma, come già detto, assai intelligente. Il che crea atmosfere uniche nel loro genere lanciandoci davvero all’interno di un universo sconfinato e sconosciuto.
Un universo che porta il nome “Kosmophobia” e che dominerà incontrastato l’Olimpo del Metallo, poiché, se queste sono le premesse, non potrà rimanere confinato “ad vitam” nel sottosuolo dell’underground musicale.
E, questo, no è solo un augurio ma è una verità incontestabile.
In bocca agli alieni ragazzi!
VOTO: 8.5
TRACKLIST:
1. AEONS CONSPIRACY
2. UNIVERSE AT DUSK
3. ETEMENANKI
4. VIMANA
5. EYE OF THE TWINS
KOSMOPHOBIA LINE UP:
· GIOVANNI “JAZ” VALENTI: Guitars-Syth-Electronics-Programming
· FABRIZIO “SBRINZ” FIRMANI: Bass
· PAOLO TARUSSIO: Drums
CONTATTI:
Ø Offial Web Site: http://www.freewebstore.org/KOSMOPHOBIA/KOSMOPHOBIA/p409387_1349551.aspx
Ø Offical MySpace Band: www.myspace.com/kosmophobia
Lo Shoegaze è spesso visto come genere da finocchio, loffio e di seguaci Nerd. In fondo non è popolare e neanche riconosciuto come vero genere. E’ una di quelle cose che o la si capisce o la si ripudia in eterno. Inoltre non è neppure un qualcosa di “pregiato”: nella storia della musica ha marcato troppo poco e tutt’ora si mostra come un qualcosa di estraneo per le orecchie di molti ascoltatori. Tuttavia devo ammettere che una volta che ti prende a levartelo di dosso è davvero tosto.
Un esempio è proprio quello che vi sto recensendo. Shoegaze con mix Orchestrale tutto madre patria Italia. Renato Zampieri è un trentenne a cui piace fare solo buona e sana musica e con questo suo quinto lavoro da solista vi stupirà particolarmente. “The Last Vestige of Gaia” è composto da 4 canzonacce per un totale di quasi 40 minuti.
Nella prima canzone, la stessa “The Last Vestige of Gaia” di ben 20 minuti l’ascoltatore si ritrova a far fronte ad un colosso di apparente confusione ma che se ascoltato per bene si semplifica minuto dopo minuto. Una cosa davvero speciale sta nella suddivisione della suite. Essa è smantellata in ben 13 minitracce apparentemente tutte uguali ma che ad un buon ascoltatore non può sfuggire l’ingegno. Esse infatti hanno come base lo stessa tema o melodia da poche note e durante le varie tracce la si vede rigirarsi e specchiarsi nei più disparati generi e introspezioni. Se proprio devo dirla tutta mi ha reso molto l’idea di “Catch 33” dei “Meshuggah”, spero sappiate a cosa mi riferisco. Così si viene a creare un caleidoscopio a 13 facce simili ma differenti: dalle melodie più ermetiche sino ai sipari più fugaci e soventi. Un gran bel percorso dentro la nostra mente e spiritualità. Ottima suite. Una piccola critica la devo fare alla gestione delle minitracce che in fondo risultano troppe e troppo affrettate: ognuna ha una durata che varia da 1 a 3 minuti, ma in alcuni casi sento che per marcare la scena c’è ne sono bisogno di più minuti. Mi rivolgo soprattutto a trame come “IV.Caeleste Signum”, “VI.Ira” e “IX.Salus”. Per concludere la suite non trasmette perfettamente il senso di “viaggio” e di “ricerca interiore” che secondo me si v/doleva trasmettere. Ma in fondo è solo un a piccola critica soggettiva, il tutto rimane sempre un gran bel pezzaccio da colonna sonora.
Se la prima enorme suite era dedicata allo Shoegaze più spirituale le ultime 3 tracce si rifanno più ad uno Orchestrale molto, ma molto ragionato. Le strofe si fanno più classiche… trombe, tromboni, mandolini, violini, pifferi, arpe, vocioni, tamburrelloni, pianoforti e gong sono sparsi in maniera accurata e precisa che simboleggia grande intelligenza ma soprattutto grande lavoro materiale(con l’orologio). Inutile andare nel particolare ma devo proprio ammettere che hanno quei giretti di note che col lungo andare si vanno a depositare sottoforma di ingranaggio nei pressi della nuca; e per un po’ si è felici solo se l’ingranaggio gira… e l’ingranaggio gira solo se si ascoltano ‘ste benedette tracce.
Che dire!? 40 minuti gestiti come solo un dio sa fare, qualità eccellente ma soprattutto gran bei contenuti… sin troppo per un underground.
In conclusione spero che questo “The Last Vestige of Gaia” sia solo il continuo di una lunga ed accurata produzione. Poi cavoli un italiano bravo quando ci ricapita più?
VOTO: 9+
TRACKLIST:
1. The Last Vestige Of Gaia
2. The Dark Movements 2
3. The Mask Said
4. The Dark Movements 3
SEIZON LINE-UP:
· Renato Zampieri: Tutto
CONTATTI:
Ø E-mail: grzamp@gmail.com
Ø Pagina Facebook: www.facebook.com/Seizon/30096278804
Ø MySpace: www.myspace.com/seizon
Come ho già accennato in alcune mie recensione, il nostro lavoro, quello di recensire dischi, è davvero, molte volte, davvero impegnativo. Ci sono dischi che devi ascoltarli parecchie volte prima di emettere il “verdetto finale” e sentenziali. Ci sono, poi, quelli che ti fulminano, nel bene e/o nel male e, comunque, vengono sentenziati lo stesso.
“Chinese Democracy” è il disco appartenente alla categoria che sta “in mezzo”. All’inizio vuoi subito emettere il tuo giudizio, poi ci ripensi e lo riascolti. Ma non troppo altrimenti rischi di farlo entrare all’interno dei dischi appartenenti alla prima categoria. E, allora, perché riascoltarlo? Beh, semplicemente per capire se si tratti o meno di un buon disco.
Alla fine, pregiudizi a parte (e ne avevo molti), l’idea me la son fatta. E sarò anche abbastanza schietto sull’operato dei Guns N’ roses (ma chi cazzo ci crede più?).
Tanto per cominciare, sarebbe stato molto più onesto da parte di Axl Rose cambiare il monicker della band in “Axl Rose” o, ancora, “One Man Solo Project”. Ma mi vengono nomi ancora più carini, come “Son Of Bitch Band Project”, o “Shit-Man Solo Band Project”…. Insomma, non si può dire che io non abbia fantasia.
Stessa cosa non posso dirla per Axl che tenta di riportare in auge il nome della vecchia, cara, estinta, defunta (R.I.P.) band, i quali componenti sono, a loro volta, dispersi in diversi progetti solisti o in gruppetti scialbi che servono, poco più, a fare da purgante. il nostro amico, in tutta sincerità, credo sia davvero stitico. Si, stitico.
Cioè, mi spiegherò meglio: abbiamo atteso 15 (quindici!) lunghi, interminabili, anni per aspettare che Axl cagasse uno stronzo di tali proporzioni targandolo “Chinese Democracy”, sputtanandolo per il nuovo disco della sua band, cioè i Guns N’ Roses (morti 15 anni fa).
La band attuale, comunque, non soffre per la mancanza di talenti (quali Izzy Stradlin e non il tanto osannato Slash che si limitava solo ad eseguire e basta), poiché al loro posto ora ci sono Robin Finck (ex NIN), Ron Thal, Chris Pittman e Richard Fortus, tutti ottimi compositori.
Ma, in realtà, ascoltando le tracce che scorrono nel mio lettore, devo dire che questo genio compositivo si ode poco o niente. L’unica cosa che mi fa piacere risentire è la voce dello stronzo anteprima menzionate, Mr. Axl Rose, sempre in stato di grazia e sempre in grado di offrire performance di primo livello. Anche gli altri membri della band non scherzano e ci danno duro forte, ma “Chinese Democracy”, in fin dei conti, dopo che te lo sei sparato due, massimo tre volte, alla fine risulta un semplice dischetto di innocuo rock molto commerciale, con innumerevoli inserti industrial, rumori di sottofondo che, secondo me, poco ci azzeccano con il resto della musica (se si può ancora parlare di musica) e nulla più.
In sostanza, per farla breve e dirla tutta in poche parole: questo disco fa davvero schifo al cazzo e le composizioni sono brutte come il peccato, facendo risultare il tutto come il più grosso stronzo pezzo di merda mai cagato da dinosauro mai esistito sulla faccia del pianeta.
Non mi piace, non mi piace per niente e non credo mi piacerà mai.
Fatto salvo per alcune tracks, quali “Chinese Democracy”, “Sorry” o “Catcher In The Rye”, l’album risulta noioso, piatto e palloso all’inverosimile.
Povero Axl…. Che misera fine.
Ma non farebbe meglio ad appendersi per le mutande ad un chiodo qualsiasi e lasciarsi solo, lì, a penzolare, anziché mettere in commercio certe porcate? Ma cosa cazzo è? Un piano per indurre o istigare la gente al suicidio, al genocidio delle masse, visto che siamo in sovrappopolamento?
Mbah… fate un po’ voi….
Io di giudizi ne ho letti di tutti i colori su questo “coso”, tra i quali quelli che gridano al miracolo e ritengono “Chinese Merdocaracy” un ritorno in pole position di Axl.
A me mette un’angoscia ‘sto coso… e pure la cagarella. Ora lo tolgo, non vorrei mi cagassi nelle mutande prima di aver raggiunto il cesso.
Da me, il consiglio di risparmiare i vostri soldi, anche quelli per il CD vergine nel caso vi fosse balenata in mente l’idea (insana) di masterizzarvelo.
Puntate su qualcos’altro… io rimetto su “Appetite For Destruction”, così, almeno, ripenso ai vecchi, gloriosi, tempi andati e che non ritorneranno mai.
Merdaviglioso……
Voto: 4.0
Che siano davvero giunta la frontiera finale, Steve Harris e compagnia?
Può darsi. Fatto sta che chi aveva poco digerito il lieve cambio di rotta stilistico in “Dance Of Death” nel quale, il lato progressivo iniziava a udirsi a sprazzi e chi aveva, per contro, completamente vomitato nella loro ultima release, dall’irreversibile cambio di rotta decisamente orientato verso il prog-metal e molto poco heavy, allora, diciamolo francamente: questo disco vi farà talmente
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Prima di iniziare la recensione vorrei chiedere scusa a Stefano, mente e creatore dei Wolfuneral. Chiedo scusa per il mostruoso ritardo con il quale ho dovuto recensire la sua opera d’arte.
Perché, invero, questa volta, siamo al cospetto di un’autentica opera d’arte.
Una gemma oscura che brilla di luce propria all’interno dei nostri meandri più tetri e viscerali.
Potrei concludere qui la recensione e lasciare ogni decisione a voi. Magari appioppandogli il votaccio che merita ma, sinceramente, non sarebbe giusto.
Non sarebbe giusto nei confronti del master mind dei Wolfuneral, nonché nei confronti delle 9 perle che cesellano questo diadema.
Il progetto “Wolfuneral” nasce nel 2009 dopo lo scioglimento della band in cui il nostro Stefano Gagliarducci militava, i Wolves Dirge (e, quando si tirano in ballo i lupi, la cosa mi fa sempre un certo effetto).
La proposta musicale del nostro autore è un black metal atmosferico, un sound dark ambient arricchito da orchestrazioni meravigliose, gotiche e oscure all’inverosimile che, però, non si “fossilizzano” verso un unico sentiero ma riescono a donare un fascino particolare e personale ad ogni brano di cui “Nights Symphonies” è composto.
Un disco, quest’ultimo, caratterizzato da una cover monocromatica, che mi riporta in mente il Burzum più gelido e tetro. Copertina creata dallo stesso autore che rappresenta un sentiero su cui è stato abbandonato un violino assieme ai suoi spartiti. Sentiero, sul quale, il violino pare un tutt’uno con in terreno quasi non fosse uno strumento artificiale ma naturale, suonato da mani non umane(come si può intuire dal pentacolo flebilmente visibile alla fine del sentiero).
E, solo la copertina, merita la lode ad honorem.
Ma se dovessimo calarci nell’ascolto profondo, analizzando uno per uno i brani che cesellano “Nitgh’s Symphonies”, rimarremo sconvolti innanzi a cotanta maestria e bellezza. Drammaticità, paura, mistero e tutta una serie di sensazioni indescrivibili che solamente il nostro animo, all’interno del suo intimo più viscerale e profondo, potrebbe riuscire a materializzare e a focalizzare ma, purtroppo, difficilmente a “classificare”, dando un nome ad esse.
Perché, se già la meravigliosa opener, “Over the Skies”, con il suo incedere marziale e le partiture sinfoniche tessute da violini , è un ottimo biglietto da visita che fa ben sperare nel seguito (bellissimo il suono della batteria che vorrebbe porci al cospetto di una sorta di marcia funebre sotto un cielo stellato ma oscuro all’inverosimile), la successiva “Thoroughts Under The Moon” cambia veste, pur essendo, stranamente e strettamente correlata alla first track. Da un sound cupo e tetro, i cui, il finale veniva lasciato a violoncelli e violini, si parte, in fading in, con il sound di un pianoforte e di una batteria che rende, questa volta, l’atmosfera molto più decadente e gotica ma, al contempo, anche romantica. Un romanticismo che strapperebbe le lacrime e che indurrebbe la mente, la nostra mente, in un mondo precluso da pensieri e meditazioni delle quali, mi si perdoni, non riesco a coniare né sostantivi, né aggettivi.
Poiché, il tutto è parte del tutto e, all’interno questo, ogni cosa assume una propria personalità.
Saranno ancora i violoncelli a trasportarci nel mondo di “Through The Eras”, altro capolavoro di dark ambient miscelato a venature di black metal sinfonico e nero. Ossessiva all’inverosimile ma, al contempo, meravigliosa. Quasi ipnotica e, a tratti, spaventosa, come se, a momenti, stesse per accadere qualcosa di inevitabile, di catastrofico, di distruttivo, di inevitabilmente violento.
Ma la vera gemma che risplende su ogni cosa è “Out Of the Dark”, un autentico capolavoro concepito da una mente superiore, pura maestria, pura poesia musicale. Con un pianoforte che introduce la song e una voce (che udiamo per la prima volta) in sottofondo che mette i brividi e che sussurra «Out Of The Dark….». Ancora una volta quella miscela di dark n’ gothic, di ambient black metal sinfonico e strumentale prende il sopravvento regalandoci un’opera d’arte che, signore e signori miei che ora leggete, vi commuoverà, talmente è suggestiva e bella.
Non ci sono parole per descrivere la genialità con la quale è stata concepita e posta in essere. Orchestrazioni che si amalgamano a quelle atmosfere ambient e dark, a quel black metal di burzumiana memoria senza essere troppo “ossessivo” ma, semplicemente, dannatamente meraviglioso e melodico all’inverosimile. Poiché, nel break, accade il miracolo: è la musica che ci condurrà in un mondo dal quale la nostra mente non vorrà più fuggire, essendo essa stessa sfuggita dall’oscurità che opprimeva le tracks precedenti per essere catapultata all’interno di questo diadema musicale. Diadema in cui il dolce sound di un pianoforte, ora melodico, ora triste, ci cullerà sino ad annullare ogni nostro pensiero.
“Forest’s Path”, ci spiazza, essendo introdotta da synth che, in qualche modo, vorrebbero condurci all’interno del sentiero della foresta disegnata in copertina. E, che mi prenda un colpo, ci riesce alla perfezione. Poco più di 3 minuti di “mistero” e “magia” profusi che lasciano subito spazio all’ennesima gemma di questo disco, “Lucifer” che, ancora una volta, illumina (passatemi il termine) “Night’s Symphonies” sotto una veste completamente diversa.
Si avverte si da subito un’aurea tetra, funerea, drammatica. È la paura a dominare il tutto e la nostra mente che, tra le atmosfere “malate e psichedeliche” dei synth si troverà al cospetto dell’ennesima track strumentale in cui i tempi saranno rallentati all’inverosimile, onde dar più “voga” a quel senso di spaesatezza e paura che sviscera l’intero brano. Uno tra i più belli mai composti da mano umana, assieme alla precedente “Out Of The Dark” e le successive “Paradise Lost” e “Nigth’s Chants”.
Ma, in “Lucifer”, probabilmente, capiremo davvero cos’è la paura. O, almeno, sarà la nostra anima, il nostro spirito, ad esserne avvolto. Dei canti in sottofondo in un falsetto, quasi fossero opera di angeli decaduti che tessono una sorte di preghiera al loro signore oscuro. 6 minuti di drammaticità autentica, verso la fine dei quali è possibile udire un drastico “cambio di rotta”, in cui, dalle atmosfere di cui prima, si sterza verso un fade out in crescendo che, altro non fa, che rendere omaggio a “Paradise Lost”, altro pezzo da 90 che non potrà non toccare l’anima di chi ascolta.
Violoncelli che tessono note “horrorifiche”, riconducendoci, ancora una volta, in piena drammaticità e oscurità. Violoncelli che lasciano spazio al pianoforte e alle tastiere che avranno l’audace compito di “pavimentare”melodiche dannatamente coinvolgenti e toccanti. Track, quest’ultima, assieme alla conclusiva “Dreaming”, lunghissima. Una suite di quasi 12 minuti in cui accade di tutto, in cui ogni strumento, ogni coro, ogni orchestrazione e ogni atmosfera, creata ad hoc, suggella alla perfezione il songwriting, costruito in maniera impeccabile. Alternanza di momenti drammatici, ad altri più spensierati e ancora, paura e angoscia. Disperazione, follia e mistero, minuti nei quali non sai cosa stia per accadere ma, dentro di te, sai che, probabilmente, l’epilogo è vicino e, fondamentalmente, vorresti che ciò non avvenga mai.
E, infine, a porre i sigilli ad un album autoprodotto e senza etichetta composto dalla mente e dalle mani di un artista con tanto di attributi, ci pensano le ultime due gemme d’autore: “Night’s Chants” e la lunga suite conclusiva (11 minuti e mezzo di poesia) “Dreaming”.
Un temporale e il suono della pioggia che cade ci introducono “Night’s Chants”, con accompagnamento dei synth e delle orchestre che ci trasporteranno nell’oscurità totale. Un’oscurità che riesce a risplendere grazie ad una fiamma assai labile ma, al contempo, quasi “speranzosa”. Una luce che pare ci guidi e che non voglia abbandonarci, una sorta di “Guru” all’interno di quel sentiero disegnato in copertina del quale non si conosce la strada, dal quale è impossibile intravedere la fine poiché coperta dagli alberi dalla nebbia. E, sotto questa pioggia che scandisce i meravigliosi tessuti melodici che avvolgono il brano, noi saremo trascinati e avvolti da un’aurea magica e sconvolgente, ossessiva nel finale e drammaticamente paurosa. Con una musica che andrà crescendo di momento in momento per poi dissolversi verso i pochi secondi finali per introdurci l’ultima song, quella “Dreaming” che si commenta da sola.
Poiché, da quella sorta di paura e angoscia di cui prima, in “Dreaming” dopo un intro introspettivo e a tratti claustrofobico, saremo accolti dalle corde e dalle melodie dei violini e archi che ci culleranno dolcemente e ci faranno sognare attraverso melodie ariose e spensierate. Merito soprattutto dei synth, usati in maniera più che intelligente e dalle tastiere che, con il loro sound, impreziosiscono questo ennesimo gioiello, donandogli quel tocco di genialità che nessuno avrebbe potuto mai concepire. Ma la magia non può concludersi così in fretta, poiché “Dreaming” è una suite di oltre 11 minuti e mezzo in cui, l’ascoltatore, dovrà solamente rilassarsi e rimanere incantato, lasciarsi avvolgere e, lentamente, trasportare per poi trascendere tra i meandri delle melodie che cesellano il brano tutto. Un brano in cui la parte da leone la fanno i violini, le orchestrazioni udibili in sottofondo, i synth e le tastiere. Tutti strumenti in grado di dar vita ad una sorta di “concept-song”, lunga quanto basta e, semplicemente, meravigliosa.
Io ho terminato e, purtroppo, credo di aver esaurito aggettivi e parole. Non ho un vocabolario così “vasto”, specie quando mi trovo innanzi ad opere d’arte che meriterebbero la palma ad honorem e il riconoscimento a subentrare all’interno dell’Olimpo dl Metallo.
Ma che, dannatamente, sono costrette a marciare nelle oscurità di un sottobosco musicale indecoroso che premia gli idioti mentre, i meritevoli, sono ancora lì, immersi e sperduti tra le sue strade, tra la sua nebbia, a comporre opere del calibro di “Nights’ Symphies”.
Un disco che dovrebbe insegnare parecchio il mestiere a tutte quelle band blasonate e leccate da critica e da fan “ciechi e sordi, e anche un po’ rincoglioniti e nerd” che, quando ascolteranno “Night’s Symphonies”, rimarranno estasiati ed entusiasti, riconoscendo il vero trademark di un sound che va al di là della semplice etichettatura “dark ambient – melodic-symphonic black metal”.
Occorrerebbe, effettivamente, trovare una giusta collocazione per questo disco ma, questo, lo lasceremo fare al tempo che saprà non solo valorizzarlo ma, spero, rendergli onore, fama e gloria nei secoli a venire.
E che le vostre menti possano lasciarsi trasportare dalle infinite atmosfere di questa sinfonie notturne…….
VOTO: 10 Cum Laude
TRACKLIST:
1. OVER THE SKIES
2. THROUGHTS UNDER THE MOON
3. THROUGH THE ERAS
4. OUT OF THE DARK
5. FOREST’S PATH
6. LUCIFER
7. PARADISE LOST
8. NOGHT’S CHANTS
9. DREAMING
LINE UP:
· STEFANO “WOLF” GAGLIARDUCCI
CONTATTI:
Ø Official Page: http://www.wolfuneral.altervista.org
Ø MySpace: http://www.myspace.com/wolfuneral
Ø Youtube: http://www.youtube.com/user/wolfuneral
Ø “Lucifer” Video Clip: Lucifer
Ø “Out Of The Dark” (Official Video Clip): Out Of the Dark
Ed eccomi di nuovo In corsia, pronto per recensire l’ennesimo disco che……. Lo scoprirete solo leggendo.
Magdalen Graal, artista e nome della band.
Si classifica semplicemente come “rock band” ma, nel contesto tutto, utilizzare l’aggettivo “rock” per definire la musica dei Magdalen Graal è, assolutamente, riduttivo.
Prima, però, di procedere all’analisi col monocolo (o, se preferite, con lo stetoscopio) vorrei presentarvi la band.
Magdalen Graal è un progetto nato dalla mente dell’omonima Singer, Magdalen, che, negli ultimi due anni, grazie a MySpace, ha raggiunto successo e popolarità inaspettati collezionando fan da tutto il mondo. Tutto ha avuto inizio nel settembre del 2008 quando, la nostra Magdalen, con il supporto di una band, ha potuto registrare il suo primo album omonimo creando, al contempo, la sua pagina “MySpace”. Da allora, è stata una scalata al successo.
Oltre a guadagnarsi centinaia di fan in pochi mesi, l’americana “Enigma Films” le propose di collaborare alla colonna sonora del loro ultimo film, “Alarum”, inserendo, come soundtracks all’interno dello stesso due brani di “Magdalen Graal”: “You Will Arrive” e “Goodbye”, oltre al primo singolo “There’s No End”, nonché il video di quest’ultimo.
Grazie al film “Alarum”, Magdalen si aggiudica il “Crystal Reel Award” dell’FMPTA (“Florida Motion Picture Television Association”) come “Miglior Cantante Femminile” e “Miglior Video” (io ci avrei aggiunto anche come “La Cantante Femminile Più Carina” ma…. A volte le Association possono essere davvero così tirchie!).
E, adesso, parliamo del disco.
Decisamente e molto probabilmente, credevo, di essere l’ultima persona in grado di poter recensire “Magdalen Graal”. Invece, per me, ascoltarlo, volte e più volte (anche e soprattutto al lavoro, quando il boss non c’era) si è rivelato una vera e propria piacevole sorpresa.
Innanzitutto, come anzi detto, l’aggettivo “rock” ci sta poco e niente nello descrivere il sound del full-lenght in questione.
Infatti, il disco può essere suddiviso in due parti: la prima più “elettronica”, arricchita da un uso di synth, non eccessivo, ma che danno l’idea all’ascoltatore di ascoltare brani più adiacenti a lidi “pop-rock” oriented. Quello che, in genere, è di solito andare in MTV rotation.
Tuttavia, gli stessi, si presentano ben strutturati, sia sotto il profilo del songwrintg, sia, soprattutto, sotto il profilo delle liriche che compongono le 10 song del lotto.
Testi mai idioti, abbastanza impegnati e, decisamente, molto ma molto “forti” nei contenuti.
Se il rocker medio potrebbe rimanere spiazzato durante l’ascolto dell’opener, “Behind You”, e delle successive “, You Will Arrive” e “Together”, a causa, specie all’interno delle prime due tracks, di un uso dei synth e tastiere molto presente, dovrà ricredersi in toto all’approccio di “Ther’s No End”, il singolo dell’album
“Behind You” è un biglietto da visita che non presenta la “vera veste” della nostra Magdalen, ponendoci di fronte un brano molto devoto al rock-pop, con uso dell’elettronica. Insomma: il classico brano da classifica. Ma, già nel successivo ”You Will Arrive”, si intravede uno sprazzo di luce diversa che dipinge lo stesso sotto un’altra veste. Se la prima parte del brano è più devota al pop, la seconda, lo trasforma in un brano intriso di un rock sound, mai pesante, leggero e orecchiabile.
Ma il piatto forte è proprio il singolo, “Ther’s No End”, che oltre ad essere una delle gothic-rock ballad più belle che abbia mai ascoltato, è dannatamente commovente. Un pianoforte ci introduce la song, accompagnato dal suono dei flauti e un soffio di vento ci fa capire che, la musica di “Magdalen Graal”, sta cambiando orizzonte.
La song è una bellissima perla di goth’ rock di ottima fattura, impreziosita dall’ammaliante voce della singer e dal testo che riporto qui di seguito:
“It's raining in your eyes It's raining in your hear It's raining in your life
But I don't think for ever One smile is on your mouth But you are crying again
The joy is in your voice But now you cry /You cry again
Don't cry little rose Tomorrow is another day
The dark will go away/Away The silence around you
My little rose alone For you there's not a prayer
But all the power of your heart Don't be so sad tonight
Your life will change believe me now
Don't cry little rose Tomorrow is another day
The dark will go away/Away
Your eyes/You cry Another day/Don't cry again
Don't cry little rose Tomorrow is another day
The dark will go away Don't cry my little rose
Tomorrow is another day The future is in your hands
There's no end/There's no end There's no end”
Le chitarre fungeranno da accompagnamento con i loro accordi mentre, la nostra Magdalen, con la sua stupenda voce, concederà quel tocco di drammaticità al brano. Brano che osa affrontare un tema abbastanza pesante e dai contenuti “forti”: Chiesa e pedofilia.
Il video della song si dimostra, anch’esso, molto “dissacrante” (addirittura c’è chi l’ha definito “anti-religioso”) e, probabilmente, non lo vedremo mai (almeno in Italia). Ma ciò che conta è ascoltare questa perla di gothic rock n’ metal, che viene stupendamente suggellata da uno struggente guitar solo (magistrale è la prova fornita da Vega) che mette i brividi.
E così, l’album alterna momenti più pop-eggianti ad altri molto più interessanti e impreziositi dalla forma smagliante di Vega (guitars), come in “Touchme”, nella quale, ci regala un bellissimo guitar solo, trasformando, quella che pareva essere una semplice rock song, in una rock song cazzuta e ben costruita.
Ed è questo, in fin dei conti, “Magdalen Graal”: un disco composto, si, per far facile leva tra le masse, ma “pensato”, sia per ciò che concerne la struttura delle song che spaziano, con estrema disinvoltura, dal pop, al rock, al gothic rock e gothic metal.
Proprio come la (meravigliosa) conclusiva pianistica ballad “Moonlight Brightness” mette in risalto quest’ultimo aspetto in maniera assai evidente, risultando un’autentica perla musicale, impreziosita, oltre che dalla stupenda voce di Magdalen, dalle orchestrazioni e dal pianoforte che faranno l’invidia di tutte le band più blasonate del settore (chi ha detto “Evanescence”?).
VOTO: 8.0
P.S.: Vi ricordo che Magdalen Graal, quest’anno, partecipa all’Heineken Jammin’ Festival Contest. Ci ha chiesto di supportarla e, SI! Noi lo faremo.
Chiunque voglia supportare Magdalen e la sua band, i “Magdalen Graal”, può recarsi sul sito dell’Heineken Jammin’ Festival Constest (http://hjfc1.heineken.it/check-age.php) iscriversi gratuitamente come SUPPORTER e selezionare, tra le band, MGDALEN GRAAL (ed, eventualmente, la regione: Lazio. Se poi, proprio, siete pignoli, la città è Frosinone….).
Votatele a diventatene FAN.
La nostra amica ve ne sarà grati.
E ora attendo i commenti di Magdalen e della band direttamente qui sotto…..
Auguri Ragazzi!
(abituatevi all’idea che non dirò mai “in bocca al lupo”, quanto, piuttosto “…al fottuto cacciatore”).
TRACKLIST:
LINE UP:
· MAGDALEN: VOCE
· VEGA: CHITARRE
· DRAKO: BATTERIA
· ZETAR: BASS
· VIRGO: PIANO & TASTIERE
CONTATTI:
Ø Sito Web: http://www.magdalengraal.com
Ø MySpace: http://www.myspace.com/magdalengraal2
Ø Info (per comunicare direttamente con Magdalen): info@magdalengraal.com
Ø “There’s No End” Videoclip: http://www.youtube.com/watch?v=zwgIxHT-d-0
Devo ringraziare l’amico Anatas per avermi fatto scoprire la musica di Renato Zampieri, in arte Seizon, musicista e compositore vicentino, in bilico tra psichedelica, jazz, progressive e musica classica, un vero e proprio caleidoscopio di suoni e arrangiamenti, che sin dal primo ascolto mi ha affascinato e costretto ad ascoltare più volte i pezzi contenuti in questo suo ultimo album intitolato “Goya Toca A Oz”.
Un disco difficile, ma quanto mai intenso e con una ricerca melodica evidente che difficilmente potrete riscontrare da altre parti.
Già dalle note sognanti di chitarra de “El Camino De Ladrillos Amarillos” si inizia a volare con la mente, tra sensazioni elettro-acustiche e visioni estremamente psichedeliche e rarefatte, mentre in “La Bruja Buena Del Norte” e “La Ciudad Esmeralda”, rispettivamente seconda e terza traccia di questo lavoro, si accompagnano momenti pianistici di rara intensità e bellezza, con il contrappunto di fiati e keyboards dal tocco celestiale, due dei miei pezzi preferiti per via del loro retrogusto jazzistico, che mi hanno fatto subito innamorare e decisamente convinto a riascoltare, per poterne catturare la loro intriseca poeticità e il loro naturale splendore.
“El Mago De Oz” e la lunga suite suddivisa in quattro movimenti “La Bruja Mala Del Este”si caratterizzano per la loro natura più percussiva, in bilico tra una sezione composta da scintillanti chitarre arpeggiate, musica sinfonica ancestrale e fiati, che definirei dal vago retrogusto prog-folk, che potrebbe anche ricordare i Jethro Thrull di “Aqualung”.
Mi riferisco soprattutto a “El Mago De Oz”, mentre la seconda da più l’idea della grande ispirazione che Zampieri ha avuto dalla musica classica tout court, come mostra benissimo nelle sue influenze musicali citate nel suo myspace : Mozart, Tchaikovsky e Beethoven.
L’album si chiude con un pezzo intitolato semplicemente “Seizon” che riprende le sonorità psichedeliche quasi post rock de “El Camino De Ladrillos Amarillos”, anche se il pezzo subisce molte più variazioni a livello timbrico e ritmico, ed è qui dove svela assolutamente la sua natura di brano “progressive”, una traccia quindi in continua evoluzione dove la sezione ritmica è in continuo movimento per tutti i suoi sette minuti e passa di durata, e che definirei degno epitaffio conclusivo per un disco splendido e “immaginifico” come lo è questo “Goya Toca A Oz”.
Dire che mi sento di consigliarvi l’ascolto di questa opera d’arte è poco.
Se potessi ne darei a tutti quanti voi una copia, perché di ascolti così stimolanti e che riconciliano con il mondo come lo è questo album non sempre sono di facile assimilazione, ma se ci proverete sono convinto che anche voi godrete appieno della musica senza tempo di Zampieri.
Comunque bando alle ciance, il nostro ha già pensato personalmente a fornire una copia a chiunque voglia approcciarsi per la prima volta alla sua musica, tanto che quest’album è scaricabile per intero e gratuitamente all’interno del suo spazio myspace, così che potrete anche voi gustarvelo tutto d’un fiato, come ho fatto io.
Sicuramente se possibile acquisterò l’album perché un opera del genere secondo me merita di essere posseduta fisicamente, ma intanto sono già felice come una pasqua di possedere i brani di questo artista in formato mp3. Lo dico sinceramente con tutto il cuore.
Un ultimo consiglio per voi che siete arrivati alla fine di questa recensione: che aspettate a farlo vostro? Una visita al suo myspace mi sembra quanto mai consigliata..
Voto 9/10.
Tracklist:
1. El Camino De Ladrillos Amarillos
2. La Bruja Buena Del Norte
3. La Ciudad Esmeralda
4. El Mago De Oz
5. La Bruja Mala Del Este (Part I, II, III, IV)
6. Seizon
Contatti: http://www.myspace.com/seizon
L’album che ha quasi causato lo scioglimento della band, attirandosi l’ira e le spietate critiche da parte di stampa e fan.
Ottusi e maledetti paraocchisti, non si sono accorti, all’epoca, di essere innanzi ad uno dei dischi più belli mai concepito da essere umano, almeno per ciò che caratterizza il doom-gothic metal.
Distaccandosi nettamente dalle produzioni precedenti che avevano viziato gli amanti del doom tout-court, questo “One second” ci mostra quella che sarà, per un po’ di tempo, la nuova svolta stilistica (in tema di songwriting) della band.
Ciò che maggiormente spicca è l’utilizzo eccessivo (ossessivo?) delle tastiere e dei synth che, incontrastate, dominano tutte le song dell’album. Inoltre, altra cosa che non sfuggirà neppure ai più distratti, è un singer che non ha più voglia di cantare in growl sembrando uno zombie appena resuscitato ma che preferisce dedicarsi ad utilizzare le sue corde vocali in maniera più pulita e più umana.
Abbandonati i toni cavernosi di “Pentecost”, “One Second” esplora, adesso, quello che è possibile definire come “doom-elettronico”.
Melodie bellissime e atmosfere profuse di incantevole grazia sonora, questo disco strizza (molto) l’occhio a sonorità più vicine al pop ma senza essere, per questo, un disco di scialbo pop.
La title track, posta in apertura, da sola varrebbe l’intero album (assieme alla maestosa “Sane” o altre pietre miliari come “Mercy” o “Disappear”). Dal testo molto depressivo (“… and for on second, I lost my breath…”) ci catapulta immediatamente di fronte al nuovo stile musicale dei Paradise Lost. Che potrà piacere o non piacere, per carità (de gusti bus) ma che, a dirla tutta, non può essere disprezzato così come è stato fatto (ingiustamente) in passato mandando a monte l’intero lavoro della band.
Una band matura, che non ha più intenzione di giocare a fare i depressi, i mostri dell’oltretomba. Nella quale il singer ha dismesso i panni del demone infernale e si riscopre talentuoso anche (e soprattutto) nelle tonalità pulite e melodiche.
Se, magari, avessero utilizzato meno le tastiere mettendo maggiormente in risalto il sound delle chitarre, forse, non si sarebbero attirati l’odio di quasi tutti i metallari. È, altresì, probabile che se il distacco sonoro fosse avvenuto in maniera più graduata anziché in modo così drastico, tutto sarebbe risultato molto più digeribile.
Forse.
Ma anche questo fa parte del DNA dei Paradise Lost, band che non ha nulla più da dimostrare nel vecchio (e, oramai, stantio) doom metal ma che ha intenzione di aprire un nuovo capitolo all’interno della propria esistenza cercando di rinnovarsi e, in verità, dimostrando di riuscirci.
“One Second”” è un ottimo disco. E questo non può essere messo in discussione con la semplice voglia di gettare veleno sulla band per il sol fatto di aver proposto sonorità nuove, variegate e totalmente diverse.
Ascoltatelo, mostri miei, e capirete che, il più delle volte, le mele marce si addensano proprio dentro noi stessi che risultiamo essere ottusi e paraocchiati e che, difficilmente, riusciamo a capire e/o cogliere le (buone) intenzioni che sono alla base di alcune svolte radicali.
Grandi Paradise Lost. Grandi ancor più per non aver ceduto, nei lavori successivi, alle pressioni della critica e suonando quello che più loro si addice.
VOTO: 8.0
A parte la copertina brutta come il peccato, molte volte mi chiedo: “ma chi me lo fa fare?”.
Purtroppo devo sorbirmi anche loro. È il nostro mestiere: ascoltare e giudicare, rimanendo quanto più lucidi e oggettivi possibili.
Parliamo di loro, dei nostri milanesi, dei nostrani Lacuna Coil. Forse la band più famosa-amata-odiata a livello nazionale e internazionale, nonché la più sputtanata e la più commerciale.
Ops! Ho appena scritto “commerciale”. Ricordo, in un’intervista, che la singer della band, Cristina Scabbia, si incazzò non poco con chi definiva “commerciale” la musica dei Lacuna Coil, poiché “… cosa vuol dire commerciale? Che vendiamo troppo? E allora se vendiamo troppo, un nostro disco è commerciale? E per questo non può essere metal?”. E giù ad inveire contro la stampa.
Beh, la gnocca non aveva in fin dei conti, poi, tutti i torti. Effettivamente l’aggettivo “commerciale” significa tutto e non significa, contemporaneamente, davvero un cazzo.
E, allora, come dovremmo definirla la musica dei contemporanei Lacuna Coil?
Facendo un salto nel passato, non potrò mai scordarmi di quel primo loro debut album, il loro omonimo EP tanto debitore ai primi The Gathering, così bello e affascinante, con una Cristina ammaliante. Una sirena.
Seppur privo di originalità e/o di alcun spunto innovativo, seppero farsi notare. Per poi proseguire con le loro uscite discografiche e partorire bei dischi come “In A Redire”, dove lo spettro dei The Gathering era ancora presente, seppur meno marcato, o abomini come l’ultimo “Karmacode”, laddove, la musica dei Lacuna Coil diviene inclassificabile.
Quelle atmosfere gotiche e sognanti iniziano a scomparire per far spazio a qualcosa di diverso, sicuramente più originale e meno gothic e, decisamente, meno metal. Anzi: niente metal.
Possiamo, tranquillamente, suddividere la carriera della “Spirale Vuota” in 2 direzioni, strettamente correlate tra loro. La qualità e il successo. Avete presente il coefficiente di regressione? Si usa in statistica per misurare la correlazione tra due variabili, onde verificarne la dipendenza dell’una con l’altra. In questo caso, matematicamente parlando, possiamo senz’altro affermare che il coefficiente suddetto ha pendenza negativa ed è pari a -1.
Per i profani: è aumentato il successo a scapito della qualità. Insomma: i Lacuna Coil sono diventati una pop-truzz metal band. Se volte l’aggettivo “metal” potete anche levarlo. Ma noi, perché siamo buoni, per convenzione, li lasceremo nella categoria metal. Non è vero, non è perché siamo buoni…. È perché loro sono convinti di essere metallari e, allora, continueremo a taggarli come “metal”. Contenti loro, contenti i loro fan, contento il mondo intero!
Potrei azzardare ad un perfetto equilibrio tra le due variabili nell’album “Comalies” che, al sottoscritto, non spiacque poi così molto.
Poi il nulla.
Adesso questo “Shallow Life” che, apparentemente, vorrebbe far rivivere gli esordi, con delle ottime tracks quali “I Survive”, la più “dura” del lotto. Ma che poi ti fa pentire solo di aver pensato una cosa del genere e che ti fa iniziare a bestemmiare tutti Santi del calendario subito dopo, ascoltando le patetiche “I Want Tell You” o, peggio, “Underdog”.
Canzoni brutte? No. Semplicemente, canzoni no-metal.
Per carità, il disco non è da buttar nel cesso come il precedente. Purtroppo si salva ben poco da ‘sta caterva di spazzatura popettara e COMMERCIALE (ora incazzati Scabbia, incazzati pure!).
In verità “Unchained” e “Spellbound” non sono poi così male. Il chitarrista si ricorda di essere tale e sfodera anche dei begli assoli che fanno da corredo alle song in questione rendendole più gradevoli al palato metallaro. E ciò dimostra una cosa: che i Lacuna Coil sono, effettivamente, in grado di sfornare ottimi pezzi e di fare ottima musica quando si ricordano di essere metallari e di comportarsi come tali. In particolare, le succitate song, sono davvero molto davvero molto belle, con una prestazione sopra le righe dei singer e con una prestazione da urlo del chitarrista (l’assolo di “Spellbound” è favoloso).
Ma il tutto, alla fine, si perde nel nulla.
Oramai le venature gotiche sono perse e ciò che più traspare è una band orientata ad un sound sempre più vicino ad un rock facilmente orecchiabile (ascoltare per credere e, in seguito, vomitare “The Maze” o la diabetica “Wide Awake”, dove mi sembra di star ad ascoltare una qualsiasi band i innocuo pop-rock da 2 soldi), con song costruite su 4 accordi per non impaurire e sconvolgere l’ascoltatore medio. Con due vocalist che si alternano, in maniera perfetta per carità, ma che, oramai, hanno stufato con quei duetti “voce rude maschile-voce arrapate e ammaliante femminile”.
A questo punto, credo, dobbiamo farcene una ragione.
I Lacuna Coil, quelli contemporanei, sono questi. Una band che non ha più voglia di restare confinata nei territori del metal. Una band che preferisce non rischiare, che ha capito e trovato il sound perfetto per se e adatto per i suoi fan. Fan che non resteranno delusi dal nuovo parto, da questo “Shallow Life” (che, tuttavia, è un gradino superiore al merdoso suo predecessore… e già questo basta a consolarmi).
Ma, personalmente, preferisco dirottare i miei investimenti verso qualcosa di più interessante e meno venduto al Dio danaro.
E non me ne vogliano sia i fan sia la stessa band. Perché, di dischi come questo, ne escono a milioni. E, come tali, sono destinati a durare il tempo necessario per essere ricordati nel periodo in cui sono stati concepiti.
Un disco usa e getta. E nulla più.
VOTO: 6.0