The Empty Dream | A.O.R.

METATRONE – PARADIGMA

Ancora una volta l'Underground italiano, popolanto da talenti innati, ci propone l'ennesimo gioiello di power progressive metal: "Paradigma", un album suonato, prodotto e cantato in maniera magistrale dai suoi "padri", i Metatrone, band catanese di altissimo livello compositivo.

Ottima la prova dei musicisti che confermano il perfetto stato di salute del sottobosco musicale nostrano.

God Bless You!

Antonio Moliterni [Prosegue]

CORNERSTONE – SOMEWHERE IN AMERICA

Musica geniale per menti geniali. È questa la proposta degli austriaci Cornerstone che stupiranno Voi tutti con la loro perfetta sinergia di rock, hard rock, pop e AOR music.
Olny 4 Genius!

Music inspired by brilliant minds. This is the proposal of the Austrian Cornerstone that will impress you all with their perfect synergy of rock, hard rock, AOR and pop music.
Olny 4 Genius!

Antonio Moliterni [Prosegue]

TWO OF A KIND – TWO OF A KIND

  Le band con female vocals, oggi, vanno alla grande. Il loro exploit si deve a formazioni quali Lacuna Coil, Evanescence, Nightwish e compagnia. Ecco, perché, quando ho acquistato il disco in questione credevo di acquistare l’ennesimo disco di goth-rock/metal, con tutti i cliché del genere. La domanda, allora, sorge spontanea: “Se sapevi di acquistare l’ennesimo polpettone riciclato, perché l’hai comprato?”. Semplicemente per curiosità.  Innanzitutto, la critica ne parlava molto bene ma, ad essere sincero, sono uno che si fida poco di quello che sparano i magazine specializzati nel settore musicale hard ‘n heavy. La cosa che più mi ha attirato è stata quella che, dietro i microfoni, non c’è una ma ben due singer, ossia Eather Brouns e Anita Craenmher, ottime vocalist dotate di grande talento, tale da “colorare” le songs dell’album in maniera del tutto originale. Ed è così che canzoni come l’opener “Light in the Dark” (che da sola varrebbe già l’acquisto dell’album intero), “To The Top”, le ballads di turno (tutte davvero emozionanti) e le rock-tracks più sostenute,non possono passare inosservate. E non possono non farti cantare i loro fantastici ritornelli sotto la doccia (con ‘sto cacchio di caldo, poi, sono una figata!) essendo, tutte, intrise di ottime melodie che farebbero scalpitare l’ascoltatore di turno, con stupendi assoli che bene si intrecciano con l’intera partitura delle son (e, a tal proposito, doverosa di menzione è la superba “The Longest Night”, l’anthem song del disco, una hit che non vi leverete dal cervello e che canterete sempre e ovunque, anche se andate a pisciare). MA la vera novità è un’altra. E, cioè, che la band non suona gothic, bensì si da alla pazza gioia sfornando canzone tinte di un hard rock & A.O.R. molto debitore ai mostri sacri come Styx, Heart, Saga e, insomma, a tutte quelle band che hanno fatto dell’hard rock melodico la loro forza trainante senza per questo, però, scadere nell’ovvio e nel già sentito o, peggio, nell’eccesso di melodia che trasformerebbe l’intero disco in un’unica ballad composta da più tracks. Largo spazio, quindi, a chitarre che riescono a creare riff e solos di grande impatto. Un monumento ad honorem, in questo senso, andrebbe fatto a Gesuino Derorass, al tastierista Ron Hendrix e alla sezione ritmica, ossia Fred Hendrix e Hans T Zandt (rispettivamente bassista e batterista) (ascoltare per credere “Little by Devil”). Ascolto consigliato è un consiglio superficiale. Da avere.   VOTO: 10  

STARBREAKER - STARBREAKER

  Pubblicato nel 2005 e licenziato dalla Frontiers Record, questo disco vuole essere una sorta di “imposizione” nel territorio, ormai sovraffollato, del metal melodico. Per riuscire completamente nell’esperimento, per sfondare ed essere il numero che fa la differenza, gli Starbreaker mettono in campo una formazione di tutto rispetto, ad iniziare dalle chitarre dove troviamo l’ottimo Magnus Karlsson (Last Tribe). Alla batteria l’oramai noto, per le sue collaborazioni con Malmsteen, TNT e Ark, John Macaluso, alla voce il fenomenale Tony Harnell e, per finire, al basso il nostrano Fabrizio Grossi (che si è occupato anche della produzione del disco, tra l’altro). Il connubio di questi talenti non poteva che riuscire e “Starbreaker” si presenta sul mercato come un prodotto fresco, innovativo, melodico ma sempre e dannatamente metal, pregno di ottime songs dalle quali sprizzano note di hard rock miscelato a dell’ottimo metal con grandiosi momenti di A.O.R che dona quel toccasana alle composizioni, in modo da non far mai annoiare l’ascoltatore e rendere i brani accattivanti e, allo stesso tempo, neppure troppo commerciali. E se l’opener, “Dye For You” è un ottimo biglietto da visita, grande metal song con un singer sempre sopra gli scudi, già in “Lies” si capisce che gli Starbreaker hanno intenzione di dominare il “mondo” imponendo il loro dictat musicale. Fenomenale hit, “Lies” vi catturerà immediatamente, grazie ad un’ottima costruzione nella base del guitar riffing e, soprattutto, nell’ottimo refrain, dannatamente catchy. Il primo sprazzo di AOR è udibile nella semi ballad “Days Of Confusion”, brano nel quale la band si prende quell’attimo di riposo per poi ricominciare a darci dentro nella successiva “Trasparent”. “Starbreaker” è un album costruito, insomma, per far facile presa sull’ascoltatore, e questo si è capito immediatamente. Ma questo non deve essere sinonimo di scialberia compositiva e/o di voluta commercializzazione dei brani e, quindi, dell’intero album, perché se song come la già citata “Lies” o, l’ennesima high light “Turn It Off” possono, in qualche modo “spiazzare” l’ascoltatore “medio”, altre come l’oscura (e bellissima) “Cradle To the Grave” (dall’inquietante titolo) manderanno decisamente in estasi ogni metallaro, grazie al lavoro dell’ottimo Tony Harnell e, soprattutto, ad opera dei fenomenali guitar solos del micidiale Karlsson, forza portante dell’intero album che, assieme al singer, costituiscono la coppia d’oro sulla quale, “Starbreaker”, diviene il capolavoro che è. Un album semplice, diretto, intelligente (sapiente l’utilizzo delle tastiere all’interno delle composizioni. E, qui, ancora l’ennesimo plauso a Karlsson. Ascoltare, per credere, la perla “Underneath A Falling Sky”) e fottutamente metal, nel quale trova pure spazio una pirotecnica strumentale, “Dragonfly”, nella quale la band ci mostra di che pasta è realmente fatta. Semplicemente geniale! Gli ingredienti ci sono tutti, i controcazzi sovrabbondano….. che accidenti volete di più? Album “sempre verde”, il cui ascolto e acquisto vi consiglio e che lascerete consumare all’interno del vostro lettore CD a furia dei ripetuti ascolti. Fatelo vostro!   VOTO: 8.5  

PRAYING MANTIS – SANCTUARY

  Non che sia mai stato un fan della Mantide Religiosa. A dir la verità, ho ascoltato parecchi loro dischi, dai primissimi fino agli ultimi, poco prima del loro “letargo”. Ma, in tutta dovuta sincerità, non mi avevano mai entusiasmato più di tanto. Classificati sotto la sigla di “NWOBHM band”, a me, questi Praying Mantis, proprio non mi “scendevano” affatto. Tuttavia, a questo “Sanctuary”, ho voluto concedere una chance e dargli, comunque, un ascolto. Così, per sfizio. Questo, perché, odio i pregiudizi e poi generalizzare non è affatto scientifico, diciamocelo pure. Beh, in realtà, sono rimasto positivamente colpito da questa nuova release del combo britannico. Innanzi tutto la prima cosa che si fa notare, positivamente, è la produzione del disco affidata alle mani di Andy Reilly (Asia e The Cult, tanto per citarne alcuni) che rende l’album molto più AOR oriented che heavy metal (cosa che, secondo il mio modestissimo parere, i Praying Mantis non lo sono mai stato). Poi noto, in formazione, un lieve cambio di line up. Mike Freeland alla voce, Andy Burgess alla seconda chitarra e Benjy Reid alla batteria accompagnano in questa avventura gli storici fondatori Tino e Chris Troy (rispettivamente chitarrista e bassista). Ed è così che le danze si aprono, con la ottima “In Time” che ci mostra una band rinnovata, non solo nella line up, ma anche nel songwriting, capace ancora di dire molte cose. Su tutti, chi più mi colpisce, è il neo singer Mike Freeland, sempre sugli scudi ma attento a non strafare MAI, magari lanciando inutili acuti che potrebbero rivelarsi un’arma a doppio taglio. Ed ecco che una song come “So High” si dimostra davvero un ottimo connubio di hard rock melodico e heavy metal, con chitarre taglienti e assoli davvero fantastici, veloci e melodici e un singer dall’ugola graffiante. Senza dimenticare la sezione ritmica che, in verità, è davvero potente. Ottima song che non avrebbe affatto sfigurato in uno degli album di Axel Rudi Pell….. E se “Restless Heart” o la hit “Threshold Of A Dream” ci mostrano una band in piena forma, in grado di stupirci con un ottimo hard n’ heavy ruggente e, allo stesso tempo, melodico (i refrein e gli assoli di “Thrashold….” sono da paura!), la struggente “Lonely Way Home” è un’ottima ballad dove la parte del leone è affidata ancora una volta all’ugola del bravissimo Mike. Ottima ballad, che si lascia ascoltare che è una bellezza. Né troppo zucchero, né troppo miele d’acacia che farebbero venire il diabete a tutti. Insomma: devo ricredermi proprio nell’estate del 2009. Una band che ho sempre sottovalutato, forse ingiustamente, o che, cacchio ne so, non ho mai voluto approfondire più di tanto, è riuscita a regalarmi emozioni uniche e da sogno. Disco che consiglio, a questo punto, a tutti gli amanti dell’heavy-rock melodico “tendente” all’AOR (tanto per usare un’espressione matematica). Disco che mi sento di promuovere, non a pieni voti, ma che supera di gran lunga la sufficienza e che non mancherà di stupirvi. ByeZ!   VOTO: 8.0  

HUNGRYHEART, One Ticket to Paradise

L'appetito vien mangiando e, dopo aver ascoltato con esiti confortanti l'ultimo lavoro solista di Mario Percudani, viene naturale andare a scoprire l'altro lato della sua anima, quello più prettamente rock. E allora fiato alle trombe, dentro gli Hungryheart, un concentrato di hard rock melodico travolgente ed emozionante, che ha giustamente portato la band a guadagnarsi palchi importanti come opener ai concerti di star internazionali. Il primo album, dall'omonimo titolo "Hungryheart", esce nel 2008 e si rivela subito un successo: sì, di successo si parla, perchè alcune tracce vengono regolarmente trasmesse da radio europee e statunitensi, consacrando la band come una delle più interessanti dell'AOR e dell'hard rock a livello internazionale. In Italia, male educati e male abituati alla musica come siamo, questa ribalta commerciale è purtroppo relativa. Nel 2010, dopo mezza rivoluzione nella line-up, che vede l'ingresso di Steve Lozzi al basso e Paolo Botteschi alla batteria, esce "One ticket to Paradise", pubblicato con la Tanzan Records, che conferma le ottime impressioni dell'esordio. La partenza è a razzo, con "Stand up", che esibisce immediatamente il dna della band, un hard rock anni 90 che spazia tra i Bon Jovi e i Journey, il buono di Bryan Adams e i Whitesnake. Orecchiabile, allegra, ritmata e ben costruita, mette subito in luce le qualità vocali di Josh Zighetti, la cui voce roca e potente si lega perfettamente al genere: una particolare attenzione (leggi cura maniacale) è stata dedicata anche alle seconde voci, sempre presenti e quasi da considerarsi uno strumento aggiuntivo. Del resto, basta dare un'occhiata ai "compiti" dei componenti per rendersi conto che tutti sono chiamati ad adoperarsi nelle 'backing vocals'. Una scarica di basso su un 4/4 secco e veloce introduce la title track "One ticket to Paradise", anch'essa caratterizzata da cambi di velocità e di tonalità: particolarmente avvolgente l'assolo di Mario Percudani, di cui però va menzionato tutto il lavoro di lead & rhythm guitar, nonchè quello di voce anche solista, che si concretizza in "Let somebody love you", una ballad dai toni più concilianti, guidata da chitarre acustiche, in cui Zighetti e Percudani duettano - o meglio, duellano - contendendosi il ruolo di "leader" singer. Finisce in parità, ma vince la piacevolezza visto che, date la notevole differenza dei loro timbri vocali, il confronto / connubio è perfetto. Così come perfetti sono gli assoli, centrali e finali, che impreziosiscono ulteriormente il brano. Diffidare delle canzoni che contengono la parola "love" nel titolo, non si sa mai quale insidia possano nascondere: è esattamente il caso di "Boulevard of Love", quarta traccia e, all'opposto della precedente, tutt'altro che una ballata romantica. Anzi, si mostra immediatamente una delle più hard del lotto: ritmo scandito dal timpano alternato a un charleston apertissimo, voci e seconde voci che si rincorrono. Premio al merito va comunque alla sessione ritmica e in particolare alle drums "aggressive" sfoderate da Paolo Botteschi. E' ancora lui il protagonista dell'elegante intro di "A million miles away", sonorità più soft saggiamente affidate alla voce di Percudani, che si fanno più rockettare nel ritornello. A metà dell'opera entra in punta di piedi "Angela", annunciata da un breve assolo di chitarra appena appena distorta. Una delle song più tecniche forse, dotate del solito splendido assolo, come tutti quelli disseminati nell'album sempre studiato e mai messo lì a caso per onore di firma. "Love is the right way", dalle sonorità pienamente country, è una perfetta canzone da road-movie (esterno notturno / panorama desertico / cielo stellato) ma è purtroppo solo un intermezzo prima che la carica di grinta esploda in "Let's Keep on tryin", altro pezzo riuscitissimo con ritmo più lento rispetto alle 'compagne' ma altrettanto incisivo; grandioso il passaggio strumentale centrale, da ascoltare a occhi chiusi e con un principio di headbanging, appena accennato. "Just a little closer", è un puro salto indietro di 15 anni, all'orecchiabie hardrock-pop di Bon Jovi e Bryan Adams (a cui la voce di Josh tende spesso). Si torna felicemente on the road in "Get Lost", una bella tirata, l'ultima del disco. I ritmi difatti si fanno più contenuti in "Man in the Mirror", e ancora più soft nell'acustica "You won't be alone", traccia che anticipa decisamente lo stile più intimo del Mario Percudani solista (vedere, o meglio, sentire "New Day").Una conclusione malinconica a cui si può rimediare in un solo modo: ripartendo da "Stand up", pressing play again. One ticket to Paradise (2010)Voto: 8,5/10 Tracklist: 1. Stand up2. One ticket to paradise3. Let somebody love you4. Boulevard of love5. A million miles away6. Angela7. Love is the right way8. Let's keep on tryin'9. Just a little closer10. Get lost11. Man in the mirror12. You won't be alone Line-up: Josh Zighetti: Lead Vocals & Background VocalsMario Percudani: Guitars, Lead & Background vocalsSteve Lozzi: Bass & Background vocalsPaolo Botteschi: Drums & Background vocals Contatti:http://www.hungryheart.ithttp://www.myspace.com/hungryheartofficialhttp://twitter.com/hungryheartband  

VOICES OF ROCK – HIGH & MIGHTY

  Già di fronte al titolo del disco si capisce che siamo innanzi a qualcosa, un’opera, assai pretenziosa. Chris Lausmann e Michael Voss, veterani della scena hard melodica europea, geniacci dell’hard rock melodico, con questo loro secondo progetto, intendono ricalcare i passi del loro primo pargolo, quel “MMVII”, dimostrando al mondo di cosa siano in grado di fare coadiuvati, per l’occasione, da autentiche ugole d’oro, star dell’hard rock, quali, tanto per citarne alcuni, Rob Rock, Joe Lynn Turner, Tony Martin o, ancora Paul Shortino. L’impresa è assai ardua e, come spesso accade, si finisce per “scadere” nell’autoplagio, nell’autocelebrazione fine a se stessa tuttavia, con gran sorpresa per il sottoscritto, rimanendo su ottimi standard qualitativi per ciò che concerne la musica. Vuoi per il merito dei due geniacci alle chitarre vuoi, ancora, per i mostri sacri coinvolti in ogni song che, singolarmente, mettono in mostra i controcazzi in ogni occasione, quasi fosse, questo, un Match alla “ne rimarrà uno solo!!!”, piuttosto che un best seller della musica hard rock n’ AOR. Fondamentalmente, ripeto, siamo innanzi ad un prodotto più che buono che, sin dall’opener, con un Tony Martin in pienissima forma, ci fa capire che possiamo tranquillamente spenderci su i nostri soldini, qualora fossimo innamorati (o anche solo avvezzi) a questo tipo di sonorità. Infatti, “Into The Light” e la successiva “Shame On You” (con Bert Heeriik alla voce) si dimostrano gemme di hard rock melodico che non potranno non incantare il loro ascoltatore. Così come, ancora, “Toinght”, dal refrain molto ruffiano e cantata dal mostruoso Joe Lynn Turner, non potrà che deliziare e affascinare ogni ascoltatore. Song semplicemente stupenda che ben fa coppia con una delle ballad presenti sul disco, ossia la struggente “Remember Me”, cantata da un emozionante Rob Rock. Ancora, brani come l’epica cavalcata “Rock Me”, eseguita da un leone come Paul Shortino, si dimostreranno autentiche anthem song da urlare a squarciagola mentre, in “Dirty Games”, ciò che colpisce, oltre  al talento delle corde vocali coinvolte dietro il microfono (stiamo parlando di David Reece, mica cazzi!), è proprio il guitar riffing della stessa, introdotta da un gustoso riff countryeggiante che poi ben si districa in un mostruoso riffone roccioso ed energico, proprio come mamma “hard rock school” ha saputo ben insegnare a tutti noi, figli suoi adepti. Non mancano episodi un po’ più scialbi, quali “In The Heart Of the Young”, seconda balld, che, purtroppo, non riesce a reggere il confronto con le big citate e fa perdere punti, purtroppo, pure al suo singer, alias Tony Mills che, pur sfoderando una prestazione da urlo, si ritrova a cantare una canzone sempliciotta, banalotta e un po’ troppo commercialotta e, perché no, ruffianotta all’inverosimile. Fortunatamente, a risolvere le situazioni, ci pensa un’altra gemma di rock “adulto”, “Only 4Ever”, pilotata dal grandioso Torben Schmidt. Song, quest’ultima, che non mancherà di deliziare i padiglioni auricolari di ogni rocker, vuoi per l’incantevole voce del suo singer, vuoi, soprattutto, per le meravigliose melodie che giostrano attorno alla stessa (il tutto sapientemente “condito” da un guitar solo, semplice, ma, allo stesso tempo, di impatto notevole). nel complesso, questo “High & Mighty”, pur non godendo di luce propria ma solo “riflessa” (e, questo, a causa dei Big presenti che, invero, conducono l’orchestra dall’inizio alla fine), riesce a compiacere i gusti del sottoscritto. Non sarà una pietra miliare ma, fondamentalmente, rimane un disco di sano hard rock & AOR di fattura ottimale e, come sempre, ottimamente prodotto. Perché, quindi, non acquistarlo quando, in giro, ci sono già ben 3 “Metal Opera”? di cui, si salva, solo la terza e, a malapena, la seconda? Meditate, rockettari, meditate…   VOTO: 8.5  

PLACE VENDOME, Streets of Fire (2009)

  C'era una volta un bravisSsSsimo cantante dotato di una voce potente e cristallina, tanto da farlo accostare a più riprese a un certo Bruce Dickinson from Iron Maiden, anche perchè la band in cui prestava le sue vigorose performances gli Iron ce li aveva nel cuore.Questo bravisSsSsimo cantante rispondeva (e risponde ancora, grazie al cielo) al nome di Michael Kiske, e la band di cui sopra era niente meno che la celebrata formazione degli Helloween. Da un certo punto in poi, ovvero da quando le "zucche" hanno iniziato a sfornare album di dubbia qualità, il nostro si è dedicato a progetti diversi e ad album solisti, spesso molto criticati dai suoi fans, in quanto distanti dalla strada "power" intrapresa in precedenza. Tra i progetti trasversali merita naturalmente una menzione quello più conosciuto, gli Avantasia, in cui Kiske si rimette i panni del vocalist dei tempi migliori.Ma tra le altre c'è anche una proposta che rientra solo con qualche spintone nel campo "metal", trovandosi a ben vedere più sulla linea "melodic" e "AOR", un acronimo ambiguo per definire un rock (hard, in questo caso) orecchiabile e commercia(bi)le, cioè potenzialmente trasmissibile in radio.I Place Vendome nascono da un'idea di Serafino Perugino, che nel 2005 raccoglie Kiske, tre elementi dei Pink Cream 69 - il bassista Dennis Ward, il batterista Kosta Zafirioi e il chitarrista Uwe Reitenauer - e Gunter Werno, tastierista dei Vanden Plas. Il primo album, "Place Vendome", raccoglie la sua buona dose di consensi. Nel 2009, la band si riunisce dopo gli impegni rispettivi dei singoli e dallo studio esce "Streets of fire", che riprende il filo del predecessore, proponendo un rock melodico, piacevole, con qualche spunto tecnico rilevante e una cura notevole nei suoni e negli arrangiamenti.Addentrandoci nei meandri della tracklist, ai primi ascolti si ha l'impressione che sia un album, come dire, un po' "in discesa". Pirotecnico all'inizio, si affievolisce via via riscattandosi solo nel finale. Ma partiamo dall'inizio. La self-titled, "Streets of fire", è davvero una piccola perla, decisamente la traccia più potente, aggressiva, insomma, più "metal" tout-court. L'intro pianistica prelude a un riff coinvolgente grazie anche a un ottimo utilizzo della chitarra stoppata. La strofa si adagia sui punteggi del basso, arricchendosi di arrangiamenti "in crescendo", fino ad arrivare allo splendido, splendido - lo ripeto - bridge, un passaggio musicale ultimamente (ingiustamente) trascurato, in cui Kiske fa letteralmente venire i brividi, conducendo con maestria al trascinante ritornello in cui è chiaramente riconoscibile l'impronta "power" della composizione. Ottimo anche l'assolo che impreziosisce una traccia da dieci e lode sotto tutti gli aspetti.Anche "My Guardian Angel" è annunciata da una oscura intro di tastiere e pianoforte, elementi portanti di questa traccia, guidata da una linea di basso ben studiata. Il refrain è decisamente più melodico e soft della traccia precedente, solo gli assoli riportano la traccia "in ambito metal". "Completely Breathless", nel suo incedere decisamente pop ma sostenuto da chitarre distorte, è una di quelle canzoni da accendini al vento - anche se ora ai concerti si usano i meno romantici display dei cellulari, Muse docent. Una ballad romantica e tanto, troppo, orecchiabile, con un ritornello ruffianissimo ma che sembra sincero, e quindi non può che essere apprezzato. Non faccio fatica a immaginare un fan duro e puro degli Helloween che, sentendo un melenso Kiske cantare "If this is the Last Goodbye, I swear I will change the end of time, Whatever you do, You're leaving me completely breathless", inizi a prendere a testate il muro piangendo e chiedendosi perchè. Ma suvvia, un po' di sentimento.  Il trittico iniziale supera brillantemente la "prova ascolto": sì, è AOR, sì, è melodico, molto, Place Vendome promossi? Più o meno. Da "Follow me" le note si fanno meno liete, e in questo caso non è una metafora. La musica e i ritornelli diventano privi di mordente e spesso stucchevoli, degni di un gruppo di musica leggera con una bella voce e qualche chitarrina distorta qua e là. Soprattutto, le canzoni come "Follow me", "Beliver", "Changes", per quanto piacevoli all'ascolto, sono un po' troppo superficiali e "fastidiosamente" allegre. "Set me free", nuovamente guidata dal piano, prova a spezzare quest'atmosfera 'volubile', riportando il lavoro su binari un po' più seriosi. "Valerie", traccia 7, è invece la classica canzone in grado di far cliccare il tasto "eject" di un lettore CD, o "off" di un lettore mp3. Sembra una pessima cover di una ipotetica brutta canzone dei Toto. C'è da domandarsi seriamente cosa c'entri in questo lavoro.Alti e bassi, dunque. "A scene in reply" conferma la scia della scarsa ispirazione: intendiamoci, non sono brutte canzoni, ma non lasciano il segno, si fanno ascoltare, semplicemente, senza comunicare molto. La già citata "Changes" fa coppia con "Surrender your soul". Belline, briose, addirittura danzerecce tra chitarre scampagnate e cori di sostegno. Questo passa il convento, questo ci facciamo piacere, storcendo un po' il naso.Per fortuna che in zona Cesarini, a speranze quasi abbandonate, arriva invece una "Dancer", che vede il ritorno imperioso delle chitarre, una batteria massiccia, come Dio comanda e un giro di basso magistrale. Il tastierista è stato temporaneamente sedato (presumo), la band diventa cattiva e si cimenta nella prova più 'dura' della lista. L'esito è confortante.La dodicesima e ultima traccia, "I'd die for You" è probabilmente la più studiata, con qualche prova di virtuosismo finale (batteria e chitarra in particolare). Con la precedente "Dancer" contribuisce a chiudere egregiamente un disco dalle splendide premesse, che si perde a più riprese nella parte centrale, e si rianima nel finale: un album che merita comunque un'ampia sufficienza, perchè, pur con qualche perplessità, si fa ascoltare più e più volte.Voto: 7/10Place Vendome - Streets of Fire (2009)   Tracklist:   1. Streets of fire    2. My guardian angel   3. Completely breathless   4. Follow me   5. Set me free   6. Believer   7. Valerie (The truth is in your love)   8. A scene in replay   9. Changes  10. Surrender your soul  11. Dancer  12. I'd die for you       Line-up:    Michael Kiske - Voce    Dennis Ward - Basso    Kosta Zafiriou - Batteria    Uwe Reitenauer - Chitarra    Günter Werno - Tastiere          

PRIDE OF LIONS – THE ROARING OF DREAMS

  Se il loro disco omonimo mi aveva subito catturato ed il successivo "The Destiny Stone" mi aveva deliziato, questo "The Roaring Of Dreams" è roba sopraffina per tutti i tipi di palati. Come il tartufo, quello più puro e raro. Come il caviale. Insomma: come quelle cosa che puoi goderti una sola volta e poi dici "Vedi Napoli e poi muori". Io non voglio crepare, affatto. Ma questo disco suggella il posto ad onore dei Pride of Lions sul monte dei Kings of AOR per eccellenza. L'album è un autentico gioiello, stracolmo di altre piccole pietre preziose, ognuna incastonata in esso. Sono superbe ed infinite le emozioni che riesce a trasmettere all'ascoltatore. Non mancano gli episodi più energici e da colonna sonora (come l'opener "Heaven on Earth" e la successiva "Book of Life"). Non mancano quelli più struggenti che faranno svenire tutti gli appassionati del rock melodico ("Secret of the Way" e "Love's Eternal Flame"); non mancano neppure momenti di chiaro omaggio ai Dire Straits (ascoltare per crede "Tall Ships") e, per finire, non manca neppure la favolosa title track laddove i nostri leoni si superano, sfoderando un'opera maiuscola, un brado che trasuda emozioni ovunque. Un disco che, definire perfetto, è quasi un insulto. Non ha punti deboli, non ha momenti di cedimento, non ha niente che possa intaccare le sue pietre preziose. Solo bellezza, emozioni, rabbia, melodia e, come da copione, una chiusura eccezionale con la superba "Turnaround", che potrebbe far da colonna sonora ad un qualunque film di Hollywood. Ma chi sono io per giudicare un album e inserirlo agli apici dell'olimpo dell'hard rock melodico? Nessuno. "I'm just one" (Metallica docet). Il resto, sentenza finale, è compito vostro. Siete grandi, ragazzi... VOTO: 9.5  

PRETTY MAIDS – PANDEMONIUM

9. aprile 2011 15:47 by Antonio Moliterni [Anatas] in A.O.R., HARDROCK, HEAVY, METAL , Recensioni  //  Tags: , ,   //   Commenti (0)
  Mai ritorno fu più gradito dal sottoscritto. Dopo un album interlocutorio come “Wake Up To the Real World”, i danesi Pretty Maids, ritornano con questo nuovo pargolo da studio, “Pandemonium” che ci riporta un po’ più indietro nei tempi, ossia, all’epoca del micidiale “Panet Panic”, riprendendo le sfuriate heavy metal , tanto care alla band sin dai tempi del loro debut-album, “Red Hot And Heavy” (e chi se la scorda “Back To Back”!), miscelando, il tutto, sapientemente con riff hard rock e un “pizzico” di AOR che non guasta mai. Si,perché, se nel precedente lavoro l’AOR aveva ripreso piede (commemorando i periodi di “Futur World”), in questo “Pandemonium”, la title track, scatena, già di per sé, un vero e proprio pandemonio sonoro. Sottovalutati all’inverosimile, quasi sconosciuti, dotati di un singer che definire divino è insultarlo (Ronnie Atkins, autentico portento vocale che molti altri singer hanno tentato, invano, di “riprodurre”), i Pretty Maids hanno saputo viziarci con perle del calibro di “Scream”, il sottovalutatissimo “Sin-Decade” , il micidiale album dal titolo chilometrico  “Anything Worth Doing, Is Worth Overdoing” e il meraviglioso “Planet Panic” (senza scordarci di “Red Hot And Heavy”). Ed ora, eccoli qui, pronti a dar fuco e fiamme a cielo e terra con “Pandemonium”, stupenda title track che mi ricorda moltissimo “Virtual Brutality”, introdotta da un uso intelligente di tastiere e synth per poi dar spazio a un capolavoro di violenza metallica che, solo loro, avrebbero potuto saper concepire. Una song che fa magistralmente coppia con l’altrettanto terremotante “One World One Truth”, altro capolavoro d’alta scuola. Autentiche cavalcate metalliche che si alternano a momenti più melodici che sfociano in territori più adiacenti al sound AOR, quali la meravigliosa “Little Drops Of Heaven” (che fa doppia coppia con la struggente “Old Enough To Know”), o la power-heavy metal ballad  “I.N.V.U.”, quest’ultima, invece, più orientata verso l’hard rock, risultando una ballad non diabetica e sdolcinata ma, al contrario, un capolavoro melodico e “meditato”, sorretta da un ottimo mid tempo nei refrain e da un’ugola maestosa. L’ugola di Ronnie. In generale, è davvero difficile dover scegliere la song preferita. Perché, se “Pandemonium” si dimostra un ottimo biglietto da visita, così come le successive, sempre all’altezza, “Cielo Drive”, altra mazzata metallica, micidiale e sinfonica, non può passare inosservata, assieme alla stupenda e conclusiva “Breathless” che pone i sigilli ad uno degli album più belli di heavy metal partoriti in questo 2010. Come da anni non ne sentivo. E, oramai, quando leggo “Pretty Maids”, acquisto ad occhi chiusi, poiché, il loro nome è sinonimo di garanzia (la loro Bio è abbastanza dettagliata a tal proposito). Mentre, altre band “clonatrici”, quali “Masterplan”, “Firewind” (che nel loro ultimo lavoro hanno saputo ben “rivedere” il loro sound in chiave un tantino più personale) o, peggio, gli “Astral Doors” (che stanno subendo un declino pauroso assieme ai Masterplan, dei quali, si salvano i primi due dischi), dovrebbero meglio imparare il concetto di heavy metal, per poi riuscire a comporre album degni di una sittal fattura, cercando di distaccarsi dai fottuti e straabuati terreni del power me(RD)tal. Pretty Maids? There are so cool! Slogan? Può darsi…. Ma questo disco è davvero una figata pazzesca……   VOTO: 9.0  

About TheEmptyDream.it

The Empty Dream nasce dalla passione di tre amici e da quello che amavano faredi più: sentire musica, giudicare quella musica e mettere online le loro sentenze. E' così che è stato fondato The Empty Dream.

Da un'idea di Antonio Moliterni, Giacomo Picca e Dario Picca

Inoltre dal 2011 The Empty Dream è una testata giornalistica registrata.
Direttore responsabile Francesco Mastromatteo. 
Editore, Proprietario e Direttore Generale Antonio Moliterni. 
Vicedirettore e inserzionista: Giacomo Picca
Vicedirettore e Webmaster: Dario Picca.

Sezioni del sito