The Empty Dream | BLUES

Marco Tansini - Blues Garage

  Sono pochi i generi musicali che riescono a mettere d'accordo tutti gli ascoltatori riguardo la piacevolezza e l'"ascoltabilità", chiamiamola così. E uno di questi è il BLUES. Il blues che può rendere allegro e farti scatenare con i suoi ritmi cadenzati e gli assoli di chitarra (o pianoforte) travolgenti, o che può rapirti con le sue scale malinconiche e il suo incedere lento. Piò piacere a tutti, ma non può essere suonato da tutti: ci va tecnica, ispirazione ma, soprattutto, ELEGANZA.   E questo album di Marco Tansini, "Blues Garage", di eleganza ne ha da vendere, e anche tutte le altre qualità non mancano di certo. Marco e la sua chitarra sono i grandi protagonisti di questo lavoro interamente strumentale, secondo viaggio nel genere  dopo "American Places". I titoli delle canzoni fanno riferimento ciascuno a un colore, che nel blues si traduce con un "mood", un umore, o meglio, uno stato d'animo.   Si parte con "Brown", traccia che non scopre le carte all'ascoltatore ma comincia a trarlo nella propria rete, in cui lo cattura poco dopo, con "Cherry", prima di 'rallentare' proprio con la title-track 'Blues Garage', unica eccezione in quanto a titoli ispirati ai colori, e messa in posizione strategica in scaletta per coinvolgere in maniera totale e definitiva. 'Orange' è nuovamente movimentata e guidata da un ottimo giro di basso, 'Green' è un passaggio sognante, 'Yellow' più compassata e "Amber" è un diamante, il vero blues da ascoltare a occhi chiusi. Quello che ti trascina nelle profondità dell'animo e sembra non volerti lasciare. E non sarà l'unico momento di questo disco. "Purple" è rock, decisamente, e torna a dominare il basso. La chiusura è in bianco e nero ma solo per modo di dire: con "White", un on the road allegro andante e "Black", perla di blues melanconico e graffiante. Altro e definitivo sconfinamento nei meandri dell'anima. Un album di ottima fattura, con sfumature molteplici e una sottile atmosfera 'live'. Assolutamente da ascoltare e 'sentire'. Marco Tansini - Garage Blues Tanzan Music, 2011 Tracklist: 1) Brown 2) Cherry 3) Blues Garage 4) Orange 5) Green 6) Yellow 7) Amber 8) Purple 9) White 10) Black LINE UP: MARCO TANSINI: GUITAR GIANNI GRECCHI: BASS PAOLO “APOLLO” NEGRI: HAMMOND PAOLO BOTTESCHI: DRUMS http://www.tanzanmusic.com/ita/catalogo/marco-tansini/blues-garage

A Mad Game - Stand Up

    Un mio amico mi ripete spesso che un saggio ascoltatore di musica fa ogni qual volta pause e invasioni su altri generi e vie... giusto per sturarsi un po' le orecchie e levarsi di dosso la ruggine. Io da buon metallaro non gli ho mai dato retta, anche perché già l'idea di curiosare nel pop, rap e tecno mi da il voltastomaco; quindi mi limito a vagare sempre nell'ambito metal, rock e sporadicamente alternative. Girovagando mi sono imbattuto in questi tizi genovesi dal nome A Mad Game e orco boia sono forti! I genovesi ci mostrano con il loro primo album Stand Up ci mostrano un misto di rock, blues, funk, punk, alternative e tanta buona inventiva. Sembra la solita banalità ma questa volta sono rimasto veramente ma veramente sorpreso. Il loro sound è articolato sia da gli strumenti classici (chitarra, basso, batteria) e sia da una numerosissima prole di suoni particolari, effetti sgargianti, tribali qua e la; insomma qualcosa di davvero particolare e raffinato. Le canzoni sono corte, in una media di tre minuti e mezzo per canzone, i contenuti nonostante la loro semplicità attirano molto e ammiccano tosto; la qualità d'audio è davvero eccellente per essere un primo album e tutti gli strumenti sono utilizzati in maniera giusta senza osannarne uno in particolare. Un particolare elogio al cantante Giuliano Costa che nonostante il timbro non del tutto nuovo riesce a suonare sempre frizzante e a toni giusti. Onore anche al basso di Alessio Rasone che almeno in questa occasione è utilizzato in maniera giusta e anche abbastanza controcorrente. Me gusta. Mi spiace solo il fatto di non averli scoperti prima, queste giornate gelide di inverno spengono completamente la loro luccicanza. E sì perché canzoni come queste me le sogno d'estate in riva al mare o alla radio. In conclusione un buon album e un ottimo inizio. Gli A Mad Game fanno musica raffinata e creativa. L'unica pecca è forse il genere in se che a un metallaro come me suona fin troppo leggero, blando e strutturalmente semplice. Un pelo nell'uovo. Per il resto tanti auguri. VOTO: 8

THE DOORS - THE DOORS

The Doors fu il disco di debutto dei The Doors, registrato ai Sunset Sound Studio nell'Agosto 1966, fu pubblicato il 4 gennaio 1967 dalla Elektra Records.

La leggenda ha inizio.

Giovanna Lisanti. [Prosegue]

NIGHTWISH – IMAGINAERUM

L’ultimo parto discografico dei Nightwish, a band finlandese che, da sempre, non finirà mai di stupire i propri ascoltatori. Altro strike per i nostri, con una band sempre sugli scudi e con una Annette in pienissima forma! Strafichissimiticissimo!

Antonio Moliterni
[Prosegue]

SMOKEY FINGERS, Columbus Way

  Southern Rock. Il rock del sud.  Quando si pensa agli States il pensiero, in prima battuta, cade inevitabilmente su New York, la California, Las Vegas, la Florida. Eppure esistono luoghi enormemente più suggestivi, infinitamente più ispiratori e con un forte credito di gratitudine nei confronti della musica. E quei luoghi sono proprio quelli del profondo sud, Alabama, Georgia, Lousiana, Virginia, che sono state la culla di più di un genere musicale e che sono in grado di suscitare nell'immaginario collettivo emozioni ben più vaste dei succitati e più celebri luoghi. E' dunque con gli occhi socchiusi e la fantasia pronta a trascinarci verso quei lidi che ci avviciniamo a questo Columbus Way, che già nel titolo ci trasporta idealmente verso un viaggio nel Sud. "Old Jack", un riff e un assolo prima di conoscere la voce di "Luke" Paterniti, la nostra guida. E' già un'ottima premessa questa sfaccettatura più hard, che non esiterà a tornare a trovarci successivamente. La intro di "The Lover" è delegata alla sessione ritmica - Daniele Vacchini alla batteria e Fabrizio Costa al basso, prima che le chitarre e la voce ci immergano in un'atmosfera tipicamente seventies.  Siamo sempre più ipnotizzati da questo road-album grazie a "Chains of Mind", riff eleganti e prova vocale molto più che convincente. E' proprio la musica a liberarci dalle catene che tengono prigioniere la nostra mente: solo così possiamo dimostrare di essere nati per correre, come spiega il titolo della track successiva, "Born to run", appunto, una semi ballad che strizza l'occhio al country e che mette in risalto anche il lato pulito delle chitarre, che nell'arpeggio iniziale vedono la presenza dell'ormai a noi conosciutissimo - e come sempre impeccabile - Mario Percudani. La traccia si avvale anche delle vivaci scorrerie di Paolo 'Apollo' Negri all'organo Hammond. Tutto perfetto per sostenere la calda voce di Gianluca, la cui linea rievoca a tratti quella di un'altra celebre canzone dal sapore molto "southern", ovvero "Turn the page".   Il tempo si ferma letteralmente in "Ride of Love", altra hard ballad dettata da arpeggi leggermente distorti, ritornelli cattivi e assoli come sempre ben studiati e non semplicemente riempitivi. Un applauso sincero a Diego "Blef" Dragoni, l'uomo con la chitarra. I soli in questa traccia sono quattro, e sono uno più splendente dell'altro. Tempo più lento per la sostenuta e zeppeliniana "Over the Line", altra pietra miliare sulla strada per Columbus, che anticipa i riflessi chiaramente blues di "Die For The Glory", road track per eccellenza. Siamo in piena vena Lynyrd Skynyrd in "The Good Countryside", brano corale e ben articolato, con un ottimo lavoro di backing vocals maschili e femminili.  "Sweet Tears" è la vera ballata. Chitarra acustica e voce sugli scudi per una traccia easy-listening in grado di scatenare emozioni forti. Un richiamo al passato nel testo, il punto fermo di riflessione di ogni viaggio, che viaggio non è se non lo è anche interiormente. Sempre dannatamente azzeccati gli assoli, anche nella scelta dell'effetto. A tal proposito, vista la dimensione country, perfetta la scelta dello slide. Si torna a ritmi più incalzanti in "Country Road" (un titolo ben più che evocativo) e quasi indiavolati nella successiva "Crazy Woman", prima di "Devil's Song", traccia conclusiva e perfetta 'summa' di tutto quanto dimostrato nell'ora di album: cambi di tempo, di mood, assoli e vasta gamma di colori ed emozioni, il tutto regalato con sicurezza e tecnica (Tanzan Music non ne sbaglia una). I due minuti finali suonano come un attestato e hanno tanto il sapore di un finale di concerto.  Album da ascoltare più volte, a ogni ascolto si apprezza maggiormente. Inutile dire che come colonna sonora di un viaggio la sua valenza si decuplica.Voto: 8,2 Smokey Fingers, Columbus Way (2011) Tracklist: 1. Old Jack2. The Lover3. Chains of Mind4. Born to Run5. Ride of Love6. Over the Line7. Die for the Glory8. The Good Countryside9. Sweet Tears10. Country Road11. Crazy Woman12. Devil's Song Line-up:GIANLUCA “LUKE” PATERNITI: LEAD VOCALSDIEGO “BLEF” DRAGONI: GUITARSFABRIZIO COSTA: BASSDANIELE VACCHINI: DRUMSGuests: MARIO PERCUDANI: ACOUSTIC GUITAR ON TRACK 04 / LAP STEEL ON TRACK 09 / BACKGROUND VOC ON TRACKS 01 / 04 / 08PAOLO "APOLLO" NEGRI: HAMMOND & RHODES ON TRACK 04JOSH ZIGHETTI: BACKGROUND VOCALS ON TRACKS 01 / 02 / 07BARBARA BOFFELLI: BACKGROUND VOCALS ON TRACKS 07 / 08 / 11 / 12ELISA PAGANELLI: BACKGROUND VOCALS ON TRACKS 02 / 04 / 08 / 09 / 11 / 12

Pain of Salvation - Road Salt Two

13. ottobre 2011 17:52 by LUGREZZO in BLUES, PROGRESSIVE, Recensioni, ROCK   //  Tags: ,   //   Commenti (1)
    Bè, a stupire i Pain of Salvation c'hanno preso la laurea specialistica, maestri, quasi primari. Circonciderli nel progressive metal è un errore fatale, nulla a che vedere con gli stereotipi dreamtheateriani che hanno, e stanno, dettando le fottute regole del prog metal. La cosa sconvolgente è che la band è assai recente (si parla del 97) ma nonostante tutto si è riuscita a guadagnare terreno e ormai sono pilastri del prog moderno.   A capitare il tutto c'è il giovine e prosperoso Daniel Gildenlöw, indiscusso mastro burattinaio. I Pain of Salvation l'hanno capito da subito: puntare sulla qualità eccellente e sperimentare senza rinnegarsi. Il rovescio della medaglia è evidente: i fan fossili rivendicheranno sempre le origini eccetera eccetera. Ritornando su questo Road Salt Two devo dire che questa ultima piega dei PoS non mi era piaciuta proprio per niente: Skarsick e poi il madornale Road Salt One che mise a soqquadro la mia reputazione su di loro... ma non tutto è perduto!!! Questo secondo capilo si presenta radicalmente diverso, pur avendo di per se gli stessi elementi. Insomma se con una patata e un tubo un tizio si fa un cannone artigianale è un conto, ma se si fa una canna al purè so mazzi di altri mondi. Il progressive rock/blues c'è ma è rivisto con una chiave di lettura completamente diversa. Sarà per l'avvertimento del precedente flop, sarà che hanno ricevuto una cattiva telefonate, i Pain of Salvation hanno deciso di cambiare le carte in tavola. E così mentre, ascoltando, mi ripetevo “ora inizia la parte cazzeggera” la parte cazzeggera non arrivava e mi iniziai a preoccupare... ma amici ascoltatori è proprio così: diversamente dallo sterco precedente(Road Salt One) non ci sono cazzeggi e ubriacature. La batteria tambureggia che è uno spasmo periodico, il basso pompa come mio zio col canotto e le tastiere fanno veramente ma veramente paura. Inutile elogiare la voce di Daniel, una delle poche valide tanto nel metal quanto nel mondo. Se vi aspettavate un fallimento consecutivo avete sbagliato album. Le 12 canzoni si fanno ascoltare che è una meraviglia e sono tutte, e dico tutte, costruite sull'elemento che ha fatto furore ai Pain of Salvation: la ricerca, il particolare. Spiccano meravigliosamente la rustica “Healing Now”, l'orchestrale “To the Shoreline”, la zippettosa “Eleven”, la nauseabonda “The Deeper Cut” e la classicheggiante “End Credits”... ma vi ho nominato solo le punte massime... tutte belle canzoni, album completissimo. Ritornando sul fattore particolare non posso non illustrarvi questa cosuccia, solo uno dei giochetti che i PoS fanno ormai da anni e che i Dream Theater hanno molto approfondito: ossia il riproponimento di una strofa o melodia in più canzoni e passaggi; vi sembrerà una bighellonata ma io ci vado letteralmente pazzo. Allora: se fate caso il “Road Salt Theme” è stato sovrapposto un una strofa di “Solftly She Cries”; cosa ambigua fatta fra “End Credits” e “The Physics of Gridlock”; in oltre lo stesso “ Road Salt Theme” è ripreso anche al finale di “End Credits”. Tutto ciò crea un incatenamento favoloso: “Solftly She Cries”-“Road Salt Theme”-“End Credits”-“The Physics of Gridlock”. Semplice particolare che, non so a voi ma, a me garba parecchio. Un'altra cosa figa stà nel finale di “The Physics of Gridlock”: Daniel canta in francese!!!! Rifacendo un paio di conti: uno svedese che canta in inglese, in BE addirittura in latino e ora in francese!! ci manca un fraseggio in giappomandarino e Daniel diverrà cittadino del mondo... Il metal manca ormai da anni in casa PoS, ma come disse il maestro al comandante “Tra due mali bisogna sempre scegliere il minore”. VOTO: 7-    

BLUEVILLE, Butterfly Blues

Non ci sono dubbi, ogni volta che arriva qualche proposta dalle parti di Lodi, e precisamente dagli studi discografici della Tanzan Music, abbiamo già la certezza che, qualunque cosa avremo spacchettato e infilato nel lettore cd - metaforicamente, certo - sarà sicuramente QUALCOSA DI QUALITA'. E la tendenza si conferma anche con questo "nuovo progetto" - è il loro esordio discografico, ma calcano le scene già da cinque anni: i BLUEVILLE, che vedono l'inarrestabile Mario Percudani - già noto agli archivi sia come 'solo-project' ("New Day") che come chitarrista e voce degli Hungryheart ("One Ticket to Paradise"). Se non fosse sufficientemente chiaro dal nome della band - Blueville, appunto - è il titolo dell'album a spazzare ogni dubbio su quale sia la direzione presa dai nostri: "Butterfly Blues", e quindi, in definitiva, BLUES. Non che ciò debba trarre in inganno: è un album lungo e variegato, con uno stile decisamente eterogeneo influenzato dal mood e dall'esperienza di ciascun elemento. Quindi, pur essendo basically blues, è anche pop, soul, rock, r&b."When I ring the bell" crea immediatamente l'atmosfera blues, che si fa ancora più evidente nella più lenta "Love Letters in My Guitars Case". Ritroveremo questo calore nelle ritmate "The Blues is mine" e "Little Town Man" e nella più pacata "Low and Slow". Ma, come detto, non è solo e puramente blues: già in "Misery",  lo stampo è di tutt'altra matrice e la virata è garantita dal duetto soft tra Percudani e Sherrita Duan.  Altra virata con la suadente "Rosemary Lane", in cui ritroviamo il Percudani intimista di "New Day", e l'inserimento della tromba, in una nuvola musicale jazz, che solo all'apparenza è passeggera. Nel frattempo ci godiamo l'ascetica "Indian Road", che è uno dei brani più trascinanti - e trascendentali - dell'album, forse per l'approccio maggiormente rock - e per quel tocco di chitarra molto 'knopfleriano', se vogliamo coniare un impronunciabile neologismo. Anche in questo caso, l'accostamento della voce femminile dà un quid in più al brano.Più trascorre il tempo, più la band ci trasporta verso sonorità lontane dal blues di partenza, come una barca che poco a poco si avvia ad esplorare sempre più al largo: scopriamo allora la  ballata gospel “Every Year Of Your Life”, con un'ulteriore divagazione successiva - più vibrante - in "Blues from the edge of town".Imperdonabile non citare l'apporto musicale fornito dall'organo Hammond ("Turning Blue") così come il coro ("Sorry Baby", per citarne una). Finale con doppio cambio di marcia: influenze rock per "Blues Generation" e contaminazioni country per la conclusiva title-track "Butterfly blues".Lavoro di ampio respiro e grande qualità, nei suoni e negli arrangiamenti: notevole la capacità degli artisti (perchè di questo si tratta) di partire da un punto e spaziare nei generi attigui. Talvolta anche troppo, poichè se è vero che farsi trasportare su pianeti diversi è di sicuro piacevolmente sorprendente, è anche vero che col trascorrere del tempo (ben un'ora e un quarto di musica per 15 canzoni!) a tratti si perde quel "blues mood" caldo e trascinante che era stato promesso all'inizio. Blueville, Butterfly Blues (2011)Etichetta: Tanzan MusicVoto: 8+Track List:1. When I Ring The Bell2. Love Letters In My Guitar Case3. Misery4. The Blues Is Mine5. Rosemary Lane6. Indian Road7. Every Year Of Your Life8. Little Town Man9. Blues From The Edge Of Town10. Sorry Baby11. Low And Slow12. Turning Blue13. Talking Bout My Baby14. Blues Generation15. Butterfly BluesContatti: www.myspace.com/bluevillemusic http://www.tanzanmusic.com/ita/catalogo/blueville/butterfly-blues  

MARIO PERCUDANI, New Day

  Un uomo e la sua chitarra, compagna inseparabile e specchio fedele della propria anima.Vedere per credere, non c'è foto di questo artista in cui non compaia anche il suo strumento.Ed è proprio alla chitarra, assieme alla propria voce, unite in un sodalizio perfetto, a cui è affidato il compito di far vivere le emozioni di "New Day", primo album solista di Mario Percudani.Cresciuto in un paesino vicino a Lodi, la chitarra in mano già dai suoi 7 anni, Percudani fonda prima i Keys of Desire, quindi gli Hungryheart, caratterizzati da un rock melodico piacevole e molto curato, con riflessi hard rock decisamente americaneggianti. La strada intrapresa per "New Day" è, invece, inaspettata e totalmente differente: intima, quasi solitaria, Percudani si libera da ogni fronzolo e si circonda di pochi e ottimi musicisti, e ci conduce in viaggio, tra sonorità soffuse e atmosfere rasserenanti, in un mondo eletto. L'anima rock è rimasta in valigia, per lasciare spazio a un genere di difficile definizione, per le diverse influenze stilistiche, dal blues, al chillout, accarezzando il jazz e non disdegnando infinitesimali contaminazioni pop. Proprio perchè è difficile dare una definizione, ci affidiamo a quella data sul sito ufficiale: una musica che "è un ponte tra i migliori cantautori tradizionali americani con una influenza blues, incrociata con il "feeling" della West Coast e delle melodie europee." "In my old shoes" ci introduce subito in questo nuovo "feeling", rigorosamente acustico, ci trasporta in territori quasi lounge, sottolineando immediatamente il ferreo rapporto voce-chitarra, con un comparto strumentale a recitare perfettamente la propria parte, e in cui spicca sicuramente l'appoggio delle backing vocals, curato ed efficacissimo come del resto in tutto il disco.La vena blues-jazz si rivela già da "Don't bother me", segnata da un ottimo supporto delle percussioni, con una chitarra che fa sentire la sua presenza con fraseggi costanti seppure brevi, e una prova vocale davvero notevole. Si diceva dei cantautori tradizionali americani, ed ecco "You can run", un incipit che riporta molto agli episodi più felici degli Eagles, e si mostra come una delle tracce più convincenti dell'album.La chitarra 'pizzicata' e coinvolgente di "Scarlet" ci trascina in una serata calda, in un bar di un paese esotico, con luci soffuse, sorseggiando un drink, in pace con noi stessi. Pace che viene definitivamente sancita da "New Day", proprio grazie alla musica ("Give me music, I can't live without the music"). "All over" sembra suggerire che è il momento di volare solitari verso nuovi lidi, per sfuggire a silenzi e incomprensioni: "So many unusual loves, too many unspoken words, all over my world I fly away now alone". "Standing in the pouring rain", meno trascinante ma dal ritornello sicuramente godibile, ci porta dritti a "Tears on the water", dalla ingannevole partenza soft, con un ritornello deciso in cui la voce quasi 'arrabbiata' di Mario viene supportata magistralmente dalle seconde voci. "I'll be there for you" si adagia su sonorità quasi countryeggianti, molto dolce e sentita, sicuramente uno dei migliori brani dell'album. A chiudere ottimamente è un tributo a Billie Holliday, con una splendida cover di "God bless the child", brano che si avvale anche dell'aggiunta di nuovi strumenti, dal piano acustico alla tromba, per costruire un'atmosfera ora decisamente jazz. Finale da brividi per un album curatissimo e piacevole. Voto 8/10  http://www.mariopercudani.it/ New Day (2010) Track List:1) In My Old Shoes (Percudani)2) Don't Bother Me (Percudani)3) You Can Run (Percudani - Tansini)4) Scarlet (Tansini)5) Tears On The Water (Percudani)6) All Over (Percudani - Tansini)7) New Day (Percudani)8) Standing In The Pouring Rain (Percudani)9) I'll Be There For You (Percudani)10) God Bless The Child (Holiday - Herzog) Musicisti:Mario Percudani: Lead Vocal, Guitars, Dobro, Lap Steel Guitar and Background VocalsMarco Tansini: Guitars, Electric Piano and Background VocalsGianni Grecchi: BassAngelo Roveda: DrumsElisa Paganelli: Background VocalsPiero Bassini: Acoustic Piano on track 10Gianni Satta: Horn and Trumpet on track 10Barbara Boffelli: Background Vocals on tracks 1 and 3  

SLASH – SLASH

  Confesso, in tutta sincerità, di essermi avvicinato a questo progetto solista del riccioluto chitarrista più famoso al mondo con tanto di puzza sotto il naso. Questo, poiché, la nauseabonda suddetta puzza di fregatura poteva sentirsi da lontano. Anche, e soprattutto, a causa del fatto che Slash (si, è lui il riccioluto!), per dar vita a questo suo disco, si è fatto coadiuvare da una serie di ospiti illustri. Com’è tanto d’uso, oggi, tra le varie rock opera e/o metal opera. Tuttavia, la riuscita di un album e delle song che lo compongono non sta negli special guest coinvolti ma, appunto, nel talento del compositore. E, questo, credo, sia chiaro a tutti voi. Avrò letto numerose recensioni, commenti e via dicendo. Chi lo ha apprezzato, chi lo ha schifato. Alla fine, ho aperto il portafogli e l’ho acquistato, basandomi su un mio personalissimo teorema: se uno stronzo come Axl Rose ci ha messo ben 17 anni per cagare un altro stronzo quasi più grosso di lui, proveniente dalla democrazia cinese e diretto all’interno della tazza del suo cesso, Slash, in questi stessi anni, si è dato da fare e non poco. La sua carriera con gli Snakepit (che, in tutta franchezza, non è che mi abbia entusiasmato più di tanto), quella con i Velvet Revoler (anche qui stenderei un velo semi-pietoso), altri progetti dei quali non so neppure il nome e/o l’esistenza e, per finire, questo suo disco, intitolato, semplicemente, “Slash” e corredato da una cover che, definire, geniale, è dir poco. E, il nostro amico, ha puntato le sue carte, non tanto sugli special guest (tanto per citarne alcuni, Ozzy Osbourne che ha donato al sua vita al metal e alla tossicodipendenza e che ora si ritrova a cantare in un album di puro hard rock, Mr. Saul Handson che, in questo disco, si fa valere con riff di autentica fattura, l’immortale Lemmy che, un giorno, sarà soprannominato Highlander, Iggy Pop e la voce di Fergie incazzata come non mai!), quanto, appunto, sul songwriting. Dando vita ad un album di puro hard rock, senza infamia, né lode. All’interno del quale non troveremo spunti di innovazione o altro ma, solo e soltanto tanta passione per la chitarra, i riff distorti, i giochi con le sei corde che, a Mr. Cilindro sono tanto cari e, soprattutto, quegli assoli di chitarra che manderebbero in estasi il rockettaro più affamato di hard rock. Si. Perché, qui, si respira solo aria di un fottutissimo hard rock a stelle e strisce come da anni non si sentiva aleggiare tra le correnti del vento. E, il disco, non potrebbe aprirsi in maniera migliore, con la rocciosa e “so cool” “Gost” che ci mostra il nostro amico in pienissima forma, così come lo avevamo lasciato e dimenticato nei suoi Guns buon’anima, ora, appartenenti allo scemo del villaggio di turno, Mr. Rose. Così come “Crucify The Dead”, sembra essere fatta apposta per essere cantata da Ozzy Osbourne, gran pezzo oscuro e, perché no, intriso di un senso di “horror” che ci rimanda indietro nel tempo ai grandi album dell’Ozzy che fu (“Diary Of A Madman”). E, scorrendo tra le tracks, è la volta di una delle high lights dell’albuM, quella “Beautiful Dangerous” cantata in maniera magistrale da una Fergie (Black Eyed Peas), arrabbiatissima, incazzatissima, nervosissima che mi riporta in mente i primissimi Guano Apes (quelli si che erano bei tempi…). In “Promise” sembra aleggiare un senso di oscurità ma, la stessa, poi, si dimostra l’ennesima perla di hard rock autentifico e senza fronzoli alcuni, con un Chris Cornell in forma smagliante. Song che si regge su un ritornello che canteremo a squarciagola sotto le nostre docce mentre saremo preda della nostra stessa follia. Song, in cui, Slash ci stupisce con uno dei suoi assoli che, Deo Gracias, hanno sfamato la mia “Appetite For Destruction”. Infine, segnalo un altro paio di song. La bella ballad, “Starlight”, cantata da Myles Kennedy, un autentico diamante, in cui, Mr. Kennedy (After Bridge) dà sfogo alla sua straordinaria ugola rivelandosi, probabilmente, una tra le voci più belle all’interno dell’hard rock a livello mondiale. E, come secondo piatto forte, invece, vi consiglio la dinamitarda e molto metal-oriented “Nothing To Say”, sorretta da un guitar riffing roccioso. Song che si rivela una fucilata di metal-rock stradaiolo come non se ne sentiva da tempo che, per l’occasione, ci viene cantata dall’ennesimo mostro dall’ugola di platino, Matthew Shadows (Avenged Sevenfold). Semplicemente un boato di hard rock allo stato brado. In definitiva, “Slash”, è un album composto con l’ausilio dei famosi “controcazzi” che, chissà  perché, il nostro amico ricciolino ha ostentato a tirar fuori. Un disco che è pieno zeppo di song, alcune elle quali, in verità, un po’ scialbette e non all’altezza delle sorelle menzionate anteprima. Un disco che, però, vi rimetterà in sesto e vi rigenererà. Un disco che, il sottoscritto non si aspettava e che, alla fine, gli è stato “offerto” proprio dall’ultima persona di cui ti fidi. Sperando, al fin, che la carriera di Slash, sia tutta in ascesa, tutta diretto verso la luce delle sue “Starlight” che, illuminano, questo prezioso disco di hard rock “vecchio” che, però, suona fottutamente moderno. Fatelo vostro amiche e amici miei.   VOTO: 8.5          

CREAM PIE – UNSIGNED

  Dopo essermi astenuto per un bel po’ di tempo dallo scrivere recensioni e chiedendo venia a tutti voi, oggi vi presento i Cream Pie, una band relegata, sfortunatamente e stramaledettamente, nei sobborghi dell’underground nostrano la, al contrario, meriterebbe di essere esaltata e di essere posta sul Monte Olipus Metallus, assieme alle altre bands che suonano hard rock ma non in maniera così cazzuta. Perché, è vero, i nostrani Cream Pie, con il loro hard rock stradaiolo ci sanno fare e spaccano che è una bellezza. Altamura, città pugliese della provincia di Bari, arcinota per il suo fighissimo pane DOP, per i suoi strafighissimi biscotti, la focaccia, i prodotti da forno e Dio sa solo cos’altro, diverrà presto famosa, altresì, per aver dato i natali e ospitato i Cream Pie. L’hard rock che la band ci propone è sicuramente influenzato da muse ispiratrici quali Guns n’ Roses, Skid Row, L.A. Guns, Lez Zeppelin, sprazzi di Pink Floyd, W.A.S.P., Motley Crue e compagnia, ossia, tutte quelle band che, negli anni addietro, misero a ferro e fuoco l’intero panorama metal stradaiolo. Tuttavia, la marcia in più dei Cream Pie sta nel fatto di proporci della musica che vede, si, un’influenza nelle bands anteprima nominate ma che, in realtà, viene riproposta in maniera decisamente personale. Il tutto grazie all’opera dell’intera orchestra altamurana che ruota attorno alla magnifica e perfetta sezione ritmica capeggiata da duo Michael Drake e Brian Kent, rispettivamente impegnati nei ruoli di bassista, piano, e batterista il secondo. “Unsigend”, seconda fatica da studio dei Cream Pie, successore del loro primo album “Dirty Job”, registrato nel 2008 e contenente 11 tracce, pur non godendo di una produzione “laccata” (ma forse è meglio così, poiché rende meglio l’idea dello “street-inside”), ci mostra una band matura fino all’osso, anzi, al midollo osseo. Forti da varie date, da due Tour che ha visto loro addirittura impegnati negli USA (rispettivamente nel 2008 e nel 2009), i nostri ci spianano la strada con la micidiale fucilata metal “Tiger”, ottima street-song, laddove c’è poco tempo per penare e per capire che i nostri ci sanno fare, mostrandoci immediatamente i gioielli di famiglia: melodia, velocità, cattiveria, tecnica e controcazzi iperchiodati a volontà. Ottima song, che ben si regge su dei fenomenali guitar riffing e micidiali guitar solos. Le chitarre si intrecciano alla perfezione creano un tappeto melodico tale da far rimanere estasiato l’ascoltatore. La sezione ritmica sempre martellante non sbaglia un colpo, mentre il vocalist barese, il mostruoso e talentuoso David King, si mostra l’arma segreta della band. E, questo, senza nulla togliere al duo degli axemen, Nikki Dick e Phantom (quest’ultimo direttamente dalle terre di Cerignola), impegnati, rispettivamente, nei ruoli di rhytm n’ lead guitar il primo e lead ‘n rhytm guitar il secondo. E questo connubio, questa sinergia che si crea tra i due, fa si che le canzoni proposte dalla band, da pure street metal song si trasformino in cazzute stret metal song! E la prova ce la  offre proprio la seconda traccia, “See Ya Later”, più lenta ma pur sempre ottima, negli intrecci melodici, nella voce cattiva, sporca, rauca e stradaoila di David “Lion” King. Si prosegue con la micidiale “The Evil Inside”, che si commenta da sola. Introdotta da un suoni che sfiorano la psichedelica, si trasforma in una song rocciosa sorretta da un micidiale riff  di chitarra sul  quale, i guaita solos vengono ben intrecciati e, sempre sui quali, la voce del nostro singer preferito ci farà sognare. Ottima. “Such A Psycho””, invece, inizia lenta e marziale, per poi dimenarsi, nei refrain, nell’ennesima e bellissima song sforna mitragliate, laddove è possibile rimanere estasiati dalla prova del singer e dei background vocals, onnipresenti in ogni brano, ma qui parecchio in evidenza e offertici da tutta la band che impreziosiscono questo gioiello, melodico all’inverosimile, lento e bello, quasi fosse una semi-ballad, che si dimena nel centro in stupendi assoli di chitarra per poi lasciare spazio al gran finale: un finale che vede impegnata l’intera band nel riproporre il refrain in “versione accelerata” spingendo il piede sull’acceleratore per poi, spegnersi, lentamente, tra arpeggi e passaggi al piano che ci lasceranno incantati. Finito? No. Perché il bello deve venire, e si chiama “No Love Remains”, la ballad della band, laddove, ovviamente, ciò che si cerca di mettere in mostra è la voce del singer, impeccabile e perfetta. Una ballad struggente, malinconica, bellissima. L’ennesimo gioiello tra i gioielli della collezione “Cream Pie – Unsigned”. Descriverla a parole è impossibile, poiché dovrei inventarne delle nuove e mi sentirei come un’arcotangente in prossimità del suo asintoto (non ch’avete capito un cacchio, vero?), ecco perché lascio che possiate ascoltarla direttamente dal loro MySpace e godervela nella sua intera e pura bellezza. Probabilmente il pezzo più bello dell’album, il più originale, il meno “tecnico”, incorniciato da un assolo lento e melodico, malinconico , e da cori che rendono grazie alla voce di David che, nel finale, lancerà acuti degni del migliore Axl Rose. Pone i sigilli all’album “Bad Habits”, altra perla di puro hard n’ street, lenta e ossessiva, tanto da voler marchiare a fuoco il primo (capo)lavoro di una band che, decisamente, solo per questi sei brani, solo per “Tiger” o “No Love Remains”, meriterebbe di prendere a calci nel di dietro tantissime altre bands che si ritrovano all’interno del circuito internazionale e che, perdonatemi, oltre a o non dire un cazzo di nulla che non sia già stato già detto, continuano a ridirlo, a riciclarsi e  autotoriciclarsi. Abomini e aborti della natura come Airbourne meriterebbero la gogna, i Velvet Revoler non ho ancora capito che cavolo ci stiano a fare, Slash è l’unico che riesce a sopravvivere legato ad un polmone d’acciaio che gli ha permesso di sfornare un ottimo album (permettetemi però, con la collaborazione di ospiti illustrissimi, altrimenti, probabilmente, tutta quella grazia non l’avremmo mai ascoltata). “Unsigend”, in sole sei tracce, ci presenta una band mostruosa, talentuosa e cazzuta all’inverosimile. Perfette le chitarre, grandioso quel Signore di vocalist, ottima la sezione ritmica e “sporca” la produzione. Molti sindacheranno la scelta di non aver preso in considerazione la produzione di “Unsigend”. A costoro rispondo: fuck. Semplicemente. Perché, questi ragazzi, se avessero avuto un budget molto più cospicuo, a quest’ora, starebbero già in tour mondiale e, nel tempo libero, si trastullerebbero con gli introiti derivanti dai guadagni di “Unsigned” e dei loro live show. Purtroppo l’Underground è un “paese” bastardo e maledetto, nel quale devi rimboccarti le maniche e sputare sangue. Ma i nostri hanno carattere e fegato e, cazzo, riusciranno a brillare di luce propria lassù, tra le stelle dei grandi. E non è una profezia: è la verità, la pura e semplice verità. Perseverate, Cream Pie, perseverate sempre. E non scordate di mostrare a tutti la vostra arma segreta: i vostri contrcazzi…..   VOTO: 9.0   TRACKLIST: 1.      TIGER 2.      SEE YA LATER 3.      THE EVIL INSIDE 4.      SUCH A PSYCHO 5.      NO LOVE REMAINS 6.      BAD HABITS   Cream pie line-up: ·        David king – lead vocals ·        Nikki dick –  Rhytm and lead guitars, background vocals ·        Phantom – lead and rhytm guitars, background vocals ·        Michael Drake – bass guitar, piano, background vocals ·        Brian Kent – drums, background vocals   CREAM PIE – CONTATTI: Ø  Sito Web: http://www.creampierocks.com Ø  Facebook Official Band Page: http://www.facebook.com/creampieband Ø  MySpace Offial Band Page: http://www.myspace.com/creampieblue Ø  Twitter Official “Tweet” Band: http://www.teitter.com/creampieband Ø  E-Mail: creampiemusicband@gmai.com ALTRI CONTATTI: Ø  http://www.cdbaby.com/cd/creampie Ø  http://reverbnation.com/creampieband Ø  YouTube: http://www.youtube.com/user/creampiechannel Ø  http://www.last.fm/musci/cream+pie Ø  http://www.like.com/artist/cream+pie Ø  http://www.purevolume.com/creampieband Ø  http://www.soundclickcom.com/creampie   A VOI, SGNORE e  SIGNORI, LA BAND AL COMPLETO!          

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