The Empty Dream | DEATH

Disease - The Stream of Disillusion

Il metal nostrano oggi ci presenta una delle pochissime band veterane dello stivale. Parlo dei Disease, presenti ormai da un ventennio sulla scena metal italiana. The Stream of Disillusion è il loro ultimo lavoro datato 2011. Ciò che colpisce di loro è nell'uso vario, anzi varissimo, di generi, strutture e arrangiamenti, nonché uno svariato utilizzo della voce e delle atmosfere. In effetti loro sono paragonabili a un piccolo forziere, in cui dentro c'è un po' tutto il metal del XX secolo: il tecnicismo degli Annihilator, la spensieratezza degli Iron Maiden, i riff alla Megadeth, le atmosfere alla Metallica o alla Coroner, il progressive dei primi Atheist, il basso dei vecchi Opeth, la voce growl dei Novembre, … Insomma qualcosa di davvero apprezzabile senza oltrepassare la linea del plagio. In questi casi si parla normalmente di “post thrash death technic hardcore ripost progressive futur grove jazz”, ma io ho la presunzione di etichettarla come “Extreme Progessive Metal”. Le canzoni sono molto dinamiche e mutevoli(si può passare da un rullo growl a un arpeggio jazz in pochi secondi), non troppe ma giustamente corpose, senza spendere troppo tempo. Sottolineo la bravura di tutta la band nel non avermi annoiato con il loro cangiare(cosa che invece mi hanno fatto venire molte altre band dello steso filone), tecnicismo ben analizzato e sporadiche atmosfere sublimi. Onore anche al cantante che riesce benissimo a spostarsi in diversi stili di canto e cadenze. Le uniche imperfezioni fortunatamente sono nella stragrande maggioranza causate dai gusti personali dell'ascoltatore, per il contenuto è tutta roba buona. Per esempio a me non è piaciuta molto la distorsione in alcuni tratti della chitarra elettrica o il canto clean, ma ovviamente oltre ad essere gusti personali sono anche peli nell'uovo, robetta. Concludo nel dire che quando una band ha l'esperienza e sa cosa vuol dire “stupire l'ascoltatore” piuttosto che “stupire se stessi” la produzione è logicamente matura, giusta e degna di stima. Continuate così.   VOTO: 8 e 1/2

DEADEND IN VENICE - SEE YOU ON THE GROUND

     La continua ricerca di novità nascoste nel foltissimo sottobosco underground mondiale che il nostro fantastico sito ha messo in opera ci porta oggi alla scoperta di una validissima realtà germanica qual è quella dei Deadend In Venice, formazione attiva dal 2008 e dedita a un Death Metal di stampo melodico, sull’esempio dei grandi della scuola svedese di Göteborg, ma contaminato da influenze più recenti che trovano espressione negli incastri della voce pulita femminile che ritaglia un proprio ruolo di primo piano tra i tradizionali growl della controparte maschile e gli spietati riff chitarristici caratteristici del genere: la line-up vede appunto Annabell Klein alle clean vocals, Christian Litziba al growl, Kevin Klein alla chitarra principale, Tim Schmidtke alla seconda chitarra, Andreas Ackermann al basso e Frank Koppe alla batteria.      Il gruppo di Meerane, in Sassonia, dopo la pubblicazione nel 2008 di una breve demo, “Batavian Sundown”, riuscì celermente a farsi strada ottenendo già nel 2009 di dividere il palco con band già affermate come Tristania e Finntroll, per giungere nel 2010 ad attirare l’attenzione della Casket Music, il che permise loro di pubblicare già nel marzo del 2011 il loro debutto ufficiale, “See You On The Ground”.      Il disco si apre con “Hate Sweet Hate”, che mette bene in chiaro le intenzioni dei nostri: il riffing è travolgente, il growl del cantante è convincente, la sezione ritmica regge alla grande adattando con gusto le partiture della batteria ai diversi momenti e cambi offerti dal brano, mentre la voce femminile riesce a ritagliarsi uno spazio fondamentale grazie alle buone intuizioni della biondissima Annabell che evita saggiamente di scadere nel patetico o nel banale con linee vocali svenevoli, imprimendo invece una certa grinta alla propria prestazione senza rinunciare alla propria impostazione melodica. “Personal Decay”, che segue, parte con una marziale schitarrata con tanto di armonizzazione per proseguire tra rievocazioni di In Flames e Dark Tranquillity, ma qui si gioca maggiormente la carta del contrasto tra ruvido e dolce, continuamente alternati come in un botta e risposta che smorza l’aggressività complessiva del brano, mentre la successiva “Brain Execution” si muove lungo binari che ricordano vagamente i Children Of Bodom: il ritmo è sostenuto, le chitarre fanno un buon lavoro, andando a creare complesse melodie che sottendono il growl e che trovano sfogo nei brevi assoli, la batteria picchia incessantemente e il cantato femminile, sempre sopra le righe, ritrova la propria vena grintosa. La batteria picchia particolarmente duro in “War”, pezzo dal mood più oscuro dove la melodia viene distorta a ricreare la tensione mortale della guerra: la canzone, soprattutto nella parte dell’assolo, risente molto del Metal più classico e tradizionale, pur senza allontanarsi da quell’intonazione cupa di cui si parlava e non a caso qui è il growl del cantante a dominare da protagonista, mentre la voce femminile è assente, quasi a significare l’assenza di ogni speranza o dolcezza nella paurosa e terribile realtà dei conflitti bellici.      “Long Way Home” ritorna alle linee chitarristiche più melodiche tipiche di questo genere, ma il pezzo non perde mordente grazie ad un’intensa prestazione di tutti i membri, le due voci si sfidano in un testa a testa sino a fondersi e sublimarsi poi in un assolo ben confezionato e soprattutto ben inserito nel contesto della struttura del brano, mentre nella successiva “Last Chances” è la limpida voce di Annabell a ricoprire un ruolo dominante, ma la canzone mantiene in ogni caso una forte dose di aggressività grazie alle ritmiche forsennate e agli ottimi inserti chitarristici, che fanno come da contrappunto agli intrecci vocali della coppia Klein/Litziba. Doppia cassa a go-go in “The Monkey In My Closet”, brano che vede dispiegarsi una vera e propria dimostrazione di potenza da parte dei nostri: forsennata e violenta, la canzone per contrasto lascia spazio a brevi inserti emozionali di Annabell sostenuti nondimeno da ritmiche incalzanti che confermano le capacità della band di creare pezzi trascinanti e coinvolgenti. “Dirty Little Princess” rallenta la furia e incede con piglio epico sino all’aprirsi della prima strofa dove, sottesa unicamente da basso e batteria, la voce femminile viene lasciata gestire interamente la canzone: il brano è meno tirato dei precedenti ma il ritornello ai limiti dell’epico, il caldo assolo di chitarra e una convincente prestazione della Klein, la quale peraltro non scade mai in un facile sentimentalismo che il titolo potrebbe ispirare, rendono parimenti godibile il brano, che potremmo in un certo senso considerare la ballad del disco, se non fosse per la squadrata irruenza che in definitiva la pervade. Chiude il lavoro “Tomorrow Never Comes”, che alterna le strofe quasi rappate da Christian al ritornello dove la rabbia del growl si fonde con la malinconia della voce pulita, che ritaglia in maniera convincente spazi propri nella seconda parte della canzone, strutturata intelligentemente e in grado di lasciare all’ascoltatore un ottimo retrogusto complessivo dell’intero platter.      Una formazione interessante, in definitiva, questi Deadend In Venice: il disco scorre velocemente, il tiro complessivo è incisivo e trascinante, la produzione è ottima e pulita, le linee vocali sono gestite con perizia e la durata contenuta del lavoro in questione (soli trentatre minuti) ne fa un ascolto piacevole e invogliante. Certo, vengono talvolta riproposti alcuni stilemi tipici del genere, ma gli appassionati di questa frangia del Metal e gli amanti delle voci femminili possono andare sul sicuro e dare tranquillamente una possibilità a questo gruppo: “See You On The Ground” non li deluderà.   VOTO AL DISCO: 8/10

Death - The Sound of Perseverance

Bisogna dirlo: i Death rappresentano una delle figure più meritevoli e degne di stima in tutto il metal. Erano partiti nel lontano 87 con un Scream Bloody Gore, pietra miliare del Death Metal, ma grezzo, anzi, grezzissimo!!! E piano piano, cambiamento dopo cambiamento si sono avvalsi come una delle band più futuristiche e innovative in tutta la storia.

Perché è proprio questo il testamento che ci lasciano i Death, con The Sound of Perseverance, album datato 98, massima espressione del Technical Death Metal che pone fine a una carriera parabolica riuscendo a creare quasi l'impossibile: spettacolo allo stato puro!
[Prosegue]

Nefesh - Shades and Lights

  Il metal nostrano questa volta ci presenta una giovane band di Ancona. I Nefesh devo dire che mi hanno parecchio stupito, sia positivamente che negativamente devo ammetterlo, ma è sempre gradito “l'infrangere gli schemi” sia riuscito con successo che meno.   Il genere che cercano di trasmetterci non è unico ma molteplici, i maggiori dei quali Progressive, Gothic, Death, Neoclassical con una buona dose di Sperimentale ed Ambient. Con il primo album “Shades and Lights” ambiscono a un certo equilibrio nel mischiare i suddetti generi. Certo l'impresa è abbastanza ardua, non per tutti; i Nefesh ci provano.   L'album che conta bel 13 parti e quasi un'ora di durata alterna brani lunghi con intermezzi e brevi mini-strumentali. Le lunghe hanno una struttura trascendente simile per ognuna e che alla lunga si riesce benissimo ad individuare; le corte invece alternano da sipari da piano bar ad intermezzi ambient, sino a qualche schitarrata alla Kaiowas. La particolarità più eclatante è nell'uso continuo, forse troppo, del piano e di tutti i suoi derivati che ricordano molto i principi fondamentali del Gothic Classico in stile Nightwish ed Epica. Ad accompagnare il piano c'è un'irrefrenabile chitarra elettrica con un forte impatto uditivo, a mio parere da abbassare di tono in alcuni tratti e da cambiare l'effetto principale(gusto personale). Onore al cantante che si dimostra abilissimo nell'uso sia di un clean profondo, sia di un grove/growl/scream modesto e sincero.   Nel complesso un valente lavoro, anche di buona registrazione, che però a parer mio poteva essere strutturato meglio, con meno canzoni ma con più intensità e virtuosismo, più varietà nei suoni di chitarra e con un vigore più travolgente e meno d'impatto. In oltre, pur non trovando nessuna castroneria non riesco neanche a percepire nessun frangente di miriade bellezza e fascino.   Per concludere: buona l'idea, ma da approfondire e scoprire. Per questa prima volta vi è andata bene. (Sarebbe davvero figo un mix di Dream Theater, Opeth e Nightwish)   VOTO: 7

Settimosenso - Settimosenso

  I Settimosenso sono una giovane band italiana, una delle tante, che per il solito razzismo patriottico si sminuiscono a priori.Questi fanciulli ci mostrano un death metal base ma con rare effusioni melodic e technical... la parola d'ordine in questo caso è “VIULENZAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!”. Anche se sembra facile a dirlo a farlo è un tutt'altro paio di maniche, anzi a dirla tutta per anni ho appoggiato progressivi che deridevano il death, grindcore o anche heavy senza accorgermi che in quei pochi riffacci c'è una metrica ben precisa da rispettare, altrimenti l'orgasmo non arriva come dovrebbe. In questo i Settimosenso sono stati davvero bravi, porca vacca ed è anche il loro primo demo! Ed è stata proprio questa la cosa che sin da subito mi ha stupito: l'elevata qualità, sia d'audio che creativa. Vi sembrerò banale(perché non sono preparato benissimo in questo sottogenere) ma li accosterei facilmente ai primissimi InFlames. Andando per gradoni, la batteria è assolutamente maestosa, impiantata a dovere e precisissima; il canto è a dir poco magistrale, certo nulla di speciale(ormai del growl si è scoperto tutto o quasi) ma molto azzeccata e flessibile; il set chitarrista è paragonabile a una fabbrica di martelli che sforna ad ogni minuto sprangate che menano assai forte sulle nuche; Mi stavo scordando del fatto che il cantato è esclusivamente in italiano, ma in fondo poche sono le parole comprensibili. Ma l'ammirazione resta comunque perché la nostra fottuta lingua è fottutamente difficile da montare in una melodia, di qualsiasi genere. In oltre devo fare un gran bel complimento alla band che in alcuni frangenti riesce a raggiungere una bellezza davvero mostruosa, in particolare l'assolo di “Neve” che, acciderbolina, è proprio studiato ad arte, buone e sante ritmiche... Dopo questo lungo elogio mi avvio alla parte più cattiva della recensione, quella delle critiche... ma sfortunatamente in questo caso non ne ho molte da farne, giusto un paio: non mi è molto piaciuto la distorsione delle chitarre, quel fare carnoso e grottesco... So che il 99% del death metal è così ma io non riesco ancora a digerirlo. Oltre a questo gusto personale c'è anche il sempre e sacrosanto discorso di fondo, ossia: non accontentatevi mai, non ricostruite sul passato ma architettate nel futuro. Cioè il sound che mostrate, e come voi altri 153mila, si sente e si risente da un intero decennio. A me mi siete piaciuti molto ma potrei elencarvi altri 10 nomi di gente troppo simile a voi. Quindi, continuo a ripeterlo ad ogni recensione ormai, sperimentate e sperimentate, puntate sul particolare diamine! Innovazione per la Pecunia!!!! Ma in fondo vi capisco, scommettere sul conosciuto è sin troppo sicuro, e sullo strano invece assai più rischioso. Comunque siete in gamba.-Toc Toc!- -Chi va la !?- -Arimannuya!- -Parola d'ordine- -VIULENZAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!   VOTO: 7 e 1/2        

Katatonia - Brave Murder Day

27. settembre 2011 19:48 by LUGREZZO in DEATH, DOOM, METAL , Recensioni  //  Tags: , ,   //   Commenti (4)
  Jonas Renkse, cantante e leader dei Katatonia, lo considero un personaggio maledetto, uno di quelli che non hanno avuto una vita facile. Sarà che non viene mai riconosciuto abbastanza, sarà che per sopravvivere ha dovuto cambiare più volte strumento e genere Renkse è uno di quei pochi artisti che veramente stimo. Come già detto lui dovette cambiare più volte genere e approccio con la musica, basti pensare che i primi tre album non hanno assolutamente nulla in comune; e se facessi ascoltare questi beneamati album ad una scimmia e solo infine rivelargli che sono frutti tutti e tre di una sola mente probabilmente la scimmia imploderebbe.   (Avrei voluto recensire molto anche Dance of December Soul del 93, ma visto che è già stato recensito e la valutazione è praticamente la medesima non mi è sembrato il caso)   Dopo il loro primo album del 93, Dance of December Soul Renkse dovette sottoporsi ad un intervento alle corde vocali. Cruciale fu l’influenza proiettata sulla band: non potendo più cantare in scream i Katatonia decidono che otre al cantato avrebbero cambiato anche la costruzione dei loro brani. Nonostante dopo 3 anni dall'operazione Renkse nel 96 non aveva ancora la forza di cantare in continuum nel nuovo battezzato e struggente clean. Così chiese aiuto al suo buon vecchio amico Akerfeld che mosso dall’amicizia prestò con piacere la sua voce, che in quegli anni ara nel fior fiore del candito. Nel 96 esce Brave Murder Day. La cosa che salta subito all’incudine, staffa e martello è il cambiamento radicale, anzi sdradicale, del sound. Senza fare molti paragoni: non ci raccapezza una cippa col primo. Nonostante tutto il trambusto è di una bellezza straordinaria. Il genere è praticamente inclassificabile, diciamo death doom metal, ma gli esperti lo chiamano Catatonic Metal. Catatonico sia in onore della band maggiormente influente che della dinamica dell’album. La Catatonia è infatti il ridondare, il ripetere di un’azione all’infinito. Viene anche definito come un ritmo a cascata proprio per il movimento su e giù che il plettro deve sopportare. In Brave Murder Day questo elemento catatonico è in sintesi farina, acqua e sale della pasta sound. Lo so lo so è un qualcosa che a molti non piace, ma quei pochi infatuati vengono praticamente schiavizzati dalle poche gemme quali Brave Murder Day e l’EP Sound of Decay.   La peculiarità di questo album è nell’uso che i Katatonia fanno dell’effimero esperimento. La batteria è nella monotonia più esasperante, le chitarre in egual modo vagheggiano tra il ridondante e il semplificato; e il basso infine è una sfilzata di crome a velocità lassativa. Ma nonostante tutto questo album viene considerato pietra miliare per il death sperimentale o comunque appartenente al trascendente. I Katatonia sapevano che teoricamente una cosa del genere ha poco acchito e quindi hanno deciso di puntare nella qualità assoluta, sì semplice ma pur sempre massima. I rari assoli sono lenti ma studiati in modo costruttivo. Apparentemente il tutto sembra un bel bozzolo purgante ma io sarei capace di ascoltarlo per ore e ore. Insomma i Katatonia effettuano quello che io definisco “Il meglio del peggio”, ossia che con degli strumenti più basilari e semplici riescono a raggiungere un effetto straordinario e dirompente. Ottenere il massimo con il minimo. Amalgamare sputo e polvere per ottenere cemento armato. Tagliare una bistecca con un cucchiaio. Afferrare una mosca con delle bacchette. Struggere senza toccare e toccare senza struggere. Solidificarsi senza aumentare volume. Sollevare il mondo con una semplice ma lunghissima leva. Geni incompresi.   Contiene in oltre anche la struttura archetipica dell’eleganza. Le canzoni sono: Brave Murder Day Rainroom 12 Endtime Insomma, imparatosi il titolo dell’album vuol dire già ricordarsi mezzo album e sapere anche quanti erano gli apostoli si arriva già a 4/6. Ogni canzone una parola. I testi sono brevi e concentrati. Le melodie oniriche. La copertina fin troppa caleidoscopica. A mio parere uno degli album più mistici ma chiaroveggenti di tutto il metal. Perla violacea levigata con riflessi plumbei. Più che un album è una roccaforte di esuberanze e atmosfere.   VOTO: 10-  

THE CROWN – DOOMSDAY KING

  Che fine avessero fatto i The Crown, credo, molti di noi se lo stessero domandando da anni. Io ci avevo pure perso le speranze nel riascoltarli. Mi sarei accontentato di un live riciclato o di un “Best Of”. Invece, quatti quatti, tomi tomi, nel 2011 eccoteli di nuovo insieme. La strategia “reunion” non sbaglia quasi mai, almeno dal punto di vista commerciale. Perché, se c’è una cosa che ho imparato è quella che, quando abbiamo a che fare con reunion di bands famose che poi, vuoi per disaccordi interni, vuoi per strane “magille”, scompaiono dalla scena hard n’ heavy per qualche lustro, salvo poi ricomparire come funghi quando meno te l’aspetti. Ovviamente il tutto viene pompato a dovere dalla stampa ed è qui che stà la fregatura. Se penso agli Extreme (il loro ultimo disco mi ha davvero deluso), ai Megadeth che, per riuscire ad azzeccare un disco buono hanno dovuto attendere diversi anni (“Endgame” mi ha davvero stupito). I Death Angel, invece, viaggiano su binari molto pericolosi proponendoci ottima musica ma priva di anima, mentre altre bands farebbero bene a scomparire del tutto (Guns n’ Roses, Metallica). Poi ci sono quelle che invecchiando sono come il vino. E mi riferisco agli Slayer, che pare abbiano davvero stipulato il patto con il demonio in persona (guardatevi il live dei “Big 4” e poi ne riparliamo!) o, ancora meglio, i Testament che riescono ad essere sempre eclettici e mai scontati e/o derivativi. Gli Anthrax, seppur validi, hanno iniziato a giocare molto pericolosamente con fuoco e benzina… Fatta questa piccola divagazione mentale, cos’è “Doomsday King”? Semplice: è l’avversario che fece un culo così a Superman tanto da ucciderlo. Ma quello si chiamava “Doomsday” e basta. Ma è anche l’ultimo parto discografico dei mimicissimi “The Crown”! che, come gli Obituary, ritornano sulle scene del death metal più estremo e terrificante, e lo infiammano, lo distruggono e distruggono i padiglioni auricolari dei loro poveri e pazzoidi ascoltatori. Come me, ovvio! Una produzione ineccepibile, per una band che pare non abbia mai risentito dell’influenza degli anni (e neppure delle vari influenze di origine virale), sforna un disco composto da 10 brani, l’uno più violento ed ultratecnico dell’altro. L’uno più terremotante e distruttivo dell’altro. L’uno più fottutamente death metal dell’altro quasi volessero davvero imporsi tra le nuove bands che cercano di emulare questa o quell’altra band per tentare di afferrare lo scettro del metal estremo, appartenuto di diritto a formazioni che, almeno dieci anni fa’, appiccavano fuoco a cielo e terra. E, i The Crown, rientrano tra queste e, lo scettro, cazzo, se lo tengono loro! Un’opener da gusto, a dir poco, micidiale e terrificante, “Doomsday King”, ci introduce il disco e ci chiarisce immediatamente quelli che sono le intenzioni della band: far del male, molto male. Pestare duro, a sangue, a più non posso. Con Jonas dietro i microfoni che sembra il diavolo in persona, in grado di “cantare” (passatemi il termine) in un modo talmente brutale per l’intera durata del disco. Una bestia. Così come il drumming possente di Janne che violenta il suo strumento menando fendenti come un dannato. Doppia cassa a volontà che vi farà saltare le cervella direttamente dal culo. I riffoni di chitarra sono il marchio di fabbrica di questo disco che ben tengono la sezione ritmica. Il guitar riffing è roccioso come non mai, davvero ben strutturato e potente e gli assoli sono taglienti come lame di rasoio. Song come “Age Of Iron” in cui è possibile udire un riffing stoppato e “compresso” delle chitarre sono memorabili, così come la già citata opener che, pare, voglia riportare in auge un classico d’altri tempi, quella “Angel Of Death” che infuriò nel 1986 per mano degli Slayer. “Desolation Domain” è, semplicemente, spaventosa nel suo incipt che, con la gemella “Through Eyes Of Oblyvion”. Due brani massacranti, carnefici, a tratti malati e che mieteranno vittime senza pietà. Rabbia senza sprechi alcuni, violenza estrema, velocità disumana. Chitarre e batteria che paiono impazzire. E, se qualcuno di voi ricordava i The Crown per le melodie, qui, purtroppo, dovrà farne a meno (salvo in episodi sporadici, come, ad esempio, la track di chiusura, la lunga e stupenda “He Who Rises In Might - From Darkness To Light”, sei minuti di pura goduria estrema. Brano che da solo vale il disco e che suggella in maniera impeccabile un lavoro superlativo). Totale assenza di quelle melodie che hanno cesellato capolavori come “Possessed” ma solo tecnica e un deathcore sputato in faccia all’ascoltatore che, signore e signori miei, esalta ancor più il sound dei brani, mai stato così incisivo, vincente e dinamitardo. Cambi di tempo a volontà, riff spaccaossa, drumming trita budella e pochi, pochissimi spazi per i guitar solos: questi sono i nuovi The Crown che, come un fulmine a ciel sereno, in maniera assai dignitosa, sfondano ancora una volta i muri del suono onde imporsi in maniera maiuscola sull’intera panorama metal. “Doomsday King” ci offre una band mai così in forma, mai così incazzata, mai così “evergreen”, mai così…. Mai così The Crown!   VOTO: 9.0  

Opeth - Blackwater Park

  Finalmente dopo 6 anni dal loro esordio gli Opeth riescono a permettersi di registrare un suono finemente pulito e di buona qualità d’audio. Quella pulizia che i Megadeth acquisteranno nel 92 con Countdown to Extinction e i Metallica nel 91 con il Black Album gli Opeth la raggiungono felicemente nel 2001. Blackwater Park è considerato come una svolta epocale per la storia degli Opeth, tant’è vero che buona parte dei fan lo considerano il capolavoro magno. Io devo essere sincero: non è tutto questo granchè. Voi mi direte “Oh a fratè ma che caaaa st’ha dì?” ma quando un album non ti cala anche dopo mille c’è ben poco da fa… sì certo un discreto album, la sufficienza la prende, ma lo considero lo strasopravvalutato di questa band. Il divario parte dal sound che si divide inspiegabilmente in due facce totalmente opposte e impossibili da far combaciare: da un lato abbiamo riffacci molto aggressivi, discreti e quasi divertenti; dall’altro abbiamo degli arpeggi assai diramati ma poco incisivi, malinconici e letteralmente penosi. Tanto penosi come i costrutto vocale clean di Akerfeld, canzoni come Harvest o Dirge For November sono puri lassativi per l’anima, la voce non è malinconica ma pura depressione e ad ascoltarla viene voglia di cambiare subito canzone. E che dire del basso? Niente, assolutamente nulla da dire perché non c’è una frazione di secondo in cui è possibile ascoltarlo… Lo so che non stiamo parlando di fusion o jazz ma una volta era assai più frequente, fortunatamente lo riutilizzeranno con più criterio negli ultimi album come Ghost Reveries e Watershed. La batteria è abbastanza regolare, a volte pure corposa e massiccia, forse l’unica positività dell’album. Per quanto riguarda le ritmiche toste sono, come già detto, poco convincenti, come Bleak, e spesso ispirate a naufragi, Dirge For November appunto. Per le belle canzonate in classica è stata una vera delusione, forse la maggiore tra le tante di questo album: non hanno spirito né spina dorsale e seppur intricate appaiono monocromatiche e ripetitive. Harvest, la fantomatica ballad, è a mio parere la canzone più orripilante degli Opeth, direi insignificante… anzi: nociva all’album!! E che dire poi di alcun canzoni di oltre quei 7 o 8 minuti ma che in realtà non ne valgono manco la metà? Parlo di sciapezze come Dirge For November, Bleak(con un finale orrendo) e soprattutto la sopracitata Harvest; tutte brutte canzoni dove ripetitività è d’obbligo. Ma dove sono andati a finire i buon vecchi Opeth forestali che in 6 minuti ti facevano 18 cambi di tempo e che dopo mille ascolti non riuscivi ancora a metabolizzare il complesso? Sino ad ora ne ho parlato male di questo blechuater parch ma dopotutto ho mirato le canzoni che più detestavo. Salendo la graduatoria troviamo una discreta The Drapery Falls che nonostante le accidentali monotonie è degna di ascolto. C’è anche la ministrumentale Patterns in the Ivy, classica feat piano, molto carina. Salendo più su scorgo una The Funeral Potrait: molto ma molto buona. Con The Lepery Affinity si inizia a ragionare, una colonna portante di questo album anche se non parliamo di vero e proprio capolavoro. In vetta ma proprio in vetta c’è la mitica Blackwater Park che a mio avviso non ha nulla a che fare con le altre canzoni, ma proprio nulla… e mo ce le spendo un po’ di parole. Questa canzone finale oltre ad essere la Master of Puppets degli Opeth è anche una delle massime espressioni di aggressività e maturazione della band. Mi piace definirla l’Apocalittica, per ovvie ragioni. La canzone è composta da molti, ma molti gradini e strati che si aggiungono uno dopo l’altro per creare nuove ritmiche apparentemente simili tra loro ma che in realtà vanno sempre più in profondità con il tema apocalittico ed estremo sino ad un collasso in stile implosione di una supernova. Il growl di Akerfeldt è magistrale, va pari passo con l’oscurarsi dei riff sino a sfiorare note bassissime… raccapricciante. In definitiva un album sopravvalutato da tutti, rispetto l’importanza che ha avuto nella storia ma a parer mio un album da non ascoltare se non si vuole rimanere delusi dai presupposti. Sì sì mi manderete a quel paese ma se volete iniziare ad ascoltare gli Opeth non iniziate da questo. Io gli metto un 6+ solo e grazie a The Funeral Potrait, The Lepery Affinity e soprattutto Blackwater Park. Senza queste ultime tre la valutazione sarebbe scesa a un 4. VOTO: 6+ ******** CONCEPT La fiaba narra le peripezie di uno Zombi che al suo risorgimento va a rivendicare la sua morte: Lei. ·        L’Affinità Lebbrosa: Viene presentato subito questo strano individuo che viene imprigionato in una bara di legno e sepolto vivo. Tutto questo per oscuri motivi. Lui probabilmente non muore, infatti si dice che è addirittura “oltre la morte”, tra sogno e corruzione. Un odio profondo viene delineato fra Lui e il suo Assassino. Il brano conclude con una scena tanto raccapricciante quanto istigatoria: Lui, ormai zombi, esce dalla bara e parte per la ricerca del suo assassino. Il titolo è abbastanza contorto: l’Affinità può essere duplice, addirittura infinita, a seconda sei soggetti. Sicuramente uno dei due è lo Zombi, ma l’altro può essere ricercato nel sua Assassino o magari nella stessa Morte; ·        Spoglio: Lo Zombi risvegliato in tempi sconosciuti raggiunge la casa del suo Assassino. Entra e senza esitazione lo uccide. Probabilmente ha una specie di doppia personalità, anzi, doppia coscienza. E quindi senza rendersene conto uccide la sua fidanzata. Ma badate, fidanzata che rimane pur sempre assassina. Lo Zombi subito dopo l’atto spregevole si rende conto di aver ucciso la donna che amava; ·        Raccolto: Lo Zombi dopo una appariscente euforia viene tratto in inganno e la sua vita si fa triste, tristissima. Il brano è un classico opeth: nostalgia e depressione causa di una perdita troppo spesso causata dallo stesso infetto. Tutta questa sofferenza infatti è il raccolto della malazione. E come dice sempre mio padre “Chi semina vento raccoglie tempesta”… ma la vera tempesta verrà con la prossima; ·        La Caduta dei Drappeggi: Lo Zombi continua il suo tormento e oramai spera nella morte. Ma in una notte assiste a qualcosa di veramente strano: un fantasma si nasconde dietro un angolo e poi una marea di anime vaganti scorre sotto i piedi di entrambi. Le tombe iniziano a rombare e nel fragore una ninnananna rintocca. Lo Zoombi è sicuro di morire. Si risveglia il mattino seguente sicuro che quel fantasma fosse in realtà Lei, la sua ragazza. E conclude “Mi abbandono nelle vie della rovina”. Il titolo non sono riuscito per niente a concepirlo; ·        Canto Funebre per Novembre: Lo Zombi è presso un laghetto. Il suo riflesso lo disgusta. Decide di farla finita. Si pugnala e il suo sangue viene riversato nel lago. Ma non muore. Infatti Lo Zombi sta aspettando la venuta della Morte; ·        Il Ritratto Funebre: (Premetto che è complessa què) Ora viene introdotto questo nuovo ma effimero personaggio: la Morte. Però avviene qualcosa di curioso tra i due, una sorta di sfida tra apprendista e maestro, tra zombi e morto, tra Simba e Mufasa. Ma infine lo Zombi muore, ed è sereno di lasciare quella insensata vita; ·        Modello nell’Edera: Essendo una strumentale l’interpretazione è soggettiva. L’unico indizio è proprio questo Modello dell’Edera. Come voler dire che dopo essere morti e dopo aver rivisto la propria vita si viene scherzosamente colti dallo stile di vita sempre sottovalutato dell’Edera. L’Edera se non sbaglio è quella pianta rampicante molto bella, nemica dei muri(che a lungo termine(parlo di anni) sgretolano letteralmente il cemento). Ma comunque non faccio giardinaggio e non ho studiato botanica ai livelli di Akerfeldt; ·        Parco Acquanera: Come nella musica anche nei testi questa ultima traccia non ha nulla a che fare con gli altri brani. Lo Zoombi è morto definitivamente e non viene per niente menzionato. Così come Lei. Questo brano illustra semplicemente l’Aldilà, che non ha nulla a che fare né col paradiso né con l’inferno. E’ una cosa abbastanza curiosa. In questo luogo ci sono morti parlano scherzosamente fra di loro, cercatori pazzi, fantasmi biricchini. Tra la folla vi è un podio, e sopra di essa la maestosa Mietitrice(da non confondere con Mietitrebbia). E proprio quest’ultima istiga incendi, malattie e infezioni al mondo e alle piante. Poi tra i tanti vi è un fantasma di un avvocato decrepito che gironzola tra i nuovi arrivati per appurare la loro morte, e lui si diverte molto con quelle più curiose e ne fa beffe con i suoi compari veterani. Insomma una bella combriccola con infiniti amici e morti con cui parlare, una vera moda. Ed eccolo la Luna calante: “L’anno dei Morti”. Poi lentamente tutti vorticosamente si spingono l’uno con l’altro… no non pogano; stanno formando infinite braccia invisibili che destreggiano nel profondo sottosuolo e poi d’un tratto ecco che innalzano insieme e in simbiosi l’imponente cancello con la macabra scritta forgiata con un ferro nero: “Blackwater Park”; Bella storia. Da dire che in questo qui la solitudine si fa molto più forte. In oltre si avvia il processo che porterà i testi degli opeth anno per anno sino ad un livello quasi parodistico e scherzoso, come se un comico discutesse della divina commedia; massimo esponente è l’ultima traccia ovviamente, ma anche The Funeral Portrait e The Drapey Falls seguono la scia. Peccato che la storia, per quanto veramente affascinante, appaia come una riproposizione del buon vecchio My Arms Your Hearse: il tema di un uomo morto che persegue l’impresa di uccidere la propria ragazza. L’unica sostanziale differenza e che in questo Blackwater Park Lei muore già nel secondo brano e quindi si va oltre, al dopo. La copertina non è altro che la rappresentazione del titolo: Il Parco AcquaNera, ossia l’Aldilà inteso come luogo magneticamente stabile e neutro; si possono scorgere anche delle vaghe figure, pensabili come dei fantasmi.  

KOSMOPHOBIA – KOSMOPHOBIA

    Quando si dice “experimental”…. Band “mezzosangue”,i Kosmophobia vedono la luce nel 2006 con metà dei componenti provenienti dall’Italia, Paese famoso per la pizza, gli spaghetti e la mafia e, per l’altra metà, dalla cantone Ticino della Svizzera, Paese famoso per la cioccolata, gli orologi e le mucche! Non pochi sono stati i travagli di questa formazione che, per un lungo periodo, è stata a “porte girevoli”. Vuoi per le divergenze musicali che, mano a mano nascevano all’interno della band, vuoi per gli impegni della stessa, vuoi per motivi personali degli stessi componenti. Membro fondatore e, attualmente, ancora presente nella line-up della stessa è Gianni-Aka “Jaz” (ex bassista degli Amphitrium) che lo vede impegnato anche alla chitarra, ai synt & programming. A ricoprire il ruolo di bassista ci penserà Nimai mentre Paolo siederà dietro le pelli. Tuttavia, durante il periodo che copre il 2006 e gli inizi del 2010, la band ne vede di cotte e di crude all’interno della stessa poiché non pochi sono i problemi di stabilità della line up. La ricerca di suoni e soluzioni originali e non stereotipati, la volontà di emergere dal calderone del death metal tentando di risultare quanto più innovativi , anche sotto il profilo del moniker e delle liriche, nella composizione dei brani e via dicendo, porta il combo italo-svizzero verso strade tortuose e tutte in salita. Infatti, se nel 2007 la band si propone al pubblico come un quartetto, con l’ingresso di Antonio (attualmente in line up con gli Anyface), successivamente, quest’ultimo, nonostante un ottimo affiatamento iniziale coni membri della stessa, sarà costretto ad abbandonarli subito dopo l’innesto ai microfoni del singer Salvatore Aka “Phil”, “prestatore d’opera” entusiasta del progetto e già, a sua volta, vocalist in un’altra band, i Beansidhe. Purtroppo, dopo l’abbandono di Antonio sarà Jaz a farsi carico dell’intero fardello chitarristico e, non avendo alcuna intenzione di sprecare ulteriore tempo e danaro per la ricerca di un valido sostituto, deciderà di sopperire alla mancanza di un axeman con l’intensificazione dell’uso dei synth, creando trame e partiture che andranno a rendere il lavoro molto più interessante, avveniristico e, a tratti, lasciate utilizzare il termine, “cinematografico”. Una sorta di “cine-score metal”. Ebbè, se si ha la fantasia e i controcazzi, tutto si può fare, vero? Nel frattempo, all’interno della band, cresce l’amore per ulteriori influenze che esulano completamente dal metal e che abbracciano sonorità adiacenti a lidi progressive rock settantiano, ivi compresa l’elettronica più pura ed incontaminata (ad onor, citerei Giorgio Moroder, Tangerine Dream, Jean Michel Jarre, Vangelis, Kraftwerk, Ryuichi Sakamoto e via dicendo), la techno e la Goa-Psy trance dell’ultimo ventennio. Insomma: un minestrone! Ma, come spesso accade, i minestroni possono essere eccellenti o fare davvero schifo se si esagera con gli ingredienti o si abusa con uno solo degli stessi. Fortunatamente, i nostri, hanno saputo dosarli al contagocce e, giunti ai giorni nostri, a cavallo tra il 2009 ed il 2010, ultimate le registrazioni, alla band manca solo l’artwork ed un logo definitivo e, così, anche per la ricerca del moniker sono pietre toste da cagare! Perché, la band, non vuole utilizzare nomi troppo adottati o, meglio, sputtanati. “Arisen” non convince,nonostante i ragazzi nutrano una forte passione per lo spazio, le creature aliene che potrebbero popolarlo ed ucciderci tutti (come in “Indipendence Day”, uno dei miei film preferiti) o, ancora, fortemente attirati da eventi e/o cataclismi di natura extraterrena, la fobia che può nascere al di fuori dell’atmosfera terrestre, l’universo e…. il kόsmos. E, quindi, eccoti serviti su un piatto di platino i Kosmophobia (letteralmente: paura del cosmo) e la loro band a tre componenti, composta da Jaz alle chitarre, synth, programmino & elettronica, Sbrinz, impegnato al basso e Paolo a pestare come un dannato la sua batteria, violentandola come non mai. Dopo aver presentato, come di mia consuetudine, la band, inoltriamoci nel “kόsmos” dei 5 brani che compongono questo dischetto, dall’artwork davvero bello ed affascinante, nonché a tratti un po’ pauroso (il che rispecchia totalmente le idee della band). Ad aprire le danze ci pensa la “cine-score” track “Aeons Consiracy”, preceduta da un’intro a dir poco psichedelica, claustrofobica ed inquietante, che donerà il tocco di “soundtrack” ai brani del Demo. L’opener è davvero una killer-track, sorretta da ottimi riff e da un uso intelligentissimo dei synth e dell’elettronica che donano un fascino particolare alla stessa. Il tutto senza tralasciare l’utilizzo della tecnica nella costruzione dei guitar riffing e delle melodie che non vengono disprezzate dal combo “mezzosangue”. “Aeons Consipracy”, nelle liriche, tratta di un attacco distruttivo e definitivo al nostro povero pianeta da parte di una civiltà aliena più simile a degli dèi (eoni) che a creature organiche vere e proprie. E il risultato si sente e, se si chiudono gli occhi, si riesce anche ad immaginare la scena della distruzione totale. Una vera mazzata sonora che presenta una band in perfetto stato di grazia, con un singer che sembra un demonio incazzato e un batterista che pare essere l’anello mancante tra l’essere umano ed il martello pneumatico. Tocca adesso stupirci a “Universe At Dusk”, anch’essa infarcita con atmosfere davvero gradevoli, grazie all’uso dei syth, del programing e dell’elettronica curata dal mitico Jaz. Questi suoni “spaziali” che, paiono, a mio avviso, paragonare il brano ad uno dei migliori film di fantascienza dell’ultimo ventennio, è un’ipotetica descrizione inerente alla fine (o morte, se preferite) dell’intero universo tramite un riassorbimento delle masse da parte dell’energia oscura, con riferimenti a teorie cosmiche inerenti all’argomento. Certo che di fantasia ne hanno i nostri, vero? E dovreste sentirli suonare, perché quel progressive che tanto abbiamo decantato prima, durante i break centrali, i cambi di tempo, gli stacchi improvvisi, i piccoli, brevi ma intensi guitar solos di Jaz, riescono a dare quella fottuta marcia in più (come se ce ne fosse davvero ulteriore bisogno) al brano che si dimostra uno tra i più belli del lotto. Ma le sorprese arrivano con “Etemenanki” (Torre Di Babele), racconto in chiave storico/mitologico riguardante l’ambizione umana nel toccare il cielo, sfidare lo stesso Dio e, a questo punto, anche l’universo. Solo che se nella Bibbia sarà Dio a punire i babilonesi, qui delle entità sconosciute ed aliene manderanno a puttane gli intenti dei miseri esseri umani. Dal punto di vista strettamente musicale, il brano rende fottutamente giustizia ai suoi predecessori e al suo racconto. Bellissimi gli stacchi e gli “armoniosi” utilizzi dei tessuti elettronici, che fanno in modo che quell’attacco alieno possa davvero materializzarsi all’interno della track e nel nostro cervello, quasi non fosse stato fritto dalle paure che i Kosmophobia abbiano voluto innestarci. Dal punto di vista tecnico, siamo davvero su un altro pianeta (o universo, tanto per rimanere in tema). I nostri sono davvero degli autentici mostri degli strumenti, il singer è sempre più imbestialito, il drumming è un continuo incedere cavalcante e il basso di Sbrinz riesce a danzare con la batteria e a scandire i tempi in maniera decisiva ed incisiva. La più cibernetica di tutte è, invece, “Vimana”, il cui testo tratta l’argomento dei dischi volanti, già descritti nei libri storici e mitologici indiani, lasciando presumere che, in passato, il nostro mondo sia stato già “visitato” da alieni ed abbia preso contatto con queste creature extraterrestri che sembravano convivere con antenate civiltà. Un po’ come in “Stargate”, se, a questo punto, volessimo fare un accostamento cinematografico. E il “cine-score metal” esplode tutto! Ottima song dove emergono i gioielli di famiglia del terzetto: velocità, brutalità, tecnica, melodia, progressive, atmosfere oscure e cibernetiche a tratti fobiche e contrcazzi iperchiodati a volontà che si sprecheranno a più non posso! Probabilmente la mia track preferita, anche perché quel “gusto” cinematografico che i nostri riescono ad inserire all’interno del loro “experimental Death Metal” controcazzuto, funge a dovere. Non un attimo di cedimento, non un secondo di esitazione,  tutto è perfetto. Tutto è costruito alla perfezione, quasi fossimo al cospetto di autentici geniacci , fottuti geni che, quando compongono i loro brani, anziché mettere note sul pentagramma, scrivono teoremi matematici e, da essi, fuoriesce tutto il contenuto sonoro e cibernetico che, poi, và a comporre l’emblema cosmico-fobico della band. Un monumento e ottima prova di Jaz che, con la sua chitarra, ci delizierà con un assolo d’alta scuola metallara. E, cazzo, a me gli assoli piacciono e mi mandano ancor più in estasi! A chiudere i sigilli ci pensa la tiratissima e pesante “Eye Of The Twins”, brano che racconta le “gesta” delle sonde Voyager 1 e 2, lanciate nello spazio allo scopo di fotografare il sistema solare. Le 2 sonde varcheranno quest’ultimo allontanandosi incredibilmente dall’umanità che la ha costruite e, un giorno, roteando su sé stesse, oramai a migliaia di chilometri distanti da noi, scatteranno una fotografia verso la terra. Il tutto ad una riflessione che metterà in luce la realtà mana ed il nostro piccolo mondo dai caratteri insignificanti, se guardato dalla prospettiva di una sonda spaziale e da un angolo disperso e remoto nel mezzo di un buio e sconfinato universo. Il growling di  Phil è, come d’uso, incessante, vero Ruggito della band che assieme al pestaggio di Paolo che mena fendenti come un dannato, riesce a far emergere tutta la passione e la volontà di proporre il death metal che, con l’aiuto del talentuoso Jaz, diventerà davvero unico nel suo genere. Se le chitarre toccheranno vertici altissimi con la costruzione di riff ad incastro che, a loro volta, si intrecceranno con i synth e i suoni elettronici, l’utilizzo del programming e dell’elettronica farà il resto donandoci una track che , in maniera, più che dignitosa, porrà il sigillo ad un lavoro della durata di poco più di 25 minuti in cui chiunque sarà travolto dalla maestria del “terzetto mezzosangue” (ormai li ho battezzati così , che vi piaccia o no). La produzione è fottutamente ottima! Non vi sono strumenti che sovrastano altri, così come l’uso dei synth e dell’elettronica non è mai ossessivo od opprimente ma, come già detto, assai intelligente. Il che crea atmosfere uniche nel loro genere lanciandoci davvero all’interno di un universo sconfinato e sconosciuto. Un universo che porta il nome “Kosmophobia” e che dominerà incontrastato l’Olimpo del Metallo, poiché, se queste sono le premesse, non potrà rimanere confinato “ad vitam” nel sottosuolo dell’underground musicale. E, questo, no è solo un augurio ma è una verità incontestabile. In bocca agli alieni ragazzi!   VOTO: 8.5   TRACKLIST: 1.      AEONS CONSPIRACY 2.      UNIVERSE AT DUSK 3.      ETEMENANKI 4.      VIMANA 5.      EYE OF THE TWINS KOSMOPHOBIA LINE UP: ·        GIOVANNI “JAZ” VALENTI: Guitars-Syth-Electronics-Programming ·        FABRIZIO “SBRINZ” FIRMANI: Bass ·        PAOLO TARUSSIO: Drums CONTATTI: Ø  Offial Web Site: http://www.freewebstore.org/KOSMOPHOBIA/KOSMOPHOBIA/p409387_1349551.aspx Ø  Offical MySpace Band: www.myspace.com/kosmophobia    

KADAVAR – KADAVAR

  KADAVAR – KADAVAR “L`uso continuativo di lassativi può provocare assuefazione o danni di diverso tipo. Non usare il farmaco se sono presenti dolori addominali, nausea e vomito. Se la stitichezza è ostinata consultare un medico”. Certe avvertenze dovrebbero scriverle, oltre che sui medicinali, anche sui dischi di power metal. Ultimamente, infatti, dopo aver ascoltato un po’ di mondezza power, ho dovuto riequilibrare il corretto transito intestinale, nonché ristabilire il giusto equilibrio della flora batterica all’interno dello stesso. Tuttavia, se è la musica a causarti il problema, sarà la stessa a risolvertelo. Quindi non spendete soldi in fermenti lattici ma gettatevi direttamente sui Kadavar. Orgoglio italico! Cazzo che violenza, che esplosione di energia e di voglia di spaccare cielo e terra! Sapete, ultimamente i termini “estremo”, “duro” o, più semplicemente “metal”, credo stiano diventando sovrabusati. Questo per via di innumerevoli fattori, tra i quali cito i principali. Oggi, ad esempio, chiunque riesca ad imbracciare una chitarra o a strimpellare uno strumento o, ancora, a maneggiare le bacchette si sente in dovere di mettere su una band e di  giocare a fare i metallari. Il peggio è che c’è gente che li promuove e offre loro un contratto. Cosa ancor peggiore è che c’è chi compra i loro dischi. Cosa che non riesco affatto a digerire neppure con 10 litri di acqua e bicarbonato sono gli elogi che la stampa fa a costoro se provenienti dal suolo italico (“…. So itaGliani… e fammole magnà!”) Non parliamo di tutte quelle pseudo metal band che si infilano nel filone (perdonate la cacofonia) del power “gay” metal, sia esso sinfonico o no. Ma che cazzo di male abbiamo fatto? Oggi sembra che qualsiasi disco possa essere etichettato “metal”. Avete presente tutta quella roba sinfonica? O quella popettara tipo The Rasmus? Beh, anche loro sono metal. Io non ci credevo, almeno fino a quando non vidi “DeadLetters” recensito su tutte le riviste Hard n’ Heavy. Roba da matti….. Vabbè, tralasciamo questi discorsi, altrimenti entriamo in un campo minato da quale sarà difficile uscirne fuori vivi. E ritorniamo ai nostri Kadavar e al loro omonimo debut album. Che definirei, semplicemente, ottimo. Perché, i Kadavar, hanno controcazzi da vendere e da sfoderare in quantità industriale. Controcazzi dei quali la band fa il suo stendardo di battaglia. E non se ne vergognano. Te li tirano appresso e ti seppelliscono sotto una montagna di growl, riff assassini e assoli micidiali che ucciderebbero il metallaro “fighetto-nerd” medio che, durante la sua carriera, ha ascoltato solo metal “made in Dragoni & Spadoni Land”, con singer biondissimi, dalla voce bianca, tutti eunuchi che cantano le glorie e lle avventure degli ammazzadraghi e degli spadoni che dovrebbero infilarsi su per il deretano a mo di terapia colon-endoscopica. Al contrario, questi Kadavar il loro lavoro lo fanno davvero bene, con estrema diligenza e cura. Sotto ogni punto di vista. Il songwriting sembra essere direttamente uscito e resuscitato dai seminali Entombed, The Crown, Morbid Angel e tutte le band che hanno reso grandi un genere come quello del death metal, quello più estremo ed epocale. Quello che rimarrà per sempre immortale. Un muro di decibel in quantificabili viene posto in essere grazie al lavoro di una band che sembra caricata ad energia perpetua interminabile, grazie ad un drumming ad elicottero, debitore del miglior Dave Lombardo (avete presente l’esibizione di questi in “The Gathering? Beh…. Ci siamo…). Semplicemente distruttivo. Dobbiamo parlare del singer? Dobbiamo mettere in campo i growl animaleschi e brutali di Luka “Luca” Colucci? Ebbene facciamo, cavolo, facciamolo! Perché questo ragazzo ha talento da vendere. Sembra un demone incatenato ed assetato di sangue rinchiuso in una delle caverne degli antri più bui, oscuri e desolati dell’inferno. Ascoltare per credere l’esibizione del nostro singer, un mostro di talento, una forza della natura. Instancabile e terrificante. E, allora, diamo libero sfogo alla nostra rabbia e alla nostra voglia instancabile di ascoltare dell’ottimo metal, degno di tale nome, e che, cavolo, sia metal estremo con quel groove che ci lasci schizzare via le cervella fuori dal culo! Non c’è bisogno di un filantropo in materia per capire che siamo al cospetto di autentici portenti. L’opener basta e avanza come biglietto da visita. Quella “Behind The Storm” che si lascia commentare da sola già dal titolo. Così come la successiva “From Flesh To Sorrow” si dimostra l’ennesimo esempio di brutalità eseguita alla perfezione da un Luca Braggion che sfodera riff micidiali e assoli travolgenti ma senza scadere nel pacchiano, magari, dando l’impressione di saperli eseguire solo velocemente e di “appiccicarli con lo scotch”. Un perfetto connubio tra velocità, pesantezza, brutalità e melodia. Tutti ingredienti dosati al milligrammo onde creare qualcosa di perfetto, anche grazie ad un’ottima produzione che rende ancor più giustizia alle song in questione. Lasciatevi travolgere, allora, dalla fenomenale “Lust Of Mortal Decay” song che avrà come unico scopo quello di resuscitare i morti e i vostri istinti più primordiali. Canzone praticamente perfetta nella quale la parte da leoni la fanno il duo Luka-Luca. Credo, a questo punto, che proseguire con un track by track che ripeta sempre le stesse cose e che continui ad elogiare la band all’infinito sia davvero inutile. Anche se, un’ultima menzione mi pare doverosa. Mi riferisco, in particolare, alla stupenda strumentale “Ghost Of Revelation”, dalla quale traspare l’animo meno animalesco e più umano della band. Ottima strumentale, molto melodica, lunga quanto basta. Song molto debitrice a quella “In Memorian”, dei seminali  “The Crown”; song nella quale le tastiere “corteggiano” i meravigliosi fraseggi e i guitar solo di  Braggion. Song che, altro non fa che spezzare il ritmo, accelerato all’inverosimile, onde far riprendere fiato all’ascoltatore per poi catapultarlo, inconsciamente e di nuovo, all’interno della oscurità che fuoriesce nella lenta e ossessiva “Morbid Sens Of Weakness”, magnifica traccia che meriterebbe una recensione a parte. Io ho finito. Non aggiungerei nient’altro perché non c’è null’altro da dire. Ottima band, ottimo disco e ottimo artwork. Sperando in un, altrettanto, ottimo proseguo, non posso far altro che promuoverli a pieni voti. Sayonara! VOTO: 10  

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