The Empty Dream | EXPERIMENTAL

Meshuggah - Koloss

Dopo 4 anni spasmodici finalmente l'ultimo lavoro dei Meshuggah si abbatte dirompente sulle nostre regolari giornate. Inutile ammettere la crescente perplessità sulla continuazione di innovazione ed evoluzione del sound Meshuggah. Dopo dei masterpieces come “Destroy Erase Improve”, “Nothing” e “Catch 33”, ma anche l'EP “I” e l'ultimo ormai penultimo “ObZen”, un “rilassamento” potevamo aspettarcelo(io per primo)... anche perché ormai il tecnicismo poliritmico meshuggahceo è un sound unico e inconfondibile, per quanto inspirato mai plagiato(non perché non ci abbiano provato, ma perché il solo pensiero spaventa), e felicemente posso dire che un riposo possono anche permetterselo no?   Koloss si presenta come il classico travolgente ed esplosivo album alla meshuggah, stilisticamente moolto vicino a “Nothing” o ad “ObZen”. Il sound a differenza del passato si fa molto più baritono e carnale, quasi oscuro. Posso anche evidenziare un calo nelle prestazioni del canto di Kidman, lo trovo anche plausibile, che in questo album si mostra moolto più acerbo e raspo. Ottime, come sempre, sono le partiture di batteria, Haake lo considero comunque uno dei batteristi più logici della storia. Minori sono le melodie in “chitarra onirica” che tanto mi hanno fatto amare “ObZen”, minore è anche la qualità e quantità del tipico tecnicismo meshuggahceo: questa volta infatti hanno scelto una strada meno intricata, limitandosi con il classico contorto ma aggravando l'impatto e la potenza dei riff in se(classico esempio “The Demon's Name Is Surveillance” o “Behind The Sun”). Ricordo che in “ObZen” la sola assimilazione di una canzone durava mesi!   Futile è la descrizione dei 10 brani. L'ascoltatore si troverà infatti ogni qual volta a sturarsi le orecchie o perlomeno a contare, contare e contare. Questo “contare” è infatti uno dei motivi per il quale vale la pena ascoltare l'album, si tratta normalmente di cadenze e pause(soprattutto per la batteria) che fanno di un “caparbio uditore” l'”uditore divertito e compiaciuto”. Durante tutto l'ascolto ho avuto modo di riconoscere e gustarmi piccole serie di numeri che per chi non piace essere imboccato riconoscerà sicuramente: partendo dalla “I Am Colossus” “1 1 1 1 2”, “The Demon's Name Is Surveillance” “3 6 9”, “Behind The Sun” “3 4” e “1 2 1 3”, “The Hurt That Finds You First” “1 1 2 1 1 3” e “1 2 1 3 1 2 1 4”. Insomma, l'esperimento “Pravus” di “Obzen” è stato ulteriormente approfondito ed ampliato. Tra le più impressionanti e divertenti non posso non citare “Behind The Sun”, “The Hurt That Finds You First”, “Marrow” e “Swarm”. Mi deludono, principalmente per la ripetitività, “Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion” e “Do Not Look Down”. Sottolineo in ultimo la lussureggiante “The Last Vigil”, probabilmente la canzone più seria e matura mai creata dai Meshuggah.   In conclusione vorrei criticare a mia volta i critici che in queste settimane danno per morta e assopita l'inventiva dei Meshuggah, senza aver tenuto conto che per un bel decennio ci hanno continuamente deliziato con strutture nuove e ritmi atipici. Koloss è, seppur un adagiamento nella linea storica del gruppo, un adagiamento di classe. E' scontato anche dire che qualsiasi album dei Meshuggah(compreso quest'ultimo) è di un tecnicismo illogico per cui la sola teoria vale anni, album massicci e soprattutto REDDITIZI!   Difronte a tutto ciò, inchinatevi!   VOTO: 8 e 1/2

Disease - The Stream of Disillusion

Il metal nostrano oggi ci presenta una delle pochissime band veterane dello stivale. Parlo dei Disease, presenti ormai da un ventennio sulla scena metal italiana. The Stream of Disillusion è il loro ultimo lavoro datato 2011. Ciò che colpisce di loro è nell'uso vario, anzi varissimo, di generi, strutture e arrangiamenti, nonché uno svariato utilizzo della voce e delle atmosfere. In effetti loro sono paragonabili a un piccolo forziere, in cui dentro c'è un po' tutto il metal del XX secolo: il tecnicismo degli Annihilator, la spensieratezza degli Iron Maiden, i riff alla Megadeth, le atmosfere alla Metallica o alla Coroner, il progressive dei primi Atheist, il basso dei vecchi Opeth, la voce growl dei Novembre, … Insomma qualcosa di davvero apprezzabile senza oltrepassare la linea del plagio. In questi casi si parla normalmente di “post thrash death technic hardcore ripost progressive futur grove jazz”, ma io ho la presunzione di etichettarla come “Extreme Progessive Metal”. Le canzoni sono molto dinamiche e mutevoli(si può passare da un rullo growl a un arpeggio jazz in pochi secondi), non troppe ma giustamente corpose, senza spendere troppo tempo. Sottolineo la bravura di tutta la band nel non avermi annoiato con il loro cangiare(cosa che invece mi hanno fatto venire molte altre band dello steso filone), tecnicismo ben analizzato e sporadiche atmosfere sublimi. Onore anche al cantante che riesce benissimo a spostarsi in diversi stili di canto e cadenze. Le uniche imperfezioni fortunatamente sono nella stragrande maggioranza causate dai gusti personali dell'ascoltatore, per il contenuto è tutta roba buona. Per esempio a me non è piaciuta molto la distorsione in alcuni tratti della chitarra elettrica o il canto clean, ma ovviamente oltre ad essere gusti personali sono anche peli nell'uovo, robetta. Concludo nel dire che quando una band ha l'esperienza e sa cosa vuol dire “stupire l'ascoltatore” piuttosto che “stupire se stessi” la produzione è logicamente matura, giusta e degna di stima. Continuate così.   VOTO: 8 e 1/2

Nefesh - Shades and Lights

  Il metal nostrano questa volta ci presenta una giovane band di Ancona. I Nefesh devo dire che mi hanno parecchio stupito, sia positivamente che negativamente devo ammetterlo, ma è sempre gradito “l'infrangere gli schemi” sia riuscito con successo che meno.   Il genere che cercano di trasmetterci non è unico ma molteplici, i maggiori dei quali Progressive, Gothic, Death, Neoclassical con una buona dose di Sperimentale ed Ambient. Con il primo album “Shades and Lights” ambiscono a un certo equilibrio nel mischiare i suddetti generi. Certo l'impresa è abbastanza ardua, non per tutti; i Nefesh ci provano.   L'album che conta bel 13 parti e quasi un'ora di durata alterna brani lunghi con intermezzi e brevi mini-strumentali. Le lunghe hanno una struttura trascendente simile per ognuna e che alla lunga si riesce benissimo ad individuare; le corte invece alternano da sipari da piano bar ad intermezzi ambient, sino a qualche schitarrata alla Kaiowas. La particolarità più eclatante è nell'uso continuo, forse troppo, del piano e di tutti i suoi derivati che ricordano molto i principi fondamentali del Gothic Classico in stile Nightwish ed Epica. Ad accompagnare il piano c'è un'irrefrenabile chitarra elettrica con un forte impatto uditivo, a mio parere da abbassare di tono in alcuni tratti e da cambiare l'effetto principale(gusto personale). Onore al cantante che si dimostra abilissimo nell'uso sia di un clean profondo, sia di un grove/growl/scream modesto e sincero.   Nel complesso un valente lavoro, anche di buona registrazione, che però a parer mio poteva essere strutturato meglio, con meno canzoni ma con più intensità e virtuosismo, più varietà nei suoni di chitarra e con un vigore più travolgente e meno d'impatto. In oltre, pur non trovando nessuna castroneria non riesco neanche a percepire nessun frangente di miriade bellezza e fascino.   Per concludere: buona l'idea, ma da approfondire e scoprire. Per questa prima volta vi è andata bene. (Sarebbe davvero figo un mix di Dream Theater, Opeth e Nightwish)   VOTO: 7

NIGHTWISH – IMAGINAERUM

L’ultimo parto discografico dei Nightwish, a band finlandese che, da sempre, non finirà mai di stupire i propri ascoltatori. Altro strike per i nostri, con una band sempre sugli scudi e con una Annette in pienissima forma! Strafichissimiticissimo!

Antonio Moliterni
[Prosegue]

Opeth - Blackwater Park

  Finalmente dopo 6 anni dal loro esordio gli Opeth riescono a permettersi di registrare un suono finemente pulito e di buona qualità d’audio. Quella pulizia che i Megadeth acquisteranno nel 92 con Countdown to Extinction e i Metallica nel 91 con il Black Album gli Opeth la raggiungono felicemente nel 2001. Blackwater Park è considerato come una svolta epocale per la storia degli Opeth, tant’è vero che buona parte dei fan lo considerano il capolavoro magno. Io devo essere sincero: non è tutto questo granchè. Voi mi direte “Oh a fratè ma che caaaa st’ha dì?” ma quando un album non ti cala anche dopo mille c’è ben poco da fa… sì certo un discreto album, la sufficienza la prende, ma lo considero lo strasopravvalutato di questa band. Il divario parte dal sound che si divide inspiegabilmente in due facce totalmente opposte e impossibili da far combaciare: da un lato abbiamo riffacci molto aggressivi, discreti e quasi divertenti; dall’altro abbiamo degli arpeggi assai diramati ma poco incisivi, malinconici e letteralmente penosi. Tanto penosi come i costrutto vocale clean di Akerfeld, canzoni come Harvest o Dirge For November sono puri lassativi per l’anima, la voce non è malinconica ma pura depressione e ad ascoltarla viene voglia di cambiare subito canzone. E che dire del basso? Niente, assolutamente nulla da dire perché non c’è una frazione di secondo in cui è possibile ascoltarlo… Lo so che non stiamo parlando di fusion o jazz ma una volta era assai più frequente, fortunatamente lo riutilizzeranno con più criterio negli ultimi album come Ghost Reveries e Watershed. La batteria è abbastanza regolare, a volte pure corposa e massiccia, forse l’unica positività dell’album. Per quanto riguarda le ritmiche toste sono, come già detto, poco convincenti, come Bleak, e spesso ispirate a naufragi, Dirge For November appunto. Per le belle canzonate in classica è stata una vera delusione, forse la maggiore tra le tante di questo album: non hanno spirito né spina dorsale e seppur intricate appaiono monocromatiche e ripetitive. Harvest, la fantomatica ballad, è a mio parere la canzone più orripilante degli Opeth, direi insignificante… anzi: nociva all’album!! E che dire poi di alcun canzoni di oltre quei 7 o 8 minuti ma che in realtà non ne valgono manco la metà? Parlo di sciapezze come Dirge For November, Bleak(con un finale orrendo) e soprattutto la sopracitata Harvest; tutte brutte canzoni dove ripetitività è d’obbligo. Ma dove sono andati a finire i buon vecchi Opeth forestali che in 6 minuti ti facevano 18 cambi di tempo e che dopo mille ascolti non riuscivi ancora a metabolizzare il complesso? Sino ad ora ne ho parlato male di questo blechuater parch ma dopotutto ho mirato le canzoni che più detestavo. Salendo la graduatoria troviamo una discreta The Drapery Falls che nonostante le accidentali monotonie è degna di ascolto. C’è anche la ministrumentale Patterns in the Ivy, classica feat piano, molto carina. Salendo più su scorgo una The Funeral Potrait: molto ma molto buona. Con The Lepery Affinity si inizia a ragionare, una colonna portante di questo album anche se non parliamo di vero e proprio capolavoro. In vetta ma proprio in vetta c’è la mitica Blackwater Park che a mio avviso non ha nulla a che fare con le altre canzoni, ma proprio nulla… e mo ce le spendo un po’ di parole. Questa canzone finale oltre ad essere la Master of Puppets degli Opeth è anche una delle massime espressioni di aggressività e maturazione della band. Mi piace definirla l’Apocalittica, per ovvie ragioni. La canzone è composta da molti, ma molti gradini e strati che si aggiungono uno dopo l’altro per creare nuove ritmiche apparentemente simili tra loro ma che in realtà vanno sempre più in profondità con il tema apocalittico ed estremo sino ad un collasso in stile implosione di una supernova. Il growl di Akerfeldt è magistrale, va pari passo con l’oscurarsi dei riff sino a sfiorare note bassissime… raccapricciante. In definitiva un album sopravvalutato da tutti, rispetto l’importanza che ha avuto nella storia ma a parer mio un album da non ascoltare se non si vuole rimanere delusi dai presupposti. Sì sì mi manderete a quel paese ma se volete iniziare ad ascoltare gli Opeth non iniziate da questo. Io gli metto un 6+ solo e grazie a The Funeral Potrait, The Lepery Affinity e soprattutto Blackwater Park. Senza queste ultime tre la valutazione sarebbe scesa a un 4. VOTO: 6+ ******** CONCEPT La fiaba narra le peripezie di uno Zombi che al suo risorgimento va a rivendicare la sua morte: Lei. ·        L’Affinità Lebbrosa: Viene presentato subito questo strano individuo che viene imprigionato in una bara di legno e sepolto vivo. Tutto questo per oscuri motivi. Lui probabilmente non muore, infatti si dice che è addirittura “oltre la morte”, tra sogno e corruzione. Un odio profondo viene delineato fra Lui e il suo Assassino. Il brano conclude con una scena tanto raccapricciante quanto istigatoria: Lui, ormai zombi, esce dalla bara e parte per la ricerca del suo assassino. Il titolo è abbastanza contorto: l’Affinità può essere duplice, addirittura infinita, a seconda sei soggetti. Sicuramente uno dei due è lo Zombi, ma l’altro può essere ricercato nel sua Assassino o magari nella stessa Morte; ·        Spoglio: Lo Zombi risvegliato in tempi sconosciuti raggiunge la casa del suo Assassino. Entra e senza esitazione lo uccide. Probabilmente ha una specie di doppia personalità, anzi, doppia coscienza. E quindi senza rendersene conto uccide la sua fidanzata. Ma badate, fidanzata che rimane pur sempre assassina. Lo Zombi subito dopo l’atto spregevole si rende conto di aver ucciso la donna che amava; ·        Raccolto: Lo Zombi dopo una appariscente euforia viene tratto in inganno e la sua vita si fa triste, tristissima. Il brano è un classico opeth: nostalgia e depressione causa di una perdita troppo spesso causata dallo stesso infetto. Tutta questa sofferenza infatti è il raccolto della malazione. E come dice sempre mio padre “Chi semina vento raccoglie tempesta”… ma la vera tempesta verrà con la prossima; ·        La Caduta dei Drappeggi: Lo Zombi continua il suo tormento e oramai spera nella morte. Ma in una notte assiste a qualcosa di veramente strano: un fantasma si nasconde dietro un angolo e poi una marea di anime vaganti scorre sotto i piedi di entrambi. Le tombe iniziano a rombare e nel fragore una ninnananna rintocca. Lo Zoombi è sicuro di morire. Si risveglia il mattino seguente sicuro che quel fantasma fosse in realtà Lei, la sua ragazza. E conclude “Mi abbandono nelle vie della rovina”. Il titolo non sono riuscito per niente a concepirlo; ·        Canto Funebre per Novembre: Lo Zombi è presso un laghetto. Il suo riflesso lo disgusta. Decide di farla finita. Si pugnala e il suo sangue viene riversato nel lago. Ma non muore. Infatti Lo Zombi sta aspettando la venuta della Morte; ·        Il Ritratto Funebre: (Premetto che è complessa què) Ora viene introdotto questo nuovo ma effimero personaggio: la Morte. Però avviene qualcosa di curioso tra i due, una sorta di sfida tra apprendista e maestro, tra zombi e morto, tra Simba e Mufasa. Ma infine lo Zombi muore, ed è sereno di lasciare quella insensata vita; ·        Modello nell’Edera: Essendo una strumentale l’interpretazione è soggettiva. L’unico indizio è proprio questo Modello dell’Edera. Come voler dire che dopo essere morti e dopo aver rivisto la propria vita si viene scherzosamente colti dallo stile di vita sempre sottovalutato dell’Edera. L’Edera se non sbaglio è quella pianta rampicante molto bella, nemica dei muri(che a lungo termine(parlo di anni) sgretolano letteralmente il cemento). Ma comunque non faccio giardinaggio e non ho studiato botanica ai livelli di Akerfeldt; ·        Parco Acquanera: Come nella musica anche nei testi questa ultima traccia non ha nulla a che fare con gli altri brani. Lo Zoombi è morto definitivamente e non viene per niente menzionato. Così come Lei. Questo brano illustra semplicemente l’Aldilà, che non ha nulla a che fare né col paradiso né con l’inferno. E’ una cosa abbastanza curiosa. In questo luogo ci sono morti parlano scherzosamente fra di loro, cercatori pazzi, fantasmi biricchini. Tra la folla vi è un podio, e sopra di essa la maestosa Mietitrice(da non confondere con Mietitrebbia). E proprio quest’ultima istiga incendi, malattie e infezioni al mondo e alle piante. Poi tra i tanti vi è un fantasma di un avvocato decrepito che gironzola tra i nuovi arrivati per appurare la loro morte, e lui si diverte molto con quelle più curiose e ne fa beffe con i suoi compari veterani. Insomma una bella combriccola con infiniti amici e morti con cui parlare, una vera moda. Ed eccolo la Luna calante: “L’anno dei Morti”. Poi lentamente tutti vorticosamente si spingono l’uno con l’altro… no non pogano; stanno formando infinite braccia invisibili che destreggiano nel profondo sottosuolo e poi d’un tratto ecco che innalzano insieme e in simbiosi l’imponente cancello con la macabra scritta forgiata con un ferro nero: “Blackwater Park”; Bella storia. Da dire che in questo qui la solitudine si fa molto più forte. In oltre si avvia il processo che porterà i testi degli opeth anno per anno sino ad un livello quasi parodistico e scherzoso, come se un comico discutesse della divina commedia; massimo esponente è l’ultima traccia ovviamente, ma anche The Funeral Portrait e The Drapey Falls seguono la scia. Peccato che la storia, per quanto veramente affascinante, appaia come una riproposizione del buon vecchio My Arms Your Hearse: il tema di un uomo morto che persegue l’impresa di uccidere la propria ragazza. L’unica sostanziale differenza e che in questo Blackwater Park Lei muore già nel secondo brano e quindi si va oltre, al dopo. La copertina non è altro che la rappresentazione del titolo: Il Parco AcquaNera, ossia l’Aldilà inteso come luogo magneticamente stabile e neutro; si possono scorgere anche delle vaghe figure, pensabili come dei fantasmi.  

KOSMOPHOBIA – KOSMOPHOBIA

    Quando si dice “experimental”…. Band “mezzosangue”,i Kosmophobia vedono la luce nel 2006 con metà dei componenti provenienti dall’Italia, Paese famoso per la pizza, gli spaghetti e la mafia e, per l’altra metà, dalla cantone Ticino della Svizzera, Paese famoso per la cioccolata, gli orologi e le mucche! Non pochi sono stati i travagli di questa formazione che, per un lungo periodo, è stata a “porte girevoli”. Vuoi per le divergenze musicali che, mano a mano nascevano all’interno della band, vuoi per gli impegni della stessa, vuoi per motivi personali degli stessi componenti. Membro fondatore e, attualmente, ancora presente nella line-up della stessa è Gianni-Aka “Jaz” (ex bassista degli Amphitrium) che lo vede impegnato anche alla chitarra, ai synt & programming. A ricoprire il ruolo di bassista ci penserà Nimai mentre Paolo siederà dietro le pelli. Tuttavia, durante il periodo che copre il 2006 e gli inizi del 2010, la band ne vede di cotte e di crude all’interno della stessa poiché non pochi sono i problemi di stabilità della line up. La ricerca di suoni e soluzioni originali e non stereotipati, la volontà di emergere dal calderone del death metal tentando di risultare quanto più innovativi , anche sotto il profilo del moniker e delle liriche, nella composizione dei brani e via dicendo, porta il combo italo-svizzero verso strade tortuose e tutte in salita. Infatti, se nel 2007 la band si propone al pubblico come un quartetto, con l’ingresso di Antonio (attualmente in line up con gli Anyface), successivamente, quest’ultimo, nonostante un ottimo affiatamento iniziale coni membri della stessa, sarà costretto ad abbandonarli subito dopo l’innesto ai microfoni del singer Salvatore Aka “Phil”, “prestatore d’opera” entusiasta del progetto e già, a sua volta, vocalist in un’altra band, i Beansidhe. Purtroppo, dopo l’abbandono di Antonio sarà Jaz a farsi carico dell’intero fardello chitarristico e, non avendo alcuna intenzione di sprecare ulteriore tempo e danaro per la ricerca di un valido sostituto, deciderà di sopperire alla mancanza di un axeman con l’intensificazione dell’uso dei synth, creando trame e partiture che andranno a rendere il lavoro molto più interessante, avveniristico e, a tratti, lasciate utilizzare il termine, “cinematografico”. Una sorta di “cine-score metal”. Ebbè, se si ha la fantasia e i controcazzi, tutto si può fare, vero? Nel frattempo, all’interno della band, cresce l’amore per ulteriori influenze che esulano completamente dal metal e che abbracciano sonorità adiacenti a lidi progressive rock settantiano, ivi compresa l’elettronica più pura ed incontaminata (ad onor, citerei Giorgio Moroder, Tangerine Dream, Jean Michel Jarre, Vangelis, Kraftwerk, Ryuichi Sakamoto e via dicendo), la techno e la Goa-Psy trance dell’ultimo ventennio. Insomma: un minestrone! Ma, come spesso accade, i minestroni possono essere eccellenti o fare davvero schifo se si esagera con gli ingredienti o si abusa con uno solo degli stessi. Fortunatamente, i nostri, hanno saputo dosarli al contagocce e, giunti ai giorni nostri, a cavallo tra il 2009 ed il 2010, ultimate le registrazioni, alla band manca solo l’artwork ed un logo definitivo e, così, anche per la ricerca del moniker sono pietre toste da cagare! Perché, la band, non vuole utilizzare nomi troppo adottati o, meglio, sputtanati. “Arisen” non convince,nonostante i ragazzi nutrano una forte passione per lo spazio, le creature aliene che potrebbero popolarlo ed ucciderci tutti (come in “Indipendence Day”, uno dei miei film preferiti) o, ancora, fortemente attirati da eventi e/o cataclismi di natura extraterrena, la fobia che può nascere al di fuori dell’atmosfera terrestre, l’universo e…. il kόsmos. E, quindi, eccoti serviti su un piatto di platino i Kosmophobia (letteralmente: paura del cosmo) e la loro band a tre componenti, composta da Jaz alle chitarre, synth, programmino & elettronica, Sbrinz, impegnato al basso e Paolo a pestare come un dannato la sua batteria, violentandola come non mai. Dopo aver presentato, come di mia consuetudine, la band, inoltriamoci nel “kόsmos” dei 5 brani che compongono questo dischetto, dall’artwork davvero bello ed affascinante, nonché a tratti un po’ pauroso (il che rispecchia totalmente le idee della band). Ad aprire le danze ci pensa la “cine-score” track “Aeons Consiracy”, preceduta da un’intro a dir poco psichedelica, claustrofobica ed inquietante, che donerà il tocco di “soundtrack” ai brani del Demo. L’opener è davvero una killer-track, sorretta da ottimi riff e da un uso intelligentissimo dei synth e dell’elettronica che donano un fascino particolare alla stessa. Il tutto senza tralasciare l’utilizzo della tecnica nella costruzione dei guitar riffing e delle melodie che non vengono disprezzate dal combo “mezzosangue”. “Aeons Consipracy”, nelle liriche, tratta di un attacco distruttivo e definitivo al nostro povero pianeta da parte di una civiltà aliena più simile a degli dèi (eoni) che a creature organiche vere e proprie. E il risultato si sente e, se si chiudono gli occhi, si riesce anche ad immaginare la scena della distruzione totale. Una vera mazzata sonora che presenta una band in perfetto stato di grazia, con un singer che sembra un demonio incazzato e un batterista che pare essere l’anello mancante tra l’essere umano ed il martello pneumatico. Tocca adesso stupirci a “Universe At Dusk”, anch’essa infarcita con atmosfere davvero gradevoli, grazie all’uso dei syth, del programing e dell’elettronica curata dal mitico Jaz. Questi suoni “spaziali” che, paiono, a mio avviso, paragonare il brano ad uno dei migliori film di fantascienza dell’ultimo ventennio, è un’ipotetica descrizione inerente alla fine (o morte, se preferite) dell’intero universo tramite un riassorbimento delle masse da parte dell’energia oscura, con riferimenti a teorie cosmiche inerenti all’argomento. Certo che di fantasia ne hanno i nostri, vero? E dovreste sentirli suonare, perché quel progressive che tanto abbiamo decantato prima, durante i break centrali, i cambi di tempo, gli stacchi improvvisi, i piccoli, brevi ma intensi guitar solos di Jaz, riescono a dare quella fottuta marcia in più (come se ce ne fosse davvero ulteriore bisogno) al brano che si dimostra uno tra i più belli del lotto. Ma le sorprese arrivano con “Etemenanki” (Torre Di Babele), racconto in chiave storico/mitologico riguardante l’ambizione umana nel toccare il cielo, sfidare lo stesso Dio e, a questo punto, anche l’universo. Solo che se nella Bibbia sarà Dio a punire i babilonesi, qui delle entità sconosciute ed aliene manderanno a puttane gli intenti dei miseri esseri umani. Dal punto di vista strettamente musicale, il brano rende fottutamente giustizia ai suoi predecessori e al suo racconto. Bellissimi gli stacchi e gli “armoniosi” utilizzi dei tessuti elettronici, che fanno in modo che quell’attacco alieno possa davvero materializzarsi all’interno della track e nel nostro cervello, quasi non fosse stato fritto dalle paure che i Kosmophobia abbiano voluto innestarci. Dal punto di vista tecnico, siamo davvero su un altro pianeta (o universo, tanto per rimanere in tema). I nostri sono davvero degli autentici mostri degli strumenti, il singer è sempre più imbestialito, il drumming è un continuo incedere cavalcante e il basso di Sbrinz riesce a danzare con la batteria e a scandire i tempi in maniera decisiva ed incisiva. La più cibernetica di tutte è, invece, “Vimana”, il cui testo tratta l’argomento dei dischi volanti, già descritti nei libri storici e mitologici indiani, lasciando presumere che, in passato, il nostro mondo sia stato già “visitato” da alieni ed abbia preso contatto con queste creature extraterrestri che sembravano convivere con antenate civiltà. Un po’ come in “Stargate”, se, a questo punto, volessimo fare un accostamento cinematografico. E il “cine-score metal” esplode tutto! Ottima song dove emergono i gioielli di famiglia del terzetto: velocità, brutalità, tecnica, melodia, progressive, atmosfere oscure e cibernetiche a tratti fobiche e contrcazzi iperchiodati a volontà che si sprecheranno a più non posso! Probabilmente la mia track preferita, anche perché quel “gusto” cinematografico che i nostri riescono ad inserire all’interno del loro “experimental Death Metal” controcazzuto, funge a dovere. Non un attimo di cedimento, non un secondo di esitazione,  tutto è perfetto. Tutto è costruito alla perfezione, quasi fossimo al cospetto di autentici geniacci , fottuti geni che, quando compongono i loro brani, anziché mettere note sul pentagramma, scrivono teoremi matematici e, da essi, fuoriesce tutto il contenuto sonoro e cibernetico che, poi, và a comporre l’emblema cosmico-fobico della band. Un monumento e ottima prova di Jaz che, con la sua chitarra, ci delizierà con un assolo d’alta scuola metallara. E, cazzo, a me gli assoli piacciono e mi mandano ancor più in estasi! A chiudere i sigilli ci pensa la tiratissima e pesante “Eye Of The Twins”, brano che racconta le “gesta” delle sonde Voyager 1 e 2, lanciate nello spazio allo scopo di fotografare il sistema solare. Le 2 sonde varcheranno quest’ultimo allontanandosi incredibilmente dall’umanità che la ha costruite e, un giorno, roteando su sé stesse, oramai a migliaia di chilometri distanti da noi, scatteranno una fotografia verso la terra. Il tutto ad una riflessione che metterà in luce la realtà mana ed il nostro piccolo mondo dai caratteri insignificanti, se guardato dalla prospettiva di una sonda spaziale e da un angolo disperso e remoto nel mezzo di un buio e sconfinato universo. Il growling di  Phil è, come d’uso, incessante, vero Ruggito della band che assieme al pestaggio di Paolo che mena fendenti come un dannato, riesce a far emergere tutta la passione e la volontà di proporre il death metal che, con l’aiuto del talentuoso Jaz, diventerà davvero unico nel suo genere. Se le chitarre toccheranno vertici altissimi con la costruzione di riff ad incastro che, a loro volta, si intrecceranno con i synth e i suoni elettronici, l’utilizzo del programming e dell’elettronica farà il resto donandoci una track che , in maniera, più che dignitosa, porrà il sigillo ad un lavoro della durata di poco più di 25 minuti in cui chiunque sarà travolto dalla maestria del “terzetto mezzosangue” (ormai li ho battezzati così , che vi piaccia o no). La produzione è fottutamente ottima! Non vi sono strumenti che sovrastano altri, così come l’uso dei synth e dell’elettronica non è mai ossessivo od opprimente ma, come già detto, assai intelligente. Il che crea atmosfere uniche nel loro genere lanciandoci davvero all’interno di un universo sconfinato e sconosciuto. Un universo che porta il nome “Kosmophobia” e che dominerà incontrastato l’Olimpo del Metallo, poiché, se queste sono le premesse, non potrà rimanere confinato “ad vitam” nel sottosuolo dell’underground musicale. E, questo, no è solo un augurio ma è una verità incontestabile. In bocca agli alieni ragazzi!   VOTO: 8.5   TRACKLIST: 1.      AEONS CONSPIRACY 2.      UNIVERSE AT DUSK 3.      ETEMENANKI 4.      VIMANA 5.      EYE OF THE TWINS KOSMOPHOBIA LINE UP: ·        GIOVANNI “JAZ” VALENTI: Guitars-Syth-Electronics-Programming ·        FABRIZIO “SBRINZ” FIRMANI: Bass ·        PAOLO TARUSSIO: Drums CONTATTI: Ø  Offial Web Site: http://www.freewebstore.org/KOSMOPHOBIA/KOSMOPHOBIA/p409387_1349551.aspx Ø  Offical MySpace Band: www.myspace.com/kosmophobia    

DIABLO SWING ORCHESTRA – THE BUTCHER’S BALLROOM

  Ho iniziato ad ascoltare I Diablo Swing Orchestra dal loro secondo disco, omettendo, così, di ascoltare il primo e dare il votaccio pieno al loro secondo pargolo. Adesso che mi ritrova tra le mani questo capolavoro della musica avantgarde, mi rendo conto che, pur non volendo disconoscere il 10 dato a “Sing Along songs For The Damned And Delirious”, dovrei, come minimo, tentare di aumentare il voto a questo “The Butcher’s Ballroom”. Creativi all’inverosimile, avanti millenni per ciò che concerne l’utilizzo sapiente di strumenti e la loro miscelazione in ambito di songwriting, i Diablo Swing Orchestra, addirittura, vedono annoverare loro una “oscura” leggenda. Questa vuole che, l’Orchestra del Diavolo, si sia formata molti anni fa, addirittura, nel sedicesimo secolo D.C. quando, purtroppo, la Chiesa dettava leggi e costumi arrivando ad etichettare, questi ultimi, come eretici e adoratori del demonio. Ergo: lo “smontaggio” della stessa (che, inverosimilmente, riuscì ad ingraziarsi i favori del popolo) e la bruciatura di tutti i loro spartiti. Dopo un bel po’ di secoli, due dei loro discendenti, pare, si siano incontrati casualmente in un negozio di dischi (Anno Domini 2003) e che, assieme, abbiano deciso di riformare l’Orchestra del Diavolo assieme agli altri discendenti. Fine della leggenda. Musicalmente parlando, qui, ci troviamo innanzi al cospetto di autentici geniacci, dei veri e propri maestri della musica tutta, in grado di miscelare sapientemente generi musicali, apparentemente inconciliabili tra loro, quali il metal, il progressive, il jazz, il flamenco, la musica classica (c’è a disposizione un’intera orchestra con tutti i controfiocchi), la meravigliosa voce da soprano della splendida singer Annlouice Loegdlund che, incontrastata, domina lungo le 13 tracce dell’album, il folk e l’heavy classico. E, scusatemi se, per caso, abbia dimenticato di menzionare qualche altro genere musicale che, con il metal c’entra come i cavolfiori a merenda. Non un brano fuori posto o fuori fase, non un brano sotto tono. Tutti all’altezza delle aspettative, compresa la stupenda “D’Angelo”, song lirica, cantata in italiano dalla maestosa ugola della singer che, in questa sua esibizione, dimostra la propria grandezza rispetto a molte altre cantanti più blasonate (immeritatamente) del settore (chi ha detto Tarja?). C’è di che divertirsi ascoltando il disco che apre le danze con la danzereccia “Ballrog Boogie” (che si commenta da sola nel titolo), e che nella successiva “Heroines” continua a rimanere sempre su livelli altissimi per ciò che concerne gli standard musicali (l’uso ad incastro di violoncelli e di chitarra elettrica distorta è incredibile!). Ancora, si attraversano episodi più devoti al metal, quali, “Poetic Pitbull Revolutions” che, comunque, non mancano di stupire il suo ascoltatore con il magistrale uso dell’orchestra e del flamenco, nonché, sempre, con Annlouice che riesce a modulare le sue corde vocali in maniera impeccabile, utilizzando le stesse con disinvoltura piena, passando da tonalità più “cattive” e “grintose” al soprano più devoto alla musica classica tout court. Semplicemente geniale. E se song come “Regdoll Physics” riescono a far presa immediatamente sull’ascoltatore grazie ad un refrain catchy e a quel tocco di progressive che non guasta mai (i cambi di tempo, di atmosfere i numerosi riff non si sommano!), altre come la già citata “D’Angelo” vi metteranno le lacrime agli occhi, mentre “Gundpowder Chant” (una strumentale di appena 1 minuto e 50 secondi) con le sue aperture orientaleggianti e gli arpeggi acustici (che pagano forti tributi al flamenco più spagnoleggiante) vi delizieranno. Song, quest’ultima, che altro non fa da “intro” ad “Infrlaove”, altra gemma “jazz” di valore inestimabile. A seguire, ancora magistralmente, brani quali “Wedding March For A Bullet”, introdotta da un riff di chitarra molto heavy che poi si dipana nella follia più esasperata che solo i Diablo Swing Orchestra possono e sanno creare, l’epica “Zodiac Virtues” e le conclusive “Porcelain Judas” (dai toni marcatamente heavy metal, ben sorretta da un sapiente uso del guitar riffing e dei guitar solo, accompagnati, come al solito, dagli elementi orchestrali) e la monumentale “Pink Noise Waltz”, walzer musicale che mi riporta alla mente, in alcuni passaggi, i Jethro Tull (questo grazie al suono del flauto nel break). Insomma, fare un track by track, non è mia abitudine ma mai come in questa occasione avrei potuto descrivere meglio un capolavoro della musica tutta, senza etichettature d’ogni sorta. Non è possibile definire un genere di appartenenza, è contro ogni logica. Non è razionale, non è “scientifico”! Quindi, se davvero amate la musica, in ogni sua manifestazione (che non sia quella truzza o demenziale), allora, i Diablo Swing Orchestra con il loro “The Butcher’s Ballroom” non vi deluderanno affatto. Se siete stanchi dei soliti polpettoni preconfezionati, se siete alla ricerca di qualcosa di davvero innovativo e mai ascoltato prima, adesso sapete su CHI dovete puntare le vostre carte (e per carte, intendo, euro….).   Musica Geniale per Menti Geniali......   Lunga vita all’Orchestra del Diavolo!   VOTO: ∞ ,  alias “INFINITO” (e scusatemi se è poco!)  

ADIMIRON – WHEN REALITY WAKES UP

  La recensione di questo disco non mi è risultata affatto facile. E questo è il presupposto base con il quale apro la recensione. E, adesso, so cioè che ognuno di voi vuol capire le ragione di “cotanta” difficoltà.  Beh, i realtà non è che vi sia una lista da fare lunga quanto quella della spesa all’interno di un ipermercato. Il fatto è che, già avere la veste grafica del disco mi ha disorientato, poiché ero convinto di trovarmi innanzi ad una prog metal band. Un’elegantissima confezione in digipack cartonato mi presenta gli Adimiron, una band pugliese (la mia regione! Che culo, eh?) e il loro “When Reality Wakes Up”, dove, gli unici colori, sono il nero, il bianco e alcune sfumature di grigio. E, il “corredo” grafico, geniale, mi ha, praticamente, dirottato verso mete, decisamente, progressive. Neanche troppo lontano da quella che sarebbe stata una presunta verità, ho ascoltato il disco in questione e…. sorpresa sorpresa! Mi sono trovato di fronte NON SOLO ad una prog metal band, ma ad un band che suona un thrash metal tecnico all’inverosimile con spiccate influenze progressive. Purtroppo, non conoscendo la discografia che la stessa ha alle spalle, ho dovuto, un po’, girovagare all’interno dell’immensa ed infinita “ragnatela” internettiana, dove ho reperito interessanti informazioni, sia dal MySpace della band, sia, infine, dal loro stesso sito. Scopro, innanzi tutto, di essere di fronte a dei vecchi lupi di mare, attivi sin dal 1999, i quali, il loro mestiere, lo conoscono abbastanza bene. Inoltre, quella che ho di fronte, non è la formazione originaria, ma un “rimaneggiamento” della stessa (come spesso accade), il cui unico superstite è il chitarrista Alessandro Castelli che, dopo aver affrontato difficoltà di diversa natura (tra le quali, il fallimento della loro vecchia label, la Karmageddon Media), adesso, rimboccatosi le maniche, ha dato vita, assieme al resto dei neo-Adimironiani (notevole, a ta l pro, è stato il contributo del singer, Andrea Spinelli), a questo magnifico lavoro di thrash metal tecnico e progressivo. Fatti i doverosi preliminari, per ciò che concerne la presentazione della band, passiamo all’analisi dei brani che compongono “When Reality Wakes Up”. La realtà pare proprio destarsi sin dalla first track, un’ottima killer metal song,”Desperates”,  perfettamente strutturata per ciò che concerne il guitar riffing, riuscendo ad essere d’impatto immediato, seppur all’interno della sua “non immediatezza”, grazie ad un uso, mai esagerato, della “formula melodia” che, la band, ha sempre in serbo ad ogni brano. Il tutto, evidentemente, al fine ultimo di non annoiare l’ascoltatore con i soliti tecnicismi di turno e i vari cambi di tempo (nonché le varie “intromissioni” dei synth, seppur sporadiche, nei break delle song) che, come spesso accade, conducono, inevitabilmente, verso l’autocelebrazione piuttosto che alla consacrazione di ciò che vorrebbe essere un “parto musicale” vero e proprio. E qui, invero, ci troviamo innanzi a 11 meravigliosi parti di pregiata caratura. Questo, perché se la successiva “Wrongs Side Of The Town” è ancora più “cervellotica” della precedente, in “Forgiveness” ma, soprattutto, nella bellissima ballad “Choice For A Mask”, gli Adimiron tirano fuori tutti i gioielli di famiglia, sfoderando quelli che, io, personalmente, ho battezzato “controcazzi chiodati”, per dare vita ad autentiche perle di  metal tecnico all’inverosimile che è, al contempo, meravigliosamente bello da ascoltare, commovente e struggente in alcuni momenti (“Forgiveness” è, in verità, un toccasana per copro e anima) e risultando infine, il più delle volte, un’autentica fucilata per l’ascoltatore. Ed è proprio questo connubio di forze (velocità, melodia e tecnica) che permette ai nostri di non costruire brani piatti e privi di anima ma sempre diversi, innovativi e, dando vita, a quella che è la “formula Adimiron”. Un’ottima “formula” derivante da un, altrettanto, ottimo “teorema musicale-matematico” che sfocia in tutta la sua precisione in “Das Experiment” (il titolo commenta da solo la track) o, ancora, nella turbolenta e conclusiva “Flag Of Sinner”, song della durata di quasi 12 minuti nella quale accade di tutto e durante la quale la vostra mente perderà ogni cognizione temporale, spostandosi all’interno di un mondo parallelo. Quel mondo che gli Adimiron hanno saputo creare nella loro realtà che s’innalza e si desta (il fading conclusivo della traccia è psichedelica allo stato brado; fading che poi lascerà spazio alla chitarra che, tra le sue melodie acustiche, ci massaggerà la mente “cullandoci” pian piano per ammaliarci definitivamente). La bravura della band è fuori discussione, sia per ciò che concerne la sezione ritmica, sia per quanto riguarda le chitarre (l’intreccio dei riff e i guitar solos che ben si agganciano ai tempi scanditi dal drumming e che “danzano” in maniera impeccabile ad un basso onnipresente) sia, soprattutto, alla maestosa ugola del singer Andrea Spinelli, in grado di modulare alla perfezione le sue corde vocali in funzione dei momenti più estremi, più melodici e più “atipici”, come nella, più che riuscitissima, cover dei Prodigy “Spitfire”. Cover song, quest’ultima, dalla quale emerge, definitivamente, tutta la maestria e originalità che la band ha in corpo e che, in ogni occasione, non scorda di tirar fuori. Bellissima l’omonima traccia strumentale, inquietante all’inverosimile, nonostante sia farcita di melodie acustiche pregevoli. Brano che ha l’onore di aprire le danze alle song di chiusura di questo disco (meravigliosa “Still Whinter Within”, dall’incipt simil-psichedelico che, all’improvviso, si trasforma nell’ennesima Adimiron-song, un brano lento, struggente, commovente e passionale), oscuro all’inverosimile, ma che, proprio all’interno di quella sua oscurità, brilla inverosimilmente, lasciando sprazzi di luce ovunque, quasi fossero tracce da seguire e da tener d’occhio attentamente. Poiché, se lasciate lì, a caso, potrebbero non farvi cogliere appieno la bellezza di questa realtà che, solo adesso, va destandosi. Ottimo disco, ottima band e prova superata con successo (complice, soprattutto, un’otttima produzione dello stesso che non fa altro che far lievitare al caratura di questo diamante oscuro). Quando la classe non è acqua… è qui, di classe, ce n’è da vendere!   VOTO: 9.5   ADIMIRON LINE – UP: ·         ANDREA SPINELLI: VOCE ·         ALESSANDRO CASTELLI. CHITARRE ·         DANILO VALENTINI: CHITARRE ·         FEDERICO MARAGONI: BATTERIA ·         MAURIZIO VILLEATO: BASSO   Gli ADIMIRON sul WEB: Ø  http://www.facebook.com/posted.php?id=35584678332#!/group.php?gid=35584678332 Ø  http://www.adimiron.org/ Ø  http://www.myspace.com/adimironcrew Ø  http://www.youtube.com/adimironcrew Ø  http://www.beatpick.com/adimiron Ø  http://www.lastfm.it/music/Adimiron  

TOOL – LATERALUS

  Be io,… cioè non si… I, i, i Tool non si possono classificare… spaziano da un “insensato” a un “filosofico”. E quindi un album dei Tool non si può neanche lontanamente classificare senza aver mai letto tutti i testi delle canzoni almeno mille e ventiquattro volte… esattamente come i byte in un kilobyte: 1024. E dalle bocche di un ipotetico ascoltatore non possono che uscire 2 opposte versioni:   A-  “Aguà ragà, 5 secondi e mi so abbioccato ch’era na meraviglia. Quesso se lo può sentì solo nonneme(mia nonna) che è stitica e dopo averlo sentito va finalmente al bagno, dopo 65 anni di regressione. Avete rotto i maroni co stì Tull !!!”. Da sottolineare che in Abruzzo(la mia regione) c’è un paesino che si chiama “Tollo”. Questo paesino è famoso in tutta la provincia per la sua rozzezza e semplicità, tant’è vero che “sei un tollese!” è un’offesa, e non scherzo. Ma la cosa curiosa è che nessuno dice “sei un tollese!”: l’italiano è limitato al sindaco e al massimo al parroco, quindi se proprio vuoi maledire qualcuno basta gridagli in faccia “Si nu tulles!!”. In oltre l’italiano per questi paesini è un optional, tant’è vero che alla scuole elementari c’è “la lingua madre”, “la seconda lingua: l’Italiano” e “la terza lingua: l’Inglese”. Quindi il paese Tollo è detto Tull… e i Tool in questione come li leggiamo? ... Tull, come il comune di Tull. Chiusa la parentesi;   B-   “Ottio mio, mi sta venendo un orgasmo! Un attacco epilettico ai reni! Sti Tull mi hanno tatuato il cervello! Mi è cresciuto il terzo occhio!”;   Ma perché questo? C’è la Dittatura comunista e quella fascista, ma sbaglio o le due cosa dovrebbero essere opposte? Ma invece sono la stessa cosa. Cioè gli Opposti non è che si attraggono, ma sono la stessa cosa. Forse ho saltato un punto di domanda. E questa era solo l’anteprima. Annozero può cominciare.   Ma questo non è Annozero, è Lateralus! Quindi Lateralus inizia e non Annozero.   Il film inizia con “The Grudge” che ti butta dal burrone e ti ritrovi in mezzo all’amazzonia. E Dio ti dice di incastrare la pietra altrimenti tutto crollerà. Poi arriva Saturno ascendente che ti gira intorno e ti grida di scegliere 1 o 10. E poi di nuovo Dio che si rende conto della tua stupidità e ti ordina di lasciare la pietra. Gran bella canzone e anche abbastanza suggestiva. Vi state domandando perché “film”? Be alzate il volume a palla nei primi secondi e lo capirete;   “Eon Blue Apocalypse” è solo la prima delle minitracce indecifrabili che hanno reso famosi i TOOL. Considerando che è indecifrabile ovviamente non l’ho capita. Eppure “Eone Blu Apocalittico” dovrebbe suscitare qualcosa… no?   “The Patient” non si discosta molto dalla prima, ma almeno ho semi capito cosa diamine vuole dire. Il Paziente in questo caso può riferirsi sia a quello ospedaliero che a quello fisico. In questa canzone semibuona si enfatizza lo spirito morale che ogni persona dovrebbe mantenere: ci sono troppi, ma troppi Vampiri che cercano di succhiarti il sangue e di buttarti giù, ma mi raccomando non cedere e sii paziente, che prima o poi i cattivi crolleranno. In oltre intravedo anche un messaggio nascosto verso l’ascoltatore: sii paziente, perché il bello deve ancora venire;   “Mantra” sembra l’inizio di un film catartico in stile “Un tranquillo week-end di paura” ma è stato scoperto che è semplicemente un siamese strangolato messo ad ultrarallentatore con un riverbero pari a diecimila. Il siamese è quello del cantante Maynard. In oltre il Mantra è un potere verbale tramite il quale ciò che viene detto si va a creare nella mente dell’ascoltatore, insomma l’ambito potere di tutti i politici. A questo punto io la definirei come una “canzone fallita” visto che a me non mi da l’impressione di un gatto strangolato, ma solo di un ippopotamo che sta defecando su una parla. In definitiva questa non si può capire;   E se Lateralus ci invitava ad essere pazienti forse con “Schism” inizieremo ad essere appagati. Questa è una delle più conosciute dei Tool, e per molti anche la migliore, io dico solo che è assai bella. Ma cosa ci dice questo scisma? Semplicemente che in origine il pensiero era unico e che solo successivamente si è scisso in 2 parti… per questo la parola “Scisma”, che non è quello del terremoto ma quello dello spirito e del pensiero.  E ognuno di noi cerca di riunirsi all’altra sponda non comunicando(controsenso, appunto). Ed è qui il fulcro della canzone: per risanare qualsiasi Scisma bisogna comunicare diamine! E non controbattere, controbattere e allontanarsi ancora di più. I Tool sono famosi anche per i loro video alquanto filosofici e plastificati. E andiamoci a vedere sto video… “Oddio, ma che è?” Ragazzi ci troviamo di fronte a 2 licantropi albini(quando mai con i Tool) che gesticolano fra loro e si muovono senza gravità formando solchi con il roteare della testa sul pavimento. Poi uno dei due ha una magnifica idea: camminare a 4 zampe e oscillare irrefrenabilmente il capo… e poco dopo anche il secondo inizia a farlo. Ma all’improvviso uno caccia l’orecchio all’altro di nascosto(da sottolineare che non caccia l’orecchio, ma il MATTONE con l’orecchio, vedere per credere); quest’ultimo inizia a sanguinare e dal suo sangue crescono piccoli animaletti cattivi. Poi si riprende e ammazza tutti gli animaletti, va dal suo compare che gli ha cacciato l’orecchio e iniziano a toccarsi come gay. E finisce con i 2 licantropi che fanno la fusione e diventano un tutt’uno. L’essere sputa fuoco, sembra un “Lanciafiamme” dei Pokemon. Fine. No no ragazzi non sto scherzando, non mi sono visto troppo Kubrick, Dragonball e Pokemon ma è semplicemente quello che ho visto e che anche voi potete vedere. Volete la mia opinione? Be secondo me i 2 licantropi non sono altro che le 2 parti del “muro” che lo scisma ha diviso. Essi si contrappongono e quello che fa uno fa anche l’altro(la camminata quadrupede e l’ondeggiare della testa), uno dei 2 ha la superiorità sull’altro e lo priva dell’orecchio (la comunicazione). Quest’ultimo inizia a marcire, ma poi da uno strano impulso si risveglia e decide di sottoporsi ad un ultimo raud con l’altra parte. I due si riuniscono e il “muro” e riformato. Ovviamente non stiamo parlando di persone o di muri, ma bensì di opinioni ed idee; fatevi un giretto su “Pomeriggio 5”, “8 e 1/2 “, “La vita in diretta”… Chissà quanti Scismi troverete:   “Il silenzio freddo ha La tendenza ad Atrofizzare ogni Senso di compassione Tra presunti fratelli Tra presunti amanti”   Ora c’è il distico “Parabol/Parabola” che, non martoriatemi, lo tratto come canzone unica, anche perché la sola differenza tra le 2 è che uno è la versione loffia dell’altra. Rispettivamente Parabol e Parabola. Parabol si apre con un mogugno lamentoso e assai lento che mano a mano diventa sempre più normale e percepibile. Ma cosa ci sta dicendo? E’ semplicemente la visione di un non nato, ossia un bambino ancora nel feto, che è particolarmente felice ed accaldato(da ricordare che il cantato è assai lento e sciacallesco, cosa che si abbina parecchio ad un bambino dormiente). Il bambino fa un’affermazione riguardo gli occhi della madre: “speranzosi” e “selvaggi”… ma perché “selvaggi”? Non so se tutti lo sanno, dopotutto nessuno e ginecologo qua, ma le donne in gravidanza hanno un comportamento abbastanza alterato: si innervosiscono spesso, hanno le crisi e soprattutto mangiano di tutto!! Quindi “occhi selvaggi” ci calza a pennello. “Ci ricordiamo a malapena cosa è venuto in precedenza a questo prezioso momento”(E chi si ricorda quando siamo nati?)   La parte finale della canzone sottolinea la voglia matta di liberarsi dal “corpo che lo abbraccia”(si avvicina il parto) e questo è l’ultimo verso: “Tutto questo dolore è un illusione” Chi ha mai sentito parlare di un parto senza un pianto? I neonati soffrono quando nascono, ma è solo una illusione perché questa è la vita. Come un vortice di riverbero di chitarra una sprangata ti arriva qui, qui sopra al mento e ti getta fra le braccia di “Parabola”. Importantissima è la “A” finale, sta una marcia in avanti. A differenza della sua predecessora “loffia” questa ha un tono più marcato, gran bei riff e la voce non canta… grida!!! Peccato che l’intera canzone si racchiude in una strofa: “Piroettando con questa parabola familiare Roteando, tessendo attorno ogni nuova esperienza. Riconosco questo come un sacro dono e Celebro questa possibilità Di essere vivo e respirante”   Cioè semplicemente “vivi e sii orgoglioso di vivere”. L’unica cosa di un po’ complessa è la “Parabola Familiare”. La “Parabola” è una curva del piano che aumenta sempre di più, spero abbiate fatto un minimo di fisica alle superiori… Be la “Parabola Familiare” dovrebbe essere l’ingrandirsi sempre maggiore delle persone e delle vite sociali… che vi credete che nel paleolitico in Italia c’erano già 60 milioni di persone? Ahaha poveri illusi. Ma non dimentichiamoci che anche sull’unicum “Parabol/a” i Tool c’hanno fatto un bel video. E andiamoci a vedere sto videoccio: Un ciaccionenano insieme ai suoi 2 amici grassoninani tagliano una mela, la aprono prima ci sono 4 semi, poi 5 e in fine 6. Uno dei nanograssoni alza la mano e dall’indice ciccione gli sbuca una fiamma(come gli accendini che ti vendono al mare). Tutti e 3 i nanociccioni iniziano a volteggiare per aria e vomitano sul tavolo, il vomito e nero… i 3 siccome volteggiano creano un cerchio perfetto con il loro vomitare e la telecamera è risucchiata da questo anello. Qui finisce Parabol e inizia Parabola. Ci troviamo in una fabbrica di sassi e detriti neri, con un solo lavoratore: un nero con grandi labbra e ciglia che gli arrivano ai fianchi. Torna a casa con il suo amichetto grigio che ha la faccia mobile e non si sta mai fermo con il viso(difficile da spiegare). I 2 a casa ci trovano una palla grigia volante, che poi diventa un ammasso di biglie sempre volanti(come una molecola). Quest’ultimo uccide l’amico grigio e scappa, la faccia dell’amico grigio non si muove più. Il nero si arrabbia e rincorre la megamolecola, si imbatte in un bosco, raccoglie una foglia, prende fuoco insieme alla foglia e diventa un ammasso di parabole luccicanti nello spazio. Wow! Praticamente non ci azzecca per niente col testo… mmh…   “Ticks & Leeches” è forse la più metal e divertente di tutto l’album. Maynard ha una voce quasi normale e finalmente grida anche lui. Da sottolineare il gran bello spezzone sul finale molto ma molto progressive. La canzone “Zecche e Sanguisughe” è un messaggio di sfida verso la loro casa discografica “Volcano” per i precedenti disguidi;   La title track “Lateralus” a mio giudizio non è così azzeccata e divertente come molti sostengono. Certo una grande canzone, ma il capolavoro non ci scappa manco con una zambata. Ma tutto il resto è eccellente, intendo dire le tematiche sono a mio giudizio molto valenti e fighe. Il tutto è assai complesso e intricato ma ho una mezza idea:   “Sentirmi ispirato, sondare la potenza Testimoniare la bellezza, bagnarmi nella fontana Di scivolare sulla spirale Scivolare sulla spirale Scivolare sulla spirale della nostra divinità restando un umano”   Ragazzi questa è poesia “Scivolare sulla spirale della nostra divinità restando un umano”: raggiungere la conoscenza divina attraverso la sofferenza e l’evoluzione restando cosci e umani. In poche parole descrive l’immensa potenza che l’uomo può racchiudere nelle sue mani… mamma mia;   Un ultimo sforzo e abbiamo di fronte la triade “Disposition/Reflection/Triad”:   “Disposition” dovrebbe essere la più strana di tutte perché praticamente si basa su una manciata di note  il testo è pressoché sciapo. Però c’è un “però”, secondo me la canzone nasconde un gran bel significato. Si parte con un arrangiamento in chitarruccia e in sottofondo un imbuto gorgorante. Poi uno scricchiolare stile porta vecchia arrugginita. Si aggiunge la batteria e la chitarra si fa più articolata, in sottofondo appare un mogugnolio del cantante. Altri versi e poi ti lancia addosso un “Osserva il tempo cambiare”(tempo meteorologico) e te lo ripete altre 4 volte. Poi ti sbatte un “Menzionamelo, menzionami qualcosa, menzionami qualsiasi cosa, menzionamelo” e subito riparte co sto “Osserva il tempo cambiare”. Un paio di piroette e ti ripropone la formula del menzionamento e di nuovo il tempo che cambia. La melodia si scompone, e la voce si amalgama all’imbuto gorgorante. Le percussioni tronchettano rumori strani e la bacchetta sul tamburo è distinta. La prima cosa che salta all’orecchio è quel diamine scricchiolio iniziale di serratura arrugginita. Io ho supposto sia una vecchia porta, una mia amica sostiene sia invece una culla, ma il significato non cambia: non so se voi il cervello lo usate ma una cosa che sembra una porta e una culla a me da idea di vita che nasce; per la culla mi sembra ovvia e per la porta è un po’ più complesso ma facile da capire. Quindi all’inizio di questa canzone c’è “La Nascita”… oh! Ma guarda un po’ che coincidenza subito dopo lo scricchiolio la canzone inizia ad evolversi e si presentano i mogugni, proprio come la crescita di un bambino. Poi arrivano i primi 5 “Osserva il tempo cambiare” e voi che avete cervello immedesimatevi in una piccola creatura che dall’alto ti sussurrano queste frasi, e soprattutto nel modo in cui te le dicono. Poi c’è la formula del menzionamento. Non so voi ma a me sembra come una prova, un esame a cui si viene sottoposti e che per superarla non c’è bisogno di tanto, basta una parola, di quelle chiave… una “Soluzione”! Sì sì, “Menzionami la soluzione”, suona bene. Peccato che almeno per ora la soluzione non la si conosce, e quindi ti si spinge a osservare il tempo cambiare, quasi come dire “Minchia guardati intorno, inizia a capire com’è fatto il mondo! E quando, quando la saprai la Soluzione vieni da me e menzionamela”. Passa un po’ di tempo e ti ripropongono la formula del menzionamento, ma tu anche questa volta non la sai e continui a guardare lo stesso film del tempo. Ma mentre ti spingono con la formula dell’”Osservare”, tutto inizia a scomporsi e la voce inizia a non sentirsi più. Scusatemi la prepotenza ma per me questa si chiama “Morte”. La canzone finisce Ricapitoliamo il tutto: Nasci, fai esperienza, ti chiedono la Soluzione e non ce l’hai(Bocciato!!!!), continui a farti esperienza, ti richiedono la Soluzione ma non ce l’hai(Aribbocciato!!!!!), Muori nel tentativo di farti ancora più esperienza. Il tutto fila, ma quei 2 “Menzionamenti” messi li a caso nel giro di 70 o 80 anni non mi convincono. E’ questo il bello! Non sono messi a caso. Rispettando l’origine i 2 esami sono messi a 3/10 e a 7/10 della canzone. E se guardiamo la linea della vita sono posti esattamente all’adolescenza e alla maturità (pendente all’invecchiamento). E cosa hanno in comune questi 2 periodi? A me è saltata subito la “Crisi”, esiste quella di mezz’età e quella adolescenziale… Ce ne sono molte altre, ma le due fondamentali sono queste. Ed effettivamente è proprio nei momenti di crisi che l’individuo viene spogliato e messo alla prova. Ma perché il Titolo “Disposizione”? Forse appunto ad essere Disposti a crescere;   “Reflection” ci si presenta come la più lunga e sperimentale, nonché continuo di “Disposition”, di tutto l’album. A mio parere questa è la più bella di tutto l’album e gloriosamente sgargiante. La traccia inizia con un tribalissimo in cui il batterista da pieno sfogo alle bacchette e ai tamburi. Durante i primi minuti riscontrerete un crescendo di strumenti meraviglioso, fatto da sintetizzatori, bassi zombettosi, luccichii e violini arabici impazziti. La voce è evocativa come non mai. Un pezzo da urlo. Tra l’altro è forse anche quella con il messaggio più indecifrabile.   “Perciò crocefiggi l'ego prima che sia troppo tardiPer lasciarti alle spalle questo posto così negativo, cieco e cinicoE scoprirai che noi tutti siamo una mente unicaCapace di tutto ciò che è immaginato e ancora concepibilePerciò lascia che la luce ti tocchi e lascia che le parole ne stillino attraversoLascia soltanto che l'attraversino, portando con loro la nostra speranza e la nostra ragione.Prima che mi strugga dal dolore”   In sostanza solo quando si sta per raggiungere la morte si è pieni coscienti del fatto che per tutta la vita siamo stati perennemente controllati portandoci al narcisismo, alla lotta continua e all’odio reciproco. E che se non fosse stato per quella sottomissione la civiltà umana avrebbe fatto cose incredibile e tutt’ora inconcepibili;   La triade si conclude con “Triad” appunto ed è l’unica vera strumentale in tutto l’album. Composta da ritmacci, batterie serpeggianti, assoli distorti,… Nell’ascoltarla si percepisce un qualcosa di apocalittico simile all’”Armagheddon”. Una cosa davvero curiosa è che seppur la canzone duri ben 8:46 la canzone vera è propria conclude un paio di minuti prima e l’ascolto seguente è quello di un silenzio tombale. Perché non l’ho so;   L’ultima traccia "Faaip de Oiad" è forse la più inquietante e terribile di tutta la discografia Tool. E’ semplicemente la registrazione di un discorso sovrastata da rumori e vortici: "Non ho molto tempo. Sono un ex impiegato dell'Area 51. Ho ricevuto un congedo medico circa una settimana fa e.. da allora sono fuggito attraverso tutto il paese.Merda, non so da dove cominciare, loro, loro faranno.. Loro triangoleranno su questa posizione molto presto.“Ok, ciò di cui stiamo pensando come.. come alieni, loro sono esseri extradimensionali che contattarono un vecchio precursore del programma spaziale. Loro non sono ciò che dicono di essere. Loro si sono infiltrati in molti aspetti dell'insediamento militare, particolarmente nell'Area 51.I disastri che stanno per accadere, loro, i militari.. Mi dispiace, il governo lo sa, sa di loro. E ci sono molte zone sicure in questo mondo, verso le quali potrebbero cominciare a mobilitare la popolazione sin da adesso. non sono sicure! La verità è che vogliono i maggiori centri di popolazione spazzati via in modo che i pochi rimasti saranno più facilmente controllabili."   La frase "Faaip de Oiad" è in enochiano(se non sapete cosìè fatevi una cultura) e signifiva "Voce di Dio";   Insomma come vi pare questo lavoro. A me sembra un lavoro eccellentissimo e se devo dirla tutta è praticamente l’eccelso dei Tool. Lateralus rappresenta un incontro tra il vecchio e il nuovo decisamente perfetto. In oltre c’è una totale presa di coscienza per quanto riguarda i testi: nei primi lavori il sesso e la rabbia erano i fulcri, mentre adesso sono la spiritualità e la ricerca del proprio essere... Solo dei pazzi scatenati o dei geni assurdi possono chiamare due canzoni Parabol e Parabola. Poi diamine le canzoni sono curatissime e di livello decisamente superiore. Vi entreranno in testa e le canticchierete per strada, ucciderete per ascoltarle. Poi scusate dove li trovate gruppi come i Tool che in 20 anni hanno fatto 4 album, cioè loro per concepire un album non ci mettono mica un paio di mesi come i Dream Theater o i Megadeth, loro l’album lo costruiscono giorno per giorno nel giro di …to 2 anni. Tutto questo provoca l’impossibilità di etichettare i Tool: loro dovrebbero vacillare fra un Prog Rock, Prog Metal e un Alternative. Ma io non me la sento di accostarli ne ai Dream Theater, ne ai Pink Floid e ne tantomeno ai 30 Seconds to Mars. I Toll sono uno di quei pochissimi gruppi che si devono prendere così come sono senza accostarli a nessuno… insomma loro fanno “Tolliano”. E ricordatevi che non sono i Tool a dipendere da i fan ma sono i fan che dipendono da i Tool.   VOTO: 10-        

JUGGERNAUT – WHERE MOUNTAIN WALK

  Potrei cominciare col raccontare subito vita e musica dei Juggernaut senza perdere troppo tempo, ma posso affermare che non sarebbe giusto nei confronti di questa band nata da 4 anni ma che dimostra una maturità sonora ben più avanzata. Basti sapere che la loro canzone “Nailscratched”, tratta dal loro primo promo, è stata scelta per essere inserita nella compilation “Stones From The Sky” che racchiude in sé il meglio della scena Post Hardcore italiana. Sì, negli Juggernaut troviamo una buona dose di violenza Hardcore che viene miscelata al Gothic e ad una spolverata di Metal creando così quello che potrebbe essere il cocktail perfetto per un coma etilico musicale, ottimo per chi ha seriamente voglia di prendersi una pausa dal mondo buttandosi nel mondo parallelo di questa band. La line-up ufficiale, sotto l’ala della Subsound Records, è composta da cinque elementi, che oltre alla voce e agli strumenti di base si dilettano con strumenti etnici dai suoni suggestivi e piacevoli. Ma ora partiamo per un piccolo viaggio alla scoperta del loro album di debutto, “Where Mountains Walk”, uscito nel 2009 dopo un promo risalente a 3 anni prima. La prima canzone, “Of Snakes And Men”, riesce subito a farci entrare in sintonia con le sonorità di questa band, sbattendoci in faccia prima una violenza vocale e tecnica disarmante e trascinandoci successivamente in acque più calme accompagnati da una linea di voce che in primo luogo potrebbe risultare alquanto inquietante e infine dando un ultima tuonata brutale all’atmosfera. “Thank You For No Discussing The Outside World” ci accoglie calorosamente con una base di chitarra che rimanda a visioni di desolazione e pace, ma poi ci viene ricordato che stiamo ascoltando una band nelle cui vene scorre anche del Metal e mi permetto di dire che questa canzone ricorda molto gli Opeth e alcuni dei loro pezzi più pesanti. In verità, andrebbero spese almeno 2 o 3 righe per ogni canzone, vista la qualità tecnica e la varietà compositiva ma credo che sia molto meglio farsi un’idea in prima persona sugli Juggernaut, perciò vi consiglio di visitare il loro MySpace e di prendervi un pomeriggio libero, ne varrà la pena.   VOTO: 7.0   TRACKLIST: 1.      OF SNAKES AND MEN 2.      FLAMINGOES 3.      Seven companions and an enemy chair 4.      Ghostface 5.      A fish called atlantis 6.      Nailscratched 7.      Day Of The Dances 8.      Thank You For Not Discussing The Outside World 9.      The Bridge And The Shepherd 10.  Diario   LINE-UP: ·        SALVATORE BLASI – VOCALS ·        ROBERTO CIPPITELLI – BASS, GLOKENSPIEL, VIBRASLAP, CASTANUELAS ·        LUIGI FARINA – GUITAR, CLASSICAL AND ACOUSTIC GUITARS, KETTLEDRUMS ·        MATTEO POLANDRI - GUITAR ·        GUIDO PENTA – DRUMS   ADDITIONAL MUSICIANS: ·         JIMMY BAX – Mellotron On Track 01, Accordion On Track 02, Hammond On TRACK 10 ·         FILIPPO DI DOMENICO – Cellos On TRACKS 05 – 06 ·         ANDREA MANCIANTI – Live Electronics On TRACKS 01 - 05 - 09 - 10 ·         MARCO SOELLNER – Clean Vocals On TRACK 02 ·         GIULIO MASCHIO – Kettledrums, Pandereta, Bells and Cymbals On TRACKS 05 - 07 ·         VALERIO FISIK – Additional Guitar Noises On TRACK 10 ·         LORENZO GABRIELE – Flutes On TRACK 09   CONTATTI: Ø  Juggernaut MySpace: http://www.myspace.com/thejuggernautband Ø  E-mail: juggernautrome@gmail.com LABEL: Ø  www.myspace.com/subsoundrecords Ø  www.subsoundrecords.it Ø  davide@subsoundrecords.it  

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