The Empty Dream | GOTHIC

Stream of Passion, Darker days

  Per chi ha amato le voci sovrannaturali di Anneke Van Giersbergen, Sharon Den Adel e compagnia cantante, la nuova frontiera della meraviglia ha un nome ben preciso, Marcela Bovio, e un 'contorno' tutt'altro che trascurabile e identificato con il monicker Stream of Passion. Band che si muove su territori metal ed entro i suoi confini gothic, symphonic e in parte progressive. E che non poteva che imporsi subito all'attenzione del pubblico, dato che il fondatore 'fu' nientemeno che Arjen Lucassen, artista poliedrico la cui creatura più conosciuta rimane quella degli Ayreon. Proprio nell'album degli Ayreon The Human Equation c'è la possibilità di ascoltare un primo saggio della voce di Marcela.  Dopo un esordio più che discreto (Embrace the storm), il secondo album, The Flame Within, è già un piccolo capolavoro. Tracce molto più che piacevoli, e una gloriosa ri-lettura di "Street Spirit" dei Radiohead. Il nuovo lavoro non può che giungere pieno di aspettative. Non a caso i nostri, sapendo che ripetersi non è esattamente facile né sempre costruttivo, provano ad apportare qualche piacevole novità per sorprenderci comunque. Prendiamo ad esempio l'introduzione del tango in una canzone che parte violentissima - e torna ad esserlo dopo la parentesi fisarmonica. E' il caso di "Lost", prima traccia che traccia immediatamente la strada giusta. Il connubio tra i generi, impensabile a leggersi, è perfetto.  In "Reborn" il ritmo si fa più compassato e Marcela comincia a miscelare le sue anime, lasciandosi andare alla lingua spagnola - che rende molto meglio, ma ne riparleremo dopo. In "Collide" e "The scarlet mark" prevale il lato più sperimentale e tecnico. "Spark", piano e fisarmonica, ecco che ritorna. Interpretazione vocale magistrale, servisse sottolinearlo. E' con "Our cause", però, che si raggiunge il vertice - forse assoluto per la band - delle emozioni: dall'intro crescente di violino, che giunge soffusa e viene subito travolta dall'irruenza di chitarre e batteria, poi la strofa, cantata in spagnolo e - e questa è la seconda trovata maestosa - con finale di frase ripetuto. "Trazos de hielo y niebla que se esconden - que se esconden en las pequenas grietas de mi nombre - de mi nombre Luz que ilumina el alba no me ignores - no me ignores entre suspiros llamas mas no se a donde - no se a donde. El invierno me encuentra delirando - delirando  entre flores cubiertas de desencanto, miedo y llanto - miedo y llant Mientras el frio corre por mis manos - por mis manos mi corazon implora: "hasta cuando?" - "hasta cuando?" Sprigionata tutta la potenza evocativa nella strofa, il ritornello è quasi una pausa, ed è cantato in inglese. E qui, all'interno della stessa traccia, si avverte l'abisso tra una lingua e una 'freddina'. Per di più, ma questo è ovvio, la Bovio sembra decisamente più a suo agio nelirle emozioni nella sua lingua madre.  Anche nella seguente "Darker days", titletrack con venature prog, si può notare il contrasto evidente (con esito altrettanto evidente) tra le parti in spagnolo e in inglese. Successivamente l'album si snoda con brani più o meno riusciti, da "Broken" a "This moment", da "Closer" a "The mirror", tutti rivelanti le diverse facce della band. "Nadie lo ve" è un attimo di pace in cui la voce di Marcela mostra tutto il suo... stream of passion, supportata dal solo piano. Una traccia dolce, ma triste e remotamente inquieta. Il finale prevede un cambio di genere con "The world is ours", plus la bonus track "The hunt", del tutto trascurabile.L'album, invece, e soprattutto la voce di Marcela, non lo sono per nulla. Darker days (2011) Voto : 7,3 Tracklist: 01. Lost 02. Reborn 03. Collide 04. The Scarlet Mark 05. Spark 06. Our Cause 07. Darker Days 08. Broken 09. This Moment 10. Closer 11. The Mirror 12. Nadie Lo Ve 13. The World Is Ours 14. The hunt Line-up: Marcela Bovio - cantante, violino Eric Hazebroek - chitarra ritmica e solista Stephan Schultz - chitarra ritmica e solista Johan van Stratum - basso Jeffrey Revet - tastiere, pianoforte Martijn Peters - batteria   Discografia: 2005 - Embrace the Storm 2009 - The Flame Within 2011 - Darker Days

Nefesh - Shades and Lights

  Il metal nostrano questa volta ci presenta una giovane band di Ancona. I Nefesh devo dire che mi hanno parecchio stupito, sia positivamente che negativamente devo ammetterlo, ma è sempre gradito “l'infrangere gli schemi” sia riuscito con successo che meno.   Il genere che cercano di trasmetterci non è unico ma molteplici, i maggiori dei quali Progressive, Gothic, Death, Neoclassical con una buona dose di Sperimentale ed Ambient. Con il primo album “Shades and Lights” ambiscono a un certo equilibrio nel mischiare i suddetti generi. Certo l'impresa è abbastanza ardua, non per tutti; i Nefesh ci provano.   L'album che conta bel 13 parti e quasi un'ora di durata alterna brani lunghi con intermezzi e brevi mini-strumentali. Le lunghe hanno una struttura trascendente simile per ognuna e che alla lunga si riesce benissimo ad individuare; le corte invece alternano da sipari da piano bar ad intermezzi ambient, sino a qualche schitarrata alla Kaiowas. La particolarità più eclatante è nell'uso continuo, forse troppo, del piano e di tutti i suoi derivati che ricordano molto i principi fondamentali del Gothic Classico in stile Nightwish ed Epica. Ad accompagnare il piano c'è un'irrefrenabile chitarra elettrica con un forte impatto uditivo, a mio parere da abbassare di tono in alcuni tratti e da cambiare l'effetto principale(gusto personale). Onore al cantante che si dimostra abilissimo nell'uso sia di un clean profondo, sia di un grove/growl/scream modesto e sincero.   Nel complesso un valente lavoro, anche di buona registrazione, che però a parer mio poteva essere strutturato meglio, con meno canzoni ma con più intensità e virtuosismo, più varietà nei suoni di chitarra e con un vigore più travolgente e meno d'impatto. In oltre, pur non trovando nessuna castroneria non riesco neanche a percepire nessun frangente di miriade bellezza e fascino.   Per concludere: buona l'idea, ma da approfondire e scoprire. Per questa prima volta vi è andata bene. (Sarebbe davvero figo un mix di Dream Theater, Opeth e Nightwish)   VOTO: 7

LACUNA COIL – DARK ADRENALINE

"Dark Adrenaline", un disco che osa andare oltre. Una band che si dimostra all'altezza del nome che porta e dona dignità alla musica italiana. Una prova maiuscola fornita dai Lacuna COil, mai in così pieno stato di grazia come negli ultimi anni.

Da avere.

Antonio Moliterni [Prosegue]

NIGHTWISH – IMAGINAERUM

L’ultimo parto discografico dei Nightwish, a band finlandese che, da sempre, non finirà mai di stupire i propri ascoltatori. Altro strike per i nostri, con una band sempre sugli scudi e con una Annette in pienissima forma! Strafichissimiticissimo!

Antonio Moliterni
[Prosegue]

POWERWOLF – BLOOD OF THE SAINTS

Il ritorno dei Powerwolw, la band che dalle lande teutoniche, risoerge dalle loro bare per riproporci il loro roccioso power metal con tutti i cliché che l'hanno caratterizzato negli anni. Ma, questa volta, lo fanno decisamente meglio rispetto alla loro ultima release.
Un presagio meno oscuuro per il futuro avvenire?
Prendere o lasciare, comunque perchè... acnhe questi (e soprattutto questi) sono loro, i Powerwolf! [Prosegue]

WITHIN TEMPTATION – THE UNFORGIVING

Il miglior lavoro dei Within Temptatio, con una band ottimo stato, una singer, Sharon, mai così in pienissima forma. Il capolavoro della band, lalbum candidato tra i migliori dischi del 2011.

Antonio Moliterni [Prosegue]

EVANESCENCE – EVANESCENCE

  Me li ricordo quasi fosse ieri, gli Evanescence con la loro ruffianissima “Bring Me To Life” che fece brezza nel cuore dei truzzi più anti-metal dichiarando “Questa è musica!”. Ed io, lì, ad urlare loro contro: “Questo è metal, idioti!”.  Comunque sia, nel bene e/o nel male, gli Evanescence, grazie soprattutto, alla prestazione vocale della monumentale Amy Lee, hanno saputo far breccia nel cuore di (quasi) tutti, forse anche i più oltranzisti e coloro che vivono con la puzza sotto il naso. Come scordarsi “My Immortal”, la meravigliosa ballad del loro primo pargolo da studio? Perché, se i nostri ci hanno saputo fare con songs tinte di quel dark n’ gothic metal, sfumato di “nu” quel tanto che basta, è grazie le ballate che hanno fatto il giro del mondo (“Lithium” è un altro esempio di maestria e di mestiere). E dopo due gestazioni da studio, vari live show, dopo una serie di comunicati stampa nei quali, la carismatica vocalist Amy Lee pronunziò le ultime parole famose: “indirizzare le nostre menti verso lo spazio creativo giusto”, si è temuto anche l’irreparabile: uno scioglimento della band con una inevitabile carriera solista della Lee. Ma questo non è accaduto. Perché gli Evanescence, nonostante problemi di line up (e chi non li ha?), nonostante le difficoltà di chi si trova ad essere annoverato tra i big del settore musicale tutto (metal compreso) sin dagli esordi, sono giunti al loro terzo parto discografico, dando alla luce questo loro album omonimo, “Evanescence” appunto. Cosa aspettarsi? Un indurimento del sound, così come lasciavano trasparire i commenti dei membri della band? Un’innovazione stilistica, pur senza rinnegare le radici che li tenevano saldi a “Fallen”? Eh, eh…. Basta ascoltare la first track, “What You Want”, per capire che, i nostri, di indurimento ci hanno messo poco. Anzi, l’opener è talmente ruffiana da farsi quasi odiare. Per carità, non stò parlando di una brutta song, ma… troppo perfetta, troppo commerciale, troppo con la puzza sotto le narici, troppo Evanescence, troppo poco quel che ti aspetti dopo certe dichiarazioni. Amy Lee è sempre una vera e propria dèa, e una canzone come “My Heart Is Broken”(tra le più belle del lotto) non avrebbe potuto essere meglio interpretata da nessun altra. Le sue corde vocali spingono al massimo, oltre le vette, oltre l’inimmaginabile. Grandiosa. La band non si risparmia, sia in fase di arrangiamenti (synth, orchestrazioni, tastiere), sia in fase di sound (le chitarre, questa volta, avvero hanno un ruolo fondamentale, specie per ciò che concerne i guitar solos). Si esula dal mondo del gothic metal “facilotto” ma neppure tanto. Ed è questo il limite peggiore. Ottimi brani, tutti belli da ascoltare, che tentano di voler mostrare una nuova anima, una nuova dimensione della band, ma che rimangono legati (strettamente) alla loro vecchia struttura musicale. Volutamente? A me pare di si. Rischiare è azzardo e l’azzardo, spesso, paga, eccome se paga. Meglio puntare sulla formula mestiere, sperimentando, ma non troppo. Meglio offrire delle belle canzoni, di sicuro impatto, difficilmente indigeste. Offriamo anche qualcosa di apparentemente diverso, ma collaudato con la “formula Evanescence”, tanto per non schiacciarci da soli le palle con una sonora martellata. E poi… quei fastidiosi riempitivi, che vanno sempre bene perché non sono cagate ma che se non fossero state cantate da Amy Lee avrebbero messo un po’ di nausea all’ascoltatore. Ed è così che si riscopre la band, una band che pare osare ma che, nella realtà, risulta incapace. E quel bel giro di pianoforte in “Erase This” va’ a farsi benedire, perché il brano si perde in sé stesso, in una sorta di vortice, di “naruto” (tanto per usare un termine nipponico). Un brano in cui le corde vocali di Amy Lee sono incantevoli,  un brano che scorre ma non lascia nulla che, di loro, non si sappia già. Ma nonostante tutti questi punti deboli che avrebbero spezzato le gambe a chiunque, l’album si regge anche (meno male!) su colonne indistruttibili. Colonne che possono essere raffigurabili nei riff inaspettati di chitarra, così come nei guitar solos che, davvero, ti lasciano senza parole e, ancora, la voce paradisiaca della nostra amata singer (“Lost In Paradise”, invero, si gioca la palma ad honorem con la già citata “My Heart Is Broken”, riuscendo a divenire un’altra perla inaspettata, risollevando un album che stava per affossarsi nella mediocrità). E a porre fine alle danze ci pensa la stupenda ballad “Swimming Home”. Si, una ballad con tutti i cliché con i quali gli Evanescence ci hanno viziato, coccolato, fatto innamorare di loro. Con quel romanticismo decaduto, quella tristezza, quella sorta di pianto e lacrime che traspaiono dalle note, quei synth che rendono più elettronico il brano ma non per questo meno apprezzabile, anzi. E con la solita Amy Lee che non puoi non amare, della quale non puoi innamorarti e che, non può farti innamorare di una canzone che seppur semplice e scorrevole, interpretata da lei, diventa un piccolo gioiello. Questi sono  gli Evanescence, prendere o lasciare. Solita minestra, qualche condimento in più ma senza esagerare. Ma pur sempre una buona minestra. P.S.: copertina davvero stupenda. E su questo non si discute.   VOTO: 6.5      

HOUSTON! – MECHANICAL SUNSHINE

  Facciamo che oggi, domenica, decido di rimboccarmi le maniche (nonostante il freddo) e mettermi al Pc per poter scrivere. Facciamo anche che, oggi, anziché darmi a lavori di carpenteria pensante, mi sparo un bel disco di sano e strafottuto metal. Facciamo, infine, che, all’interno del calderone che possiedo, molto più grande di quello che Gargamella utilizzava per preparare le sue strafighe pozioni magiche che gli ritorcevano, puntualmente, contro e, sempre, all’interno del quale era speranzoso di cucinarsi e papparsi, almeno una volta, un puffo (ma quando mai!), io scelga di tirar fuori un disco di gothic metal. Gothic metal targato “Tanzan Music”. E, solo “Tanzan Music” dovrebbe bastare ed avanzare a quelle che potrebbero essere le mie pretese, poiché, da quando siamo in collaborazione, per il sottoscritto, “Tanzan Music”, è divenuto sinonimo di garanzia e qualità. Tocca agli Huston! (col punto esclamativo!) dover cercare di confermare la regola senza esserne l’eccezione e, invero, ci riescono, eccome se ci riescono! Band nata nel 2006 come progetto hard rock firmato da quattro ragazzi appena ventenni provenienti da diverse esperienza musicali, Niko, Gaby, Phil e Dave (rispettivamente voce, basso, chitarra e batteria), gli Houston! dopo meno di un anno di vita danno alla luce il loro primo pargolo da studio, un demo dal nome “Never Alcoholized”, andando, altresì, a conciliare il tutto con esperienze live che li portano a diventare una tra le bands più seguite all’interno della scena piacentina. Il primo album, invece, porterà il nome di “Fast In Elegance” che li porterà alla ribalta internazionale, anche grazie alla collaborazione con l’etichetta Sliptrick Records. Il 25 aprile del 2008, i nostri aprono per i Vengeance, band storica olandese, il Paese dei mulini a vento e, grazie alla loro splendida performance sul palco sono notati da Erik Prins, titolare della Mam Agency, il quale proporrà ai giovani una collaborazione. Affezionati ai Paesi Bassi, dopo varie tournée (una di 12 giorni che li vedrà coinvolti in Belgio e Olanda e nord Europa, nonché, precedentemente, una nel nord Italia), i nostri musicisti non faranno che ottenere un’escalation di successi, anche grazie alla presenza scenica curatissima e un’alta preparazione al palco. Ed è nel 2011 che, finalmente, rientrati nel Paese della pizza, spaghetti, tarallucci e vino, della mortadella e della mafia, gli Houston! incideranno il loro secondo full-lenght, questo “Mechanical Sunshine”, anche grazie alla collaborazione del nuovo batterista Giovanni “Nello” Savinelli, che spingerà l’intera band a comporre brani più articolati, complessi e caratterizzati da riffoni taglienti e da una velocità, decisamente, più aggressiva. Il tutto senza rinunciare alle melodie che, dalle 14 tracce di “Mechanical Sunshine”, è possibile udire senza non rimanere incantati. Catalogati come “gothic-electric-hard rock” (e ci aggiungo “Metal”) band, posso, senza dubbio affermare, che il disco che, oramai, stà distruggendo il mio lettore CD, può essere annoverato tra le uscite più belle ed interessanti all’interno di questo 2001. Un 2011 davvero desolante, almeno per ciò che concerne i parti musicali inerenti al genere che gli Huston! ci propongono. Saltata l’intro (prettamente elettronica), “Shine Of The Rusty Gear”, si parte direttamente in accelerata con la devastante “Planet Terror”. Riff micidiali martellano l’ascoltatore. Riff che costituiranno la colonna portante dell’intero brano, dannatamente coinvolgente, con un singer, tale Niccolò “Niko” Savinelli, sempre in forma. Un’ugola versatile all’inverosimile, in grado di passare, con estrema facilità, da passaggi più incazzati a momenti più pacati e “soft”. La successiva “Anghell Clown” è un brano che non delude, poiché smorza la velocità in favore di un mid tempo dai toni cadenzali e marziali, con un basso incisivo che pare scandire ogni tempo, quasi fosse la lancetta di un orologio, assillante, terrificante, drammatico ma, allo stesso tempo, dannatamente meraviglioso. La sezione ritmica ne fa’ da padrone, come è ovvio, ma il resto della band non delude. Di grande impatto è, senza dubbio, “Let Me Shout”, dove la band, ancora una volta, preme sull’acceleratore, dandoci dentro e pestano a manetta, sfruttando sempre le melodie, vero marchio di fabbrica di casa Houston! . Entusiasma il singer, sovraeccitano bassista e batterista (Gaby e Giovanni), non delude Phil, l’axeman della band, che in “Mechanical Breath”, (come nella first track,), prima ballad dell’album, mostrerà la sua preparazione musicale tutta, sfornando assoli micidiali ed incisivi all’inverosimile. Un’arma segreta, il nostro Phil. Accanto alla quale non può non comparire la bellissima voce di Niko, un vero mattatore dell’opera tutta. Ma farei un torto agli altri se non dedicassi la palma ad honorem ad ognuno di loro, poiché in “Black Rose” accade l’imprevedibile: eccoti sfornare una song che da una band gothic metal non ti aspetteresti. Un brano caratterizzato da numerosi cambi di tempo, da break inaspettati, dalla piena versatilità di ogni componente della band nel riuscire a passare con estrema disinvoltura attraverso le “vie” dei numerosissimi cambi di tempo, cesellati dal drummng portentoso di Nello e dal basso di Gaby. ‘sti cazzi… Probabilmente tra i pezzi più interessanti del lotto. Si prosegue con “One Day”, altra ballad, nella quale, la splendida voce del nostro Niccolò danza assieme a delle tastiere che tesseranno una fibra melodica e malinconica all’inverosimile. Tastiere che fungeranno come accompagnamento da sottofondo per quello che rimarrà sempre lo strumento principale all’interno della musica della band: la chitarra di Phil, un’ascia che costruirà un grande refrain melodico e lievemente distorto, per poi esplodere nella seconda parte, andando a porre in essere un bel riff e dei bridge davvero emozionanti. Grande coinvolgimento anche della sezione elettronica, con synth che doneranno il toccasana in più ad un brano, già di per sé, perfetto. Agli amanti della sezione più elettronica, invece,  non deve sfuggire l’incazzatissima “Generation ‘09”, brano costruito prevalentemente utilizzando synth. Il tutto senza rinunciare alla mostruosa performance del genio chitarristico che porta il nome di Phil (nell’intervista gli chiederò il cognome…). In “Velvet Pressure”, ancora una volta, il tempo ci viene scandito da un basso martellante e dai toni “simil clasutrofobici”. Inquietante. Grande interpretazione musicale da parte del nostro Niko, che, con estrema disinvoltura, modula le sue corde vocali da toni pacati, a quelli in modalità “beast”. Non mancano i growl (anche se non estremi e che, in questi brani, ci azzeccano tutto) e non manca neppure un fenomenale break di tastiere che darà il “la” all’ennesima dimostrazione di maestria innata di Phil, genio delle sei corde. “Trouth, About Me” è l’ennesima perla intrisa di melodia e growl a tutta birra (grandioso il refrain e il crescendo finale, in cui l’anima della band pare esplodere in uno stato di grazia che non ha eguali). Dopo averci estasiato con brani di puro metal gotico che nulla ha a che vedere con la merdaccia “gay-style” (chi ha detto H.I.M.?), gli Huston! ci spiazzano ancora. Si, perché è la volta di “Sick, Sex, Six”, brano dalle sfaccettature hard rock, tanto care alla band piacentina. Un brano che, sono certo, in sede live non potrà non estasiare gli ascoltatori. E non lasciatevi ingannare da parole come “baby” o similari, poiché si prosegue sulla scia dell’hard rock n’ metal “incazzatum” con “My Swedish Baby Looks Like A Star”, ennesima prova di forza del combo piacentino, che sfogherà tutta la sua rabbia nei refrain, nonché brano all’interno del quale sia Phil che Niccolò,  per l’ennesima volta, ci mostreranno i gingilli di famiglia. “Cold”, invece, stempererà i nostri bollenti spiriti. Meravigliosa e struggente ballad acustica, dalla quale trasuda una malinconia che pare voglia far trasparire un senso di tragedia innata, quasi fosse lo spirito che, nel sottofondo, anima le viscere del brano tutto e delle sue note. A porre i sigilli ci pensa la martellante e più elettronica “Dragula”, che riprende il discorso lasciato “in sospeso” con la gemella “Sick, Sex, Six”, andando a cavalcare le onde hard rock-heavy metal, non lasciando spazio, come di solito è d’uso in molti dischi di pseudo (para?) gothic metal, a episodi melensi, sdolcinati e diabetici, quanto, piuttosto, ad un’esplosione di controcazzi e di energia allo stato brado. Energia che alla band non manca in ogni minuto, ogni secondo, ogni attimo che ha contribuito a far sorgere questa neo stella che, decisamente, troverà una collocazione sua e personale all’interno del firmamento hard n’ heavy. Un firmamento all’interno del quale gli Houston! brilleranno di luce propria e senza ombre o spettri di altre bands che, paradossalmente, pur essendo meno dotate e (mio Dio!) inutili alla musica tutta, grazie a ragioni che non voglio neppure iniziare a sciorinare (altrimenti sciorinerei solo bestemmie), continuano, ancora oggi, a vivere succhiando linfa vitale a molti gruppi che meriterebbero la palma e gli onori della corte. E, i nostri Huston! vanno annoverati tra questi ultimi. E, il tutto gustandosi alla grande gli angolini tortelli con le erbette, la bomba di riso (riso guarnito di piccioni (!) cucinati in umido), il burtlàina (stiacciata di farina, uova e latte, fatta friggere) e, pour finir, gli strafighissimiticissimi e tipicissimi pisarei e faso (minuscoli gnocchetti conditi con sugo e fagioli). Aggiungeteci, come secondo a base di carne, capretto alla cacciatora, coppa al forno, lepre sfilata (condita, rigorosamente, con cipolla, basilico, prezzemolo, aglio e aggiunte di brodo), nonché l’insolita “picula ‘d caval” (carne trita di cavallo cucinata in umido con olio e pomodori). Non dimenticatevi del grana! E, come dessert, vi si consiglia la torta di mandorle. … E non scordatevi del bicarbonato, almeno qualche chilo. giusto per digerire tutta ‘sta roba…. Del disco e della musica degli Huston!, invece, ne farete indigestione più che volentieri….    VOTO: 9.0   Tracklist: 1.      SHINE OF THE RUSTY GEAR 2.      PLANET TERROR 3.      ANGHELL CLOWN 4.      LET ME SHOUT 5.      MECHANICAL BREATH 6.      BLACK ROSE 7.      ONE DAY 8.      GENERATION ‘09 9.      VELVET PRESSURE 10.  TRUTH ABOUT ME 11.  SICK, SEX, SIX 12.  MY SWEDISH BABY LOOKS LINK A STAR 13.  COLD 14.  DRAGULA   Houston! – line Up ·        Niccolò “Niko” Savinelli: Lead Vocals ·        Phil: Gutar ·        Gaby Facchini: Bass ·        Giovanni “Nello” Savinelli: Drums   CONTATTI: Ø  E-mail: info@tanzanmusic.com Ø  Offical Tanzan Music Web Site: www.tanzanmusic.com Ø  Official Houston! MySpace: www.myspace.com/houstonband Ø  Offical Band Web Site: www.houston-rock.com   Altre info: ü  Registrato nell’Elfo Studio (Italia)da Daniele Mandelli ü  Mastering realizzato al Finvox Studio (Finlandia) da Mika Jussila ü  LABEL: Tanzan Music ü  PUBLISHING: Tanzan Music      

LADY TORMENT

  «… in attesa di una casa discografica.» Così termina la biografia dei Lady Torment, band italiana, realtà tutta nostrana avente le sue radici nel paese famoso per i piatti alla marinara (le arselle, le cosse e  la schiscionera), nonché per gli strafighissimi malloreddus alla campidanese (gnocchetti di semola aromatizzati con zafferano da condire con sugo di pomodoro, pecorino sardo grattugiato e salsiccia a pezzetti) e la sa fregula (piccole palline di pasta realizzate a mano e tostate al forno). Sono impazzito? No. È che mi stò innamorando della cucina Cagliaritana, tutto qui. Si, perché i nostri sono sardi e suonano gothic metal, stilisticamente lontano dal gothic-gay metal di H.I.M e compagnia bella anche se, in qualche frangente della loro musica,è possibile annoverare qualche sprazzo come mera fonte di ispirazione artistica. Sia chiara una cosa: Lady Torment e H.I.M. sono distanti anni luce l’uno dagli altri. Fatta questa premessa, posso anche presentarvi la band. Una band che si forma nel 2010 già con il moniker Lady Torment, ad opera di Oralando Murilli (voce), Eirk Medda (chitarra solista), Stefano Piras (chitarra ritmica), Roberto Tuzzo (basso) e, per finire ma non per questo ultimo, Roberto Mulliri (batteria). E, anche se i membri della band militano in altre band, quali Radio Caos e Armeria Dei Briganti, non posso non menzionare il fatto che i Lady Torment hanno potuto partecipare a vari contest (regionali e nazionali), quali Sottosuoni, Arezzo Wave, Music Village, Sanremo Rock ed esibizioni live nella regione Campania e Lazio. Detto questo e detto che questo primo loro Demo è stato scritto e prodotto interamente da Orlando Mulliri, passiamo, adesso, ad un’analisi accurata delle songs che compongono questo piccolo diadema del gothic rock n’ metal nostrano. Un’esplosione di rock emerge già dall’opener, “Cold White Rose” (titolo bellissimo). Brano che ci dimostra già che i Lady Torment sono una band da non sottovalutare assolutamente, fottutamente rock e fottutamente devota a ciò che meglio sanno fare: musica. Un riff introduce questo splendido biglietto da visita, al quale segue il cantato di Orlando che, mi sento in dovere di dire, ha uno stile del tutto personale e cercando di rimanere quanto più distante dai vari singer del genere gothic metal (chi ha detto Ville Valo?). La personalità è tutto e, questo, emerge sin dalle prime note di “Cold White Rose”, song strutturata su un bel guitar riffing e su melodie davvero accattivanti che difficilmente vi si schioderanno dalla testa. E non sperate di non innamorarvi della successiva “Screaming Your Name”, introdotta da un giro di tastiere accompagnate da un basso che danzerà assieme ad esse, costituendo la struttura portante del brano. La voce “soffocata” e sofferente di Orlando non potrà che rendere maggior giustizia al brano. Un brano in cui il goth’ rock dei nostri si fa’ ancora più inciso, un brano all’interno del quale le melodie tessute dalla sapiente macchina Lady Torment tingeranno una sorta di aura oscura, decadente ma, allo stesso tempo, intrisa di una luce meravigliosa. Una luce che sarà possibile intravedere, paradossalmente, chiudendo i nostri occhi e lasciandoci trasportare nel micidiale finale, travolgente, in cui le chitarre daranno il massimo, esplodendo in frenetici guitar solos che chiuderanno ottimamente questo piccolo gioiellino. Decisamente tra le tracce più belle del lotto. “The Fallen Angel” è introdotta da dei synth e ci riporta un po’ più vicino agli H.I.M. dei tempi d’oro, quelli in cui Ville Valo era più concentrato a scrivere musica rock e metal e meno rimbecillito nel fare il poser con le tredicenni e a diventare l’icona gay per eccellenza del gothic metal romantico. A questo brano è stato dedicato anche un gran bel video (che potete gustarvi cliccando qui). La voce di Orlando si fa’ davvero molto bassa, così come meno intensa è la velocità del brano che sembra essere quasi ipnotico con quei giri di keys che riescono a perforare le cervella dell’ascoltatore e con la chiusura, nel finale, in cui il nostro singer ripete fino allo spasmo «… You are the fallen angel… », mentre in sottofondo, quasi volessero nascondersi e privare la song dalle melodie di cui è comunque ben intrisa, è possibile udire dei guitar solos  che si intrecciano con la stesura del brano tutto. Piccolo capolavoro del rock gotico decadente e romantico. Molto “Love Metal” in diverse frangenti ma ciò ha scarsa importanza. Poiché, qui, la classe non si spreca. E, a ricordarcelo ci pensa immediatamente la successiva “Whispering Of You”, una ballad elettrico-acustica, a dir poco geniale. Ballad incentrata principalmente sulla sezione ritmica che martellerà in modo incisivo lungo tutta la durata del brano. Un brano del quale non potrete non rimanere incantati dalle stesure romantiche e decadenti. Brano che trova il massimo della sua espressione artistica nell’impercettibile break acustico che precede il tessuto sonoro dei guitar solo, sapientemente posti in essere da Erik, mentre Stefano concluderà lo stesso con delicati arpeggi melodici, quasi fossero lacrime partorite dalla stessa chitarra di quest’ultimo. A porre i sigilli ad un Demo straordinario ci pensa  “Your Sweetest Torment” (e non lasciatevi ingannare da “Your Sweet 666”). Questa volta torna di casa la velocità, mentre la voce del nostro singer rimane sempre su tonalità medio-basse. Pare di essere davvero alla fiera dell’unisono, in cui keyboard, chitarre, drumming e basso sfoggiano il meglio di sé, volendo quasi esprimere tutto ciò che i Lady Torment rappresentano in uno scenario, quello del gothic metal, iperinflazionato da band indecenti che continuano a produrre dischi a livello internazionale. Dischi che userei come sottobicchieri o, ancora meglio, come bersagli per il tiro al piattello per allenarmi ad “House Of Dead”. Il brano si conclude in fading con dei cori molto sofferti, quasi volessero esprimere una sofferenza che non riesce, però, a voler emergere completamente, soffocata da questo dolce tormento interiore, ben posto in note dalla band. Ottima prova, produzione perfetta, ottima esecuzione da parte di tutta la band e vaffanculo a chi, appositamente, evita di offrire loro un contratto perché non si sogna neppure le copie che, potenzialmente, i Lady Torment potrebbero vendere sul mercato spodestando molta concorrenza-spazzatura inutile e svogliata, priva di idee e fottutamente leccata da certa stampa. Ma se la storia ci ha insegnato qualcosa è che perseverare è deciso al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati e, se il tormento interiore di questi ragazzi è tradotto in chiave “perseveranza”, allora, state pur certi che i Lady Torment, prima o poi, conquisteranno il podio nella scena della musica internazionale (e non mi limito solo alla metal music). Il loro modo di concepire la musica è perfetto e geniale e il loro arsenale di controcazzi è ben fornito. Auguri davvero ragazzi. Posso solo augurarvi il meglio per il futuro e rimanere in attesa di una vostra prossima uscita, sperando che qualcuno possa aprire occhi e orecchie.   Stay Torment!   VOTO: 8.0   TRACKLIST: 1.      COLD WHITE ROSE 2.      SCREAMING YOUR NAME 3.      THE FALLEN ANGEL 4.      WHISPERING OF YOU 5.      YOUR SWEETEST TORMENT   LINE – UP: ·        ORLANDO MULLIRI: Voce ·        ERIK MEDDA: Chitarra Solista ·        STEFANO PIRAS: Chitarra Ritmica ·        ROBERTO TUZZO TURELLI: Basso ·        ROBERTO MULLIRI: Batteria   CONTATTI: Ø  Offial MySpaec Band: http://www.myspace.com/ladytormentxxx Ø  Youtube Channel:  http://www.youtube.com/user/LadyTormentChannel Ø  Reverbnation: http://www.reverbnation.com/ladytorment  

DIABLO SWING ORCHESTRA – THE BUTCHER’S BALLROOM

  Ho iniziato ad ascoltare I Diablo Swing Orchestra dal loro secondo disco, omettendo, così, di ascoltare il primo e dare il votaccio pieno al loro secondo pargolo. Adesso che mi ritrova tra le mani questo capolavoro della musica avantgarde, mi rendo conto che, pur non volendo disconoscere il 10 dato a “Sing Along songs For The Damned And Delirious”, dovrei, come minimo, tentare di aumentare il voto a questo “The Butcher’s Ballroom”. Creativi all’inverosimile, avanti millenni per ciò che concerne l’utilizzo sapiente di strumenti e la loro miscelazione in ambito di songwriting, i Diablo Swing Orchestra, addirittura, vedono annoverare loro una “oscura” leggenda. Questa vuole che, l’Orchestra del Diavolo, si sia formata molti anni fa, addirittura, nel sedicesimo secolo D.C. quando, purtroppo, la Chiesa dettava leggi e costumi arrivando ad etichettare, questi ultimi, come eretici e adoratori del demonio. Ergo: lo “smontaggio” della stessa (che, inverosimilmente, riuscì ad ingraziarsi i favori del popolo) e la bruciatura di tutti i loro spartiti. Dopo un bel po’ di secoli, due dei loro discendenti, pare, si siano incontrati casualmente in un negozio di dischi (Anno Domini 2003) e che, assieme, abbiano deciso di riformare l’Orchestra del Diavolo assieme agli altri discendenti. Fine della leggenda. Musicalmente parlando, qui, ci troviamo innanzi al cospetto di autentici geniacci, dei veri e propri maestri della musica tutta, in grado di miscelare sapientemente generi musicali, apparentemente inconciliabili tra loro, quali il metal, il progressive, il jazz, il flamenco, la musica classica (c’è a disposizione un’intera orchestra con tutti i controfiocchi), la meravigliosa voce da soprano della splendida singer Annlouice Loegdlund che, incontrastata, domina lungo le 13 tracce dell’album, il folk e l’heavy classico. E, scusatemi se, per caso, abbia dimenticato di menzionare qualche altro genere musicale che, con il metal c’entra come i cavolfiori a merenda. Non un brano fuori posto o fuori fase, non un brano sotto tono. Tutti all’altezza delle aspettative, compresa la stupenda “D’Angelo”, song lirica, cantata in italiano dalla maestosa ugola della singer che, in questa sua esibizione, dimostra la propria grandezza rispetto a molte altre cantanti più blasonate (immeritatamente) del settore (chi ha detto Tarja?). C’è di che divertirsi ascoltando il disco che apre le danze con la danzereccia “Ballrog Boogie” (che si commenta da sola nel titolo), e che nella successiva “Heroines” continua a rimanere sempre su livelli altissimi per ciò che concerne gli standard musicali (l’uso ad incastro di violoncelli e di chitarra elettrica distorta è incredibile!). Ancora, si attraversano episodi più devoti al metal, quali, “Poetic Pitbull Revolutions” che, comunque, non mancano di stupire il suo ascoltatore con il magistrale uso dell’orchestra e del flamenco, nonché, sempre, con Annlouice che riesce a modulare le sue corde vocali in maniera impeccabile, utilizzando le stesse con disinvoltura piena, passando da tonalità più “cattive” e “grintose” al soprano più devoto alla musica classica tout court. Semplicemente geniale. E se song come “Regdoll Physics” riescono a far presa immediatamente sull’ascoltatore grazie ad un refrain catchy e a quel tocco di progressive che non guasta mai (i cambi di tempo, di atmosfere i numerosi riff non si sommano!), altre come la già citata “D’Angelo” vi metteranno le lacrime agli occhi, mentre “Gundpowder Chant” (una strumentale di appena 1 minuto e 50 secondi) con le sue aperture orientaleggianti e gli arpeggi acustici (che pagano forti tributi al flamenco più spagnoleggiante) vi delizieranno. Song, quest’ultima, che altro non fa da “intro” ad “Infrlaove”, altra gemma “jazz” di valore inestimabile. A seguire, ancora magistralmente, brani quali “Wedding March For A Bullet”, introdotta da un riff di chitarra molto heavy che poi si dipana nella follia più esasperata che solo i Diablo Swing Orchestra possono e sanno creare, l’epica “Zodiac Virtues” e le conclusive “Porcelain Judas” (dai toni marcatamente heavy metal, ben sorretta da un sapiente uso del guitar riffing e dei guitar solo, accompagnati, come al solito, dagli elementi orchestrali) e la monumentale “Pink Noise Waltz”, walzer musicale che mi riporta alla mente, in alcuni passaggi, i Jethro Tull (questo grazie al suono del flauto nel break). Insomma, fare un track by track, non è mia abitudine ma mai come in questa occasione avrei potuto descrivere meglio un capolavoro della musica tutta, senza etichettature d’ogni sorta. Non è possibile definire un genere di appartenenza, è contro ogni logica. Non è razionale, non è “scientifico”! Quindi, se davvero amate la musica, in ogni sua manifestazione (che non sia quella truzza o demenziale), allora, i Diablo Swing Orchestra con il loro “The Butcher’s Ballroom” non vi deluderanno affatto. Se siete stanchi dei soliti polpettoni preconfezionati, se siete alla ricerca di qualcosa di davvero innovativo e mai ascoltato prima, adesso sapete su CHI dovete puntare le vostre carte (e per carte, intendo, euro….).   Musica Geniale per Menti Geniali......   Lunga vita all’Orchestra del Diavolo!   VOTO: ∞ ,  alias “INFINITO” (e scusatemi se è poco!)  

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