Per chi ha amato le voci sovrannaturali di Anneke Van Giersbergen, Sharon Den Adel e compagnia cantante, la nuova frontiera della meraviglia ha un nome ben preciso, Marcela Bovio, e un 'contorno' tutt'altro che trascurabile e identificato con il monicker Stream of Passion. Band che si muove su territori metal ed entro i suoi confini gothic, symphonic e in parte progressive. E che non poteva che imporsi subito all'attenzione del pubblico, dato che il fondatore 'fu' nientemeno che Arjen Lucassen, artista poliedrico la cui creatura più conosciuta rimane ad oggi quella degli Ayreon. Proprio nell'album degli Ayreon The Human Equation c'è la possibilità di ascoltare un primo saggio della voce di Marcela.
Dopo un esordio più che discreto (Embrace the storm), il secondo album, The Flame Within, è già un piccolo capolavoro. Le tracce sono molto più che piacevoli, e la ciliegina è una gloriosa ri-lettura di "Street Spirit" dei Radiohead. Il nuovo lavoro non può che giungere pieno di aspettative, e non a caso i nostri, sapendo che ripetersi non è esattamente facile né sempre costruttivo, provano ad apportare qualche piacevole novità per sorprenderci. Ecco allora l'introduzione del tango in una canzone che parte violentissima - e torna ad esserlo dopo la parentesi dominata da fisarmonica. E' il caso di "Lost", opener che traccia immediatamente la strada giusta. Il connubio tra i generi, quasi inimmaginabile, è perfetto.
In "Reborn" il ritmo si fa più compassato e Marcela comincia a miscelare le sue anime, cullandoci con la lingua spagnola - che rende molto meglio, ma ne riparleremo dopo. In "Collide" e "The scarlet mark" prevale il lato più sperimentale e tecnico. "Spark" è piano e fisarmonica - eccola che ritorna. L'interpretazione vocale è magistrale, servisse sottolinearlo.
E' con "Our cause", però, che si raggiunge il vertice - forse assoluto per la band - delle emozioni: dall'intro crescente di violino, che giunge soffusa e viene subito travolta dall'irruenza di chitarre e batteria, poi la strofa, cantata in spagnolo e - e questa è la seconda trovata maestosa - con finale di frase ripetuto.
"Trazos de hielo y niebla que se esconden - que se esconden
en las pequenas grietas de mi nombre - de mi nombre
Luz que ilumina el alba no me ignores - no me ignores
entre suspiros llamas mas no se a donde - no se a donde.
El invierno me encuentra delirando - delirando
entre flores cubiertas de desencanto, miedo y llanto - miedo y llant
Mientras el frio corre por mis manos - por mis manos
mi corazon implora: "hasta cuando?" - "hasta cuando?"
Sprigionata tutta la potenza evocativa nella strofa, il ritornello è quasi una pausa, ed è cantato in inglese. E qui, all'interno della stessa traccia, si avverte l'abisso tra una lingua caliente e una decisamente 'freddina'. Per di più, ma questo è ovvio, la Bovio sembra decisamente più a suo agio nelirle emozioni nella sua lingua madre.
Anche nella seguente "Darker days", titletrack con venature prog, si può notare il contrasto evidente (con esito altrettanto evidente) tra le parti in spagnolo e in inglese. Successivamente l'album si snoda con brani più o meno riusciti, da "Broken" a "This moment", da "Closer" a "The mirror", tutti rivelanti le diverse facce della band. "Nadie lo ve" è un attimo di pace in cui la voce di Marcela mostra tutto il suo... stream of passion, supportata dal solo piano. Una traccia dolce, ma triste e remotamente inquieta.
Il finale prevede un cambio di genere con "The world is ours", plus la bonus track "The hunt", del tutto trascurabile.L'album, invece, e soprattutto la voce di Marcela, non lo sono per nulla.
Darker days (2011)
Voto : 7,3
Tracklist:
01. Lost
02. Reborn
03. Collide
04. The Scarlet Mark
05. Spark
06. Our Cause
07. Darker Days
08. Broken
09. This Moment
10. Closer
11. The Mirror
12. Nadie Lo Ve
13. The World Is Ours
14. The hunt
Line-up:
Marcela Bovio - cantante, violino
Eric Hazebroek - chitarra ritmica e solista
Stephan Schultz - chitarra ritmica e solista
Johan van Stratum - basso
Jeffrey Revet - tastiere, pianoforte
Martijn Peters - batteria
Discografia:
2005 - Embrace the Storm
2009 - The Flame Within
2011 - Darker Days
Ancora una volta l'Underground italiano, popolanto da talenti innati, ci propone l'ennesimo gioiello di power progressive metal: "Paradigma", un album suonato, prodotto e cantato in maniera magistrale dai suoi "padri", i Metatrone, band catanese di altissimo livello compositivo.
Ottima la prova dei musicisti che confermano il perfetto stato di salute del sottobosco musicale nostrano.
God Bless You!
Antonio Moliterni
[Prosegue]
Il Nuovo parto discografico dei Dragonforce targato 2012 che, a dispetto della prevedibilità, non mancherà di stupire chiunque, anche gli scettici che, come il sottoscritto,e rano pronti ad una stroncatura mozzafiato.
Ottimo e gradito ritorno per il combo multietnico che, in questo "The Power Within", estrae tutta l'artiglieria di famiglia che era esplosa nel micidiale elontano "Sonic Firestorm" per regalarci tanti minuti di ottimo e sano "extreme power metal". O, più semplicemente, un fottuto heavy metal di buona caratura.
Promossi.
Antonio Moliterni.
[Prosegue]
Dopo diversi anni sulle scene di mezzo mondo e con una lunga serie di concerti da 'tutto-esaurito', finalmente abbiamo la possibilità di apprezzare su disco le capacità degli inglesi Furyon, una delle più promettenti band di Heavy Hard Rock del Regno Unito: è 'Gravitas', pubblicato dalla Frontiers Records con una diffusione quanto mai worldwide, dal Giappone all'Europa al Nord America, con tanto di bonus-track a distribuzione 'geografica'. I Furyon si presentano come una band il cui scopo è accettare le sfide e superarle: ma è dal vivo che la qualità dei nostri emerge completamente, tanto da consacrarsi sul palco prima che su disco, grazie a un tour da tutto esaurito e un EP a celebrarlo.
E' dunque con "Gravitas" che i Furyon debuttano con un album in studio: sin dalle prime battute si può capire quanto le glorie raccolte on the stage siano meritate, e quanto l'autoproclama della band venga pienamente rispettato. Riff riusciti, potenza, qualità e tecnica si accompagnano perfettamente a melodie decisamente orecchiabili e piuttosto trascinanti, tra l'hard-rock, il grunge, il new-metal e il thrash, con qualche vena prog.Capitanati dalla greve e potentissima voce dalle mille sfaccettature di Matt Mitchell, la band si avvale di due validissimi chitarristi, Chris Green e Pat Heath, mentre la parte ritmica è supportata da Lee Farmery (batteria) e Alex Bowen (basso).
A dimostrare subito quanto detto ci pensa già la opener "Disappear Again", che riporta in auge un genere tanto fortunato quanto osteggiato, il new-metal, quanto per la successiva "Stand Like Stone". Non ci sono solo fiondate di rock a rapida consumazione, ma si trovano tracce di maggiore durata: è il caso di "Souvenirs", in cui sono disseminate tracce di progressive, soprattutto nella decadente 'reprise'. Apprezzabile anche l'acoustic bonus di questa traccia. La furia dei Fur...yon - nome non a caso, è evidentemente una sorta di dichiarazione, torna a scatenarsi in "Don't Follow", hard rock quasi thrash imperniata su un timbro di voce quasi settantiana. "New way of living" è una simpatica tirata che tra i vari cambi di tempo ci delizia con un tre minuti di assolo che, per usare un termine tecnico, si definisce "da paura". "Voodo Me" ne riprende la melodia ma non il ritmo, prende una piega decisamente Audioslave, cosa che tuttavia non permette alla traccia di raggiungere la sufficienza: sicuramente meglio nella versione acustica, bonus track dell'album
"Fear alone" avanza dolce e inquieta. Naturalmente è solo un piccolo compromesso prima dello scatenarsi della tempesta, che tra stridii purpleiani e riverberi Tool ci rivela una delle tracce più riuscite - e meno commerciali - dell'album. E quanto è bello e potente il ritornello di "Wasted on you", che arriva giusto giusto dopo una stroffa mezza sommessa e mezza squillante? O è meglio ancora dopo il devastante assolo? Ritmi più blandi, quasi da ballad, in "Peace Someday", un gradino sotto le altre ma sempre e comunque gradevole, soprattutto grazie alla "solita" prova vocale sopra le righe e al "solito" assolo monstre, tecnicamente ineccepibile ma anche melodicamente adatto. La cadenzata e roboante "Desert suicide" è l'inevitabile conclusione di questo ottimo album, che soddisfa a pieno le aspettative di chi già li conosceva, consistendo invece in una notevole sorpresa per chi non ne aveva mai sentito parlare.
Furyon, Gravitas (2012): Voto: 7,8
Band:
Matt Mitchell - Vocals
Chris Green - Guitars
Pat Heath - Guitars
Alex "Nickel" Bowen - Bass
Lee Farmery - Drums
Tracklist:
1. Disappear Again;
2. Stand Like Stone;
3. Souvenirs;
4. Don't Follow;
5. New Way of Living;
6. Voodoo Me;
7. Fear Alone;
8. Wasted on You;
9. Our Peace Someday;
10. Desert Suicide.
11. Voodoo Me (acoustic)*;
12. Souvenirs (acoustic)*;
Contacts:
www.furyon.net
ROCK N GROWL
promo@rockngrowl.com
www.rockngrowl.com
Il caro vecchio Metal.
Quello buono, quello con la M maiuscola.
Il Mike Paradine Group ci presenta questo "Death in the family", progetto solista di Mike Paradine, batterista degli Arctic Flame, che trasporta su disco il suo percorso personale: musicale ma non solo. C'è molto di intimo in questo album fondamentalmente "cattivo" ma non privo di momenti più marcatamente riflessivi e pacati. All'età di 13 anni gli viene diagnosticato un tumore alle ossa: la lotta contro la malattia è dura ed è costretto a subire l'amputazione di una gamba. Ciò non gli impedisce di diventare un batterista con tutti i crismi, quasi a voler sfidare il destino. Scrive anche un libro, "King of Toys", prima di consacrarsi come musicista com gli Arctic Flame, band USA di hard rock, purtroppo non conosciutissima.
E' dunque il metal d'annata, quello cattivo, come anticipato già dal titolo della traccia d'apertura, "Venom and Piss",con Richard Holmgrem alla voce. Chitarre che frullano e batteria che pesta, all'antica maniera e con estrema sapienza. Ma anche intelligenti cambi di tempo e piacevoli assoli. E' un album che parte alla grande, e che procede sulla stessa strada grazie a "Rise up from the grave", improvvisamente molto più power che thrash, anch'essa caratterizzata da coinvolgenti cambi di tempo e da melodie che, seppur violente, risultano quasi dolci. Il cambio di registro è nuovamente dietro l'angolo con "Monster's Ball", in cui fa la sua apparizione come vocalist Mike Paradine. Roba da Testament prima maniera, un gradino sotto le compagne però.
Turn on the sweet mode, ed ecco "On a Tuesday morning", accademica hard ballad tutta chitarre acustiche e assoli interpretata da Dave Manheim: ottima. Michael Clayton Moore si fa portavoce di "These are the days", e di quello che è crescere nel New Jersey verso la fine degli anni Settanta e inizio degli anni Ottanta. Stiamo declinando più verso l'hard rock, e lo conferma la successiva "Parasite", cover dei Kiss, e un ulteriore salto temporale in avanti si ha con la divertente e travolgente "Suzie with an Uzi", canzone in stile Guns 'n Roses in chiave punk. "Taste my fist", assaggia il mio pugno, riporta il tema della lotta contro la malattia vissuta da Mike. Uguale cattiveria in "Bow down the Queen", prima della lunga conclusione di "Dust", ballad trionfale cantata da Mike Paradine e incentrata sugli eventi dell'11 Settembre. Il finale chiude con una nota di intima malinconia.
Album che, ove più ove meno, risulta decisamente piacevole e orecchiabile, sicuramente ben suonato.
Voto: 7,5
Line-up:
Mike Paradine - Drums, Vocals (ArcticFlame, Balistik Kick)
Richard Holmgren – Vocals (Wolf)
Michael Clayton Moore - Vocals (ArcticFlame)
Jeff Scott – Bass (ArcticFlame)
Dave "Ghost" Manheim - Vocals, Guitars, Bass, Keyboard (Supernatiral, Society Killers)
Kilroy - Guitars
Tracklisting:
1. Venom and Piss 04:36
2. Rise Up from the Grave 03:44
3. Monster's Ball 05:54
4. On a Tuesday Morning (The John J Harvey) 03:59
5. These are the Days 06:28
6. Parasite 03:04
7. Suzie with an Uzi 04:24
8. Taste My Fist 06:01
9. Bow Down to the Queen 04:20
10. Dust 07:03
Label: Mike Paradine
Title: Death In The Family
Artist: Mike Paradine Group
Country: USA
Genre: Metal/Rock
Release date: 23 March 2012
Contatti:
www.mikeparadine.com
www.facebook.com/people/Mike-Paradine/609013359
www.mikeparadinegroup.bandcamp.com
www.myspace.com/mikeparadine
La scena Doom italiana ha visto fin dai lontani anni ’80 un fiorire di gruppi che nel corso dei decenni sono passati allo status di culto e leggenda: formazioni come Paul Chain con i suoi Violet Theater o gli stessi Death SS del periodo 1977 – 1984 (probabilmente all’origine di tutta la tenebrosa ondata che ne scaturì), Black Hole, Run After To, Zess, Requiem, The Black, Epitaph, Sacrilege, Arpia o Circus Nebula (questi ultimi in realtà più vicini a un Heavy-Thrash dalle tinte molto macabre), hanno dato vita a una vera e propria scena musicale che, ben lontana dal riproporre pedantemente stilemi importati dall’estero (l’influenza artistica di giganti come i Black Sabbath su tali progetti musicali fu in effetti quasi pari allo zero), era stata in grado di imporre nella penisola un modo tutto italiano di fare Doom, un approccio molto legato a contatti più o meno convinti con l’occulto e le sue forze misteriose, oltre che a luttuose riflessioni sul tema della morte, il tutto espresso in musica con un’attitudine mistica ed inquietante anche quando (nel caso di Requiem e The Black) tali riflessioni partivano da basi solidamente cristiane e non prettamente esoteriche (un fatto assolutamente naturale in un Paese come il nostro, che già nel 1969 poteva contare su uscite discografiche “maledette” come “Tardo Pede In Magiam Versus” dei misteriosi Jacula).
Fatta questa lunga premessa, aggiungerò che è risaputo come, a partire dagli anni ’90, tale scena sia gradatamente scomparsa e che il suono marcio eppure sempre sinistramente evocativo di quelle band seminali e misconosciute, mutato da pesanti infiltrazioni di un revival anni ’70 che contagiò anche altri generi, sia rimasto relegato (salvo rari casi come quello dei veterani The Black) in nastri e vinili polverosi, al limite oggetto di poche ristampe dedicate ai cultori più assatanati di quel Doom occulto e quasi dimenticato. Appassionati di tal fatta devono essere, probabilmente, anche i cinque membri di un’incredibile formazione romana contemporanea, gli Hands Of Orlac, ad oggi forse gli unici (escludendo gruppi come l’Impero Delle Ombre, per lo più dediti a un Progressive in parte ispirato al sound delle storiche Doom bands degli anni ‘80) a ripescare quelle sonorità con una perizia che potremmo definire addirittura filologica, pur se contaminate da ritmiche e giochi chitarristici che a tratti ricordano molto i Mercyful Fate, incanalandosi tuttavia in quel demoniaco filone da veri (pur se tardivi) protagonisti, senza scadere nel copiato o nella sterile riproposizione dei loro modelli ispiratori e introducendo anzi in un contesto tanto tradizionalista la novità della voce principale femminile e del flauto traverso. Formatisi nel 2009 e autori nel 2010 di un demo, “Vengeance From The Grave”, ben poco altro si sa di loro: in effetti i nomi autentici dei membri del gruppo sono celati da pseudonimi come “the Sorceress” (voce e flauto), “the Templar” (basso), “the Executioner” (chitarra), “the Puritan” (chitarra) e “the Clairvoyant” (batteria), come a voler creare un alone di mistero attorno alla band, sulle cui più serie intenzioni getta luce la scelta emblematica di rilasciare il loro debutto discografico ufficiale, “Hands Of Orlac” (uscito nel luglio del 2011 sotto l’egida della danese Horror Records), solamente in vinile.
Impossibile per noi stabilire se l’adesione dei cinque romani a scenari e tematiche legate all’esoterismo e alla negromanzia sia convinta e reale o solamente un discorso di facciata, ma la musica sprigionata dai solchi di questo debutto è tale da togliere il fiato: l’opener e title track “Hands Of Orlac” trova la strada aperta da una chitarra che è l’essenza stessa della malevolenza, mentre il riffone che irrompe di lì a poco (sensibilmente debitore dei Mercyful Fate) è pura estasi che accompagna l’ascoltatore per sentieri che non erano più battuti da oltre vent’anni a questa parte; un ritornello a dir poco mefistofelico, l’inserto del flauto e la buona prova della nostra strega, che evita le esagerazioni melodiche che tanto piacciono ai moderni per tessere invece, a tratti suadentemente, intriganti e malevole linee vocali, suggellando un capolavoro. Una chitarra acustica apre invece “Castle Of Blood”, dall’incedere più doomy, una passeggiata tra rovine insanguinate in cui i ritmi si fanno catacombali e l’atmosfera è funerea come non mai; tuttavia nel bel mezzo della processione le chitarre impazziscono e pare di partecipare a una macabra cavalcata sui corsieri della nera signora, ma presto la marcia riprende ancora, per esaurirsi infine nel canto di morte del flauto. Voci da un’altra dimensione, una chitarra acustica che scandisce le note più malinconiche che siano mai state concepite; gli appassionati la riconosceranno alle prime battute: una fantastica cover di “Demoniac City” dei leggendari Black Hole, con gli allievi che omaggiano i maestri consci della loro pesante eredità. Gli Hands Of Orlac però non sono solo dei freddi riesumatori di sonorità sepolte nella memoria, ma dimostrano di avere personalità da vendere sostituendo convincentemente l’organo della versione originale con un flauto altrettanto evocativo e inserendo qua e là varie armonizzazioni delle chitarre, graffianti e marce al punto giusto, mentre la voce interpreta alla grande il pezzo senza far rimpiangere assolutamente il grande Roberto “Robert Measles” Morbioli.
L’altra faccia del vinile si apre con l’intro “Into The Prison Of Sleep”, parte recitata e parte suonata, un breve assaggio di folk medievaleggiante che viene brutalmente spazzato dal riffone di “Vengeance From The Grave”, altro brano da capogiro che vede un’intensa prestazione da parte dei nostri e che alterna momenti più prettamente Heavy ad altri più delicati, come la brezza che a volte muove le foglie cadute sulle lastre marmoree delle tombe nei cimiteri: forte anche qui è un retrogusto molto vicino per certi aspetti a un Doom contaminato dai Mercyful Fate, ma la personalità e l’originalità dei cinque romani è evidente e palpabile. “Lucinda”, aperta dalle meste armonizzazioni delle due chitarre, parte invece più cadenzata, per poi esplodere in una bella cavalcata paurosamente anni ’80 al 100%, paurosamente in bilico tra i soliti danesi del Fato Misericordioso, i Pentagram, i Black Sabbath e Paul Chain: il suono, putrefatto come non mai, rende alla grande la decadenza delle melodie e ottima è l’interpretazione della strega tanto alla voce quanto al flauto. Ottimo anche l’esordio di “Witches Hammer”, ultima e forse la più sabbathiana tra le canzoni del platter: qui si respira piuttosto un vento marcio che soffia direttamente dalle catacombe più sotterranee degli anni ’70 (vaghi echi anche dei Lucifer’s Friend) e l’atmosfera è decisamente quella di un sabba, di una congrega di streghe impegnate in ripugnanti rituali e, perché no, in gigantesche orge con il demonio in persona.
“Hands Of Orlac” è in sostanza il disco che dimostra che il Doom italiano è ancora ben vivo e in grado di sferrare colpi micidiali: è un lavoro che si inserisce in una tradizione ormai quasi dimenticata riportandola in vita in tutta la sua putrescente e malevola aggressività. Il debutto dei nostri è senza ombra di dubbio una prova di alto livello, che non scade mai nel banale o nella sterile “archeologia” musicale e che piacerà soprattutto a quanti riescono a concepire che il Doom non è necessariamente fatto di note distorte a volumi altissimi e trascinate per ore intere ciascuna, ma è anche e soprattutto un’attitudine. Complimenti vivissimi quindi a questi cinque infernali giovanotti di Roma, che, con macabra allegria, hanno dimostrato ancora una volta che, quando si parla di musica ad alto livello, noi italiani non siamo secondi a nessuno.
VOTO AL DISCO: 9/10.
Il ritorno assai gradito dei Twisted Tower Die che, in questo loro quinto album da studio, "Make It Dark", mostrano tutta la loro energia. Un'energia che sprizza metal, guitar solos al fulmicotone e riff assassini da ogni poro.
L'energia dello "US Metal" made in California.
Tra i più bei parti discografici del 2011.
Antonio Moliterni.
[Prosegue]
ITALIAN VERSION
1)Salve Lancelot Lynx e benvenuti sulle pagine di The Empty Dream.Voglio iniziare questa conversazione chiedendovi come è nata e sviluppata la band.Beto Kupper: Lunga storia ma taglierò corto; sono arrivato a Dublino alla fine del 2005 con lo scopo di mettere su una band. Era il mio obiettivo. Ho cominciato a suonare delle cover con vari musicisti, sotto il nome di “Mata Hari”. Verso la fine del 2007 ho incontrato il nostro attuale batterista, J.Roz, e abbiamo continuato a suonare cover finché, alla fine del 2008, non ne potevamo piú di quella merda e abbiamo cominciato a scrivere materiale inedito per la band che sarebbe diventata Lancelot Lynx.2)Potete parlarci del vostro ep intitolato Lancelot Lynx ed i suoi tempi di produzione?Beto Kupper: Alla fine del 2008 Johnny prese in affitto uno di quei container da porto e da lì ci siamo improvvisati uno studio. Niente bagno, un posto molto freddo. Prendemmo l’abitudine di incontrarci ogni sera e ingegnarci qualsiasi idea possibile. Cercammo di metterle poi insieme con un paio di chitarristi, ma non riuscivamo a trovarne mai uno abbastanza talentoso e affidabile. Dal nostro lavoro, fra i demo e i live, scegliemmo 5 pezzi per l’ep. Ci trasferimmo dal container ad un capannone. Johnny si comprò um Mac e cominciammo a registrare i pezzi. Dopo mesi di lavoro veramente pesante, pubblicammo il nostro EP insieme ad un chitarrista irlandese che solo nel 2011 é stato sostituito dal nostro attuale Michael Kulbaka. 3)Siete una band underground, allo stato attuale delle cose che parere avete dell’underground Irlandese e secondo voi quali sono le band che hanno le carte in regola per poter emergere?Beto Kupper: Lo scenario musicale in Irlanda ha rappresentato la mia prima grande delusione. Quando arrivai qui pensavo che avrei trovato grandi band e musicisti ovunque, ma non é stato cosí. Solo band di musica indie orribili e ridicoli gruppi glam rock. La diffusa mancanza di professionalitá delle band é un grande problema. Nessuno prende seriamente la propria carriera, nessuno vuole lavorare duro e nessuno conosce la differenza fra l’essere un buon musicista e l’essere un ciarlatano che suona “roba buona”. L’underground qui é uno scherzo mal riuscito. Penso che la cosa migliore sia lavorare sodo e raggiungere un buon livello per cominciare a suonare fuori dal paese, specialmente nel caso di un gruppo metal in cerca di un pubblico metallaro.4)L e canzoni presenti in Lancelot Lynx mi piace definirle semplici ma concrete, cosa potete dirci del vostro sound e come siete riusciti ad ottenere un risultato simile?Beto Kupper: Quella é stata l’idea centrale fin dall’inizio. Arrivare direttamente al punto, senza girarci attorno. é la nostra filosofia. Suonare rock’n’roll, svagarci, divertirci mentre suoniamo e grazie tante. Lasciamo pure che siano hipster, emo e grunger a lagnarsi su questa merda di filosofia.5)Come avete intenzione di promuovere il vostro lavoro? Avete intenzione di fare un tour anche fuori i confini Irlandesi?Beto Kupper: Su questo ci sta lavorando il nostro manager, Miro. Vi aggiorneremo non appena avremo dei dettagli a riguardo.6)Quando ho assistito alla vostra esibizione, in supporto ai Dirty Diamond, avete eseguito due cover:Bark At The Moon e Ace Of Spades rispettivamente di Ozzy Osbourne e Motorhead. Mi chiedevo il motivo per il quale avete voluto coverizzare queste due canzoni.Beto Kupper: Semplicemente per piacere. Pezzi dannatamente fantastici, amico.7)Quali sono le band che più apprezzate e che sono fonte di ispirazione per il vostro sound?Beto Kupper: Iron Maiden, Black Sabbath, Deep Purple, Captain Beyond, Megadeth, Kiss, e la lista continua su questa scia.8)Il download musicale ha cambiato profondamente il mercato musicale sempre più in crisi e sempre più saturo di gruppi e gruppetti che hanno breve vita perché la loro esistenza è determinata più da schemi di marketing che non dalla passione. Voi come band emergente in che modo vi ponete nei confronti del download illegale e non della musica?Beto Kupper: Ho dei pareri contrastanti a riguardo. Penso che la musica sia per la generazione odierna qualcosa di garantito. Ricordo quando la musica aveva un valore e acquistare un disco in vinile era una gran cosa. Tutto ciò che ho imparato viene da più di 50 album che oggi chiunque può scaricare in un minuto. Penso che questo spieghi il perché non abbiamo più della buona musica, nonostante tutti i passi in avanti della tecnologia. Dall’altro lato però, non sarebbe possibile per noi lavorare sull’ep senza il formato MP3 o senza la condivisione di musica su internet. Ci stiamo nuovamente muovendo verso la direzione della musica dal vivo, però l’album prodotto in studio è ciò che realmente conta per me.9)A livello lirico di cosa parlate nei vostri testi?Beto Kupper: Dopo il grunge degli anni ‘90, l’indie, la musica degli emo e degli hipster del 2000, vogliamo semplicemente stare alla larga da quella porcheria di musica intellettualoide, pretenziosa, “di sinistra”, hippie e da coffee shop. Ci piace parlare di cose che rendono davvero la vita interessante, ovvero le donne, i macchinoni, le delusioni d’amore, la fede e così via.10)Quali sono i vostri progetti per il futuro? Avete intenzione di scrivere nuovo materiale o siete concentrati sulla promozione del vostro ep?Beto Kupper: Vogliamo registrare un album completo e continuare a fare tournée in modo massiccio per promuovere la band in tutte Europa e, possibilmente, anche in altri paesi.11)Mi piacerebbe sapere come musici quali sono i vostri obiettivi principali?Beto Kupper: Suonare per un buon pubblico, per le persone che amano e apprezzano la nostra musica. Interagire con loro e guadagnarci da vivere facendo questo.12)Grazie per il tempo che ci avete concesso e a voi lascio il vostro ultimo spazio per concludere questa intervista e magari convincere i nostri lettori a seguirvi…Beto Kupper: Concludo con la seguente frase del nostro manager, Miro: “Non una band comune, bensì unica e pronta a conquistare il mondo”.
ENGLISH VERSION
1) Hello Lancelot Lynx and welcome into the pages of The Empty Dream.Let me just start this by asking: When did the band form and how did it develop?Beto Kupper: Long story short; I arrived in Dublin late 2005 to put a band together. That was my goal. I started to play covers under the name "Mata Hari" with all sorts of musicians. By late 2007 I met the actual drummer J-Roz and we kept playing covers until late 2008 when we got sick of all that shit and starting write an original material for what'd will be Lancelot Lynx. 2) Can you tell us something about your ep called Lancelot Lynx and its making?Beto Kupper: By late 2008 Johnny rented one oh those navy containers and we improvise a studio from it. No bathroom, very cold place. Our routine was getting together every night and work all sort of ideas. We try to put them together with a few guitarists but couldn't never find someone talented and reliable. From working this demos and playing those songs alive we picked up five songs to work an EP. We moved from the container to a shed. Johnny got a apple computer and we started to record this songs. After months of really hard work in 2010 we released the EP with an Irish guitar player who was replaced by the actual guitarist Michal Kulbaka in February 2011.3) You are an underground band. At present, what is your position in regard to the Irish underground scenario and which are the bands that really have what it takes to emerge?Beto Kupper: The music scene in Ireland was my first big deception. When I got here I though I'd find great bands and musicians everywhere but didn't. Only horrible indie bands or ridiculous glam rock bands. The overall band's lack of professionalism is a big problem. No one takes their own career seriously, nobody wants to work hard, and nobody knows the difference between be a good musician and some wannabe playing the “cool”. The underground scene here is a bad joke. I think the best thing to do is work hard to be good enough to play stages outside the country, specially if you're a metal band looking for a metal crowd.4) I like to define the songs included in Lancelot Lynx as simple songs but that really get to the point. What can you tell us about your sound and how did u succeed to achieve such result?Beto Kupper: That was the idea since the very beginning. Get straight to the point, and quit messing around. That's our philosophy. Play rock and roll, have fun, enjoy playing, thank you very much. We leave the philosophical bullshit to hipsters, emos and grungers to cry about it. 5) How are you going to promote your music and will you tour outside the Irish borders?Beto Kupper: Our manager Miro is working on it. We gonna keep you updated as soon we have the details. 6) In the occasion of your performance as a support band for Dirty Diamond concert, which I attended, you played two covers, Bark At the Moon and Ace of Spades, respectively by Ozzy Osbourne and Motorhead. I wondered why your choice fell on those two songs...Beto Kupper: Because we love it. Freaking great tunes, man. 7) Which are the bands that you appreciate the most and which are the sources of inspiration for your own sound?Beto Kupper: Iron Maiden, Black Sabbath, Deep Purple, Captain Beyond, Megadeth, Kiss, the list goes on and on. 8) Music downloading has deeply changed the music market. The market itself has been more and more affected and has been increasingly invaded by bands and small bands whose fame is short because it tends to be determined by the wave of the market rather than by a sheer passion for this or that music genre. As an emerging band, what is your position in relation to the music downloading (legal and non-legal)?Beto Kupper: I have mixed feelings about it. I think music is something that this generation has taken for granted. I remember when music was valuable and buy a vinyl album was a great deal. Everything I've learned came from no more than 50 albums that anyone can download in a minute nowadays. I think that explain why we don't have good music anymore despite all the technological advances. On the other hand wouldn’t be possible for us to work our EP without the MP3 format and the internet music sharing thing. We are moving back for a live music experience, but studio albums are what really matters to me. 9) Now, focusing on the lyrics, what do you usually talk about?Beto Kupper: After the grunge in the 90's, and the indies, emos and hipsters from 2000's, all we want to stay away from those pretentious, lefty wing, hippie, coffee shop, artie fartie bullshit. We like to talk about things that makes life interesting like women, fast cars, heartbreaks, faith and so on.10) What are your plans for the future? Are you working on new material or focusing on the ep promotion?Beto Kupper: We want to record a full length album and go on an extensive tour to promote it all over Europe and possibly other countries too.11) I am curious: as artists, what are your main targets?Beto Kupper: Playing for a good crowd, for people who loves and dig our music. Interact with them and make a living from it. 12) Thanks for giving us your time, those are the closing lines to say goodbye and maybe say something to make our readers follow you...Beto Kupper: I'll finish with the following statement from our manager Miro: “This is not just a ordinary band. They are unique and ready to conquer the world”
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Tra il 1969 ed il 1970, come tutti sanno, un vero e proprio terremoto musicale in seno alla scena Rock aveva portato a una rivoluzione che aveva visto esplodere da un lato una fiorente scena Progressive, dall’altro uno scoppiettante florilegio di gruppi che, interpretando le proprie istanze musicali più oltranziste, avevano dato vita all’Hard Rock. I Led Zeppelin, seguiti a ruota da Black Sabbath, Deep Purple e Uriah Heep, avevano scolpito il proprio nome nella storia della musica sconvolgendo quanto sino ad allora era stato il Rock ed aprendo la strada a ciò che sarebbe diventato di lì a poco il Metal. In questo fertile terreno di travolgenti novità poco ci mancò che un gruppo oltremodo valido ed innovatore passasse addirittura inosservato ed ignorato, una band gallese che con passione e dedizione avrebbe saputo dare un contributo decisivo alla definizione dei canoni del Rock più duro: i Budgie.
Formati a Cardiff nel 1967 dal bassista e cantante Burke Shelley, cui presto si affiancarono il chitarrista Tony Bourge e il batterista Ray Phillips, i nostri scelsero con molta autoironia (una caratteristica spesso assente in molte formazioni odierne, troppo impegnate a prendersi sul serio) di adottare un nome (i “pappagallini”) che contrastasse in maniera quanto più stridente con la proposta musicale alquanto pesante e incompromissoria di cui erano latori. Dopo qualche incertezza, in ogni caso, i nostri se ne uscirono nel 1971, quando ormai alcune pietre miliari dell’Hard Rock erano già state pubblicate, con l’omonimo debutto, un lavoro che, per quanto percepibilmente costituisse una sorta di commistione tra il suono pesantissimo e distorto dei Black Sabbath e la sfrontatezza e l’agilità di quello dei Led Zeppelin (riportati alla memoria anche dal cantato molto alto ed acuto di Shelley), riusciva in realtà a non rappresentare una semplice mediazione tra i due, ma a proporre qualcosa che, pur partendo da quelle basi, lasciava spazio a qualcosa di nuovo, all’espressione di una personalità musicale che andava già definendosi compiutamente.
In tale contesto l’opener stessa del disco non lascia adito a dubbi: “Guts”, una delle canzoni più celebri dei tre gallesi, da taluni considerata alla base del Doom moderno, rielabora in maniera molto personale gli stimoli offerti dai mostri dell’Hard Rock di quegli anni, andando a creare un brano che per l’epoca costituiva un vero e proprio calcio nelle orecchie, in cui il suono compatto e granitico dei Budgie sposa le ardite linee vocali di Shelley, sottilmente venate di una dolce malinconia che contrasta con le cupe distorsioni della chitarra, in un amalgama di cui senz’altro si sarebbe ricordato in futuro Paul Chain (il quale non a caso ha sempre menzionato i gallesi come una delle sue fonti d’ispirazione primarie). Il brevissimo e struggente pezzo acustico “Everything In My Heart” apre poi la strada alla bellissima “The Author”, la quale se in un primo tempo riprende le sonorità acustiche riverberate e il mood malinconico della traccia precedente, non esita poi a cambiare completamente registro e a lanciarsi in una feroce aggressione sonora sostenuta dalla possente chitarra di Bourge mentre Phillips si profonde in una prova batteristica incisiva per quanto la sua tecnica sia ancora in definizione e legata in parte alla via segnata da John Bonham (i miracoli si vedranno infatti già dal successivo disco, “Squawk”, dove i pedali e le bacchette del nostro andranno a ordire sorprendenti trame ritmiche). Un corposo giro di basso apre quindi la successiva “Nude Disintegrating Parachutist Woman” (i lunghi titoli delle canzoni andranno a costituire col tempo uno dei marchi di fabbrica dei nostri), un brano di incredibile solidità, una roccia sorretta nella parte iniziale da ritmiche squadrate che lasciano però spazio a pregevoli inserti di basso durante l’assolo, mentre nella parte centrale decolla una vera e propria cavalcata che vede anche la sfida tra la chitarra e la voce, qui impegnata quasi ad eseguire le parti di una seconda chitarra: l’effetto è fantastico e pare studiato apposta per essere eseguito durante un live, magari coinvolgendo anche il pubblico (una cosa del genere si può sentire anche in “Made In Japan” dei Deep Purple).
Che dire poi di un brano dello spessore di “Rape Of The Locks”? Non ci sono parole: dopo quasi un minuto di svisate chitarristiche parte qualcosa che in maniera sorprendente anticipa i Saxon di ben dieci anni: sembra un pezzo uscito da “Wheels Of Steel”, il riff principale è pura N.W.O.B.H.M. anticipata di un decennio, come le linee vocali e l’accelerazione impossibile della sezione ritmica che va a sostenere un assolo che oggi non esiteremmo a definire “al fulmicotone”! Più calma e quasi straniante è invece la successiva “All Night Patrol”, forse il brano più anticipatore del Doom di Paul Chain (ma pare simile anche a certe future costruzioni musicali degli anni ‘90 dei The Black di Mario Di Donato), pur se in realtà retto quasi interamente dal basso, che tiene in piedi l’intera struttura della canzone lasciando alla chitarra una funzione di mera rifinitura e di arricchimento quasi barocco degli spazi lasciati silenti dalla ritmica tramite pericolose e ardite evoluzioni. “You And I” è un altro breve (e forse un po’ patetico) intermezzo acustico che viene presto seguito dalla più che degna chiusura del disco, quella “Homicidal Suicidal” che costituisce senz’altro a parere di chi scrive uno degli assalti all’arma bianca più memorabili di tutto l’Hard Rock: il ritmo non è particolarmente sostenuto, ma l’ascoltatore non potrà che lascarsi travolgere dal sound spietato dispiegato dai Budgie, che mettono in campo una serie di riff potenti ma al contempo di facilissima presa e non ci sarà da stupirsi se dopo aver ascoltato la canzone anche una sola volta vi ritroverete a canticchiarla da soli per strada.
Un vero e proprio classico misconosciuto dell’Hard Rock degli anni ’70, questo “Budgie”: certo, nei successivi dischi lo stile del gruppo si affinerà ulteriormente, ma questo debutto targato 1971 presenta già le tracce di una personalità ben definita che non tarderà ad affermarsi e soprattutto contribuisce in maniera determinante, con la propria durezza e la propria asprezza sonora, a delineare le caratteristiche di quel genere che sarebbe poi stato canonizzato e codificato definitivamente dai Judas Priest. Tutti gli appassionati di Heavy Metal e soprattutto gli amanti della fase più arcaica e pionieristica di questa musica non si lascino sfuggire l’occasione di ascoltare un disco che, per quanto non celebre come i più blasonati “classici”, andrebbe di merito inserito tra le pietre miliari dell’Hard Rock.
VOTO AL DISCO: 10/10
Maestoso o stucchevole?
E' questo il grande interrogativo che riguarda il genere power metal, divagazione dal tema "rock duro" che, a seconda dei gusti dell'ascoltatore e, ovviamente, delle qualità dell'interprete, può essere visto come,,,
[Prosegue]