The Empty Dream | JAZZ

NIGHTWISH – IMAGINAERUM

L’ultimo parto discografico dei Nightwish, a band finlandese che, da sempre, non finirà mai di stupire i propri ascoltatori. Altro strike per i nostri, con una band sempre sugli scudi e con una Annette in pienissima forma! Strafichissimiticissimo!

Antonio Moliterni
[Prosegue]

Cynic - Carbon-Based Anatomy (EP)

Alleluia Alleluia Dopo ben 15 anni da Focus mi aspettavo la prossima uscita dei Cynic, come minimo, per il 2023. E invece zitti zitti ci rifocillano ogni tanto con questi ep da buongustai. Carbon-Based Anatomy è l'ultima lungimirante creazione del duo Paul Masvidal/Sean Reinert che questa volta hanno deciso di fare dare e pare tutto da sol!! ... o, ma cosa? o maii goood! Non ci posso credere!!!!! wowowo vado a leggere la line-up e chi mi ci trovo? un certo SEAN MALONE!! mamma mia ora si che posso morire felice. Per chi non lo sapesse questo tizio qua era il vecchio bassista dei Cynic e a mio parere rappresenta/va, insieme a Masvidal, l'elemento filosofico per eccellenza della band. Magari qualcuno lo conosce anche con gli Aghora o i Gordian Knot. Be ora che che c'è Malone l'ep non può che andare bene! yeee! Se Traced in Air poteva rappresentare un episodio isolato dopo aver ascoltato Carbon-Based Anatomy si dimostrerà invece un trampolino da lancio. Il cambiamento è evidentissimo: niente più growl e death metal; ma in compenso abbiamo un canto molto più pulito di Masvidal, un basso leggermente più accentuato, coretti vari, virtuosismo psicofisico, ma soprattutto una profonda ricerca minuziosa nei suoni, atmosfere e melodie. Un passo indietro, cinque avanti. Questa è ormai la filosofia dei Cynic che si è totalmente rivoluzionata dal technical death metal del primo Focus per abbracciare definitivamente un fusion progressivo con i contromazzi. Badate bene, questo processo non è un rinnegamento, ma una traslazione, una evoluzione naturale. E tutta questa evoluzione porta una ventata di innovazioni che mai mi sarei aspettato da questi tizi: melodie a 2 chitarre elaborate, assoli eleganti, sintetizzatori usati come cucchiaini e tribalate occasionali da capogiro. Posso accertare con sicurezza che questa volta si sono impegnati parecchio e che bisogna gioire ad ogni loro prossima uscita. Qualche critica però la devo fare eh eh ehhhh! L'unica grossa pecca giace proprio sul lato d'ombra di quella ricerca che tanto prima elogiavo. Avete presente quando il secchione della classe fa il tema di italiano grammaticalmente perfetto ma andando completamente fuori tema? Be ai Cynic è successa la stessa cosa: Masvidal si è talmente impuntato in questa missione di innovazione e virtuosismo che le canzoni appaiono troppo semplici, poco orecchiabili e infinitamente elaborate. Può sembrare un paradosso ma non lo è, e per chi ascolta Cynic da anni ora avrà perfettamente afferrato il messaggio. Un classico rischio a cui ci si deve esporre se si vuol fare qualcosa di davvero profondo In oltre mi rode anche il fatto che un ep da 23 minuti, che è già tanto per i tempi dei Cynic, sia formato da 6 canzoni; e di quelle 6 solo 3 sono quelle vere con con chitarre, batteria e voce. Le altre 3 infatti sono ministrumentali e intermezzi abbastanza scomodi. Io ne avrei accoppiate un paio o al limite ne avrei tagliata fuori una. In ultimo, ma non meno importante, viene un piccolo commento alla copertina... Ma che c*@** di #**k*@ è? Sembra, sembra un testicolo di un dromedario di Namek squagliato con un accendino a fiamma ossidrica verde. Comunque a mio parere ritrae perfettamente l'anima di Carbon-Based Anatomy. In oltre per chi non lo sapesse tutte le copertine(non ne sono poi molte) dei lavori dei Cynic sono disegnate da un certo Robert Venosa. Sfortunatamente è morto per cancro l'estate scorsa e questa copertina pare essere il suo ultimo capolavoro. Visto che in casi come questi l'artista cresce insieme all'evoluzione della band e incide nella loro iconografia mi chiedo: a chi si affideranno nei prossimi lavori?... sempre se il mondo non finirà nel 2012, questo è sottinteso. "Un viaggio musicale e filosofico che comincia in una giungla amazzonica sulle labbra di una saggia donna sciamanica e finisce nell'eterno spazio" Cit. Paul Masvidal VOTO: 9-

BLUEVILLE, Butterfly Blues

Non ci sono dubbi, ogni volta che arriva qualche proposta dalle parti di Lodi, e precisamente dagli studi discografici della Tanzan Music, abbiamo già la certezza che, qualunque cosa avremo spacchettato e infilato nel lettore cd - metaforicamente, certo - sarà sicuramente QUALCOSA DI QUALITA'. E la tendenza si conferma anche con questo "nuovo progetto" - è il loro esordio discografico, ma calcano le scene già da cinque anni: i BLUEVILLE, che vedono l'inarrestabile Mario Percudani - già noto agli archivi sia come 'solo-project' ("New Day") che come chitarrista e voce degli Hungryheart ("One Ticket to Paradise"). Se non fosse sufficientemente chiaro dal nome della band - Blueville, appunto - è il titolo dell'album a spazzare ogni dubbio su quale sia la direzione presa dai nostri: "Butterfly Blues", e quindi, in definitiva, BLUES. Non che ciò debba trarre in inganno: è un album lungo e variegato, con uno stile decisamente eterogeneo influenzato dal mood e dall'esperienza di ciascun elemento. Quindi, pur essendo basically blues, è anche pop, soul, rock, r&b."When I ring the bell" crea immediatamente l'atmosfera blues, che si fa ancora più evidente nella più lenta "Love Letters in My Guitars Case". Ritroveremo questo calore nelle ritmate "The Blues is mine" e "Little Town Man" e nella più pacata "Low and Slow". Ma, come detto, non è solo e puramente blues: già in "Misery",  lo stampo è di tutt'altra matrice e la virata è garantita dal duetto soft tra Percudani e Sherrita Duan.  Altra virata con la suadente "Rosemary Lane", in cui ritroviamo il Percudani intimista di "New Day", e l'inserimento della tromba, in una nuvola musicale jazz, che solo all'apparenza è passeggera. Nel frattempo ci godiamo l'ascetica "Indian Road", che è uno dei brani più trascinanti - e trascendentali - dell'album, forse per l'approccio maggiormente rock - e per quel tocco di chitarra molto 'knopfleriano', se vogliamo coniare un impronunciabile neologismo. Anche in questo caso, l'accostamento della voce femminile dà un quid in più al brano.Più trascorre il tempo, più la band ci trasporta verso sonorità lontane dal blues di partenza, come una barca che poco a poco si avvia ad esplorare sempre più al largo: scopriamo allora la  ballata gospel “Every Year Of Your Life”, con un'ulteriore divagazione successiva - più vibrante - in "Blues from the edge of town".Imperdonabile non citare l'apporto musicale fornito dall'organo Hammond ("Turning Blue") così come il coro ("Sorry Baby", per citarne una). Finale con doppio cambio di marcia: influenze rock per "Blues Generation" e contaminazioni country per la conclusiva title-track "Butterfly blues".Lavoro di ampio respiro e grande qualità, nei suoni e negli arrangiamenti: notevole la capacità degli artisti (perchè di questo si tratta) di partire da un punto e spaziare nei generi attigui. Talvolta anche troppo, poichè se è vero che farsi trasportare su pianeti diversi è di sicuro piacevolmente sorprendente, è anche vero che col trascorrere del tempo (ben un'ora e un quarto di musica per 15 canzoni!) a tratti si perde quel "blues mood" caldo e trascinante che era stato promesso all'inizio. Blueville, Butterfly Blues (2011)Etichetta: Tanzan MusicVoto: 8+Track List:1. When I Ring The Bell2. Love Letters In My Guitar Case3. Misery4. The Blues Is Mine5. Rosemary Lane6. Indian Road7. Every Year Of Your Life8. Little Town Man9. Blues From The Edge Of Town10. Sorry Baby11. Low And Slow12. Turning Blue13. Talking Bout My Baby14. Blues Generation15. Butterfly BluesContatti: www.myspace.com/bluevillemusic http://www.tanzanmusic.com/ita/catalogo/blueville/butterfly-blues  

DIABLO SWING ORCHESTRA – THE BUTCHER’S BALLROOM

  Ho iniziato ad ascoltare I Diablo Swing Orchestra dal loro secondo disco, omettendo, così, di ascoltare il primo e dare il votaccio pieno al loro secondo pargolo. Adesso che mi ritrova tra le mani questo capolavoro della musica avantgarde, mi rendo conto che, pur non volendo disconoscere il 10 dato a “Sing Along songs For The Damned And Delirious”, dovrei, come minimo, tentare di aumentare il voto a questo “The Butcher’s Ballroom”. Creativi all’inverosimile, avanti millenni per ciò che concerne l’utilizzo sapiente di strumenti e la loro miscelazione in ambito di songwriting, i Diablo Swing Orchestra, addirittura, vedono annoverare loro una “oscura” leggenda. Questa vuole che, l’Orchestra del Diavolo, si sia formata molti anni fa, addirittura, nel sedicesimo secolo D.C. quando, purtroppo, la Chiesa dettava leggi e costumi arrivando ad etichettare, questi ultimi, come eretici e adoratori del demonio. Ergo: lo “smontaggio” della stessa (che, inverosimilmente, riuscì ad ingraziarsi i favori del popolo) e la bruciatura di tutti i loro spartiti. Dopo un bel po’ di secoli, due dei loro discendenti, pare, si siano incontrati casualmente in un negozio di dischi (Anno Domini 2003) e che, assieme, abbiano deciso di riformare l’Orchestra del Diavolo assieme agli altri discendenti. Fine della leggenda. Musicalmente parlando, qui, ci troviamo innanzi al cospetto di autentici geniacci, dei veri e propri maestri della musica tutta, in grado di miscelare sapientemente generi musicali, apparentemente inconciliabili tra loro, quali il metal, il progressive, il jazz, il flamenco, la musica classica (c’è a disposizione un’intera orchestra con tutti i controfiocchi), la meravigliosa voce da soprano della splendida singer Annlouice Loegdlund che, incontrastata, domina lungo le 13 tracce dell’album, il folk e l’heavy classico. E, scusatemi se, per caso, abbia dimenticato di menzionare qualche altro genere musicale che, con il metal c’entra come i cavolfiori a merenda. Non un brano fuori posto o fuori fase, non un brano sotto tono. Tutti all’altezza delle aspettative, compresa la stupenda “D’Angelo”, song lirica, cantata in italiano dalla maestosa ugola della singer che, in questa sua esibizione, dimostra la propria grandezza rispetto a molte altre cantanti più blasonate (immeritatamente) del settore (chi ha detto Tarja?). C’è di che divertirsi ascoltando il disco che apre le danze con la danzereccia “Ballrog Boogie” (che si commenta da sola nel titolo), e che nella successiva “Heroines” continua a rimanere sempre su livelli altissimi per ciò che concerne gli standard musicali (l’uso ad incastro di violoncelli e di chitarra elettrica distorta è incredibile!). Ancora, si attraversano episodi più devoti al metal, quali, “Poetic Pitbull Revolutions” che, comunque, non mancano di stupire il suo ascoltatore con il magistrale uso dell’orchestra e del flamenco, nonché, sempre, con Annlouice che riesce a modulare le sue corde vocali in maniera impeccabile, utilizzando le stesse con disinvoltura piena, passando da tonalità più “cattive” e “grintose” al soprano più devoto alla musica classica tout court. Semplicemente geniale. E se song come “Regdoll Physics” riescono a far presa immediatamente sull’ascoltatore grazie ad un refrain catchy e a quel tocco di progressive che non guasta mai (i cambi di tempo, di atmosfere i numerosi riff non si sommano!), altre come la già citata “D’Angelo” vi metteranno le lacrime agli occhi, mentre “Gundpowder Chant” (una strumentale di appena 1 minuto e 50 secondi) con le sue aperture orientaleggianti e gli arpeggi acustici (che pagano forti tributi al flamenco più spagnoleggiante) vi delizieranno. Song, quest’ultima, che altro non fa da “intro” ad “Infrlaove”, altra gemma “jazz” di valore inestimabile. A seguire, ancora magistralmente, brani quali “Wedding March For A Bullet”, introdotta da un riff di chitarra molto heavy che poi si dipana nella follia più esasperata che solo i Diablo Swing Orchestra possono e sanno creare, l’epica “Zodiac Virtues” e le conclusive “Porcelain Judas” (dai toni marcatamente heavy metal, ben sorretta da un sapiente uso del guitar riffing e dei guitar solo, accompagnati, come al solito, dagli elementi orchestrali) e la monumentale “Pink Noise Waltz”, walzer musicale che mi riporta alla mente, in alcuni passaggi, i Jethro Tull (questo grazie al suono del flauto nel break). Insomma, fare un track by track, non è mia abitudine ma mai come in questa occasione avrei potuto descrivere meglio un capolavoro della musica tutta, senza etichettature d’ogni sorta. Non è possibile definire un genere di appartenenza, è contro ogni logica. Non è razionale, non è “scientifico”! Quindi, se davvero amate la musica, in ogni sua manifestazione (che non sia quella truzza o demenziale), allora, i Diablo Swing Orchestra con il loro “The Butcher’s Ballroom” non vi deluderanno affatto. Se siete stanchi dei soliti polpettoni preconfezionati, se siete alla ricerca di qualcosa di davvero innovativo e mai ascoltato prima, adesso sapete su CHI dovete puntare le vostre carte (e per carte, intendo, euro….).   Musica Geniale per Menti Geniali......   Lunga vita all’Orchestra del Diavolo!   VOTO: ∞ ,  alias “INFINITO” (e scusatemi se è poco!)  

MARIO PERCUDANI, New Day

  Un uomo e la sua chitarra, compagna inseparabile e specchio fedele della propria anima.Vedere per credere, non c'è foto di questo artista in cui non compaia anche il suo strumento.Ed è proprio alla chitarra, assieme alla propria voce, unite in un sodalizio perfetto, a cui è affidato il compito di far vivere le emozioni di "New Day", primo album solista di Mario Percudani.Cresciuto in un paesino vicino a Lodi, la chitarra in mano già dai suoi 7 anni, Percudani fonda prima i Keys of Desire, quindi gli Hungryheart, caratterizzati da un rock melodico piacevole e molto curato, con riflessi hard rock decisamente americaneggianti. La strada intrapresa per "New Day" è, invece, inaspettata e totalmente differente: intima, quasi solitaria, Percudani si libera da ogni fronzolo e si circonda di pochi e ottimi musicisti, e ci conduce in viaggio, tra sonorità soffuse e atmosfere rasserenanti, in un mondo eletto. L'anima rock è rimasta in valigia, per lasciare spazio a un genere di difficile definizione, per le diverse influenze stilistiche, dal blues, al chillout, accarezzando il jazz e non disdegnando infinitesimali contaminazioni pop. Proprio perchè è difficile dare una definizione, ci affidiamo a quella data sul sito ufficiale: una musica che "è un ponte tra i migliori cantautori tradizionali americani con una influenza blues, incrociata con il "feeling" della West Coast e delle melodie europee." "In my old shoes" ci introduce subito in questo nuovo "feeling", rigorosamente acustico, ci trasporta in territori quasi lounge, sottolineando immediatamente il ferreo rapporto voce-chitarra, con un comparto strumentale a recitare perfettamente la propria parte, e in cui spicca sicuramente l'appoggio delle backing vocals, curato ed efficacissimo come del resto in tutto il disco.La vena blues-jazz si rivela già da "Don't bother me", segnata da un ottimo supporto delle percussioni, con una chitarra che fa sentire la sua presenza con fraseggi costanti seppure brevi, e una prova vocale davvero notevole. Si diceva dei cantautori tradizionali americani, ed ecco "You can run", un incipit che riporta molto agli episodi più felici degli Eagles, e si mostra come una delle tracce più convincenti dell'album.La chitarra 'pizzicata' e coinvolgente di "Scarlet" ci trascina in una serata calda, in un bar di un paese esotico, con luci soffuse, sorseggiando un drink, in pace con noi stessi. Pace che viene definitivamente sancita da "New Day", proprio grazie alla musica ("Give me music, I can't live without the music"). "All over" sembra suggerire che è il momento di volare solitari verso nuovi lidi, per sfuggire a silenzi e incomprensioni: "So many unusual loves, too many unspoken words, all over my world I fly away now alone". "Standing in the pouring rain", meno trascinante ma dal ritornello sicuramente godibile, ci porta dritti a "Tears on the water", dalla ingannevole partenza soft, con un ritornello deciso in cui la voce quasi 'arrabbiata' di Mario viene supportata magistralmente dalle seconde voci. "I'll be there for you" si adagia su sonorità quasi countryeggianti, molto dolce e sentita, sicuramente uno dei migliori brani dell'album. A chiudere ottimamente è un tributo a Billie Holliday, con una splendida cover di "God bless the child", brano che si avvale anche dell'aggiunta di nuovi strumenti, dal piano acustico alla tromba, per costruire un'atmosfera ora decisamente jazz. Finale da brividi per un album curatissimo e piacevole. Voto 8/10  http://www.mariopercudani.it/ New Day (2010) Track List:1) In My Old Shoes (Percudani)2) Don't Bother Me (Percudani)3) You Can Run (Percudani - Tansini)4) Scarlet (Tansini)5) Tears On The Water (Percudani)6) All Over (Percudani - Tansini)7) New Day (Percudani)8) Standing In The Pouring Rain (Percudani)9) I'll Be There For You (Percudani)10) God Bless The Child (Holiday - Herzog) Musicisti:Mario Percudani: Lead Vocal, Guitars, Dobro, Lap Steel Guitar and Background VocalsMarco Tansini: Guitars, Electric Piano and Background VocalsGianni Grecchi: BassAngelo Roveda: DrumsElisa Paganelli: Background VocalsPiero Bassini: Acoustic Piano on track 10Gianni Satta: Horn and Trumpet on track 10Barbara Boffelli: Background Vocals on tracks 1 and 3  

A SPIRALE - AGASPASTIK

    Destrutturazione di tutti i concetti di musicalità espressi sinora. Musica di non facile approccio, quella degli A Spirale, composti da Mario Gabola al sax alto, Massimo Spezzaferro alla batteria e Maurizio Argentano alla chitarra. Gli A Spirale sono un Power Trio campano dedito a un jazzcore sperimentale che non fa tanto presa sull’impatto ritmico, il frastuono assordante o la tecnica strumentale, bensì focalizza la propria esplorazione sonora sulla ricerca della destrutturazione di ogni forma di equilibrio armonico e del non porre limiti all’atonalità e alla bizzarria folle e sperimentale di questo loro ultimo  “Agaspastik”, licenziato nel 2009 dalla Fratto9/Under The Sky. La Criptica alchimia sonora del trio è un impressionante calderone dove confluiscono le più barbare fusioni avanguardistiche degli ultimi anni: ambient, noise, free jazz, impro rock, stridii e ronzii quasi industriali, vibrazioni  e riverberi elettro-magnetici in continuo divenire, un interscambio continuo tra generi urticanti, tutti di non facile assimilazione o catalogazione, un vortice di rumorismo cerebrale che tocca i suoi vertici massimi in “Kaluti” traccia numero sei di questo album. Sembra, infatti, di assistere al viaggio notturno di un sottomarino sotto profondità oceaniche, fredde, ostili e caliginose. Musica che fa percepire dimensioni eteree ed inesplorate, immagini distorte e amplificate, come quella delle profondità oceaniche, di un sommergibile o della forza distruttrice della natura, sia essa acqua, fuoco o terra. Non mancano i momenti più jazz rock dal forte impatto, anche se relegati più a una semplice esibizione dimostrativa più che a fedeli esempi di musicalità vera e propria. “Black Crack,” “Calco” e il dirompente inizio di “Tersicore” che alla fine implode su stessa su di un battito elettronico. Ma la scorza dura e pura degli A Spirale emerge prepotentemente e si misura in pezzi come “Naja Tripudians” o la spettrale “Suriciorbu” otto minuti di noise ossessivo e puramente istintivo, in cui i tre strumenti si intersecano continuamente creando un architettura sonora nevrotica, spastica e profondamente disarmonica: lo stridio delle note di sax e chitarra, la batteria che si risolve in un cinico battito di piatti o charlestone: un minimalismo malato e multiforme, e per questo a suo modo, altamente coinvolgente e disturbante. Lo sconsiglio fortemente a chi cerca nella musica per forza una compiutezza: una cifra stilistica o un songwriting preciso e abbastanza delineato, per tutti gli altri invece l’esperienza dell’ascolto potrebbe risultare appassionante, a patto che saprete godervi questo “Agaspastik” senza esagerare e senza volerlo per forza “capire” o “etichettare” dopo il primo ascolto.   VOTO: 9   

NEO - WATER RESISTANCE

I Neo sono un trio formato da Manlio Maresca alla chitarra, Carlo Conti al sax tenore e Antonio Zitarelli alla batteria. Dopo una partecipazione all’Arezzo Wave del 2003 e due album autoprodotti giungono alla loro terza fatica intitolata “Water Resistance” licenziato dalla Megasound nel 2009. Quest’album è un concentrato fulminante di jazz-core strumentale, una sperimentazione free jazz che cerca la fusione tra generi differenti come possono essere il blues e il punk con elementi di estrazione più apertamente prog-rock. A tratti si scorge anche il più puro rumorismo d’avanguardia, ma  sempre ben calibrato e filtrato dalla purezza e dalla cristallinità che solo il jazz più improvvisato e controcorrente può fare propri. Sonorità travolgenti come in “Delirio Tremenz” oppure “Opus Reticulatum” un concetrato di ritmiche spigolose, complesse e dalle piu disparate influenze. Sonorità più classiche, soft e decisamente conturbanti si ritrovano in brani quali “Come trasformare il divertimento”, da assaporare insieme a un buon bicchiere di whisky scozzese stagionato servito con cubetti di ghiaccio, in un ambiente preferibilmente corredato da atmosfere soffuse e luci in penombra. Musica complessa quindi, articolata ma concepita per il semplice gusto di suonare e di dare libero sfogo alla tecnica e all’inventiva sfrenata, ma mai fine a se stessa, del trio di Terracina. Album consigliato per i fan del jazzcore made in italy, un movimento che si sta sempre più affermando e che sta avendo seguito anche all’estero, anche grazie alle collaborazioni continue che sfornano i musicisti di questa scena. Un riconoscimento particolare va anche al tenebroso e quanto mai riuscito artwork dell’illustratrice Elena Rapa, già conosciuta nell’ambiente grazie ai suoi lavori per Donna Bavosa. “Water Resistance” farà la gioia degli appassionati della contaminazione tra più generi, non solo un album che regalerà forti  emozioni alle orecchie degli ascoltatori dai palati più fini, ma che darà sensazioni folgoranti anche a chi cerca in musica passaggi complessi, ritmiche cervellotiche e controtempi da assaporare più volte, per essere compresi e assimilati strada facendo durante l’ascolto. Un album riuscito e coinvolgente dalla prima all’ultima nota, e per questo terribilmente affascinante. Per maggiori delucidazioni in merito alla proposta vi rimando al loro spazio myspace  http://www.myspace.com/neoneoband.      

SEIZON - GOYA TOCA A OZ

Devo ringraziare l’amico Anatas per avermi fatto scoprire la musica di Renato Zampieri, in arte Seizon, musicista e compositore vicentino, in bilico tra psichedelica, jazz, progressive e musica classica, un vero e proprio caleidoscopio di suoni e arrangiamenti, che sin dal primo ascolto mi ha affascinato e costretto ad ascoltare più volte i pezzi contenuti in questo suo ultimo album intitolato “Goya Toca A Oz”. Un disco difficile, ma quanto mai intenso e con una ricerca melodica evidente che difficilmente potrete riscontrare da altre parti. Già dalle note sognanti di chitarra de “El Camino De Ladrillos Amarillos” si inizia a volare con la mente, tra sensazioni elettro-acustiche e visioni estremamente psichedeliche e  rarefatte, mentre in “La Bruja Buena Del Norte” e “La Ciudad Esmeralda”, rispettivamente seconda e terza traccia di questo lavoro, si accompagnano momenti pianistici di rara intensità e bellezza, con il contrappunto di fiati e keyboards dal tocco celestiale, due dei miei pezzi preferiti per via del loro retrogusto jazzistico, che mi hanno fatto subito innamorare e decisamente convinto a riascoltare, per poterne catturare la loro intriseca poeticità e il loro naturale splendore. “El Mago De Oz”  e la lunga suite suddivisa in quattro movimenti “La Bruja Mala Del Este”si caratterizzano per la loro natura più percussiva, in bilico tra una sezione composta da scintillanti chitarre arpeggiate, musica sinfonica ancestrale e fiati, che definirei dal vago retrogusto prog-folk, che potrebbe anche ricordare i Jethro Thrull di “Aqualung”. Mi riferisco soprattutto a “El Mago De Oz”, mentre la seconda da più l’idea della grande ispirazione che Zampieri ha avuto dalla musica classica tout court, come mostra benissimo nelle sue influenze musicali citate nel suo myspace : Mozart, Tchaikovsky e Beethoven. L’album si chiude con un pezzo intitolato semplicemente “Seizon” che riprende le sonorità psichedeliche quasi post rock  de “El Camino De Ladrillos Amarillos”, anche se il pezzo subisce molte più variazioni a livello timbrico e ritmico, ed è qui dove svela assolutamente la sua natura di brano “progressive”,  una traccia quindi in continua evoluzione dove la sezione ritmica è in continuo movimento per tutti i suoi sette minuti e passa di durata, e che definirei degno epitaffio conclusivo per un disco splendido e “immaginifico” come lo è questo “Goya Toca A Oz”. Dire che mi sento di consigliarvi l’ascolto di questa opera d’arte è poco. Se potessi ne darei a tutti quanti voi una copia, perché di ascolti così stimolanti e che riconciliano con il mondo come lo è questo album non sempre sono di facile assimilazione, ma se ci proverete sono convinto che anche voi godrete appieno della musica senza tempo di Zampieri. Comunque bando alle ciance, il nostro ha già pensato personalmente a fornire una copia a chiunque voglia approcciarsi per la prima volta alla sua musica, tanto che quest’album è scaricabile per intero e gratuitamente all’interno del suo spazio myspace, così che potrete anche voi gustarvelo tutto d’un fiato, come ho fatto io. Sicuramente se possibile acquisterò l’album perché un opera del genere secondo me merita di essere posseduta fisicamente, ma intanto sono già felice come una pasqua di possedere i brani di questo artista in formato mp3. Lo dico sinceramente con tutto il cuore. Un ultimo consiglio per voi che siete arrivati alla fine di questa recensione: che aspettate a farlo vostro? Una visita al suo myspace mi sembra quanto mai consigliata.. Voto 9/10. Tracklist: 1. El Camino De Ladrillos Amarillos 2. La Bruja Buena Del Norte 3. La Ciudad Esmeralda 4. El Mago De Oz 5. La Bruja Mala Del Este (Part I, II, III, IV) 6. Seizon   Contatti:  http://www.myspace.com/seizon

PSYCHOFAGIST - IL SECONDO TRAGICO

Conosciuti per caso, perché Psychofagist lo ritengo davvero un gran nome per una band italiana, preso questo cd l’ho messo subito nel lettore, non sapendo assolutamente nulla del progetto in questione.. pensavo il solito grind ma mi sono dovuto ricredere. La partecipazione di Luca Tommaso Mai degli Zu, potrebbe voler dire molto per gli appassionati del genere jazzcore, per me non voleva dire quasi nulla, non essendo un grande ascoltatore della band di Ostia. Comunque devo ammettere che questo disco dopo pochi ascolti risulta essere davvero IMPRESSIONANTE. Un mix letale di jazz-grind con cantato hardcore in italiano e inserti di sassofono davvero lancinanti e mai casuali, aggiungono ancora più acido snervante alle spesse mura di suono erette dal basso (eccome se si sente, non come su molti altri dischi estremi) e chitarra. L’attacco di “Uomo o Merda” penso vi schiarirà subito le idee sulla proposta degli Psychofagist, una band che ho iniziato ad ascoltare molto frequentemente, e di cui ho recuperato anche il primo disco. Accecato dalla loro vena sperimentale perfettamente bilanciata applicata all’estremismo sonoro di matrice grind-mathcore. Per fan di: Zu, Peter Brotzmann, Dillinger Escape Plan, Mr. Bungle, Naked City.. influenze sicuramente importanti. Ma vi assicuro che “Il Secondo Tragico” merita davvero un ascolto attento e prolungato.. una sensazione per le mie orecchie davvero appagante che non mi capitava da un po’ di tempo approcciandomi alle nuove uscite più o meno estreme del settore. Sono sicuro che dopo l’ascolto anche voi vorrete partecipare all’Urlissima 2009, incipit di uno dei brani più geniali “Defragmentation Rotunda”. Mi viene in mente pure la traccia n.9 “Biodegradazioni” una suite free jazz estrema che mi ha ricordato i Last Exit, il supergruppo di Sonny Sharrock e Peter Brotzmann, che è stato un po’ il mio battesimo del fuoco per quanto concerne certe sonorità sperimentali applicate al Jazzcore. ...Disco Italiano dell’Anno?       VOTO: 9.5  

DIABLO SWING ORCHESTRA – SING ALONG SONGS FOR THE DAMNED AND DELIRIOUS

  Un titolo che già commenta da solo l’intero disco che mi accingo a recensire……. Questi Diablo Swing Orchestra sono la completa manifestazione di ciò che si può fare quando si è veramente creativi. Ma, a volte, la creatività e la genialità non sono sufficienti. Ad esse occorre sempre che vi sia ben miscelato quel (mal)sano tocco di pazzia e schizofrenia che rende folli le menti di chi si accingono a comporre un disco, non importa di quale genere musicale esso sia. Pensate al grande dei grandi, quel Wolfgang Amadeus Mozart. Se non avesse avuto qualche rotella fori posto non credo sarebbe mai divenuto così bravo e famoso e, allo stesso tempo, non credo che la sua musica sarebbe stata immortalata nei tempi. I Diablo Swing Orchestra, invece, le rotelle non devono avercele proprio.  Prendete un calderone, come quello di Gargamella, ad esempio, ed infilateci, chessò, gli Apocalyptica e i loro violoncelli, poi dell’ottimo Jazz, del sanissimo progressive-rock, un’intera orchestra per rendere l’opera decisamente sinfonica, il metal, l’avatgarde e, pour finir, come ciliegine sul tortone (anzi: come cipollone all’interno del calderone), tanto, ma tantissimo humor “tetro”. Il risultato è la musica composta da questo sestetto, questo “Sing Along Songs For The Damned And Delirious” che, decisamente, ti porta al delirio totale. Perché, se da un lato è palese la forte influenza orchestrale e sinfonica all’interno delle loro composizioni, non può non sfuggire la distorsione (e anche pensate) delle chitarre, nonché la forte influenza della sezione ritmica. E, una song come “Lucy Fears The morning Star”, nella quale il connubio di elementi anzi menzionati c’è proprio tutto, non può passare assolutamente inosservata, risultando, oltre che meravigliosamente interpretata e magistralmente cantata dal duo Daniel Hakansson- Annlouice Loegdlund (rispettivamente, il primo dalla voce più cupa e dark, la seconda dal falsetto tremendamente irritante). Così, come, ad esempio la successiva “Bediam Sticks” è completamente malvagia, teatrale, gotica e scandita da ottimi tempi martellanti, grazie all’uso sapiente di un ottimo basso e percussioni. Uso molto intelligente che ben si amalgama con la voce di sottofondo sussurrata, che poi esplode in un crescendo tra chitarre distorte, un pazzo maniaco che urla frasi incomprensibili (e ritorno al discorso di Gargamella….) per poi finire con una bella esplosione di completa e pura follia. Il disco, fondamentalmente, non è affatto facile da ascoltare. Basti pensare al mix di sonorità anteprima menzionate. Le composizioni, i brani tutti, sono davvero poco lineari e potrebbero, invero, spiazzare completamente l’ascoltatore che si ritroverebbe (apparentemente) al cospetto di una band di pazzoidi dal cervello completamente fritto. Ma se song come l’opener (un ottimo biglietto da visita) sono già l’esaltazione del genio compositivo, “New World Windows”, semplicemente meravigliosa con i suoi sbalzi di umore che vanno dall’esecuzione svelta e sostenuta dai violoncelli e chitarre (nonché dalla splendida voce femminile) e da dolci e pacati momenti in cui si odono arpeggi di una chitarra dal suono completamente pulito (nell’intro e nei break), non riescono a destare quel minimo di goduria e di soddisfazione, allora, signori miei, godetevi la micidiale “Vodka Inferno”, dal refrain irresistibile, che, dal titolo, dice già tutto. E, magari, lungo il suo incedere, potreste incappare, casualmente, in uno dei brani più lineari e ritmati, “Ricerca Dell’Anima”, dal titolo italiano (non so perché) ma, sempre, molto godibile. A chiudere le danze ci pensa la stratosferica “Stratosphere Serenade”, introdotta da violoncelli e da chitarre distorte dove mi sembra di essere al cospetto di una tipica song degli Apocalyptica dei tempi d’oro, senza però che si scada nel plagio della band finnica, poiché la song è un puro concentrato di progressive & jazz, dal ritmo irresistibile. Insomma: questi Diablo Swing Orchestra, pur essendo al loro secondo disco, hanno mostrato che nel mondo del metal c’è ancora spazio per inventiva e nuovi generi e che è possibile offrire un “minestrone” di generi musicali che, apparentemente, con il metal non ci azzeccano ma che, al contempo, gli stessi generi si dimostrano degli ottimi ingredienti magistralmente dosati per ottenere un “minestrone” di qualità superba. Promossi senza esitazione alcuna!   VOTO: 10  

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