Per chi ha amato le voci sovrannaturali di Anneke Van Giersbergen, Sharon Den Adel e compagnia cantante, la nuova frontiera della meraviglia ha un nome ben preciso, Marcela Bovio, e un 'contorno' tutt'altro che trascurabile e identificato con il monicker Stream of Passion. Band che si muove su territori metal ed entro i suoi confini gothic, symphonic e in parte progressive. E che non poteva che imporsi subito all'attenzione del pubblico, dato che il fondatore 'fu' nientemeno che Arjen Lucassen, artista poliedrico la cui creatura più conosciuta rimane ad oggi quella degli Ayreon. Proprio nell'album degli Ayreon The Human Equation c'è la possibilità di ascoltare un primo saggio della voce di Marcela.
Dopo un esordio più che discreto (Embrace the storm), il secondo album, The Flame Within, è già un piccolo capolavoro. Le tracce sono molto più che piacevoli, e la ciliegina è una gloriosa ri-lettura di "Street Spirit" dei Radiohead. Il nuovo lavoro non può che giungere pieno di aspettative, e non a caso i nostri, sapendo che ripetersi non è esattamente facile né sempre costruttivo, provano ad apportare qualche piacevole novità per sorprenderci. Ecco allora l'introduzione del tango in una canzone che parte violentissima - e torna ad esserlo dopo la parentesi dominata da fisarmonica. E' il caso di "Lost", opener che traccia immediatamente la strada giusta. Il connubio tra i generi, quasi inimmaginabile, è perfetto.
In "Reborn" il ritmo si fa più compassato e Marcela comincia a miscelare le sue anime, cullandoci con la lingua spagnola - che rende molto meglio, ma ne riparleremo dopo. In "Collide" e "The scarlet mark" prevale il lato più sperimentale e tecnico. "Spark" è piano e fisarmonica - eccola che ritorna. L'interpretazione vocale è magistrale, servisse sottolinearlo.
E' con "Our cause", però, che si raggiunge il vertice - forse assoluto per la band - delle emozioni: dall'intro crescente di violino, che giunge soffusa e viene subito travolta dall'irruenza di chitarre e batteria, poi la strofa, cantata in spagnolo e - e questa è la seconda trovata maestosa - con finale di frase ripetuto.
"Trazos de hielo y niebla que se esconden - que se esconden
en las pequenas grietas de mi nombre - de mi nombre
Luz que ilumina el alba no me ignores - no me ignores
entre suspiros llamas mas no se a donde - no se a donde.
El invierno me encuentra delirando - delirando
entre flores cubiertas de desencanto, miedo y llanto - miedo y llant
Mientras el frio corre por mis manos - por mis manos
mi corazon implora: "hasta cuando?" - "hasta cuando?"
Sprigionata tutta la potenza evocativa nella strofa, il ritornello è quasi una pausa, ed è cantato in inglese. E qui, all'interno della stessa traccia, si avverte l'abisso tra una lingua caliente e una decisamente 'freddina'. Per di più, ma questo è ovvio, la Bovio sembra decisamente più a suo agio nelirle emozioni nella sua lingua madre.
Anche nella seguente "Darker days", titletrack con venature prog, si può notare il contrasto evidente (con esito altrettanto evidente) tra le parti in spagnolo e in inglese. Successivamente l'album si snoda con brani più o meno riusciti, da "Broken" a "This moment", da "Closer" a "The mirror", tutti rivelanti le diverse facce della band. "Nadie lo ve" è un attimo di pace in cui la voce di Marcela mostra tutto il suo... stream of passion, supportata dal solo piano. Una traccia dolce, ma triste e remotamente inquieta.
Il finale prevede un cambio di genere con "The world is ours", plus la bonus track "The hunt", del tutto trascurabile.L'album, invece, e soprattutto la voce di Marcela, non lo sono per nulla.
Darker days (2011)
Voto : 7,3
Tracklist:
01. Lost
02. Reborn
03. Collide
04. The Scarlet Mark
05. Spark
06. Our Cause
07. Darker Days
08. Broken
09. This Moment
10. Closer
11. The Mirror
12. Nadie Lo Ve
13. The World Is Ours
14. The hunt
Line-up:
Marcela Bovio - cantante, violino
Eric Hazebroek - chitarra ritmica e solista
Stephan Schultz - chitarra ritmica e solista
Johan van Stratum - basso
Jeffrey Revet - tastiere, pianoforte
Martijn Peters - batteria
Discografia:
2005 - Embrace the Storm
2009 - The Flame Within
2011 - Darker Days
La continua ricerca di novità nascoste nel foltissimo sottobosco underground mondiale che il nostro fantastico sito ha messo in opera ci porta oggi alla scoperta di una validissima realtà germanica qual è quella dei Deadend In Venice, formazione attiva dal 2008 e dedita a un Death Metal di stampo melodico, sull’esempio dei grandi della scuola svedese di Göteborg, ma contaminato da influenze più recenti che trovano espressione negli incastri della voce pulita femminile che ritaglia un proprio ruolo di primo piano tra i tradizionali growl della controparte maschile e gli spietati riff chitarristici caratteristici del genere: la line-up vede appunto Annabell Klein alle clean vocals, Christian Litziba al growl, Kevin Klein alla chitarra principale, Tim Schmidtke alla seconda chitarra, Andreas Ackermann al basso e Frank Koppe alla batteria.
Il gruppo di Meerane, in Sassonia, dopo la pubblicazione nel 2008 di una breve demo, “Batavian Sundown”, riuscì celermente a farsi strada ottenendo già nel 2009 di dividere il palco con band già affermate come Tristania e Finntroll, per giungere nel 2010 ad attirare l’attenzione della Casket Music, il che permise loro di pubblicare già nel marzo del 2011 il loro debutto ufficiale, “See You On The Ground”.
Il disco si apre con “Hate Sweet Hate”, che mette bene in chiaro le intenzioni dei nostri: il riffing è travolgente, il growl del cantante è convincente, la sezione ritmica regge alla grande adattando con gusto le partiture della batteria ai diversi momenti e cambi offerti dal brano, mentre la voce femminile riesce a ritagliarsi uno spazio fondamentale grazie alle buone intuizioni della biondissima Annabell che evita saggiamente di scadere nel patetico o nel banale con linee vocali svenevoli, imprimendo invece una certa grinta alla propria prestazione senza rinunciare alla propria impostazione melodica. “Personal Decay”, che segue, parte con una marziale schitarrata con tanto di armonizzazione per proseguire tra rievocazioni di In Flames e Dark Tranquillity, ma qui si gioca maggiormente la carta del contrasto tra ruvido e dolce, continuamente alternati come in un botta e risposta che smorza l’aggressività complessiva del brano, mentre la successiva “Brain Execution” si muove lungo binari che ricordano vagamente i Children Of Bodom: il ritmo è sostenuto, le chitarre fanno un buon lavoro, andando a creare complesse melodie che sottendono il growl e che trovano sfogo nei brevi assoli, la batteria picchia incessantemente e il cantato femminile, sempre sopra le righe, ritrova la propria vena grintosa. La batteria picchia particolarmente duro in “War”, pezzo dal mood più oscuro dove la melodia viene distorta a ricreare la tensione mortale della guerra: la canzone, soprattutto nella parte dell’assolo, risente molto del Metal più classico e tradizionale, pur senza allontanarsi da quell’intonazione cupa di cui si parlava e non a caso qui è il growl del cantante a dominare da protagonista, mentre la voce femminile è assente, quasi a significare l’assenza di ogni speranza o dolcezza nella paurosa e terribile realtà dei conflitti bellici.
“Long Way Home” ritorna alle linee chitarristiche più melodiche tipiche di questo genere, ma il pezzo non perde mordente grazie ad un’intensa prestazione di tutti i membri, le due voci si sfidano in un testa a testa sino a fondersi e sublimarsi poi in un assolo ben confezionato e soprattutto ben inserito nel contesto della struttura del brano, mentre nella successiva “Last Chances” è la limpida voce di Annabell a ricoprire un ruolo dominante, ma la canzone mantiene in ogni caso una forte dose di aggressività grazie alle ritmiche forsennate e agli ottimi inserti chitarristici, che fanno come da contrappunto agli intrecci vocali della coppia Klein/Litziba. Doppia cassa a go-go in “The Monkey In My Closet”, brano che vede dispiegarsi una vera e propria dimostrazione di potenza da parte dei nostri: forsennata e violenta, la canzone per contrasto lascia spazio a brevi inserti emozionali di Annabell sostenuti nondimeno da ritmiche incalzanti che confermano le capacità della band di creare pezzi trascinanti e coinvolgenti. “Dirty Little Princess” rallenta la furia e incede con piglio epico sino all’aprirsi della prima strofa dove, sottesa unicamente da basso e batteria, la voce femminile viene lasciata gestire interamente la canzone: il brano è meno tirato dei precedenti ma il ritornello ai limiti dell’epico, il caldo assolo di chitarra e una convincente prestazione della Klein, la quale peraltro non scade mai in un facile sentimentalismo che il titolo potrebbe ispirare, rendono parimenti godibile il brano, che potremmo in un certo senso considerare la ballad del disco, se non fosse per la squadrata irruenza che in definitiva la pervade. Chiude il lavoro “Tomorrow Never Comes”, che alterna le strofe quasi rappate da Christian al ritornello dove la rabbia del growl si fonde con la malinconia della voce pulita, che ritaglia in maniera convincente spazi propri nella seconda parte della canzone, strutturata intelligentemente e in grado di lasciare all’ascoltatore un ottimo retrogusto complessivo dell’intero platter.
Una formazione interessante, in definitiva, questi Deadend In Venice: il disco scorre velocemente, il tiro complessivo è incisivo e trascinante, la produzione è ottima e pulita, le linee vocali sono gestite con perizia e la durata contenuta del lavoro in questione (soli trentatre minuti) ne fa un ascolto piacevole e invogliante. Certo, vengono talvolta riproposti alcuni stilemi tipici del genere, ma gli appassionati di questa frangia del Metal e gli amanti delle voci femminili possono andare sul sicuro e dare tranquillamente una possibilità a questo gruppo: “See You On The Ground” non li deluderà.
VOTO AL DISCO: 8/10
Il metal nostrano questa volta ci presenta una giovane band di Ancona. I Nefesh devo dire che mi hanno parecchio stupito, sia positivamente che negativamente devo ammetterlo, ma è sempre gradito “l'infrangere gli schemi” sia riuscito con successo che meno.
Il genere che cercano di trasmetterci non è unico ma molteplici, i maggiori dei quali Progressive, Gothic, Death, Neoclassical con una buona dose di Sperimentale ed Ambient. Con il primo album “Shades and Lights” ambiscono a un certo equilibrio nel mischiare i suddetti generi. Certo l'impresa è abbastanza ardua, non per tutti; i Nefesh ci provano.
L'album che conta bel 13 parti e quasi un'ora di durata alterna brani lunghi con intermezzi e brevi mini-strumentali. Le lunghe hanno una struttura trascendente simile per ognuna e che alla lunga si riesce benissimo ad individuare; le corte invece alternano da sipari da piano bar ad intermezzi ambient, sino a qualche schitarrata alla Kaiowas. La particolarità più eclatante è nell'uso continuo, forse troppo, del piano e di tutti i suoi derivati che ricordano molto i principi fondamentali del Gothic Classico in stile Nightwish ed Epica. Ad accompagnare il piano c'è un'irrefrenabile chitarra elettrica con un forte impatto uditivo, a mio parere da abbassare di tono in alcuni tratti e da cambiare l'effetto principale(gusto personale). Onore al cantante che si dimostra abilissimo nell'uso sia di un clean profondo, sia di un grove/growl/scream modesto e sincero.
Nel complesso un valente lavoro, anche di buona registrazione, che però a parer mio poteva essere strutturato meglio, con meno canzoni ma con più intensità e virtuosismo, più varietà nei suoni di chitarra e con un vigore più travolgente e meno d'impatto. In oltre, pur non trovando nessuna castroneria non riesco neanche a percepire nessun frangente di miriade bellezza e fascino.
Per concludere: buona l'idea, ma da approfondire e scoprire. Per questa prima volta vi è andata bene.
(Sarebbe davvero figo un mix di Dream Theater, Opeth e Nightwish)
VOTO: 7
L’ultimo parto discografico dei Nightwish, a band finlandese che, da sempre, non finirà mai di stupire i propri ascoltatori. Altro strike per i nostri, con una band sempre sugli scudi e con una Annette in pienissima forma! Strafichissimiticissimo!
Antonio Moliterni
[Prosegue]
Musica geniale per menti geniali. È questa la proposta degli austriaci Cornerstone che stupiranno Voi tutti con la loro perfetta sinergia di rock, hard rock, pop e AOR music.
Olny 4 Genius!
Music inspired by brilliant minds. This is the proposal of the Austrian Cornerstone that will impress you all with their perfect synergy of rock, hard rock, AOR and pop music.
Olny 4 Genius!
Antonio Moliterni
[Prosegue]
I DeadSoul Tribe, band austriaca nata da un'illuminante intuizione di Devon Graves (ex Psychotic Waltz), si insinuano nei risvolti più ombrosi e nascosti dell'ultima ondata di progressive metal. Il nome è più che mai suggestivo: al nero dell'anima si aggiunge un'insistenza meravigliosamente ossessiva sulle percussioni, un tappeto sonoro costante ma non necessariamente fastidioso o preponderante. Il sound è per lo più cupo, appunto, ma a fare da contraltare vi è la voce calda e oltremodo melodiosa di Devon, che ingentilisce il risultato finale anteponendo di fatto la piacevolezza dell'ascolto ai manierismi compositivi.Dopo un album d'esordio (omonimo) sanza infamia e sanza lode, nel 2003 esce A Murder of Crows, che si rivela un primo piccolo capolavoro della band nata in quel di Vienna. Colonna sonora perfetta di questo inizio di novembre grigio e piovoso, l'album inizia con "Feed (Part 1 – Stone By Stone)", che mette subito le carte in tavola sulle intenzioni dei nostri. Parte ritmica sugli scudi, chitarre che non hanno nessuna intenzione di farsi da parte, linea vocale che alterna un tono estremamente aggressivo a uno ammaliante e quasi lullabyeggiante.
Non c'è male, ma non è niente in confronto alla seconda parte di Feed, ovvero "The Awakening", che in meno di tre minuti incanta in pieno grazie all'innesto di un elemento caro a Graves, il flauto, estremamente evocativo, e alle chitarre acustiche, che diventano ben presto distorte e violente. Splendido l'assolo supportato dalla voce qui in veste Ian Gillan e da un lavoro di tom e crash martellante. Inquietante l'intro di "The messenger", che accarezza un tema caro ai DST, ovvero la morte. La voce di Graves è quasi moltiplicata in una canzone che rievoca a più riprese lo stile degli Shadow Gallery. Let in the light / And the dark leaves you.
"In the garden made of stones" è più pacato nelle strofe, ma più cattivo è più tecnico nei ritornelli. Non bastano oltre 6 minuti per conquistarci il cuore, cosa che riesce in pochi secondi alla successiva "Some thing you can't return", una delle tracce migliori dell'album, anticipata da una linea di basso che detta le pulsioni vitali, e si fa linea guida agli strumenti che via via si aggiungono. Suggestiva, ipnotica, come la voce che la accompagna."Angels in Vertigo" è una piccola caduta, come sembra suggerire il titolo, prima di tornare a ritmi - questa volta, davvero - vertiginosi con la splendida "Regret", in cui si può apprezzare anche la presenza del pianoforte. I nostri si lasciano andare al lato più truce nella metaforica "Crows on the wire", danno tregua con "I'm not waving", ci annoiano discretamente con "Flies" e si riprendono alla grande con "Black Smoke and Mirrors", ottima track con l'aggiunta - sempre gradita - di pianoforte e flauto, qui elevato a strumento solista.La bonus track è la meravigliosa "Time", un vero e proprio regalo che ha però la forza di rivelarsi uno dei pilastri di questo album.Deadsoul Tribe, A murder of Crows, 2003
Voto: 7,8Da non perdere: Regret, Time, Some thing you can't return, Feed part 2Trackist: 1. "Feed (Part 1 – Stone By Stone)" − 5:04 2. "Feed (Part 2 – The Awakening)" − 2:54 3. "The Messenger" − 5:15 4. "In a Garden Made of Stones" − 6:26 5. "Some Things You Can't Return" − 5:20 6. "Angels in Vertigo" − 4:38 7. "Regret" − 4:36 8. "Crows on the Wire" − 6:48 9. "I'm Not Waving" − 5:34 10. "Flies" − 5:12 11. "Black Smoke and Mirrors" − 4:58 12. "Time" (Bonus Track) − 4:28Line-up: * Devon Graves − lead vocals, guitar * Roland Ivenz − bass * Adel Moustafa − drums * Roland Kerschbaumer − rhythm guitar * Volker Wilschko − guitar
Red Sky, progetto rock/metal strumentale di Milano, dopo aver ricevuto ottime recensioni da riviste e webzine internazionali, cerca un/a violoncellista per imminenti live acustici.
Potete dare un’occhiata alla recensione sulle pagine di The Empty Dream a cura di Antonio “Anatas” Moliterni cliccando sull’immagine sottostante:
red sky – tra l’obra e l’anima
O, ancora, potete placare le vostre curiosità sulla band leggendo l’intervista alla band, curata sempre da Antonio “Anatas” (cliccate sull’immagine che segue):
red sky - intervista
Potete ascoltare la musica dei Red Sky su:
www.myspace.com/redskyproject
Per qualsiasi info,non esitate a contattare:
redskyrock@gmail.com
Quindi: Fatevi sotto Violoncelliste/i di tutta la Penisola e Oltre!
The show must go on!
Antonio “Anatas” Moliterni
Ho iniziato ad ascoltare I Diablo Swing Orchestra dal loro secondo disco, omettendo, così, di ascoltare il primo e dare il votaccio pieno al loro secondo pargolo.
Adesso che mi ritrova tra le mani questo capolavoro della musica avantgarde, mi rendo conto che, pur non volendo disconoscere il 10 dato a “Sing Along songs For The Damned And Delirious”, dovrei, come minimo, tentare di aumentare il voto a questo “The Butcher’s Ballroom”.
Creativi all’inverosimile, avanti millenni per ciò che concerne l’utilizzo sapiente di strumenti e la loro miscelazione in ambito di songwriting, i Diablo Swing Orchestra, addirittura, vedono annoverare loro una “oscura” leggenda. Questa vuole che, l’Orchestra del Diavolo, si sia formata molti anni fa, addirittura, nel sedicesimo secolo D.C. quando, purtroppo, la Chiesa dettava leggi e costumi arrivando ad etichettare, questi ultimi, come eretici e adoratori del demonio. Ergo: lo “smontaggio” della stessa (che, inverosimilmente, riuscì ad ingraziarsi i favori del popolo) e la bruciatura di tutti i loro spartiti.
Dopo un bel po’ di secoli, due dei loro discendenti, pare, si siano incontrati casualmente in un negozio di dischi (Anno Domini 2003) e che, assieme, abbiano deciso di riformare l’Orchestra del Diavolo assieme agli altri discendenti.
Fine della leggenda.
Musicalmente parlando, qui, ci troviamo innanzi al cospetto di autentici geniacci, dei veri e propri maestri della musica tutta, in grado di miscelare sapientemente generi musicali, apparentemente inconciliabili tra loro, quali il metal, il progressive, il jazz, il flamenco, la musica classica (c’è a disposizione un’intera orchestra con tutti i controfiocchi), la meravigliosa voce da soprano della splendida singer Annlouice Loegdlund che, incontrastata, domina lungo le 13 tracce dell’album, il folk e l’heavy classico. E, scusatemi se, per caso, abbia dimenticato di menzionare qualche altro genere musicale che, con il metal c’entra come i cavolfiori a merenda.
Non un brano fuori posto o fuori fase, non un brano sotto tono. Tutti all’altezza delle aspettative, compresa la stupenda “D’Angelo”, song lirica, cantata in italiano dalla maestosa ugola della singer che, in questa sua esibizione, dimostra la propria grandezza rispetto a molte altre cantanti più blasonate (immeritatamente) del settore (chi ha detto Tarja?).
C’è di che divertirsi ascoltando il disco che apre le danze con la danzereccia “Ballrog Boogie” (che si commenta da sola nel titolo), e che nella successiva “Heroines” continua a rimanere sempre su livelli altissimi per ciò che concerne gli standard musicali (l’uso ad incastro di violoncelli e di chitarra elettrica distorta è incredibile!).
Ancora, si attraversano episodi più devoti al metal, quali, “Poetic Pitbull Revolutions” che, comunque, non mancano di stupire il suo ascoltatore con il magistrale uso dell’orchestra e del flamenco, nonché, sempre, con Annlouice che riesce a modulare le sue corde vocali in maniera impeccabile, utilizzando le stesse con disinvoltura piena, passando da tonalità più “cattive” e “grintose” al soprano più devoto alla musica classica tout court. Semplicemente geniale.
E se song come “Regdoll Physics” riescono a far presa immediatamente sull’ascoltatore grazie ad un refrain catchy e a quel tocco di progressive che non guasta mai (i cambi di tempo, di atmosfere i numerosi riff non si sommano!), altre come la già citata “D’Angelo” vi metteranno le lacrime agli occhi, mentre “Gundpowder Chant” (una strumentale di appena 1 minuto e 50 secondi) con le sue aperture orientaleggianti e gli arpeggi acustici (che pagano forti tributi al flamenco più spagnoleggiante) vi delizieranno. Song, quest’ultima, che altro non fa da “intro” ad “Infrlaove”, altra gemma “jazz” di valore inestimabile.
A seguire, ancora magistralmente, brani quali “Wedding March For A Bullet”, introdotta da un riff di chitarra molto heavy che poi si dipana nella follia più esasperata che solo i Diablo Swing Orchestra possono e sanno creare, l’epica “Zodiac Virtues” e le conclusive “Porcelain Judas” (dai toni marcatamente heavy metal, ben sorretta da un sapiente uso del guitar riffing e dei guitar solo, accompagnati, come al solito, dagli elementi orchestrali) e la monumentale “Pink Noise Waltz”, walzer musicale che mi riporta alla mente, in alcuni passaggi, i Jethro Tull (questo grazie al suono del flauto nel break).
Insomma, fare un track by track, non è mia abitudine ma mai come in questa occasione avrei potuto descrivere meglio un capolavoro della musica tutta, senza etichettature d’ogni sorta. Non è possibile definire un genere di appartenenza, è contro ogni logica. Non è razionale, non è “scientifico”!
Quindi, se davvero amate la musica, in ogni sua manifestazione (che non sia quella truzza o demenziale), allora, i Diablo Swing Orchestra con il loro “The Butcher’s Ballroom” non vi deluderanno affatto.
Se siete stanchi dei soliti polpettoni preconfezionati, se siete alla ricerca di qualcosa di davvero innovativo e mai ascoltato prima, adesso sapete su CHI dovete puntare le vostre carte (e per carte, intendo, euro….).
Musica Geniale per Menti Geniali......
Lunga vita all’Orchestra del Diavolo!
VOTO: ∞ , alias “INFINITO” (e scusatemi se è poco!)
Le band con female vocals, oggi, vanno alla grande. Il loro exploit si deve a formazioni quali Lacuna Coil, Evanescence, Nightwish e compagnia. Ecco, perché, quando ho acquistato il disco in questione credevo di acquistare l’ennesimo disco di goth-rock/metal, con tutti i cliché del genere.
La domanda, allora, sorge spontanea: “Se sapevi di acquistare l’ennesimo polpettone riciclato, perché l’hai comprato?”. Semplicemente per curiosità.
Innanzitutto, la critica ne parlava molto bene ma, ad essere sincero, sono uno che si fida poco di quello che sparano i magazine specializzati nel settore musicale hard ‘n heavy. La cosa che più mi ha attirato è stata quella che, dietro i microfoni, non c’è una ma ben due singer, ossia Eather Brouns e Anita Craenmher, ottime vocalist dotate di grande talento, tale da “colorare” le songs dell’album in maniera del tutto originale.
Ed è così che canzoni come l’opener “Light in the Dark” (che da sola varrebbe già l’acquisto dell’album intero), “To The Top”, le ballads di turno (tutte davvero emozionanti) e le rock-tracks più sostenute,non possono passare inosservate. E non possono non farti cantare i loro fantastici ritornelli sotto la doccia (con ‘sto cacchio di caldo, poi, sono una figata!) essendo, tutte, intrise di ottime melodie che farebbero scalpitare l’ascoltatore di turno, con stupendi assoli che bene si intrecciano con l’intera partitura delle son (e, a tal proposito, doverosa di menzione è la superba “The Longest Night”, l’anthem song del disco, una hit che non vi leverete dal cervello e che canterete sempre e ovunque, anche se andate a pisciare).
MA la vera novità è un’altra. E, cioè, che la band non suona gothic, bensì si da alla pazza gioia sfornando canzone tinte di un hard rock & A.O.R. molto debitore ai mostri sacri come Styx, Heart, Saga e, insomma, a tutte quelle band che hanno fatto dell’hard rock melodico la loro forza trainante senza per questo, però, scadere nell’ovvio e nel già sentito o, peggio, nell’eccesso di melodia che trasformerebbe l’intero disco in un’unica ballad composta da più tracks.
Largo spazio, quindi, a chitarre che riescono a creare riff e solos di grande impatto. Un monumento ad honorem, in questo senso, andrebbe fatto a Gesuino Derorass, al tastierista Ron Hendrix e alla sezione ritmica, ossia Fred Hendrix e Hans T Zandt (rispettivamente bassista e batterista) (ascoltare per credere “Little by Devil”).
Ascolto consigliato è un consiglio superficiale.
Da avere.
VOTO: 10
Cosa ci fa una reduce di X-Factor in un gruppo Symphonic Gothic Metal?Mah. E' vero che bisogna fare attenzione al panorama Gothic, che ha sempre qualche novità da proporre. Sfumature, in realtà, perchè a ben vedere sembrerebbe che sia già stato detto tutto, o quasi. Dai capisaldi, Within Temptation, Gathering, Theater of Tragedy, ai Nightwish, ai più attuali Epica. Negli anni si sono affacciati al balcone anche i norvegesi Sirenia, 'fondati' da Morten Veland, ex Tristania, che nel nuovo progetto si porta decise influenze musicali oltre all'evidente assonanza del nome.
Si potranno addebitare critiche ai Sirenia di non apportare chissà quali novità, di essere l'ennesimo doppione di gruppi già esistenti. Più o meno. In realtà il 'gothic metal' con cui vengono etichettati presenta tratti decisamente symphonic, parecchie incursioni nel death, e una particolare attenzione al fattore orecchiabilità, che spinge spesso i ritornelli verso lidi similpop. In dieci anni di storia i Sirenia hanno prodotto cinque album e cambiato diversi volti, tanto che la loro "anima", Morten Veland figura come l'unico sopravvissuto dal big bang. Molti avvicendamenti anche alla voce, rigorosamente femminile: quattro in tutto, ma una citazione particolare la merita Monika Pedersen (ex Simphonia, ecchè originalità in questi nomi!), presente in uno dei migliori album, "Nine Destinies and a Downfall"."Licenziata" la Pedersen nel 2008, l'attuale vocalist è la meravigliosa Pilar Giménez García, meglio nota come Ailyn, la quale non è di certo il prototipo della voce gothic, data la sua estensione vocale tutto sommato limitata e un timbro caldo quasi pop (eh sì, è proprio lei che ha partecipato all'X-Factor espagnolo nel 2007!), che però, vedi i casi della vita, alla fine ben si adatta al sound proposto. Ascoltando questo album si può affermare che i Sirenia si siano evoluti dal punto di vista musicale, grazie a un songwriting più articolato, a volte anche un po' troppo, visto che nei change riescono a piazzare una parte death, una parte affidata al coro (elemento molto curato e che non manca mai), una parte spesso affidata alla voce 'pulita' di Morten. A volte queste parti ci sono tutte quante insieme.Parliamo dell'album: "The Path to decay", di cui esiste anche un apprezzabile video, è un ottimo modo per iniziare, con violenza e uno stile quasi Rammstein, smorzato dall'ingresso della timida vocina di Ailyn, che esordisce nel migliore dei modi. Lasciata alle spalle la trascurabile "Lost in life", l'album entra nel vivo con "The mind Maelstrom", annunciata da cori spezzati - e spazzati - da una performance vocale orientata su toni decisamente più dolci. "The Seventh Summer" è la prima traccia che fa veramente sussultare: con un'intro sinfonica travolgente e una linea vocale melodica assolutamente brillante, un ritornello in cui voce e doppia cassa trascinano vorticosamente. Giusto un attimo di tregua per assaporare "Beyond Life's Scenery", e si arriva all'altro pezzo da 90 (e lode): "The Lucid door", in cui la trascinante melodia della strofa sfocia in un refrain epico, che dopo pochi ascolti diventerà automatico ritrovarsi a canticchiare. Un aiuto: "Wane...all the lights they seem to fade / All so dim and all so frail / They all seem to pass away / I can see them getting weaker every day". Impagabile. Dopo uno 'special' frastornante, la canzone si conclude alla grande con il ruggente ritorno di Ailyn. Ecco cosa ci fa una reduce di X-Factor in un gruppo Symphonic Gothic Metal! Ti cambia il punto di vista. I dubbi iniziali vengono così fugati. Arriviamo a "Led Astray" quando abbiamo già imparato a farci cullare dalla voce di Ailyn. Passiamo per "Winterborn 77", una tirata tutta Kovenant e Abba, per giungere all'ultima traccia, che insospettabilmente viene affidata alla voce di Morten Veland. Orfani inconsolabili di Ailyn, dobbiamo però ammettere che il ragazzo se la cava piuttosto bene nella trascinante, pacchianissima e splendida - proprio perchè pacchianissima - "Sirens of the Seven Seas". Bene così.Manca qualcosa? Certo, il brano 'intimo', il lento a cui in genere i Sirenia affidano l'ultima traccia: canzoni come "Sumerian Haze", "Glades of Summer", "The enigma of life" (anche se per questa canzone si parla di un album posteriore a questo). Sì, manca il lento, ma il resto c'è tutto!Voto 7,5/10The 13th floorTracklist1. The Path to Decay - 4:172. Lost in Life - 3:123. The Mind Maelstrom - 4:474. The Seventh Summer - 5:215. Beyond Life's Scenery - 4:336. The Lucid Door - 4:487. Led Astray - 4:358. Winterborn 77 - 5:339. Sirens of the Seven Seas - 5:11 Line-up:Ailyn - voceMorten Veland - voce, chitarre, tastiere, basso, programmazioneMichael S. Krumins - chitarra solistaJonathan A. Perez - batteriaDamien Surian, Mathieu Landry, Emmanuelle Zoldan, Sandrine Gouttebel & Emilie Lesbros – coroStephanie Valentin - violino