Ancora una volta l'Underground italiano, popolanto da talenti innati, ci propone l'ennesimo gioiello di power progressive metal: "Paradigma", un album suonato, prodotto e cantato in maniera magistrale dai suoi "padri", i Metatrone, band catanese di altissimo livello compositivo.
Ottima la prova dei musicisti che confermano il perfetto stato di salute del sottobosco musicale nostrano.
God Bless You!
Antonio Moliterni
[Prosegue]
Il Nuovo parto discografico dei Dragonforce targato 2012 che, a dispetto della prevedibilità, non mancherà di stupire chiunque, anche gli scettici che, come il sottoscritto,e rano pronti ad una stroncatura mozzafiato.
Ottimo e gradito ritorno per il combo multietnico che, in questo "The Power Within", estrae tutta l'artiglieria di famiglia che era esplosa nel micidiale elontano "Sonic Firestorm" per regalarci tanti minuti di ottimo e sano "extreme power metal". O, più semplicemente, un fottuto heavy metal di buona caratura.
Promossi.
Antonio Moliterni.
[Prosegue]
Dopo diversi anni sulle scene di mezzo mondo e con una lunga serie di concerti da 'tutto-esaurito', finalmente abbiamo la possibilità di apprezzare su disco le capacità degli inglesi Furyon, una delle più promettenti band di Heavy Hard Rock del Regno Unito: è 'Gravitas', pubblicato dalla Frontiers Records con una diffusione quanto mai worldwide, dal Giappone all'Europa al Nord America, con tanto di bonus-track a distribuzione 'geografica'. I Furyon si presentano come una band il cui scopo è accettare le sfide e superarle: ma è dal vivo che la qualità dei nostri emerge completamente, tanto da consacrarsi sul palco prima che su disco, grazie a un tour da tutto esaurito e un EP a celebrarlo.
E' dunque con "Gravitas" che i Furyon debuttano con un album in studio: sin dalle prime battute si può capire quanto le glorie raccolte on the stage siano meritate, e quanto l'autoproclama della band venga pienamente rispettato. Riff riusciti, potenza, qualità e tecnica si accompagnano perfettamente a melodie decisamente orecchiabili e piuttosto trascinanti, tra l'hard-rock, il grunge, il new-metal e il thrash, con qualche vena prog.Capitanati dalla greve e potentissima voce dalle mille sfaccettature di Matt Mitchell, la band si avvale di due validissimi chitarristi, Chris Green e Pat Heath, mentre la parte ritmica è supportata da Lee Farmery (batteria) e Alex Bowen (basso).
A dimostrare subito quanto detto ci pensa già la opener "Disappear Again", che riporta in auge un genere tanto fortunato quanto osteggiato, il new-metal, quanto per la successiva "Stand Like Stone". Non ci sono solo fiondate di rock a rapida consumazione, ma si trovano tracce di maggiore durata: è il caso di "Souvenirs", in cui sono disseminate tracce di progressive, soprattutto nella decadente 'reprise'. Apprezzabile anche l'acoustic bonus di questa traccia. La furia dei Fur...yon - nome non a caso, è evidentemente una sorta di dichiarazione, torna a scatenarsi in "Don't Follow", hard rock quasi thrash imperniata su un timbro di voce quasi settantiana. "New way of living" è una simpatica tirata che tra i vari cambi di tempo ci delizia con un tre minuti di assolo che, per usare un termine tecnico, si definisce "da paura". "Voodo Me" ne riprende la melodia ma non il ritmo, prende una piega decisamente Audioslave, cosa che tuttavia non permette alla traccia di raggiungere la sufficienza: sicuramente meglio nella versione acustica, bonus track dell'album
"Fear alone" avanza dolce e inquieta. Naturalmente è solo un piccolo compromesso prima dello scatenarsi della tempesta, che tra stridii purpleiani e riverberi Tool ci rivela una delle tracce più riuscite - e meno commerciali - dell'album. E quanto è bello e potente il ritornello di "Wasted on you", che arriva giusto giusto dopo una stroffa mezza sommessa e mezza squillante? O è meglio ancora dopo il devastante assolo? Ritmi più blandi, quasi da ballad, in "Peace Someday", un gradino sotto le altre ma sempre e comunque gradevole, soprattutto grazie alla "solita" prova vocale sopra le righe e al "solito" assolo monstre, tecnicamente ineccepibile ma anche melodicamente adatto. La cadenzata e roboante "Desert suicide" è l'inevitabile conclusione di questo ottimo album, che soddisfa a pieno le aspettative di chi già li conosceva, consistendo invece in una notevole sorpresa per chi non ne aveva mai sentito parlare.
Furyon, Gravitas (2012): Voto: 7,8
Band:
Matt Mitchell - Vocals
Chris Green - Guitars
Pat Heath - Guitars
Alex "Nickel" Bowen - Bass
Lee Farmery - Drums
Tracklist:
1. Disappear Again;
2. Stand Like Stone;
3. Souvenirs;
4. Don't Follow;
5. New Way of Living;
6. Voodoo Me;
7. Fear Alone;
8. Wasted on You;
9. Our Peace Someday;
10. Desert Suicide.
11. Voodoo Me (acoustic)*;
12. Souvenirs (acoustic)*;
Contacts:
www.furyon.net
ROCK N GROWL
promo@rockngrowl.com
www.rockngrowl.com
Il caro vecchio Metal.
Quello buono, quello con la M maiuscola.
Il Mike Paradine Group ci presenta questo "Death in the family", progetto solista di Mike Paradine, batterista degli Arctic Flame, che trasporta su disco il suo percorso personale: musicale ma non solo. C'è molto di intimo in questo album fondamentalmente "cattivo" ma non privo di momenti più marcatamente riflessivi e pacati. All'età di 13 anni gli viene diagnosticato un tumore alle ossa: la lotta contro la malattia è dura ed è costretto a subire l'amputazione di una gamba. Ciò non gli impedisce di diventare un batterista con tutti i crismi, quasi a voler sfidare il destino. Scrive anche un libro, "King of Toys", prima di consacrarsi come musicista com gli Arctic Flame, band USA di hard rock, purtroppo non conosciutissima.
E' dunque il metal d'annata, quello cattivo, come anticipato già dal titolo della traccia d'apertura, "Venom and Piss",con Richard Holmgrem alla voce. Chitarre che frullano e batteria che pesta, all'antica maniera e con estrema sapienza. Ma anche intelligenti cambi di tempo e piacevoli assoli. E' un album che parte alla grande, e che procede sulla stessa strada grazie a "Rise up from the grave", improvvisamente molto più power che thrash, anch'essa caratterizzata da coinvolgenti cambi di tempo e da melodie che, seppur violente, risultano quasi dolci. Il cambio di registro è nuovamente dietro l'angolo con "Monster's Ball", in cui fa la sua apparizione come vocalist Mike Paradine. Roba da Testament prima maniera, un gradino sotto le compagne però.
Turn on the sweet mode, ed ecco "On a Tuesday morning", accademica hard ballad tutta chitarre acustiche e assoli interpretata da Dave Manheim: ottima. Michael Clayton Moore si fa portavoce di "These are the days", e di quello che è crescere nel New Jersey verso la fine degli anni Settanta e inizio degli anni Ottanta. Stiamo declinando più verso l'hard rock, e lo conferma la successiva "Parasite", cover dei Kiss, e un ulteriore salto temporale in avanti si ha con la divertente e travolgente "Suzie with an Uzi", canzone in stile Guns 'n Roses in chiave punk. "Taste my fist", assaggia il mio pugno, riporta il tema della lotta contro la malattia vissuta da Mike. Uguale cattiveria in "Bow down the Queen", prima della lunga conclusione di "Dust", ballad trionfale cantata da Mike Paradine e incentrata sugli eventi dell'11 Settembre. Il finale chiude con una nota di intima malinconia.
Album che, ove più ove meno, risulta decisamente piacevole e orecchiabile, sicuramente ben suonato.
Voto: 7,5
Line-up:
Mike Paradine - Drums, Vocals (ArcticFlame, Balistik Kick)
Richard Holmgren – Vocals (Wolf)
Michael Clayton Moore - Vocals (ArcticFlame)
Jeff Scott – Bass (ArcticFlame)
Dave "Ghost" Manheim - Vocals, Guitars, Bass, Keyboard (Supernatiral, Society Killers)
Kilroy - Guitars
Tracklisting:
1. Venom and Piss 04:36
2. Rise Up from the Grave 03:44
3. Monster's Ball 05:54
4. On a Tuesday Morning (The John J Harvey) 03:59
5. These are the Days 06:28
6. Parasite 03:04
7. Suzie with an Uzi 04:24
8. Taste My Fist 06:01
9. Bow Down to the Queen 04:20
10. Dust 07:03
Label: Mike Paradine
Title: Death In The Family
Artist: Mike Paradine Group
Country: USA
Genre: Metal/Rock
Release date: 23 March 2012
Contatti:
www.mikeparadine.com
www.facebook.com/people/Mike-Paradine/609013359
www.mikeparadinegroup.bandcamp.com
www.myspace.com/mikeparadine
La scena Doom italiana ha visto fin dai lontani anni ’80 un fiorire di gruppi che nel corso dei decenni sono passati allo status di culto e leggenda: formazioni come Paul Chain con i suoi Violet Theater o gli stessi Death SS del periodo 1977 – 1984 (probabilmente all’origine di tutta la tenebrosa ondata che ne scaturì), Black Hole, Run After To, Zess, Requiem, The Black, Epitaph, Sacrilege, Arpia o Circus Nebula (questi ultimi in realtà più vicini a un Heavy-Thrash dalle tinte molto macabre), hanno dato vita a una vera e propria scena musicale che, ben lontana dal riproporre pedantemente stilemi importati dall’estero (l’influenza artistica di giganti come i Black Sabbath su tali progetti musicali fu in effetti quasi pari allo zero), era stata in grado di imporre nella penisola un modo tutto italiano di fare Doom, un approccio molto legato a contatti più o meno convinti con l’occulto e le sue forze misteriose, oltre che a luttuose riflessioni sul tema della morte, il tutto espresso in musica con un’attitudine mistica ed inquietante anche quando (nel caso di Requiem e The Black) tali riflessioni partivano da basi solidamente cristiane e non prettamente esoteriche (un fatto assolutamente naturale in un Paese come il nostro, che già nel 1969 poteva contare su uscite discografiche “maledette” come “Tardo Pede In Magiam Versus” dei misteriosi Jacula).
Fatta questa lunga premessa, aggiungerò che è risaputo come, a partire dagli anni ’90, tale scena sia gradatamente scomparsa e che il suono marcio eppure sempre sinistramente evocativo di quelle band seminali e misconosciute, mutato da pesanti infiltrazioni di un revival anni ’70 che contagiò anche altri generi, sia rimasto relegato (salvo rari casi come quello dei veterani The Black) in nastri e vinili polverosi, al limite oggetto di poche ristampe dedicate ai cultori più assatanati di quel Doom occulto e quasi dimenticato. Appassionati di tal fatta devono essere, probabilmente, anche i cinque membri di un’incredibile formazione romana contemporanea, gli Hands Of Orlac, ad oggi forse gli unici (escludendo gruppi come l’Impero Delle Ombre, per lo più dediti a un Progressive in parte ispirato al sound delle storiche Doom bands degli anni ‘80) a ripescare quelle sonorità con una perizia che potremmo definire addirittura filologica, pur se contaminate da ritmiche e giochi chitarristici che a tratti ricordano molto i Mercyful Fate, incanalandosi tuttavia in quel demoniaco filone da veri (pur se tardivi) protagonisti, senza scadere nel copiato o nella sterile riproposizione dei loro modelli ispiratori e introducendo anzi in un contesto tanto tradizionalista la novità della voce principale femminile e del flauto traverso. Formatisi nel 2009 e autori nel 2010 di un demo, “Vengeance From The Grave”, ben poco altro si sa di loro: in effetti i nomi autentici dei membri del gruppo sono celati da pseudonimi come “the Sorceress” (voce e flauto), “the Templar” (basso), “the Executioner” (chitarra), “the Puritan” (chitarra) e “the Clairvoyant” (batteria), come a voler creare un alone di mistero attorno alla band, sulle cui più serie intenzioni getta luce la scelta emblematica di rilasciare il loro debutto discografico ufficiale, “Hands Of Orlac” (uscito nel luglio del 2011 sotto l’egida della danese Horror Records), solamente in vinile.
Impossibile per noi stabilire se l’adesione dei cinque romani a scenari e tematiche legate all’esoterismo e alla negromanzia sia convinta e reale o solamente un discorso di facciata, ma la musica sprigionata dai solchi di questo debutto è tale da togliere il fiato: l’opener e title track “Hands Of Orlac” trova la strada aperta da una chitarra che è l’essenza stessa della malevolenza, mentre il riffone che irrompe di lì a poco (sensibilmente debitore dei Mercyful Fate) è pura estasi che accompagna l’ascoltatore per sentieri che non erano più battuti da oltre vent’anni a questa parte; un ritornello a dir poco mefistofelico, l’inserto del flauto e la buona prova della nostra strega, che evita le esagerazioni melodiche che tanto piacciono ai moderni per tessere invece, a tratti suadentemente, intriganti e malevole linee vocali, suggellando un capolavoro. Una chitarra acustica apre invece “Castle Of Blood”, dall’incedere più doomy, una passeggiata tra rovine insanguinate in cui i ritmi si fanno catacombali e l’atmosfera è funerea come non mai; tuttavia nel bel mezzo della processione le chitarre impazziscono e pare di partecipare a una macabra cavalcata sui corsieri della nera signora, ma presto la marcia riprende ancora, per esaurirsi infine nel canto di morte del flauto. Voci da un’altra dimensione, una chitarra acustica che scandisce le note più malinconiche che siano mai state concepite; gli appassionati la riconosceranno alle prime battute: una fantastica cover di “Demoniac City” dei leggendari Black Hole, con gli allievi che omaggiano i maestri consci della loro pesante eredità. Gli Hands Of Orlac però non sono solo dei freddi riesumatori di sonorità sepolte nella memoria, ma dimostrano di avere personalità da vendere sostituendo convincentemente l’organo della versione originale con un flauto altrettanto evocativo e inserendo qua e là varie armonizzazioni delle chitarre, graffianti e marce al punto giusto, mentre la voce interpreta alla grande il pezzo senza far rimpiangere assolutamente il grande Roberto “Robert Measles” Morbioli.
L’altra faccia del vinile si apre con l’intro “Into The Prison Of Sleep”, parte recitata e parte suonata, un breve assaggio di folk medievaleggiante che viene brutalmente spazzato dal riffone di “Vengeance From The Grave”, altro brano da capogiro che vede un’intensa prestazione da parte dei nostri e che alterna momenti più prettamente Heavy ad altri più delicati, come la brezza che a volte muove le foglie cadute sulle lastre marmoree delle tombe nei cimiteri: forte anche qui è un retrogusto molto vicino per certi aspetti a un Doom contaminato dai Mercyful Fate, ma la personalità e l’originalità dei cinque romani è evidente e palpabile. “Lucinda”, aperta dalle meste armonizzazioni delle due chitarre, parte invece più cadenzata, per poi esplodere in una bella cavalcata paurosamente anni ’80 al 100%, paurosamente in bilico tra i soliti danesi del Fato Misericordioso, i Pentagram, i Black Sabbath e Paul Chain: il suono, putrefatto come non mai, rende alla grande la decadenza delle melodie e ottima è l’interpretazione della strega tanto alla voce quanto al flauto. Ottimo anche l’esordio di “Witches Hammer”, ultima e forse la più sabbathiana tra le canzoni del platter: qui si respira piuttosto un vento marcio che soffia direttamente dalle catacombe più sotterranee degli anni ’70 (vaghi echi anche dei Lucifer’s Friend) e l’atmosfera è decisamente quella di un sabba, di una congrega di streghe impegnate in ripugnanti rituali e, perché no, in gigantesche orge con il demonio in persona.
“Hands Of Orlac” è in sostanza il disco che dimostra che il Doom italiano è ancora ben vivo e in grado di sferrare colpi micidiali: è un lavoro che si inserisce in una tradizione ormai quasi dimenticata riportandola in vita in tutta la sua putrescente e malevola aggressività. Il debutto dei nostri è senza ombra di dubbio una prova di alto livello, che non scade mai nel banale o nella sterile “archeologia” musicale e che piacerà soprattutto a quanti riescono a concepire che il Doom non è necessariamente fatto di note distorte a volumi altissimi e trascinate per ore intere ciascuna, ma è anche e soprattutto un’attitudine. Complimenti vivissimi quindi a questi cinque infernali giovanotti di Roma, che, con macabra allegria, hanno dimostrato ancora una volta che, quando si parla di musica ad alto livello, noi italiani non siamo secondi a nessuno.
VOTO AL DISCO: 9/10.
Dopo 4 anni spasmodici finalmente l'ultimo lavoro dei Meshuggah si abbatte dirompente sulle nostre regolari giornate.
Inutile ammettere la crescente perplessità sulla continuazione di innovazione ed evoluzione del sound Meshuggah. Dopo dei masterpieces come “Destroy Erase Improve”, “Nothing” e “Catch 33”, ma anche l'EP “I” e l'ultimo ormai penultimo “ObZen”, un “rilassamento” potevamo aspettarcelo(io per primo)... anche perché ormai il tecnicismo poliritmico meshuggahceo è un sound unico e inconfondibile, per quanto inspirato mai plagiato(non perché non ci abbiano provato, ma perché il solo pensiero spaventa), e felicemente posso dire che un riposo possono anche permetterselo no?
Koloss si presenta come il classico travolgente ed esplosivo album alla meshuggah, stilisticamente moolto vicino a “Nothing” o ad “ObZen”. Il sound a differenza del passato si fa molto più baritono e carnale, quasi oscuro. Posso anche evidenziare un calo nelle prestazioni del canto di Kidman, lo trovo anche plausibile, che in questo album si mostra moolto più acerbo e raspo. Ottime, come sempre, sono le partiture di batteria, Haake lo considero comunque uno dei batteristi più logici della storia. Minori sono le melodie in “chitarra onirica” che tanto mi hanno fatto amare “ObZen”, minore è anche la qualità e quantità del tipico tecnicismo meshuggahceo: questa volta infatti hanno scelto una strada meno intricata, limitandosi con il classico contorto ma aggravando l'impatto e la potenza dei riff in se(classico esempio “The Demon's Name Is Surveillance” o “Behind The Sun”). Ricordo che in “ObZen” la sola assimilazione di una canzone durava mesi!
Futile è la descrizione dei 10 brani. L'ascoltatore si troverà infatti ogni qual volta a sturarsi le orecchie o perlomeno a contare, contare e contare. Questo “contare” è infatti uno dei motivi per il quale vale la pena ascoltare l'album, si tratta normalmente di cadenze e pause(soprattutto per la batteria) che fanno di un “caparbio uditore” l'”uditore divertito e compiaciuto”. Durante tutto l'ascolto ho avuto modo di riconoscere e gustarmi piccole serie di numeri che per chi non piace essere imboccato riconoscerà sicuramente: partendo dalla “I Am Colossus” “1 1 1 1 2”, “The Demon's Name Is Surveillance” “3 6 9”, “Behind The Sun” “3 4” e “1 2 1 3”, “The Hurt That Finds You First” “1 1 2 1 1 3” e “1 2 1 3 1 2 1 4”. Insomma, l'esperimento “Pravus” di “Obzen” è stato ulteriormente approfondito ed ampliato.
Tra le più impressionanti e divertenti non posso non citare “Behind The Sun”, “The Hurt That Finds You First”, “Marrow” e “Swarm”. Mi deludono, principalmente per la ripetitività, “Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion” e “Do Not Look Down”.
Sottolineo in ultimo la lussureggiante “The Last Vigil”, probabilmente la canzone più seria e matura mai creata dai Meshuggah.
In conclusione vorrei criticare a mia volta i critici che in queste settimane danno per morta e assopita l'inventiva dei Meshuggah, senza aver tenuto conto che per un bel decennio ci hanno continuamente deliziato con strutture nuove e ritmi atipici. Koloss è, seppur un adagiamento nella linea storica del gruppo, un adagiamento di classe. E' scontato anche dire che qualsiasi album dei Meshuggah(compreso quest'ultimo) è di un tecnicismo illogico per cui la sola teoria vale anni, album massicci e soprattutto REDDITIZI!
Difronte a tutto ciò, inchinatevi!
VOTO: 8 e 1/2
Il metal nostrano oggi ci presenta una delle pochissime band veterane dello stivale. Parlo dei Disease, presenti ormai da un ventennio sulla scena metal italiana. The Stream of Disillusion è il loro ultimo lavoro datato 2011.
Ciò che colpisce di loro è nell'uso vario, anzi varissimo, di generi, strutture e arrangiamenti, nonché uno svariato utilizzo della voce e delle atmosfere. In effetti loro sono paragonabili a un piccolo forziere, in cui dentro c'è un po' tutto il metal del XX secolo: il tecnicismo degli Annihilator, la spensieratezza degli Iron Maiden, i riff alla Megadeth, le atmosfere alla Metallica o alla Coroner, il progressive dei primi Atheist, il basso dei vecchi Opeth, la voce growl dei Novembre, … Insomma qualcosa di davvero apprezzabile senza oltrepassare la linea del plagio. In questi casi si parla normalmente di “post thrash death technic hardcore ripost progressive futur grove jazz”, ma io ho la presunzione di etichettarla come “Extreme Progessive Metal”.
Le canzoni sono molto dinamiche e mutevoli(si può passare da un rullo growl a un arpeggio jazz in pochi secondi), non troppe ma giustamente corpose, senza spendere troppo tempo.
Sottolineo la bravura di tutta la band nel non avermi annoiato con il loro cangiare(cosa che invece mi hanno fatto venire molte altre band dello steso filone), tecnicismo ben analizzato e sporadiche atmosfere sublimi. Onore anche al cantante che riesce benissimo a spostarsi in diversi stili di canto e cadenze.
Le uniche imperfezioni fortunatamente sono nella stragrande maggioranza causate dai gusti personali dell'ascoltatore, per il contenuto è tutta roba buona. Per esempio a me non è piaciuta molto la distorsione in alcuni tratti della chitarra elettrica o il canto clean, ma ovviamente oltre ad essere gusti personali sono anche peli nell'uovo, robetta.
Concludo nel dire che quando una band ha l'esperienza e sa cosa vuol dire “stupire l'ascoltatore” piuttosto che “stupire se stessi” la produzione è logicamente matura, giusta e degna di stima. Continuate così.
VOTO: 8 e 1/2
Il ritorno assai gradito dei Twisted Tower Die che, in questo loro quinto album da studio, "Make It Dark", mostrano tutta la loro energia. Un'energia che sprizza metal, guitar solos al fulmicotone e riff assassini da ogni poro.
L'energia dello "US Metal" made in California.
Tra i più bei parti discografici del 2011.
Antonio Moliterni.
[Prosegue]
Il metal nostrano oggi ci presenta i Lost Dimension, giovine band italiana prog metal.
Ebbene sì, progressive metal, ma i modi per eseguirlo sono vari; i Lost Dimension sembrano infatti usciti da una macchina del tempo risalente a quei mistici anni che vanno dalla fine dell'80 a inizio 90. Stranamente in questo caso non si cerca l'esaltazione massiccia e virtuosistica del classico e infallibile marchio
[Prosegue]
Tra il 1969 ed il 1970, come tutti sanno, un vero e proprio terremoto musicale in seno alla scena Rock aveva portato a una rivoluzione che aveva visto esplodere da un lato una fiorente scena Progressive, dall’altro uno scoppiettante florilegio di gruppi che, interpretando le proprie istanze musicali più oltranziste, avevano dato vita all’Hard Rock. I Led Zeppelin, seguiti a ruota da Black Sabbath, Deep Purple e Uriah Heep, avevano scolpito il proprio nome nella storia della musica sconvolgendo quanto sino ad allora era stato il Rock ed aprendo la strada a ciò che sarebbe diventato di lì a poco il Metal. In questo fertile terreno di travolgenti novità poco ci mancò che un gruppo oltremodo valido ed innovatore passasse addirittura inosservato ed ignorato, una band gallese che con passione e dedizione avrebbe saputo dare un contributo decisivo alla definizione dei canoni del Rock più duro: i Budgie.
Formati a Cardiff nel 1967 dal bassista e cantante Burke Shelley, cui presto si affiancarono il chitarrista Tony Bourge e il batterista Ray Phillips, i nostri scelsero con molta autoironia (una caratteristica spesso assente in molte formazioni odierne, troppo impegnate a prendersi sul serio) di adottare un nome (i “pappagallini”) che contrastasse in maniera quanto più stridente con la proposta musicale alquanto pesante e incompromissoria di cui erano latori. Dopo qualche incertezza, in ogni caso, i nostri se ne uscirono nel 1971, quando ormai alcune pietre miliari dell’Hard Rock erano già state pubblicate, con l’omonimo debutto, un lavoro che, per quanto percepibilmente costituisse una sorta di commistione tra il suono pesantissimo e distorto dei Black Sabbath e la sfrontatezza e l’agilità di quello dei Led Zeppelin (riportati alla memoria anche dal cantato molto alto ed acuto di Shelley), riusciva in realtà a non rappresentare una semplice mediazione tra i due, ma a proporre qualcosa che, pur partendo da quelle basi, lasciava spazio a qualcosa di nuovo, all’espressione di una personalità musicale che andava già definendosi compiutamente.
In tale contesto l’opener stessa del disco non lascia adito a dubbi: “Guts”, una delle canzoni più celebri dei tre gallesi, da taluni considerata alla base del Doom moderno, rielabora in maniera molto personale gli stimoli offerti dai mostri dell’Hard Rock di quegli anni, andando a creare un brano che per l’epoca costituiva un vero e proprio calcio nelle orecchie, in cui il suono compatto e granitico dei Budgie sposa le ardite linee vocali di Shelley, sottilmente venate di una dolce malinconia che contrasta con le cupe distorsioni della chitarra, in un amalgama di cui senz’altro si sarebbe ricordato in futuro Paul Chain (il quale non a caso ha sempre menzionato i gallesi come una delle sue fonti d’ispirazione primarie). Il brevissimo e struggente pezzo acustico “Everything In My Heart” apre poi la strada alla bellissima “The Author”, la quale se in un primo tempo riprende le sonorità acustiche riverberate e il mood malinconico della traccia precedente, non esita poi a cambiare completamente registro e a lanciarsi in una feroce aggressione sonora sostenuta dalla possente chitarra di Bourge mentre Phillips si profonde in una prova batteristica incisiva per quanto la sua tecnica sia ancora in definizione e legata in parte alla via segnata da John Bonham (i miracoli si vedranno infatti già dal successivo disco, “Squawk”, dove i pedali e le bacchette del nostro andranno a ordire sorprendenti trame ritmiche). Un corposo giro di basso apre quindi la successiva “Nude Disintegrating Parachutist Woman” (i lunghi titoli delle canzoni andranno a costituire col tempo uno dei marchi di fabbrica dei nostri), un brano di incredibile solidità, una roccia sorretta nella parte iniziale da ritmiche squadrate che lasciano però spazio a pregevoli inserti di basso durante l’assolo, mentre nella parte centrale decolla una vera e propria cavalcata che vede anche la sfida tra la chitarra e la voce, qui impegnata quasi ad eseguire le parti di una seconda chitarra: l’effetto è fantastico e pare studiato apposta per essere eseguito durante un live, magari coinvolgendo anche il pubblico (una cosa del genere si può sentire anche in “Made In Japan” dei Deep Purple).
Che dire poi di un brano dello spessore di “Rape Of The Locks”? Non ci sono parole: dopo quasi un minuto di svisate chitarristiche parte qualcosa che in maniera sorprendente anticipa i Saxon di ben dieci anni: sembra un pezzo uscito da “Wheels Of Steel”, il riff principale è pura N.W.O.B.H.M. anticipata di un decennio, come le linee vocali e l’accelerazione impossibile della sezione ritmica che va a sostenere un assolo che oggi non esiteremmo a definire “al fulmicotone”! Più calma e quasi straniante è invece la successiva “All Night Patrol”, forse il brano più anticipatore del Doom di Paul Chain (ma pare simile anche a certe future costruzioni musicali degli anni ‘90 dei The Black di Mario Di Donato), pur se in realtà retto quasi interamente dal basso, che tiene in piedi l’intera struttura della canzone lasciando alla chitarra una funzione di mera rifinitura e di arricchimento quasi barocco degli spazi lasciati silenti dalla ritmica tramite pericolose e ardite evoluzioni. “You And I” è un altro breve (e forse un po’ patetico) intermezzo acustico che viene presto seguito dalla più che degna chiusura del disco, quella “Homicidal Suicidal” che costituisce senz’altro a parere di chi scrive uno degli assalti all’arma bianca più memorabili di tutto l’Hard Rock: il ritmo non è particolarmente sostenuto, ma l’ascoltatore non potrà che lascarsi travolgere dal sound spietato dispiegato dai Budgie, che mettono in campo una serie di riff potenti ma al contempo di facilissima presa e non ci sarà da stupirsi se dopo aver ascoltato la canzone anche una sola volta vi ritroverete a canticchiarla da soli per strada.
Un vero e proprio classico misconosciuto dell’Hard Rock degli anni ’70, questo “Budgie”: certo, nei successivi dischi lo stile del gruppo si affinerà ulteriormente, ma questo debutto targato 1971 presenta già le tracce di una personalità ben definita che non tarderà ad affermarsi e soprattutto contribuisce in maniera determinante, con la propria durezza e la propria asprezza sonora, a delineare le caratteristiche di quel genere che sarebbe poi stato canonizzato e codificato definitivamente dai Judas Priest. Tutti gli appassionati di Heavy Metal e soprattutto gli amanti della fase più arcaica e pionieristica di questa musica non si lascino sfuggire l’occasione di ascoltare un disco che, per quanto non celebre come i più blasonati “classici”, andrebbe di merito inserito tra le pietre miliari dell’Hard Rock.
VOTO AL DISCO: 10/10