Non piangere mai, lupo. E se tanto mi dà tanto, se il lupo è quello della copertina, semmai ha da piangere chi lo incontra. Con questa cover image decisamente aggressiva ci addentriamo nelle viscere di questo secondo lavoro della giovane band olandese dei Lord Volture, che propone delle sonorità decisamente hard, rinnovando i fasti della NWOBHM, con influenze thrash, power e speed.
La riprova ne è la traccia di apertura, la speeditissima 'Never Cry Wolf', che mette subito sul piatto le carte e le potenzialità della band: ritmica battente, parti di chitarra eclettiche e onnipresenti, assoli come se piovesse, il tutto a esaltare la voce meravigliosa di David Marcelis, al quale capiterà ben presto, all'ascoltatore, di affiancare senza timori reverenziali, a Blaze Bayley - e non a caso proprio a quest'ultimo hanno fatto da band di supporto.
Il lato più smaccatamente Iron emerge nell'epica "Taiga", in cui tutto è dannatamente perfetto, dalla lunga intro strumentale alle disperate urla finali di David. Sette minuti di puro piacere, che non si placano sulla successiva tiratissima "Wendigo", altra traccia chiave dell'album, timida nelle stroffe, devastante nei ritornelli, negli assoli e nel solito finale in cui la voce di Marcelis dà ancora straordinaria prova di sè.
Quasi due minuti strumentali aprono "Celestial bodies fall", più complessa ma tutto sommato meno coinvolgente delle precedenti. Cadiamo ache noi nell'incubo in "Korgon's Descent", parentesi power in cui veniamo letteralmente stesi dalla doppia cassa di Frank Wintermans, che ci fa dono di una decina di tempi e di interpretazioni diverse.
Spesso le cose più semplici risultano le migliori: ed ecco "Minutes to Madness", altra pietra miliare di "Never Cry Wolf", una batteria semplice semplice così semplice che ti chiedi: "Embè, che gli è successo?" Gli è successo che l'assolo di chitarra segue un tempo irregolare. C'era l'inganno. Uno splendido inganno. La traccia dura "solo" quattro minuti, e forse avrebbe più diritto di altre di accompagnarci ancora un po'.
Sicuramente più diritto di "Necro Nation", che anticipa nel titolo un vago sentore di genere death, sentore rispettato ma con esito poco convincente, se non fosse per la solita prova vocale monstre.
Una folla acclama il re, seguita da un inquietante interrogativo: 'Per quanto potrò ancora portare questo peso?'. "I am King", ottava traccia, che trae le sue origini da un ottimo lavoro ritmico (Simone Geurts al basso) che lascia le chitarre in standby, lasciando spazio al re perchè racconti la sua storia. Ritornello da 'heavy classico', ottimo l'intermezzo musicale con l'interminabile e azzecatissimo assolo (onore al merito Paul Marcelis e Leon Hermans). Purtroppo la storia del re non è felicissima dato che si rivela, alla fine, 'il re del nulla'.
Una delle caratteristiche della band sono le lunghe intro musicali, e la consolida in pieno "Into the Liar of a Lion", che vede la partecipazione di Sean Pack dei Page, altra voce decisamente ehm ... 'autoritaria'. E' con "Brother", però, che i Lord ci sorprendono: ovvero una ballad per chitarre - rigorosamente acustiche - e voce. Voce che dimostra di sapersi 'contenere' e incidere anche su registri decisamente più quieti.
No, non è vero. Si sente che il buon David non vedere l'ora di arrivare al ritornello per sfogarsi. Se qualcuno pensa di storcere il naso di fronte a questa parentesi lirico-riflessiva, ci pensi due volte prima di farlo. Per quel che mi concerne, questo breve stacco è più che promosso. Sta all'album come "A Past and Future Secret" sta a "Imaginations from the other side" dei Blind Guardian.
L'ululato dei lupi ci riporta al protagonista dell'album: il lupo è alla porta, ci racconta "The Wolf at your Door", l'ultima epica tirata dell'album, che rientra nei canoni classici dell'heavy stile Iron, genere nel quale il nostro Signor Volturo sembra trarre migliore agio e darci maggiore appagamento.
Album assolutamente apprezzabile e consigliato, promosso sotto tutti gli aspetti.
A voler trovare qualche pecca, ma proprio per voler fare i pignoli, le background vocals in certi punti si potrebbero migliorare, e talune canzoni potrebbero durare qualcosina di meno. Per il resto, c'è da godere...
Lord Volture - Never Cry Wolf
Release: 11 November 2011
Voto: 7,8
Tracklist:
1 Never Cry Wolf2 Taiga3 Wendigo4 Celestial Bodies Fall5 Korgon's Descent6 Minutes to Madness7 Necro Nation8 I am King9 Into the Lair of a Lion10 Brother11 The Wolf at your Door
Line-up:
David Marcelis - vocalsPaul Marcelis - guitarsLeon Hermans - guitarsSimone Geurts - bassFrank Wintermans - drums
http://www.lordvolture.comwww.myspace.com/lordvolture
Tanto per cominciare dai fondamentali, e intenderci fin dall'inizio: i Daisy Chains spaccano di brutto! E potrebbe sembrare già tanto, ma non credo che questo basti a descrivere il contenuto di questo piccolo capolavoro. Lo so, lo so, le parole sono portatrici di significati, a volte importanti, e andrebbero pesate con cura invece di sprecarle come fanno certi parolai e procacciatori di tendenze, ma stavolta mi viene davvero difficile non usare aggettivi pesanti. E mi sento pure in dovere di ringraziare 'sti ragazzi per avermi regalato la colonna sonora che stavo cercando per il film che sto vivendo. Punto. E accapo.
Le canzoni che compongono questo secondo lavoro dei Daisy Chains si piantano nel cervello che è una bellezza, e ti lasciano con una piacevole sensazione di già sentito...Si, avete letto bene, ho scritto piacevole! Non sto infatti parlando del noiosissimo ripetersi di stilemi e sensazioni...tuttaltrastoria! Mi spiego: la prima volta che metti il disco sul piatto te ne esci con un “non male”. Dopo il secondo o terzo ascolto ti ritrovi a cantarne le canzoni, ma non riesci a ricordarti dove le hai ascoltate. Poi l'illuminazione, rimetti il cd sul piatto, riconosci i pezzi...ed è proprio quel disco anonimo entrato nel lettore da appena una settimana, ma che ti sembra di aver ascoltato da sempre...è la sensazione di già sentito (piacevole, per l'appunto) che solo i classici riescono a lasciarmi. Capolavoro, classico...starò esagerando?
Qualunque cosa sia, il piatto che vi sto consigliando è gradevole e appagante, presentandosi con un mix riuscitissimo di tutto il meglio che il post-punk e la new wave sono riusciti a tirare fuori da trent'anni a questa parte (che resti tra noi: ho scoperto di amare veramente questi generi solo dopo aver ascoltato A Story Has No Beginning Or End). Il riferimento più ovvio che potete scovare sono gli Smiths, ma anche Joy Division, Velvet Underground, The Dream Syndicate, e The Clash figurano tra gli ingredienti che hanno contribuito alla buona riuscita della ricetta. Un mix da rompere il fiato! E comunque non fatevi ingannare dai nomi citati, è solo un modo che i critici usano per dare dei punti di riferimento al lettore...e per dare fiato al palato! Quel che andrebbe detto, per rendere realmente giustizia all'opera, è che i Daisy Chains sono i Daisy Chains, e che sanno fare il loro lavoro (scrivere musica eccitante ed originale, e suonarla da dio) alla grande! Niente di più e niente di meno. E direi che è già tantissimo, e quanto basta per considerarli una delle migliori band del panorama indie rock italiano-e-non-solo!
I nostri cari amici bergamasco-leccesi hanno gentilmente preso in prestito (senza chiedere il permesso, per ovvie ragioni che capirete da soli) il titolo dell'album dal libro di Graham Green “The End Of The Affair”. Che, se avessi letto, mi sarebbe tornato utile per azzardare collegamenti tra il suo testo e le liriche di questo cd. Ma tant'è! Rimedierò, e intanto ringrazio i ragazzi per avere suscitato il mio interesse. Ma ora proviamo a parlare di musica.
Si parte con Arrogance, a detta della stessa band la canzone più smithsiana del lotto. Che aggiungere? Forse che il buon vecchio Morrisey, se la ascoltasse, penserebbe certamente di aver fatto bene il suo lavoro. E magari sarebbe anche un po' invidioso di allievi così ispirati e originali.
Si continua con The End Of The Affair (il titolo della novella di Greene), che trascina immediatamente al punto focale del disco con una riuscitissima atmosfera punk-wave figlia di Clash, Adverts e The Dream Syndicate. Una bomba intelligente, niente di meno, e vorresti che le facessero tutte così!
One For Me prosegue le danze che meglio non si poteva: ritmo e chitarre clashiane che fanno da contorno ad atmosfere della migliore new wave, ed un ritornello spensierato (e tritacervello) che non ti aspetti. E come se non bastasse tutto ciò a fare di One For Me uno dei migliori pezzi ascoltati ultimamente, i nostri riescono pure ad accostarci un piccolo bridge reggae-punk (i Clash sono dietro l'angolo, ad ammirare estasiati) senza che questo risulti fuoriluogo. Ci vuole talento per fare cose del genere!
So Fast è un pezzaccio punk con chitarre a-la Mick Jones, e un altro riuscitissimo mix tra l'irruenza dei primi Clash e le melodie degli Smiths. Difficile resistervi, tant'è che riesce ad entrare in heavy rotation tra i neuroni da subito e a diventare un classico in pochi giri di boa.
Don Juan Aux Enfers è una bellissima ballata Indie-Punk tra The Dream Syndicate e Dirty Pretty Things. Con una prestazione vocale perfetta. Da brividi lungo la schiena!
Con Much Better si vira su terreni più pop (in senso smithsiano), mai così calpestati come in questo caso. Ed è una goduria per le orecchie, coccolate da una dolce melodia disegnata dalla chitarra acustica e piacevolmente disturbate da una chitarra distorta e riverberata a fare da contorno inaspettato. Una gemma!
Happy Instead suona come se Morrisey e soci fossero stati improvvisamente colti da una scarica di adrenalina e avessero deciso di alzare i volumi e coprire le melodie di distorsioni e staffilate punk. Quel ritornello melodico e urlato andrebbe inserito in un ipotetico manuale su come scrivere la perfetta canzone pop-punk!
The Time That We're Wasting è dark quanto basta, urgente e rabbiosa, e condita da una melodia che sa essere contagiosa senza essere ruffiana...cosa chiedere di più ad una canzone post-punk-new-wave? Ve lo dico io: niente!
She's Going è un pezzo formidabile. Una introduzione sussurrata, dai toni quasi ambient-wave, si tuffa nel giro di boa in un bel pezzone post-punk dalla melodia irresistibile: con quelle chitarre sparate a velocità folli (Mick Jones ne sarebbe fiero!) e quella voce rabbiosa è difficile non opporre un pogo scatenato.
Il disco si chiude con Visions of Madness, un classico pezzo new-wave dagli echi smithsiani (anche nel senso di Robert), che rallenta il passo e fa riposare le membra e le ossa, chiudendo degnamente un disco con le palle! Be', in realtà c'è qualcos'altro, ma lascio volentieri a voi il piacere della scoperta.
Il tutto è suonato con una passione, un trasporto e una rabbia da fare invidia a molte band più blasonate, e le prestazioni dei vari musicisti sono decisamente sopra la media. Il livello di scrittura dei pezzi è veramente alto, e rimane davvero difficile farsi annoiare da un disco così! Grandi! Un grazie enorme alla "Rocket Man Records" per aver creduto nella band ed aver contribuito alla release di uno dei migliori rock album del 2011 (IL migliore?)!
Voto: 8,5
Tracklist:
Arrogance
The End Of The Affair
One For Me
So Fast
Don Juan Aux Enfers
Much Better
Happy Instead
The Time That We're Wasting
She's Going
Visions Of Madness
I Daisy Chains sono:
Carlo M. Pinchetti (voce e chitarra)
Andrea Melesi (batteria e cori)
Davide Tasso Tassetti (chitarra)
Giovanni Corvo Melesi (basso)
www.daisychains.net
www.myspace.com/daisychainsband
Label: Rocket Man Records – www.rocketmanrecords.com
Spider Rock Promotion:Riceviamo e pubblichiamoGli Evergaze Eternity rendono disponibile in streaming un brano estratto dal loro imminente debut album "Uninvolved", in uscita digitale per Spider Rock Promotion il prossimo 16 settembre.Si tratta della cover del brano "Live To Tell" di Madonna, che potete ascoltare all'indirizzo http://www.spiderrockpromotion.it/evergaze-eternity/evergaze-eternity-uninvolved-live-to-tell-madonna-cover-player.Il disco è stato prodotto da Marco Ribecai (Eldritch/Node) ai Syncropain Studios e mixato ai Mastering Room AB da Goran Finnberg. Include dieci brani dalle coordinate vicine ad un gothic metal interpretato in chiave molto personale, con influenze che spaziano dal doom all’alternative rock, all’elettronica.Contiene una straordinaria performance da parte di Terence Holler (Eldritch) sul brano 'In Vain' e una meravigliosa cover version di 'Live To Tell' di Madonna.Questi i crediti di 'Uninvolved':Valeria Salerno [Lead and Backing Vocals]Giovanni Ferranti [Synthesizers/FX/Programming]All Music written by Giovanni FerrantiAll Music arranged by Evergaze Eternity and Marco RibecaiAll Lyrics by Valeria Salerno except 'In Vain' and 'The Hive' by Giovanni FerrantiAll guitars and Bass (except 'Memories') played by Marco RibecaiDrums and percussions played by Dave SimeoneBass on 'Memories' played by Lorenzo CarpitaAdditional FX and programming by Marco RibecaiProduced by Marco Ribecai at Syncropain Studio in Ghezzano (Pisa)Mastered by Goran Finnberg at Mastering Room AB in Göteborg (Sweden)
SG Records:Riceviamo e pubblichiamoGuido Campiglio è lieti di annunciare di essere entrato tra gli endorser Esseti Picks. La Esseti Picks di Steve Tommasi realizza plettri per chitarra e basso completamente a mano, e vede tra i propri artisti endorser i più famosi chitarristi italiani.Questa notizia accompagna il lancio del nuovo disco "Rumble In The Jungle", in uscita domani 2 settembre."Rumble In The Jungle" è un caleidoscopio di stili, con inserti elettronici, riff graffianti ed un'attitudine decisamente rock con un'occhio ben saldo sulla fluibilità generale del lavoro. Una soluzione musicale particolare ed un'evoluzione dello stile musicale dello shredder bergamasco.Link alla notizia sul sito SG Records:http://www.sgrecords.it/it/news/61-guido-campiglio/159-guido-campiglio-disco-in-uscita-ed-endorsement-esseti-picks
Extreme Agency:Riceviamo e pubblichiamoComunichiamo gli orari di esibizione delle band per il concerto di BETWEEN THE BURIED AND ME che si terrà Martedì 06 Settembre al Circolo degli Artisti (Via Casilina Vecchia, 42 Roma, Euro 15,00) APERTURA PORTE 19:50 INGRAVED 20:00 – 20.30 BACKJUMPER 20:40 - 21:10 DOYLE 21:30 – 22:00 ANIMAL AS LEADERS 22:20 – 22:50 BETWEEN THE BURIED AND ME 23:10 – 00:10 SI RACCOMANDA LA PREVENDITA SU WWW.GREENTICKET.IT Come per ogni concerto la Extreme Agency mette a disposizione 2 biglietti, i fortunati vincitori verranno estratti tra tutti coloro che scriveranno alla mail info@extremeagency.org mettendo come oggetto B.T.B.A.M. e scrivendo il proprio nome e cognome. I vincitori verranno avvisati via mail.Continua laPromozione Speciale per il Concerto.Tutti coloro che entreranno entro le ore 20,00 avranno diritto ad entrare con uno sconto del 50% in un prossimo concerto Extreme Agency a scelta, tra tutti i prossimi eventi in arrivo, ricevendo in cassa un biglietto speciale. Per saperne di più, conoscere gli eventi basta andare sul sito www.extremeagency.org o sul nuovo space dell’Agenzia www.myspace.com/extremeagency . Chi è già in possesso di tale biglietto, ha l’ingresso garantito per un ora dopo l’apertura della cassa
Misteria:E' disponibile su iTunes http://itunes.apple.com/it/album/keys-of-eternity/id461794644 il nuovo album Keys Of Eternity.Questa la ong-list: 1. Perigenia2. Voice of the Heart3. Naibi4. Lullaby for Simone5. Teslina Sonata6. Frozen Keys7. Coming Back8. One Day in Heaven9. Song Without Words10. Memory11. Nocturne in Em
Spider Rock Promotion:Riceviamo e pubblichiamoPossiamo finalmente rendere pubblico il nuovo accordo procurato da Spider Rock Promotion agli Stick It Out, che entrano ufficialmente nel roster di Valery Records grazie alle mediazioni della nostra associazione.L'etichetta milanese si occuperà della release del secondo album della glam rock band romana, intitolato Today’s Dump, la cui uscita è prevista per la fine dell’anno e sarà seguita da un tour promozionale a partire da gennaio 2012.GWAR:Il frontman della band Oderus Urungus è stato confermanto nel cast di Holliston la prima serie di FearNet.Oderus Urungus lavorerà al fianco del cantante dei Twisted Sister Dee Snider insieme a star quali Adam Green e Joe Lynch.Queste le parole di Oderus Urungus:"I am pleased beyond belief that the human race, and FEARnet, has finally recognized my acting ability and hired me as the star of Holliston," said Oderus, apparently unaware that he is playing a supporting role. "With Dee Snider on the cast, it's essential to have somebody that brings class to the proceedings...that class is me."
Eye Carver:Riceviamo e pubblichiamoAd oltre 6 anni di distanza dall'ultima apparizione live la creatura di Douglas Peace è pronta a tornare. Lo farà con alcune selezionatissime date in Europa per festeggiare i 30 anni dalla formazione: era infatti il 1981 quando la leggenda inglese Death In June mosse i primi passi, diventando la band seminale del Neo Folk.Il silenzio si è rotto. Death In June sono tornati.Ad accompagnarli nella data del 28 ottobre al Carlito's Way di Retorbido (PV) ci sarà Fire + Ice, il progetto di Ian Read dei Sol Invictus, ed il neofolk di Vurgart.Un evento unico.Ecco i dettagli:DEATH IN JUNEFire + IceVurgartVenerdì 28 OttobreCarlito's Way - Retorbido (PV)SOLO 400 biglietti disponibili. Club show.Ingresso: 25euro
Absynth Aura:La band ha pubblicato la track list del loro nuovo capitolo discografico.Unbreakable sarà disponibile il 21 di settembre tramite ogic(il)logic RecordsTracklist “Unbreakable”:1. Believe Me2. Desert Flower3. That's Why You Die4. Smile5. Understand My Fight6. Looking For The One7. Life8. The Fire In My Eyes9. Will Is Power10. Unbreakable11. ZombieAbsynth Aura sono:Claudia "Klod" Saponi, vocals, keyboardsMichele "Dr.Viossy" Vioni (Mr.Pig - Killing Touch), guitarsGiorgio "JT" Terenziani (Mr.Pig - Killing Touch - Angels & Demons), bassoMarco "Mark" Renzi, drums
Dark Funeral:La black metal band svedese terrà uno show esclusivo al SoundDock 14, Zurigo Svizzera.Megadeth:La storica thrash metal band america pubblicherà il nuovo capitolo discografico, intitolato Th1rten, il 01/11/2011.Forbidden:Tramite il link potrete vedere il nuovissimo video dei Forbidden intitolato Omega Wave. http://www.youtube.com/watch?v=55kcHXV5FhE&feature=player_embeddedWolves In The Throne Room:Gli americani, in collaborazione con NPR.org, hanno pubblicato la nuovissima Woddland Cathedral. http://www.npr.org/blogs/allsongs/2011/08/09/139148014/wolves-in-the-throne-room-a-room-filling-processionalIl prossimo capitolo discografico dei Wolves In The Throne Room sarà pubblicato dalla Southern Lord Records e sarà intitolato Celestial Lineage.Goathwhore:La band della Luisiana ha pubblicato il primo, di una serie di video, che la vede impegnata nella registrazione del nuovo capitolo discografico.I Goatwhore hanno deciso di registrare il nuovissimo album di studio nei Mana Records di Erik Rutan frontman degli Hate Eternal.http://www.youtube.com/watch?v=qN2P6EYwuRE&feature=player_embedded#at=36Deep Purple:Jon Lord ha annunciato che sta combattendo la sua personalissima battaglia contro il cancro.Queste le sue parole:"I would like all my friends, followers, fans and fellow travelers to know that I am fighting cancer and will therefore be taking a break from performing while getting the treatment and cure.I shall of course be continuing to write music – in my world it just has to be part of the therapy – and I fully expect to be back in good shape next year.God bless and see you soon"
"Closer". "Più vicino".
La drammatica profezia del maledetto, sofferente, lacerato Ian Curtis. Una profezia mortuaria, come la tomba in copertina testimonia chiaramente.
Una profezia avveratasi alla vigilia della pubblicazione del disco - era il 1980 -, il secondo della band di Macclesfield, periferia industriale di Manchester, uno dei centri evolutivi della scena post-punk inglese, quella, per inciso, ritratta ammirevolmente nel film "24 Hour Party people", i cui protagonisti, manco a dirlo, sono i protagonisti di quella viscerale evoluzione, nessun altri che i Joy Division, ed i loro successori, ormai privati di chi aveva cantato pezzi memorabili quali "Love will Tear us Apart", "New Dawn Fades", "Disorder", "Shes's Lost Control" and many more, di cui alcuni qui di seguito presentati.
Morte, per impiccagione, materializzatasi alla vigilia del primo tour americano della band, il tour della consacrazione - ma forse la morte stessa di Curtis ha fatto di meglio, trasportando il povero ragazzo, all'epoca ventitreenne, e la band tutta, dai territori della consacrazione direttamente a quelli della leggenda.
"Atrocity Exhibition", "Passover": pezzi che non hanno bisogno di altra presentazione che il loro crudo, devastante (o meglio devastato?) titolo. Pezzi che scorrono torbidi, senza presa, graffianti eppure banali, semplicemente insopportabili nel loro ossessivo martellare e parlare con una voce sfatta, lurida, grigia e drogata, con una batteria ed una psicoticità fuori dalla norma.
L'epilessia fotosensibile di Curtis diventa ancora più marcata in "Isolation", sfiorando l'inascoltabilità, caratteristica ripresa più tardi dall'onirica, grigia, decrepita, spaccicata sull'asfalto e ormai peggio che morta "Heart and Soul", purgatorio in due cuffie e purtroppo nell'ultima parte di vita del vecchio giovane Curtis.
"Colony" prosegue sulla stessa falsariga, ma a questo punto, per non rischiare di dare una corda ben insaponata da metterci al collo anche a noi, il quartetto ha pensato bene di fornirci qualcosa che, sebbene possa considerarsi come la colonna sonora per un suicidio di massa, "A Means to an End", diventa improvisamente più sopportabile, aprendo la strada, via la già citata "Heart and Soul", al terzetto finale che io azzarderei essere, forse, composto da tre delle più belle canzoni degli ultimi sessant'anni. "Twenty-Four Hours", fobica, buia come un tram per le strade colme di semi-vita notturna di una paranoica città inglese, in cui il veloce basso la fa da padrone, un incubo ad occhi aperti che si perpetua in ore notturne in cui dovresti dormire, cosa che proprio non riesci a fare se ti entra quel basso nel cervello...
"The Eternal", pezzo che per troppo amore accosterei addirittura alla produzione - la quale non c'entra assolutamente nulla, se non altro per ovvie ragioni temporali - di gente che adoro come Nick Cave e Fields of the Nephilim, marcia forzata verso una fine ingloriosa: <<Procession moves on, the shouting is over. Raise to the glory of loved ones now gone.>> Incedere lento, voce da quarantenne e buio ormai sempre più fitto, lentamente, dolcemente... Qualcuno avrebbe detto che <<toglie il dolore dagli occhi.>>
"Decades", poi, maestosa, nella sua tranquilla, definitiva constatazione che non c'è aiuto, non c'è tregua, ma solo dolore, spesso invisibile e, lui sì, tutt'altro che maestoso, prosegue curiosamente su una stridente tastiera, chiude gli inni.
Dopo tutta quest'acqua sporca, Ian, ascoltato un disco di Iggy Pop, e guardando uno strano film con una gallina che corre imprigionata su un LP che gira, "La Ballata di Stroszek" di Werner Herzog, si suicida, in casa dell'ex compagna, sposata a 19 anni, tradita e bistrattata.
Gli auguro sinceramente di aver trovato la pace, da qualche parte, anche se ne dubito, poiché i sentimenti restano vivi per sempre.
<<Ecco i giovani, il fardello sulle loro spalle.
Dove sono stati, dove sono stati?
Allo stremo, abbiamo bussato alle porte più buie e ci siamo entrati.
Dietro le scene che si ripetevano
ci siamo visti come non avevamo mai fatto:
il ritratto del trauma e della degenerazione.
I tormenti che abbiamo patito
e di cui mai ci siamo liberati
ogni rituale ci ha mostrato una porta,
prima aperta, poi socchiusa, poi sbattutaci in faccia.>>
Ian Curtis, "Decades", 1980.
E dopo "Dopoguerra" mai mi sarei aspettato un capolavoro del genere, lo giuro.
Le atmosfere wave anni ottanta, in "Just in Case We Never Meet Again" sono esasperate all'inverosimile, ma rendono il lavoro tremendamente e dannatamente godibile.
Come definire il sound dei Klimt 1918 del 2008? Etereo? Impalpabile? Forse... so solo che nella loro musica le sfumature che è possibile cogliere sono davvero infinite e che la mente dell'ascoltatore viene trascinata in un vortice di melodia e note dal quale è impossibile venirne fuori.
"Ghost Of A Tape Listener" vale il disco, da sola. Da sola lei trasuda colori variopinti dai quali l'immaginazione dell'essere umano è ammaliata. Composizioni intrise di malinconia, luminosità, vibrazioni adrenaliniche e quel sottile retrogusto per il pop e la wave anni ottanta tanto debitrice ai primi U2 ai quali, forse, oggi i Klimt 1918 porrebbero insegnare davvero come scrivere ottima musica.
Ecco: ottima musica, e nient'altro. Perché "The Graduate" è un'ottima rock song (la mia preferita) così delicata, così eterea, così melodica...... meravigliosa. Perché in ogni song c'è quel crescendo di sferzate sonore che spiazzano l'ascoltatore ma non lo deludono, anzi, lo invogliano a continuare il viaggio intrapreso, un viaggio nei meandri della musica dei Klimt, di "Just in Case We Never Meet Again", laddove si incontrano brani come "Just An Interlude Your Life" dalle atmosfere sbarazzine o, ancora, "Love Is The Oldest Fear" così melodica e così drammatica.
Di fronte ad una tale opera anche gli schemi mentali più rigidi non possono che cedere perché queta è arte allo stato più puro del termine e "Just In Case We'll Never Meet Again" lo dimostra a tutti gli effetti, con le sue sperimentazioni tra le sue atmosfere rock.
Basta. Credo di aver detto tutto e non vorrei dilungarmi troppo perché ho paura davverod i scrivere o dire sciocchezze e da una recensione potrebbe nascere un polpettone di parole che, alla fine, disorientano solo il lettore.
Il mio consiglio è uno solo: acquistare il disco a scatola chiusa, perché i Klimt 1918 di strada, da "Undressed Momento" ne hanno fatta. Perché, se "Dopoguerra" era un must, "Just in Case We Never Meet Again" è la musica. E, quando dico musica, intendo musica a 360°, forse uno dei dischi più belli che questo 2008 ci abbia regalato.
Intramontabile......
VOTO: 9.0
"Segui il rumore", Follow the noise!, è questo l'invito della giovane band romana dei Physical Noise, nata nel 2006 con bellicosi intenti hard / heavy, che si realizzano oggi nel primo mini album di quattro tracce, intitolato appunto "Follow The Noise!"
Va subito detto che la registrazione è stata eseguita in sede LIVE, il che dimostra un bel fegato e soprattutto una notevole coscienza dei propri mezzi. E del resto, ascoltando l'album, la pulizia e il mixaggio dei suoni non risentono della scelta, aldilà di qualche piccolissima, e più che comprensibile, imperfezione.
La traccia di apertura è "Scare my Demons", che è anche la opener di tutti i concerti dei Physical Noise: in questa più che nelle altre canzoni è chiara l'influenza dell'hard rock anni settanta - i Sabbath di "Paranoid" - e del British Heavy Metal di inizio anni 80 - gli Iron di "Prowler", riconoscibili anche nell'assolo.
"The Southern Cross" si annuncia con una linea di batteria diritta e liscia, che prepara il terreno a una distorsione aperta e a un'ottima linea vocale che, per essere live e quindi presumibilmente senza l'ausilio di particolari effetti, fornisce una prova notevole, anche quando si alza di tono. Molto convincente anche la parte centrale con il relativo solo.
Il ritmo incalzante, sostenuto da una sempre cristallina sezione basso-batteria, è ciò che contraddistingue l'hard rock dei Physical Noise. E' anche il tratto distintivo di "Dream of a Fullmoon Night", in cui si affaccia prepotente lo sfogo della doppia cassa, anche se va detto che il resto della traccia lascia presagire che anche i metallari hanno un cuore!
E dopo tanto "noise" (ma di quello buono) eccoci al conclusivo 'lentazzo', "Here I Am", che in realtà è un finto lento, visto che ci concede un change abbastanza tirato, utilissimo per spezzare ritmi da power ballad tipicamente anni 80, in cui spiccano le chitarre acustiche, con una distorsione solo accennata nel ritornello, in cui la voce è peraltro ben supportata da seconde voci. In questa traccia fa la sua comparsa anche il pianoforte, una variabile azzeccata anche se la linea melodica dello strumento è un po' ripetitiva.
Decisamente un lavoro interessante per una band all'esordio in quanto a registrazione: e sicuramente un punto in più per la registrazione "on the stage". I Physical Noise sono Luca Fizzarotti, voce e frontman, Antony Meloni, chitarra ritmica e vero motivatore della band (quello che li mette in riga!), Andrea Colle, chitarra solista e trascinatore in fase live, oltre che compositore, Giulio Casagrande alla batteria, il picchiatamburi, mentre al basso c'è una nuova Noiser, la "piccola" ma aggueritissima Erica Berton.
Decisamente accattivante l'artwork: la Luna, elemento ricorrente in quasi tutte le canzoni, completata dal logo 'tribale' della band.
Info e contatti: physical.noise@yahoo.ithttp://www.myspace.com/physicalnoise
FOLLOW THE NOISE! (2011)
Tracklist:1. Scare My Demons2. The Southern Cross3. Dream of a Fullmoon Night4. Here I Am (H.I.A.)
Line-up:Luca Fizzarotti alla voceAntony Meloni alla chitarra ritmicaAndrea Colle alla chitarra solistaGiulio Casagrande alla batteria e la nuova Noiser: Erica Berton al basso
"The good old days are back", sono tornati i bei tempi, viene da esclamare ascoltando questo nuovo EP dei Pharaoh. Per l'esattezza i "bei tempi" sono quelli degli albori della NWOBHM, un impronunciabile acronimo che sta per "New Wave of British Heavy Metal" e si attesta tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80, identificando la rigogliosa scena musicale dell'Heavy Metal britannico - la 'nuova ondata', appunto - di bands che hanno ridefinito il genere, a partire naturalmente dagli Iron Maiden.
E c'è sicuramente molto dei Maiden in questo lavoro dei Pharaoh, che non sono proprio dei debuttanti: la loro storia inizia infatti quasi 15 anni fa (nel 1997) a Filadelfia, e il loro esordio in campo di registrazione è proprio un tribute album agli Iron. Reclutati nel 2002 dalla casa discografica italiana Cruz del Sur Music, pubblicano il loro primo album "After The Fire" nel 2003, seguito nel 2006 da "The Longest Night" e nel 2008 da "Be gone".
A tre anni di distanza, con la stessa etichetta arriva questo EP, "Ten Years", che propone sei tracce: due inedite, due pubblicate in precedenza soltanto come bonus tracks, due cover.
"Ten Years", la traccia di apertura nonchè titletrack, è quello che si dice un ottimo inizio. Subito assolo a due con doppia cassa a sostegno, tanto per porgere il biglietto da visita. Splendida la voce roca e potente di Tim Aymar, che interpreta a perfezione il suo ruolo di trascinatore, che si rivela preziosa anche nella linea più melodica del ritornello in levare. L'assolo, sottolineato da una doppia cassa che non riesce più a tenersi, si può tranquillamente candidare per il prossimo episodio di Guitar Hero.
"When we fly" si annuncia più tranquilla, ma è solo un'impressione: ben presto si viene risucchiati nella spirale di viulenza dettata da una batteria sempre aggressiva - e pulitissima - e dalle chitarre del bravissimo Matt Johnsen (Fool’s Game e Dawnbringer) che si occupa sia delle parti ritmiche che di quelle soliste (e poi però vogliamo vederlo in concerto!)
Ed ecco la prima cover, "White Light", che si fa annunciare da suoni quasi psichedelici, e si rivela fedele ma più 'cattiva' dell'originale dei New Model Army. Basata su un lavoro ritmico notevole della batteria, dietro la quale si schiera Chris Black, già presente nei Dawnbringer, Superchrist, High Spirits, ex-Nachtmystium, e che si apre nel refrain "Out in the sun, out in the wind - I'm nearly ready now to come back again". La performance vocale di Aymar è qui eccelsa, visto che riesce a prodursi in parti melodiche molto delicate e un ritornello in cui può sfogare la propria potenza.
"Reflections and the Inevitable Future" si apre con un trionfo di chitarre: costruita perfettamente, è una cavalcata che perde qualcosa in fatto di orecchiabilità, recuperando nello "special" con il solito ottimo lavoro corale - onore e gloria anche per il bassista Chris Kerns.
Ed ecco alla traccia più lunga (relativamente, supera di poco i 5 minuti) "Nothing I can Say", in cui si segnala un drumwork elaboratissimo, che permette di intravedere gli intenti progressive della band. Prestazione sopra le righe di Aymar, il quale in questo brano ricorda tanto, tantissimo, niente meno che il buon Matthew Sanders, meglio conosciuto come M.Shadows, il vocalist degli Avenged Sevenfold. Molti storceranno il naso a questo nome, ma c'è ben poco da storcere: è un complimento!
L'EP si chiude con l'arduo compito di affrontare una cover degli Slayer, "Tormentor". Beh, il risultato è presto detto: complici una maggiore pulizia e un sound decisamente meno grezzo, è sufficiente interpretare al meglio la traccia, dandole anche un malizioso tocco power, per uscire indenni (leggi vincenti) dal confronto.
Bella conclusione, ottimo lavoro, ma l'attenzione si concentra ora tutta sul prossimo album full-lenght!Vi rimando al sito http://www.solarflight.net/index.php
Voto: 8/10
Ten Years (2011)
Tracklist:1. Ten Years2. When We Fly3. White Light4. Reflection and the Inevitable Future5. Nothing I Can Say6. Tormentor
Line up:Tim Aymar - VocalsMatt Johnsen - GuitarsChris Kerns - BassChris Black - Drums
1985. Album epocale, maledettamente. Straniante, pieno di immagini ipnagogiche, paralizzante.
Il sound sumerico, alieno, aggredisce alla gola fin dai primi istanti, con note fuligginose, liquide, ripetitive, con il ritmo caratteristico di McCoy e compagni, che apprezzeremo fino all'inverosimile negli immediatamente successivi "Dawnrazor" e - ancor di più "The Nephilim". La leggenda degli inglesi - Inghilterra, terra di cerchi nel grano, ipotetiche basi di atterraggio degli alieni <<scesi dall'alto>>, i biblici Nephilim, <<i figli di Dio che presero in moglie le figlie degli uomini>>, creando secondo le leggende sumere per ibridazione la nostra specie, inizia qui.
Con una canzone, una nenia paganeggiante, sei minuti e mezzo da brividi, lenti, gorotteschi: "Trees Come Down", che 270 secondi esplode, buia, incredibile, a far venire una pelle d'oca che ti fa temere per la tua salute...
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... Si prosegue con uno strano jazz, grottesco, cavernoso, quasi ruspante. "Back in Gehenna", bisogna ammetterlo, è una traccia che non aggiunge nulla a quel magistrale incipit che era "Trees Come Down"; lo fa invece la buonissima "Darkcell", in cui interviene la seconda guide-line del sound dei Fields: una lenta linea di basso, dal sapore esoterico, ispirata agli Alistear Crowley, agli Howard Phillips Lovecraft, agli Edgar Allan Poe - lenti, limpidi, chiari rintocchi, misurati, magistrali, a sostenere un cantato incedente, non ingombrante, al limite del sommesso, del tutto godibile...
Chiude "Laura", la più concisa, la più produttiva, la più veloce. Un'ottima sintesi su un ritmo stavolta più cavalcante, con quei controtempi in frenata del batterista Nod Wright.
I Nephs, i cinque cowboys di Stevenage, continuano a bruciare nella notte i campi dei Nephilim, forse per impedire che tornino, forse per segnalare loro la strada.
Dark ottantiano da brividi. Venti minuti di panico.
Perché cazzo perdersi una band così?
VOTO: 8.5
<<Prostorom lete nestvarne stavri...>> è l'incipit di uno dei pezzi, la title-track, di questo disco del 1984, venuto fuori da Novi Sad, Vojvodina, Repubblica serba dell'allora Jugoslavia. Già: <<cose irreali volano nell'aria>>.
Dal buio e dal freddo di un Paese slavo avanza, cavalcando le note in stile ora russo, ora punk, ora pop, ora leggermente industrial, l'opera - unico album - dei Luna, band i cui membri hanno maturato più esperienza in svariati side projects che in questo progetto. Che nella sua pressoché totale scarsità di elementi che fornisce al pubblico per essere giudicato, mostra comunque ecletticità, freschezza, forza dell'idea, chiarezza.
I primi cinque pezzi, "Fakir", "Nestvarne Stvari" (Cose irreali), "Vila", "Ogledalo Lune" (Specchio di luna), "Povratnik" (Il ritorno), costituiscono una sorta di disco a sé, nonché praticamente l'intero valore del disco: dopodiché la vena di Zoran Bulatovic, Marinko Vukomanovic, Ivan Fece e Slobodan Tishma effettivamente scema in modo un po' sconcertante. Nondimeno, le prime cinque canzoni brillano su sonorità cristalline, voce ovattatamente grezza e lontana, ritmi a volte più serrati, a volte quasi ballerini, mai forzati - geniali i rintocchi ritmici, vetrosi, immaginifici...
Cadenzata, robusta e "sfiziosa", la opener; fantastica, da ballare con colbacco ed un bicchiere di slivovitza in mano "Nestvarne Stavri"; da godere "Vila".
E l'incedere lento, dubbioso, di "Ogledalo Lune", fino all'esplodere del suo finale in una potente, straniante, volante ballata...? Semplicemente da ammirare senza commentare il cielo quando non è stellato.
E proseguendo con la regole che le canzoni pari hanno il loro punto di forza ne refrain, e le dispari nell'apertura, i primi istanti di "Povratnik" costituiscono probabilmente il punto più alto dell'intero album: spaventoso, cadenzato, ipnotico: a parte "Nestvarne Stvari", è probabilmente il momento in cui il connubio sonorità-lingua risulta più ipnotico, eccitante, coinvolgente.
Jasmina Mitrushic interviene per la prima volta in "Okean", cantando per l'intera canzone, che però risulta essere senza nerbo - fotocopie "Amazon", "Lambo", "Intima" e "Balder na Prozoru" (Balder alla finestra).
Un dischetto, quindi, niente di vermanete importante.
Ma dove lo si trova un altro dischetto così valido, e cantato in serbo?