L’ultimo parto discografico dei Nightwish, a band finlandese che, da sempre, non finirà mai di stupire i propri ascoltatori. Altro strike per i nostri, con una band sempre sugli scudi e con una Annette in pienissima forma! Strafichissimiticissimo!
Antonio Moliterni
[Prosegue]
Cosa volete ci si possa aspettare dai nostri Rhapsody Of Fire?
La fiera dell’originalità? O, piuttosto, quella della banalità?
Io voto per la seconda.
La cover del disco, con unicorni, cavalieri, spadoni e tutto ciò che potrebbe far da contorno per uno stupendo RPG, ci preannuncia che la musica, in casa Rhapsody, non è cambiata di una virgola.
O quasi. Si, perché il “quasi” si sente nella maggior presenza delle chitarre, più rinvigorite e più heavy, con un groove davvero massiccio. Ottima la prova fornita da Turilli in questo senso e, come sempre, un plauso a Fabio Lione che, come singer, mette in mostra tutte le sue doti.
Purtroppo… eh, già. C’è soprattutto il “purtroppo” a far la differenza.
Le novità si esauriscono qui.
Perché, per quanto tecnicamente ineccepibili, per quanto artisticamente dotati, per quanto davvero in gambissimi nel songwriting, devo maledettamente bocciarli. Siamo sempre al cospetto del solito discone powerone, con chitarre che sfornano assoli lunghi, intrisi di un neoclassicismo malmsteeniano che nulla ha da offrire a questo 2011 che, magari, potrebbe aver temuto, per qualche nanosecondo, che i Rhapsody Of Fire, con quelle chitarre dai riff taglienti e micidiali, avessero dato una lieve sterzata al sound.
C’è chi parla di maturazione.
Io parlo di “pappa riscaldata con l’aggiunta di qualche condimento in più”, tanto per dimostrare la mondo che la minestra, con una giusta dose di condimento e spezie, può anche risultare gradevole e digeribile.
Ma io non la digerisco anche se posso riuscire a trovarla gradevole.
Gradevole nelle armonie, nei fraseggi acustici, nelle melodie.
Ma, andiamo! Oramai i Rhapsody sono più prevedibili delle balle che raccontano i politici in campagna elettorale! Basta dare un’occhiata alla scaletta dei brani e sappiamo già cosa stiamo per ascoltare.
C’è la classica intro dal titolo in latino, “Ad Infinitum”. Poi la speedy song, ben strutturata, con un ottimo guitar riffing e assoli al fulmicotone. Un Fabio Lione sempre sugli scudi e un drumming possente.
Ma l’abbiamo già sentita non so più quante volte, diamine! Senza contare la traccia con il titolo in italiano (originalissimo!), “Tempesta di Fuoco”, cantata in italiano, come da copione, che fa’ coppia con la gemella “Anima Perduta”, altra ballad che ha il solo scopo di mettere in mostra le doti del singer in qualità di simil-tenore che, sinceramente, a me fa’ due palle così.
Quelle orchestrazioni pompose, quella minuziosa ricerca della perfezione, quella produzione eccelsa e ineccepibile… maledizione! Se si fosse trattato di un disco non così fottutamente prevedibile il mio giudizio sarebbe stato drasticamente diverso.
Anche perché, una track cattivissima come “Aeons Of Raging Darkness” proprio dai Rhapsdy non te l’aspetti. Brano in cui il nostro singer e i cori lanciano degli scream in modalità “black metal”. Ottima la prova del dramme, per non parlare di Luca Turilli che sforna riff come un dannato, quasi fossero fendenti arroventati. Sicuramente la migliore del lotto ma che non salverà l’album dall’affossamento più totale all’interno della sua stessa melma di noia e prevedibilità.
Poi si ritorna con i piedi per terra (per quanto i Rhapsody li abbiano mai avuti i piedi per terra, almeno dal punto di vista dei testi) e si ricade nei cliché triti e ritriti. Basti ascoltare la prevedibilissima “Tornado” o la conclusiva suite lunga quasi 20 minuti (!!!) “Heroes Of The Waterfall’s Kingdome”, introdotta dal pacchiano parlato in chiave epico, con il vocione che vorrebbe farci paura ed introdurci in un mondo misterioso popolato da elfi gay, troll, folletti, fatine e bambini sperduti. Una sorta di fiera del tutto un po’, in cui i nostri ci infilano di tutto: il folk nella prima parte cantato in italiano, elementi sinfonici a pompa, speed-power metal cantato in inglese e tante ma tante liriche adatte ai minori di 10 anni.
Francamente non ce la faccio più di ascoltare certe cose. Mi sento un po’ idiota anche nel recensirle. Ancora più ad acquistarle perché, su molte ‘zines, si leggeva di una sorta di “nuovo corso” della band… vabbè, ritorniamo al discorso di prima.
Comunque sia, qualcosa di buono questo disco qui ce l’ha: mi ha fatto apprezzare ancor più il mondo dell’underground musicale popolato da talenti mostruosi che aspettano solo il momento per riscattarsi e fare il culo come si deve a molte bands che vivono grazie al loro moniker e alle grazie di certa stampa. Grazie Rhapsody Of Fire!
Per finirla, i Rhapsody Of Fire sono questi qui, prendere o lasciare.
E, chi cerca l’originalità non dovrebbe neppure avvicinarsi alla lettera “R” del proprio store di fiducia.
VOTO: 5.5
Ho iniziato ad ascoltare I Diablo Swing Orchestra dal loro secondo disco, omettendo, così, di ascoltare il primo e dare il votaccio pieno al loro secondo pargolo.
Adesso che mi ritrova tra le mani questo capolavoro della musica avantgarde, mi rendo conto che, pur non volendo disconoscere il 10 dato a “Sing Along songs For The Damned And Delirious”, dovrei, come minimo, tentare di aumentare il voto a questo “The Butcher’s Ballroom”.
Creativi all’inverosimile, avanti millenni per ciò che concerne l’utilizzo sapiente di strumenti e la loro miscelazione in ambito di songwriting, i Diablo Swing Orchestra, addirittura, vedono annoverare loro una “oscura” leggenda. Questa vuole che, l’Orchestra del Diavolo, si sia formata molti anni fa, addirittura, nel sedicesimo secolo D.C. quando, purtroppo, la Chiesa dettava leggi e costumi arrivando ad etichettare, questi ultimi, come eretici e adoratori del demonio. Ergo: lo “smontaggio” della stessa (che, inverosimilmente, riuscì ad ingraziarsi i favori del popolo) e la bruciatura di tutti i loro spartiti.
Dopo un bel po’ di secoli, due dei loro discendenti, pare, si siano incontrati casualmente in un negozio di dischi (Anno Domini 2003) e che, assieme, abbiano deciso di riformare l’Orchestra del Diavolo assieme agli altri discendenti.
Fine della leggenda.
Musicalmente parlando, qui, ci troviamo innanzi al cospetto di autentici geniacci, dei veri e propri maestri della musica tutta, in grado di miscelare sapientemente generi musicali, apparentemente inconciliabili tra loro, quali il metal, il progressive, il jazz, il flamenco, la musica classica (c’è a disposizione un’intera orchestra con tutti i controfiocchi), la meravigliosa voce da soprano della splendida singer Annlouice Loegdlund che, incontrastata, domina lungo le 13 tracce dell’album, il folk e l’heavy classico. E, scusatemi se, per caso, abbia dimenticato di menzionare qualche altro genere musicale che, con il metal c’entra come i cavolfiori a merenda.
Non un brano fuori posto o fuori fase, non un brano sotto tono. Tutti all’altezza delle aspettative, compresa la stupenda “D’Angelo”, song lirica, cantata in italiano dalla maestosa ugola della singer che, in questa sua esibizione, dimostra la propria grandezza rispetto a molte altre cantanti più blasonate (immeritatamente) del settore (chi ha detto Tarja?).
C’è di che divertirsi ascoltando il disco che apre le danze con la danzereccia “Ballrog Boogie” (che si commenta da sola nel titolo), e che nella successiva “Heroines” continua a rimanere sempre su livelli altissimi per ciò che concerne gli standard musicali (l’uso ad incastro di violoncelli e di chitarra elettrica distorta è incredibile!).
Ancora, si attraversano episodi più devoti al metal, quali, “Poetic Pitbull Revolutions” che, comunque, non mancano di stupire il suo ascoltatore con il magistrale uso dell’orchestra e del flamenco, nonché, sempre, con Annlouice che riesce a modulare le sue corde vocali in maniera impeccabile, utilizzando le stesse con disinvoltura piena, passando da tonalità più “cattive” e “grintose” al soprano più devoto alla musica classica tout court. Semplicemente geniale.
E se song come “Regdoll Physics” riescono a far presa immediatamente sull’ascoltatore grazie ad un refrain catchy e a quel tocco di progressive che non guasta mai (i cambi di tempo, di atmosfere i numerosi riff non si sommano!), altre come la già citata “D’Angelo” vi metteranno le lacrime agli occhi, mentre “Gundpowder Chant” (una strumentale di appena 1 minuto e 50 secondi) con le sue aperture orientaleggianti e gli arpeggi acustici (che pagano forti tributi al flamenco più spagnoleggiante) vi delizieranno. Song, quest’ultima, che altro non fa da “intro” ad “Infrlaove”, altra gemma “jazz” di valore inestimabile.
A seguire, ancora magistralmente, brani quali “Wedding March For A Bullet”, introdotta da un riff di chitarra molto heavy che poi si dipana nella follia più esasperata che solo i Diablo Swing Orchestra possono e sanno creare, l’epica “Zodiac Virtues” e le conclusive “Porcelain Judas” (dai toni marcatamente heavy metal, ben sorretta da un sapiente uso del guitar riffing e dei guitar solo, accompagnati, come al solito, dagli elementi orchestrali) e la monumentale “Pink Noise Waltz”, walzer musicale che mi riporta alla mente, in alcuni passaggi, i Jethro Tull (questo grazie al suono del flauto nel break).
Insomma, fare un track by track, non è mia abitudine ma mai come in questa occasione avrei potuto descrivere meglio un capolavoro della musica tutta, senza etichettature d’ogni sorta. Non è possibile definire un genere di appartenenza, è contro ogni logica. Non è razionale, non è “scientifico”!
Quindi, se davvero amate la musica, in ogni sua manifestazione (che non sia quella truzza o demenziale), allora, i Diablo Swing Orchestra con il loro “The Butcher’s Ballroom” non vi deluderanno affatto.
Se siete stanchi dei soliti polpettoni preconfezionati, se siete alla ricerca di qualcosa di davvero innovativo e mai ascoltato prima, adesso sapete su CHI dovete puntare le vostre carte (e per carte, intendo, euro….).
Musica Geniale per Menti Geniali......
Lunga vita all’Orchestra del Diavolo!
VOTO: ∞ , alias “INFINITO” (e scusatemi se è poco!)
Lo Shoegaze è spesso visto come genere da finocchio, loffio e di seguaci Nerd. In fondo non è popolare e neanche riconosciuto come vero genere. E’ una di quelle cose che o la si capisce o la si ripudia in eterno. Inoltre non è neppure un qualcosa di “pregiato”: nella storia della musica ha marcato troppo poco e tutt’ora si mostra come un qualcosa di estraneo per le orecchie di molti ascoltatori. Tuttavia devo ammettere che una volta che ti prende a levartelo di dosso è davvero tosto.
Un esempio è proprio quello che vi sto recensendo. Shoegaze con mix Orchestrale tutto madre patria Italia. Renato Zampieri è un trentenne a cui piace fare solo buona e sana musica e con questo suo quinto lavoro da solista vi stupirà particolarmente. “The Last Vestige of Gaia” è composto da 4 canzonacce per un totale di quasi 40 minuti.
Nella prima canzone, la stessa “The Last Vestige of Gaia” di ben 20 minuti l’ascoltatore si ritrova a far fronte ad un colosso di apparente confusione ma che se ascoltato per bene si semplifica minuto dopo minuto. Una cosa davvero speciale sta nella suddivisione della suite. Essa è smantellata in ben 13 minitracce apparentemente tutte uguali ma che ad un buon ascoltatore non può sfuggire l’ingegno. Esse infatti hanno come base lo stessa tema o melodia da poche note e durante le varie tracce la si vede rigirarsi e specchiarsi nei più disparati generi e introspezioni. Se proprio devo dirla tutta mi ha reso molto l’idea di “Catch 33” dei “Meshuggah”, spero sappiate a cosa mi riferisco. Così si viene a creare un caleidoscopio a 13 facce simili ma differenti: dalle melodie più ermetiche sino ai sipari più fugaci e soventi. Un gran bel percorso dentro la nostra mente e spiritualità. Ottima suite. Una piccola critica la devo fare alla gestione delle minitracce che in fondo risultano troppe e troppo affrettate: ognuna ha una durata che varia da 1 a 3 minuti, ma in alcuni casi sento che per marcare la scena c’è ne sono bisogno di più minuti. Mi rivolgo soprattutto a trame come “IV.Caeleste Signum”, “VI.Ira” e “IX.Salus”. Per concludere la suite non trasmette perfettamente il senso di “viaggio” e di “ricerca interiore” che secondo me si v/doleva trasmettere. Ma in fondo è solo un a piccola critica soggettiva, il tutto rimane sempre un gran bel pezzaccio da colonna sonora.
Se la prima enorme suite era dedicata allo Shoegaze più spirituale le ultime 3 tracce si rifanno più ad uno Orchestrale molto, ma molto ragionato. Le strofe si fanno più classiche… trombe, tromboni, mandolini, violini, pifferi, arpe, vocioni, tamburrelloni, pianoforti e gong sono sparsi in maniera accurata e precisa che simboleggia grande intelligenza ma soprattutto grande lavoro materiale(con l’orologio). Inutile andare nel particolare ma devo proprio ammettere che hanno quei giretti di note che col lungo andare si vanno a depositare sottoforma di ingranaggio nei pressi della nuca; e per un po’ si è felici solo se l’ingranaggio gira… e l’ingranaggio gira solo se si ascoltano ‘ste benedette tracce.
Che dire!? 40 minuti gestiti come solo un dio sa fare, qualità eccellente ma soprattutto gran bei contenuti… sin troppo per un underground.
In conclusione spero che questo “The Last Vestige of Gaia” sia solo il continuo di una lunga ed accurata produzione. Poi cavoli un italiano bravo quando ci ricapita più?
VOTO: 9+
TRACKLIST:
1. The Last Vestige Of Gaia
2. The Dark Movements 2
3. The Mask Said
4. The Dark Movements 3
SEIZON LINE-UP:
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Lo difendo io il nuovo nato in casa Nightwish, partendo immediatamente in quinta, e dicendovi che, il disco in questione, non è un capolavoro come il precedente “Once” ma, sotto molti aspetti, tenta di ricalcarne le orme.
Ho letto molte recensioni sulla nuova fatica dei nostri nordici delle quali, la maggior parte, dirette a stroncarne l’operato.
Motivo?
In primis la voce della neo singer, Annette. In secondi, la “deevoluzione” del songwriting, molto più vicino ad un nu-goth rock che al loro classico power-gothic sinfonico che esplose nel precedente best seller. Tuttavia, se è vero che si intravede un lieve calo di ispirazione nella stesura dei brani, non è altrettanto vero che, detto calo, incide in maniera così rilevante sull’intero disco.
Ad onor del vero, io ho trovato davvero molto emozionanti, evocativi e suggestivi i 13 brani che compongono “Dark Passion Play”, ad iniziare dalla lunga suite “The Poet And The Pendulum” che sfiora i 14 minuti; song che raggiunge il suo apice nel break centrale, laddove Annette, tenta di emulare Tarja (non riuscendoci, è vero) ma, tuttavia, ci regala quel tocco di emotività al brano, col suo delizioso e toccante falsetto. Meravigliosa.
Non mancano episodi più ruffiani, come il singolo “Amararth” e “Bye Bye Beautiful”, nella quale in nu-metal sembra esplodere (complice anche, e soprattutto, i growl della voce maschile).
Ma se è vero che Annette non potrà mai eguagliare Tarja in maestria vocale, è altrettanto vero che i 13 brani sono quasi tutti meravigliosi ed emozionanti, ispirati come non mai e con una Annette in stato di grazia assoluto. E, checche si dica, finalmente, i Nightwish hanno posto dietro il microfono una vera “gnoccona”, capace di coinvolgere il suo ascoltatore, nonché il suo osservatore (guardatevi il video di “Amararth” e ditemi se Annette, con i suoi sguardi provocatori, non lancia messaggi subliminali).
E, se è vero che i brani ruffiani ed accattivanti non mancano, è altrettanto vero che una strumentale come “Last Of The Wilds“, impreziosita da un gran e bel riuscito tocco folk e la conclusiva e struggente ballad “Meadows Of Heaven” riusciranno a far breccia nei vostri cuori.
Concludo con le classiche parole, ovvero quelle che vi invitano ad acquistare il disco perché davvero bello.
Disco che non vi catturerà sin da subito ma che, dopo già un paio di ascolti, inizierà a farvi vostro.
VOTO: 8.0
I Manowar ci si erano congedati da noi con un merdosissimo disco, tale God Of Minchia”, che aveva sortito un effetto devastante sul mio intestino e che, inoltre, altro non aveva fatto che farmi scendere il latte alle ginocchia in maniera, a dir poco, impressionante.
Prolisso e brutto all’inverosimile, lo avevo stroncato con un 4 (QUATTRO) e, invero, reo stato fin troppo buono.
Cosa potevo aspettarmi da questo “Thunder Int The Sky”? la risposta è: boh?
Se è vero che i Manowar hanno chiuso i battenti, definitivamente, alla musica dopo il magnifico “Fighting The World” e che, il succesivo, “Kings Of Merdal”, altro non si è dimostrato che una cagata di dimensioni sproporzionate, avevano, in seguito, dato alla luce una serie di dischi fotocopia che mixavano, bene, il sound epico di “Kings Of Metal” a quello del precedente “Fighting The World”, sfoderando album gradevoli ma nulla più.
Quindi, fondamentalmente, sapevo, pressappoco, cosa aspettarmi. E non mi sono sbagliato.
Questo “Thunder In The Sky”, altro non è che un inutile singolo apripista a quello che sarà il definitivo full-lenght della band. E, a dirla tutta, se il resto delle song ricalca in maniera fedele il singolo, stiamo freschi.
In questa song è possibile udire tutto quello che i Manowar hanno imparato (e, quindi, SOLO quello). La band si dimostra, ancora una volta, tamarra all’inverosimile e incapace di tentare di evolvere il proprio sound o, comunque, di abbandonare il tamarrismo per la quale molti (a partire da me) l’hanno classificata e catalogata.
Insomma: una song epica, una cavalcata metallara, meno orchestrata (e meno male) ma, sostanzialmente, un’inutile “Manowar-song”, senza né infamia né lode.
Penosa la ballad che, seppur risultando orecchiabile e carina, altro non fa che riciclare le melodie e il sound di “Master Of The Wind” e “Courage”. Questa “Father”, ci viene proposta in chiave epica-orchestrale in ben 3 differenti lingue, italiano compreso (si sconosce l’amore della band per l’Italia, anche se l’italiano è completamento fuori luogo. Sarà il modo di cantare ma mette solo i nervi. Terrificante).
Tuttavia, nonostante lo sviscerato amore per la terra degli spaghetti, della pizza e della mafia, resterò imparziale e stroncherò questo disco soprattutto perché contiene l’odiosissima “The Crown And The Ring” rirpropostaci in chiave “Metal”, quando, in realtà, si dimostra per nulla metal ma solo ed esclusivamente meRDal.
E non basta una song più metallara e dura come “God Or Man” a risollevare le sorti di uno scialbo singolo nel quale vengono schiaffati a forza brani patetici (“Die With Honor” e la già citata ballad… ma che cazzo li reinseriscono a fare?) e, inoltre, ascoltare per 3 volte consecutive “Father” – “Apa” – “Padre” mette l’angoscia.
Se queste sono le premesse per la “Saga di Asgar”, al quale l’album farà riferimento, allora la band è proprio nella merda fino al collo.
Vaffanculo Manowar, voi e chi vi permette di pubblicare dischi del cazzo. Ci saranno i vostri fan, la solita schiera di mocciosi nerds incalliti che vi applaudirà e vi osannerà.
Beh, contenti loro. Io mi accontento di fare il mio dovere.
VOTO: 1.0
Alla fine è arrivato.
L’EP mi aveva già dato un’idea pressappoco illusoria di ciò che sarebbe stato il full-lenght vero e proprio dei Manowar. Album che, una volta acquistato, mi aveva spiazzato, rendendomi entusiasta della scelta fatta.
Quando si acquista un disco dei Manowar è sempre così. Non si sa mai cosa ti ci aspetta. Il precedente “Warriors Of The World” mi aveva colpito positivamente , anche se, a conti fatti, si trattava dell’ennesima minestra riscaldata. Qui, invece, mi aspettavo una cagata mostruosa. E questo, non per via dei pregiudizi che nutro nei confronti dei Manowar, tutt’altro. Si trattava, invero, delle dichiarazioni rilasciate dalla stessa band in sede di interviste varie che preannunciavano il loro nuovo lavoro come un concept album (parola assai grossa!) che avrebbe dato vita ad una lunga serie di concept, tutti incentrati sulla guerra e sulla mitologia.
Questo, per l’esattezza, ruota intorno alla mitologia nordica e ad Odino (per la serie : “Quanto siamo originali….”).
Quindi, come dicevo, il primo impatto è stato, tutto sommato positivo. Però, come si suo dire e fare, bisogna ascoltare più di una volta un album , specie se partorito da una band di alto prestigio. Prestigio che, adesso, mi divertirò a deframmentare e distruggere.
L’album è brutto? Questo starete pensando tutti. No. Non è brutto. È pacchiano, deficiente, idiota e demente al’inverosimile, a tratti anche irritante. Ma, procediamo in ordine.
Le danze si aprono con una lunghissima suite strumentale, orchestrata e pomposa all’inverosimile di oltre sei minuti che lascia spazio ad un altra intro strumentale sulla scia della prima track (e qui la prima domanda: cazzo c’era bisogno di fare 2 intro? Ne facevate una di 10 minuti e vi toglievate il pensiero. Vabbè, misteri di Odino….).
La terza track, la conoscete tutti. Si tratta di “King of Kings”, gran bel pezzo, veloce, aggressivo e in pieno Manowar style, che ha il suo bel punto di forza, oltre che nei ritornelli, nel bel break molto evocativo che, tutto sommato, voi già conoscete. Adesso, siccome le intro strumentali erano poche e corte, ci propinano l’ennesimo pezzo strumentale, ovvero “Amry of the Dead – part I” (si, perché, poco più in là, ci sarà la seconda parte…. Dio ci scampi!), piccolo frammento corale molto evocativo , nonché suggestivo. Questo apre la strada a tre grandi pezzi, ovvero “Slepnir”, brano molto veloce, molto godibile nei refrain; “Loki God Of Fire”, è uno dei pezzi più dinamici e belli, introdotta da un riff molto power (non orridete, per favore) per poi evolversi in una song dai ritmi più cadenzati con liriche legate alla mitologia nordica. Molto anthemica, strutturata da ottime melodie, con un Eric Adams sempre sopra le righe. Davvero bravo il nostro singer, un mostro (però è simpatico….). Il suo momento di gloria se lo concede anche un grande Karl Logan, deliziandoci con uno stupendo assolo e con un grande bridge che, altro non fa, che rendere il brano ancora più epico. Poi è la volta di “Blood Brothers”, classica ballatone Manowariana che ricalca “Courage”, “Master Of The Wind”, “Sword In The Wind” e tutte le ballate dei Manowar, senza un benché minimo e briciolo di novità. Ottime le orchestrazioni e ottima l’intro eseguita dagli archi. Bellissima ma, alla fine, è sempre la solita minestra.
Voilà! Eccoci al cospetto dell’ennesima track strumentale, ossia “Overture to Odin”. Questo per informarci che, poi, ci sarà un bel brano, no? No! C’è una stronza di parte narrata che si chiama “The Sons Of Odin” (con Odino già m’hanno rotto i coglioni in pieno. A voi no?), lunghissima ed inutile, la quale ci parla di Odino in versione drammatica (quasi strappa le lacrime… dalla rabbia per averci speso i soldi, brutti stronzi!). Ora è la volta di “The Sons Of Odin” (quante volte avremo nominato invano il nome di Odino fin’ora? Io il conto l’ho perso….) pezzo che altro non è che una spudorata copia di “Call to Arms” di “Warriors Of The World”.
Inutile, l’album, da qui, inizia a prendere una piega davvero cattiva…… spero di sbagliarmi.
Andiamo avanti e a stento non riesco a trattenere per non premere il tasto “skip”.
Infatti “The Sons of Odin” termina con una lunga ed idiota parte narrata, sostenuta da cori epici ed orchestrazioni sinfoniche. Finalmente termina! Parte “Glory Majesty Unity”, un’altra mazzata sui coglioni, porca troia! Ennesimo brano narrato, interminabilmente narrato, che termina con una preghiera corale. Ed ora, tocca alla title track, “Gods Of War”, brano molto epico ed evocativo, bel pezzo che, sfortunatamente, viene deturpato e drammaticamente rovinato nella parte finale dove un drumming devastante ed una chitarra distorta all’inverosimile duellano, storpiando un a song, non dico monumentale, ma, tutto sommato, bella. Fa ‘nculo…. Quando credevo che le palle stessero, oramai, per abbandonarmi del tutto, devo trattenere un urlo di disperazione. Si, perché siamo al cospetto della seconda parte di “Army Of The Dead” che è, praticamente e pateticamente, uguale spiccicata alla prima. Mah, cazzi loro. Altra song inutile.
Well! Arriviamo al pezzo forte: “Odin”! pezzo forte, perché si tratta di una martellata sulle palle (ora diventerò sterile, lo sento….). song che ricalca spudoratamente i Manowar di “Hail To England” (i miei preferiti, quelli del metal classico e puro). Solo che ‘sta ”Odin” è brutta come la morte, lenta, ossessiva e ruota attorno ad un unico riff di chitarra, per poi terminare con un guitar solos insignificante, vuoto… boh? Chissà cosa cavolo volevano fare o propinarci. Problemi loro. No, problemi nostri, perché i soldi spesi qui vicino non si possono né scaricare dalle tasse, né, tanto meno, esserci rimborsati.
Fortunatamente siamo alla fine e l’album termina con una “Hymn Of The Immortal” (altro titolo originalissimo) che, in pratica, è un’altra ballad, sostenuta da un inno corale e ottimamente orchestrata ma che, alla fine, è un'altra canzone che sa di minestra riscaldata all’ultimo momento.
Vi ho detto che eravamo alla fine… vi ho mentito. Perché i Merdowar ci aggiungono pure una bonus track, ovvero una “Die For Metal” (parliamoci chiaro: se devo crepare,lo farò in nome dei miei ideali, in nome dei soldi, in nome dell’amore, all’insegna di una mega trombata ma, nel nome del metal, scusatemi tanto, preferirei evitarlo….) che, in sostanza, è l’ennesimo rifacimento di uno dei loro classici più belli, ovvero, “Blow Your Speakers” di “Fighting The World”, album monumento. Questa canzone è stata scritta da DeMaio e Karl Logan, il motivo non lo so, ma né puzza, né odora. Per la serie: né carne, né pesce docet.
Andiamo alle conclusioni, che è meglio (grande citazione di uno dei più noti dotti contemporanei, ossia, Mr. Puffo Quattrocchi). Quest’album farà la gioia di chi è cresciuto a pane e Manowar e, senza di loro, si sente come in una campana senza ossigeno. Invece, agli altri, rivelerò il segreto di fondo: questo coso, altro non è che l’ennesimo tentativo, non riuscito, dei Merdowar di spillarci quattrini in maniera spudorata, propinandoci il mega concept album incentrato sulle guerre (sai che novità, come se, fino ad ora, avessero parlato di mali sociali e di problemi ben più importanti ed intelligenti), stupendamente prodotto, egregiamente orchestrato (roba da far invidia all’orchestra sinfonica di San Francisco), magnificamente cantato e suonato. Ma, puttana Eva, è sempre lo stesso album, con l’aggravante di essere rovinato ulteriormente da inutili parti narranti e infinite song strumentali e pompose.
A me ha fatto esplodere le palle.
All’inizio mi piaceva, perché, credevo, che le strumentali fossero poche. Poi è stata la volta delle narrazioni. Poi la volta delle song copia-incolla. Poi non ne ho potuto davvero più. Va bene, come hanno detto anche loro che “sa ad un ascoltatore le parti narrate non interessano, così come le strumentali, può sempre andare avanti ed ascoltarsi le canzoni vere e proprie…”. Ma, a questo punto mi domando: quali sarebbero le canzoni vere e proprie? Se su 16 brani 7 si dividono tra narrazioni e strumentali (la metà, escludendo la bonus track), allora, siamo davvero messi male, non trovate?
Comunque, adesso non ho più voglia di polemizzare oltre. Credo di essermi spiegato a sufficienza e procederò al verdetto finale, non facendo distinzione tra “voti artistici” e “Voti trash” perché l’album è un tutt’uno tra la spazzatura e l’arte.
Inscindibilità, quindi.
E, così sia.
VOTO: 4.0
(Ah, un’ultima cosa: la copertina è davvero brutta come la morte. Qualcosa tra il pacchiano e il cattivo gusto, fusi assieme alla stupidità e all’autoironia, filtrati attraverso l’istinto malato dell’autoparodia. UNO SCHIAFFO ALL’INTELLIGENZA)
Il doom non è certo il genere musicale per il quale io smanio, soprattutto perché molto depressivo. Specie se, poi, ascolti, casualmente, qualche disco di band quali i “My Dying Bride” che, in tutta onestà, istigano ad un tipo di suicidio autoindotto.
È per questo che mi limito ad ascoltare album di alcune band, sulle quali, spero, di andare sul sicuro, (cito i monumentali Anathema e i Paradise Lost).
Tuttavia, dopo aver ascoltato questo "Dusk And Void Became Alive" ho dovuto aggiungere alla mia lista bianca anche i DVKE.
I Lacrimosa, invero, stavano iniziando a stufarmi, visto che, sempre più, oramai, stavano dedicandosi a un tipo di musica sempre più lontana dal metal. Musica che spesso e volentieri ho, scherzosamente, ribattezzato come “Church Metal”, dato l’invaghirsi, di Tilo e compagna (autentici mostri, per ciò che concerne la tecnica di composizione e l’uso della voce) sempre più dell’elemento orchestra che, negli ultimi lavori (soprattutto in “Echoes”) sovrastava in misura eccessiva tutti gli strumenti, diventando lo strumento principale.
Non che la cosa dia fastidio, ma alcune composizione (quali “Kyrie”, dalla durata immensa), iniziavano a diventare un tantino pesanti e “indigeste” da assimilare.
Ma questi possono essere pareri e punti di vista che, rimangono e rimarranno, sempre, soggettivi. E, in fin dei conti, i Lacrimosa, il loro mestiere, sanno farlo più che bene e hanno tanto da dare e, soprattutto, tantissimo da insegnare.
Tornando a noi, ho scoperto questa band solo casualmente, su un magazine specializzato del settore goth n’ doom (“Ritual”). Ne parlava abbastanza bene.
Il problema è stato riuscire a scovare il disco perché, pareva, che nei negozi di dischi, il loro nome, fosse noto solo a me. E, dopo aver atteso per oltre 2 interminabili mesi il mio ordine, finalmente, sono riuscito ad avere, per poi ascoltare, questo splendido e meraviglioso (e scusate se è poco) album di puro doom metal.
Soldi investiti bene, almeno per il sottoscritto che ama la musica classica e che è rimasto estasiato dalla sapienza con la quale quest’ultima viene egregiamente unita alle atmosfere doom, ambient e dark wave che la band ha ricreato nel suo pargolo da studio.
Per poi dar vita al gioiellino che porta il nome chilometrico e che eviterò di scrivere, perché mi snerva solo il pensiero.
Le prime due tracks (la title track e "Mistrust") sono due opere che meriterebbero la palma honoris causa, poiché le ritengo song del genere "intramontabile". In "Winter Night", invece, sembra davvero di ritrovarsi in una gelida notte invernale, persi in un campo desolato ed immenso, colmo di neve. I suoi inserti di tastiera e l'accompagnamento del pianoforte sono da brivido e mettono la pelle d'oca.
Poi, ancora, l'oscura "Unquiet Thoughts", perla nera dell’album, nella quale è udibile, otre ai cori teatrali e disperati, un incedere marziale di batteria, quasi volesse testimoniarci che, la fine, giungerà lenta ed inesorabile.
La teatrale "Moon Muse" è un'opera a parte e merita tutta l'attenzione del mondo che dovrebbe inchinarsi innanzi alla sola intro della stessa.
Che dire, poi, dei singer? Incantevole la voce femminile, soave e paradisiaca. Una sirena. Per contro, paurosa, macabra e claustrofobica all'inverosimile la voce maschile. La fusione di questi due “strumenti vocali” (si, perché, come raramente accade, anche la voce, in un disco, può divenire il migliore tra tutti gli strumenti) accompagna pienamente e perfettamente l'orchestrazione, sempre magistrale, intelligente e sempre sopra le righe.
Tirando le somme, propongo il disco come uno dei più belli della categoria gothic n’ doom; disco che viene esaltato da una eccelsa e magistrale produzione. Disco che, nonostante i prezzi proibitivi a cui il merchandising oggi ci sta abituando, merita i nostri soldi.
E, se questo deve essere un invito per spazzar via dal panorama musicale tanti inetti che si credono gli idoli delle masse quando, invece, non servono ad un beneamato cazzo se non assolvendo all'unico compito di far strappar via i capelli alle teenagers dementi di turno (chi ha detto HIM?), allora, ben venga tutto ciò.
Un sogno dalle incantevoli e infinite sfumature, destinato a durare per l’eternità.
VOTO: 10
Sono trascorsi quattro lunghi e, per alcuni, interminabili anni dall’ultimo disco dei Blind Guardian. Quel “A Twist In The Myth” che piacque a tutti ma, al contempo, segnò un, neppur lieve, tentativo della band di ricalcare i solchi del monumentale “Imaginations From the Other Side”.
E già che, il nostro guardiano cieco, di strada ne ha fatta. Partito da “clone ufficiale degli Helloween”, ha partorito, man mano, dischi sempre più personali, sino a sfoggiare autentiche opere d’arte, come il già citato “Imaginations From The Other Side” e il successivo (e, secondo chi scrive, sopravvalutato) “Nightfall In the Middle Heart”).
Poi una breve pausa, un dischetto di cover e inediti e quel “A Night At The Opera” che spaccò in due il mondo dei fan della band. I primi accusarono loro di aver completamente sradicato le loro radici epico-fantasy e sinfoniche dai precedenti best sellers; i secondi, più opened mind (tra i quali mi ci ficco) apprezzarono molto l’opera (tranne l’ultimo brano, quella bonus track, “Harvest Of Sorrow” cantata in italiano, completamente acustica e tradotta come “Frutto Del Buio”…. Un incubo). Per chi scrive, “A Night At The Opera” è, senza dubbio, l’album più sperimentale, bello e originale dei Blind Guardian che, dopo averlo licenziato e essersi subito il cazziatone da critica e fan, decisero di pubblicare “A Twist In the Myth”, dischetto innocuo, molto bello ma che nulla aggiungeva a quanto già detto in “Imaginations….”.
E questo album, invece? Come valutare “At The Edge Of time”?
Potrei semplicemente dire: l’ennesima figata. Ma procederò con i piedi di piombo.
Coraggioso l’intento di inizializzare l’opera con una vera e propria mini-suite di quasi 10 minuti, “Sacred World”, costruita su riff dinamitardi e rocciosi e sulla voce di Hansi Kursch sempre in tonalità “The Lion King”. Ma ciò che stupisce è la presenza massiccia di orchestrazioni che, in questo disco, fanno davvero la differenza.
Se nei precedenti album, le orchestrazioni, fungevano da accompagnamento o, comunque, da arrangiamento senza coprire il sound di chitarre e altri strumenti, nell’opener è proprio l’orchestra a condurre il “gioco” e a trasportarci in un modo nuovo, un mondo ancora più epico e sinfonico, maestoso all’inverosimile. Brano che, infine, comparirà, utilizzato come soundtrack del videogioco “Sacred”.
Ma i nostri non si scordano dove hanno lasciato i controcazzi che sfoderano nella successiva e dinamitarda “Tanelorn (In To the Void)”, nella quale, l’orchestra, viene temporaneamente accantonata per dar sfogo al guitar riffing più roccioso che i Blind Guardian abbiano posto in essere dai tempi di “Imaginations From The Other Side”. Con tanto di melodie, cori epici, refrain catchy e tutti i condimenti che ci hanno viziato e continueranno (si spera) a viziarci nel tempo.
Insomma: il guardiano cieco ci vede benissimo , specie quando, gli axemen, decidono di sfornare i loro guitar solos, marchio di fabbrica dei loro brani che si intrecciano con i riff e che vengono sorretti da un drumming terremotante e distruttivo.
Classica song “Made in Blind Guardian”, con acuti di Hansi Kursch che non vengono risparmiati in nessuna occasione e che renderanno felici chi, nella first track, magari, era rimasto un pochettino deluso.
E se “Tanelon” ci ha lasciati senza respiro, la successiva “Road Of No Release” ci farà danzare su tempi, ora sostenuti, ora più lenti e melodici, grazie al magistrale utilizzo delle tastiere e della sinfonia orchestrale che, intelligentemente, viene posta come accompagnamento, lasciando sfogo all”’ira” dei guitar solos. Song, quest’ultima che non può che non ricordarmi momenti trascorsi nel mio album preferito, “Imaginations From The Other Side” ma che poco ha da spartire con quest’ultimo. Ottima prova.
La batteria di Fredrik Ehmke ci introdurrà ad un’altra gemma di epic metal controcazzuto, “Ride Into Obsession”, andando a sfoderare un brano battagliero ed epico all’inverosimile che sarà intramezzato, nei break, da cambi di tempo e linee vocali che lo renderanno ancor più bello ed emozionante.
Ed ora la nota dolente: la ballad. È cosa risaputa che, ogni power metallers vuole incidere una cazzo di ballad nei propri dischi. E i Blind Guardian, dopo averci deliziato con “And The story End” o “Lord Of The Rings” ci spezzano le gambe con questa “Curse My Name”, retta dal sound di chitarre acustiche e medioevaleggianti ma che, purtroppo, fa scadere il livello qualitativo del disco.
Disco che, potenzialmente, contiene delle hit che, purtroppo, non potranno mai reggere il confronto con le high lights composte in passato. Disco che soffre di alti e bassi (ascoltare per credere la noiosa “War Of The Thrones” la cui unica cosa bella è il refrain, melodico e…. basta).
A chiudere il disco ci pensano due pezzi completamente diversi tra loro nella struttura del songwrintng. La terremotante “A Voice In The Dark”, dalla quale emergono i gioielli di famiglia dei Blind Gauardian: velocità, drumming vincente e bomba stico, melodie, epicità, refrain catchy, cori a volontà e controcazzi che rendono una power epic metal song una super power metal-cazzuta song!
Il sigillo finale viene posto da “Wheel Of Time”, che pare essere un miscuglio (purtroppo non ben risuscito) di tutto ciò che l’album ha voluto rappresentare: orchestrazioni sinfoniche all’inverosimile, melodie, chitarre con riff duri come macigni, un singer che non ha eguali e una sezione ritmica che non ha bisogno di ulteriori aggettivi per poter essere descritta. Il problema è che, in questo caso, il minestrone è riuscito male. Se partita in grande accelerata e ottimamente, nel break, improvvisamente, dà di matto e si trasforma in una song dai toni arabeggianti con orchestrazioni pompose che non ci azzeccano un cavolfiore con l’intera struttura della song tutta!
Vabbè…. Voglia di sperimentazioni?
Ma neanche troppa… voglia di proporre qualcosa di diverso ma sena discostarsi troppo dal “mestiere”. E, quando lo fanno, vorresti che non avrebbero mai dovuto farlo.
Comunque sia, in definitiva, “At the Edge Of Time” rimane un disco con una sua dignità, superiore al precedente, inferiore ai best sellers ma, che cacchio…. Non è possibile pretendere che i nostri bardi su superino volta per volta e, allora, diamo a Cesare quel che è di Cesare e diamo ai Blind Guardian quel che è dei Blind Guardian!
VOTO: 7.5
Prima di iniziare la recensione vorrei chiedere scusa a Stefano, mente e creatore dei Wolfuneral. Chiedo scusa per il mostruoso ritardo con il quale ho dovuto recensire la sua opera d’arte.
Perché, invero, questa volta, siamo al cospetto di un’autentica opera d’arte.
Una gemma oscura che brilla di luce propria all’interno dei nostri meandri più tetri e viscerali.
Potrei concludere qui la recensione e lasciare ogni decisione a voi. Magari appioppandogli il votaccio che merita ma, sinceramente, non sarebbe giusto.
Non sarebbe giusto nei confronti del master mind dei Wolfuneral, nonché nei confronti delle 9 perle che cesellano questo diadema.
Il progetto “Wolfuneral” nasce nel 2009 dopo lo scioglimento della band in cui il nostro Stefano Gagliarducci militava, i Wolves Dirge (e, quando si tirano in ballo i lupi, la cosa mi fa sempre un certo effetto).
La proposta musicale del nostro autore è un black metal atmosferico, un sound dark ambient arricchito da orchestrazioni meravigliose, gotiche e oscure all’inverosimile che, però, non si “fossilizzano” verso un unico sentiero ma riescono a donare un fascino particolare e personale ad ogni brano di cui “Nights Symphonies” è composto.
Un disco, quest’ultimo, caratterizzato da una cover monocromatica, che mi riporta in mente il Burzum più gelido e tetro. Copertina creata dallo stesso autore che rappresenta un sentiero su cui è stato abbandonato un violino assieme ai suoi spartiti. Sentiero, sul quale, il violino pare un tutt’uno con in terreno quasi non fosse uno strumento artificiale ma naturale, suonato da mani non umane(come si può intuire dal pentacolo flebilmente visibile alla fine del sentiero).
E, solo la copertina, merita la lode ad honorem.
Ma se dovessimo calarci nell’ascolto profondo, analizzando uno per uno i brani che cesellano “Nitgh’s Symphonies”, rimarremo sconvolti innanzi a cotanta maestria e bellezza. Drammaticità, paura, mistero e tutta una serie di sensazioni indescrivibili che solamente il nostro animo, all’interno del suo intimo più viscerale e profondo, potrebbe riuscire a materializzare e a focalizzare ma, purtroppo, difficilmente a “classificare”, dando un nome ad esse.
Perché, se già la meravigliosa opener, “Over the Skies”, con il suo incedere marziale e le partiture sinfoniche tessute da violini , è un ottimo biglietto da visita che fa ben sperare nel seguito (bellissimo il suono della batteria che vorrebbe porci al cospetto di una sorta di marcia funebre sotto un cielo stellato ma oscuro all’inverosimile), la successiva “Thoroughts Under The Moon” cambia veste, pur essendo, stranamente e strettamente correlata alla first track. Da un sound cupo e tetro, i cui, il finale veniva lasciato a violoncelli e violini, si parte, in fading in, con il sound di un pianoforte e di una batteria che rende, questa volta, l’atmosfera molto più decadente e gotica ma, al contempo, anche romantica. Un romanticismo che strapperebbe le lacrime e che indurrebbe la mente, la nostra mente, in un mondo precluso da pensieri e meditazioni delle quali, mi si perdoni, non riesco a coniare né sostantivi, né aggettivi.
Poiché, il tutto è parte del tutto e, all’interno questo, ogni cosa assume una propria personalità.
Saranno ancora i violoncelli a trasportarci nel mondo di “Through The Eras”, altro capolavoro di dark ambient miscelato a venature di black metal sinfonico e nero. Ossessiva all’inverosimile ma, al contempo, meravigliosa. Quasi ipnotica e, a tratti, spaventosa, come se, a momenti, stesse per accadere qualcosa di inevitabile, di catastrofico, di distruttivo, di inevitabilmente violento.
Ma la vera gemma che risplende su ogni cosa è “Out Of the Dark”, un autentico capolavoro concepito da una mente superiore, pura maestria, pura poesia musicale. Con un pianoforte che introduce la song e una voce (che udiamo per la prima volta) in sottofondo che mette i brividi e che sussurra «Out Of The Dark….». Ancora una volta quella miscela di dark n’ gothic, di ambient black metal sinfonico e strumentale prende il sopravvento regalandoci un’opera d’arte che, signore e signori miei che ora leggete, vi commuoverà, talmente è suggestiva e bella.
Non ci sono parole per descrivere la genialità con la quale è stata concepita e posta in essere. Orchestrazioni che si amalgamano a quelle atmosfere ambient e dark, a quel black metal di burzumiana memoria senza essere troppo “ossessivo” ma, semplicemente, dannatamente meraviglioso e melodico all’inverosimile. Poiché, nel break, accade il miracolo: è la musica che ci condurrà in un mondo dal quale la nostra mente non vorrà più fuggire, essendo essa stessa sfuggita dall’oscurità che opprimeva le tracks precedenti per essere catapultata all’interno di questo diadema musicale. Diadema in cui il dolce sound di un pianoforte, ora melodico, ora triste, ci cullerà sino ad annullare ogni nostro pensiero.
“Forest’s Path”, ci spiazza, essendo introdotta da synth che, in qualche modo, vorrebbero condurci all’interno del sentiero della foresta disegnata in copertina. E, che mi prenda un colpo, ci riesce alla perfezione. Poco più di 3 minuti di “mistero” e “magia” profusi che lasciano subito spazio all’ennesima gemma di questo disco, “Lucifer” che, ancora una volta, illumina (passatemi il termine) “Night’s Symphonies” sotto una veste completamente diversa.
Si avverte si da subito un’aurea tetra, funerea, drammatica. È la paura a dominare il tutto e la nostra mente che, tra le atmosfere “malate e psichedeliche” dei synth si troverà al cospetto dell’ennesima track strumentale in cui i tempi saranno rallentati all’inverosimile, onde dar più “voga” a quel senso di spaesatezza e paura che sviscera l’intero brano. Uno tra i più belli mai composti da mano umana, assieme alla precedente “Out Of The Dark” e le successive “Paradise Lost” e “Nigth’s Chants”.
Ma, in “Lucifer”, probabilmente, capiremo davvero cos’è la paura. O, almeno, sarà la nostra anima, il nostro spirito, ad esserne avvolto. Dei canti in sottofondo in un falsetto, quasi fossero opera di angeli decaduti che tessono una sorte di preghiera al loro signore oscuro. 6 minuti di drammaticità autentica, verso la fine dei quali è possibile udire un drastico “cambio di rotta”, in cui, dalle atmosfere di cui prima, si sterza verso un fade out in crescendo che, altro non fa, che rendere omaggio a “Paradise Lost”, altro pezzo da 90 che non potrà non toccare l’anima di chi ascolta.
Violoncelli che tessono note “horrorifiche”, riconducendoci, ancora una volta, in piena drammaticità e oscurità. Violoncelli che lasciano spazio al pianoforte e alle tastiere che avranno l’audace compito di “pavimentare”melodiche dannatamente coinvolgenti e toccanti. Track, quest’ultima, assieme alla conclusiva “Dreaming”, lunghissima. Una suite di quasi 12 minuti in cui accade di tutto, in cui ogni strumento, ogni coro, ogni orchestrazione e ogni atmosfera, creata ad hoc, suggella alla perfezione il songwriting, costruito in maniera impeccabile. Alternanza di momenti drammatici, ad altri più spensierati e ancora, paura e angoscia. Disperazione, follia e mistero, minuti nei quali non sai cosa stia per accadere ma, dentro di te, sai che, probabilmente, l’epilogo è vicino e, fondamentalmente, vorresti che ciò non avvenga mai.
E, infine, a porre i sigilli ad un album autoprodotto e senza etichetta composto dalla mente e dalle mani di un artista con tanto di attributi, ci pensano le ultime due gemme d’autore: “Night’s Chants” e la lunga suite conclusiva (11 minuti e mezzo di poesia) “Dreaming”.
Un temporale e il suono della pioggia che cade ci introducono “Night’s Chants”, con accompagnamento dei synth e delle orchestre che ci trasporteranno nell’oscurità totale. Un’oscurità che riesce a risplendere grazie ad una fiamma assai labile ma, al contempo, quasi “speranzosa”. Una luce che pare ci guidi e che non voglia abbandonarci, una sorta di “Guru” all’interno di quel sentiero disegnato in copertina del quale non si conosce la strada, dal quale è impossibile intravedere la fine poiché coperta dagli alberi dalla nebbia. E, sotto questa pioggia che scandisce i meravigliosi tessuti melodici che avvolgono il brano, noi saremo trascinati e avvolti da un’aurea magica e sconvolgente, ossessiva nel finale e drammaticamente paurosa. Con una musica che andrà crescendo di momento in momento per poi dissolversi verso i pochi secondi finali per introdurci l’ultima song, quella “Dreaming” che si commenta da sola.
Poiché, da quella sorta di paura e angoscia di cui prima, in “Dreaming” dopo un intro introspettivo e a tratti claustrofobico, saremo accolti dalle corde e dalle melodie dei violini e archi che ci culleranno dolcemente e ci faranno sognare attraverso melodie ariose e spensierate. Merito soprattutto dei synth, usati in maniera più che intelligente e dalle tastiere che, con il loro sound, impreziosiscono questo ennesimo gioiello, donandogli quel tocco di genialità che nessuno avrebbe potuto mai concepire. Ma la magia non può concludersi così in fretta, poiché “Dreaming” è una suite di oltre 11 minuti e mezzo in cui, l’ascoltatore, dovrà solamente rilassarsi e rimanere incantato, lasciarsi avvolgere e, lentamente, trasportare per poi trascendere tra i meandri delle melodie che cesellano il brano tutto. Un brano in cui la parte da leone la fanno i violini, le orchestrazioni udibili in sottofondo, i synth e le tastiere. Tutti strumenti in grado di dar vita ad una sorta di “concept-song”, lunga quanto basta e, semplicemente, meravigliosa.
Io ho terminato e, purtroppo, credo di aver esaurito aggettivi e parole. Non ho un vocabolario così “vasto”, specie quando mi trovo innanzi ad opere d’arte che meriterebbero la palma ad honorem e il riconoscimento a subentrare all’interno dell’Olimpo dl Metallo.
Ma che, dannatamente, sono costrette a marciare nelle oscurità di un sottobosco musicale indecoroso che premia gli idioti mentre, i meritevoli, sono ancora lì, immersi e sperduti tra le sue strade, tra la sua nebbia, a comporre opere del calibro di “Nights’ Symphies”.
Un disco che dovrebbe insegnare parecchio il mestiere a tutte quelle band blasonate e leccate da critica e da fan “ciechi e sordi, e anche un po’ rincoglioniti e nerd” che, quando ascolteranno “Night’s Symphonies”, rimarranno estasiati ed entusiasti, riconoscendo il vero trademark di un sound che va al di là della semplice etichettatura “dark ambient – melodic-symphonic black metal”.
Occorrerebbe, effettivamente, trovare una giusta collocazione per questo disco ma, questo, lo lasceremo fare al tempo che saprà non solo valorizzarlo ma, spero, rendergli onore, fama e gloria nei secoli a venire.
E che le vostre menti possano lasciarsi trasportare dalle infinite atmosfere di questa sinfonie notturne…….
VOTO: 10 Cum Laude
TRACKLIST:
1. OVER THE SKIES
2. THROUGHTS UNDER THE MOON
3. THROUGH THE ERAS
4. OUT OF THE DARK
5. FOREST’S PATH
6. LUCIFER
7. PARADISE LOST
8. NOGHT’S CHANTS
9. DREAMING
LINE UP:
· STEFANO “WOLF” GAGLIARDUCCI
CONTATTI:
Ø Official Page: http://www.wolfuneral.altervista.org
Ø MySpace: http://www.myspace.com/wolfuneral
Ø Youtube: http://www.youtube.com/user/wolfuneral
Ø “Lucifer” Video Clip: Lucifer
Ø “Out Of The Dark” (Official Video Clip): Out Of the Dark