The Empty Dream | PROGRESSIVE

METATRONE – PARADIGMA

Ancora una volta l'Underground italiano, popolanto da talenti innati, ci propone l'ennesimo gioiello di power progressive metal: "Paradigma", un album suonato, prodotto e cantato in maniera magistrale dai suoi "padri", i Metatrone, band catanese di altissimo livello compositivo.

Ottima la prova dei musicisti che confermano il perfetto stato di salute del sottobosco musicale nostrano.

God Bless You!

Antonio Moliterni [Prosegue]

Meshuggah - Koloss

Dopo 4 anni spasmodici finalmente l'ultimo lavoro dei Meshuggah si abbatte dirompente sulle nostre regolari giornate. Inutile ammettere la crescente perplessità sulla continuazione di innovazione ed evoluzione del sound Meshuggah. Dopo dei masterpieces come “Destroy Erase Improve”, “Nothing” e “Catch 33”, ma anche l'EP “I” e l'ultimo ormai penultimo “ObZen”, un “rilassamento” potevamo aspettarcelo(io per primo)... anche perché ormai il tecnicismo poliritmico meshuggahceo è un sound unico e inconfondibile, per quanto inspirato mai plagiato(non perché non ci abbiano provato, ma perché il solo pensiero spaventa), e felicemente posso dire che un riposo possono anche permetterselo no?   Koloss si presenta come il classico travolgente ed esplosivo album alla meshuggah, stilisticamente moolto vicino a “Nothing” o ad “ObZen”. Il sound a differenza del passato si fa molto più baritono e carnale, quasi oscuro. Posso anche evidenziare un calo nelle prestazioni del canto di Kidman, lo trovo anche plausibile, che in questo album si mostra moolto più acerbo e raspo. Ottime, come sempre, sono le partiture di batteria, Haake lo considero comunque uno dei batteristi più logici della storia. Minori sono le melodie in “chitarra onirica” che tanto mi hanno fatto amare “ObZen”, minore è anche la qualità e quantità del tipico tecnicismo meshuggahceo: questa volta infatti hanno scelto una strada meno intricata, limitandosi con il classico contorto ma aggravando l'impatto e la potenza dei riff in se(classico esempio “The Demon's Name Is Surveillance” o “Behind The Sun”). Ricordo che in “ObZen” la sola assimilazione di una canzone durava mesi!   Futile è la descrizione dei 10 brani. L'ascoltatore si troverà infatti ogni qual volta a sturarsi le orecchie o perlomeno a contare, contare e contare. Questo “contare” è infatti uno dei motivi per il quale vale la pena ascoltare l'album, si tratta normalmente di cadenze e pause(soprattutto per la batteria) che fanno di un “caparbio uditore” l'”uditore divertito e compiaciuto”. Durante tutto l'ascolto ho avuto modo di riconoscere e gustarmi piccole serie di numeri che per chi non piace essere imboccato riconoscerà sicuramente: partendo dalla “I Am Colossus” “1 1 1 1 2”, “The Demon's Name Is Surveillance” “3 6 9”, “Behind The Sun” “3 4” e “1 2 1 3”, “The Hurt That Finds You First” “1 1 2 1 1 3” e “1 2 1 3 1 2 1 4”. Insomma, l'esperimento “Pravus” di “Obzen” è stato ulteriormente approfondito ed ampliato. Tra le più impressionanti e divertenti non posso non citare “Behind The Sun”, “The Hurt That Finds You First”, “Marrow” e “Swarm”. Mi deludono, principalmente per la ripetitività, “Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion” e “Do Not Look Down”. Sottolineo in ultimo la lussureggiante “The Last Vigil”, probabilmente la canzone più seria e matura mai creata dai Meshuggah.   In conclusione vorrei criticare a mia volta i critici che in queste settimane danno per morta e assopita l'inventiva dei Meshuggah, senza aver tenuto conto che per un bel decennio ci hanno continuamente deliziato con strutture nuove e ritmi atipici. Koloss è, seppur un adagiamento nella linea storica del gruppo, un adagiamento di classe. E' scontato anche dire che qualsiasi album dei Meshuggah(compreso quest'ultimo) è di un tecnicismo illogico per cui la sola teoria vale anni, album massicci e soprattutto REDDITIZI!   Difronte a tutto ciò, inchinatevi!   VOTO: 8 e 1/2

Disease - The Stream of Disillusion

Il metal nostrano oggi ci presenta una delle pochissime band veterane dello stivale. Parlo dei Disease, presenti ormai da un ventennio sulla scena metal italiana. The Stream of Disillusion è il loro ultimo lavoro datato 2011. Ciò che colpisce di loro è nell'uso vario, anzi varissimo, di generi, strutture e arrangiamenti, nonché uno svariato utilizzo della voce e delle atmosfere. In effetti loro sono paragonabili a un piccolo forziere, in cui dentro c'è un po' tutto il metal del XX secolo: il tecnicismo degli Annihilator, la spensieratezza degli Iron Maiden, i riff alla Megadeth, le atmosfere alla Metallica o alla Coroner, il progressive dei primi Atheist, il basso dei vecchi Opeth, la voce growl dei Novembre, … Insomma qualcosa di davvero apprezzabile senza oltrepassare la linea del plagio. In questi casi si parla normalmente di “post thrash death technic hardcore ripost progressive futur grove jazz”, ma io ho la presunzione di etichettarla come “Extreme Progessive Metal”. Le canzoni sono molto dinamiche e mutevoli(si può passare da un rullo growl a un arpeggio jazz in pochi secondi), non troppe ma giustamente corpose, senza spendere troppo tempo. Sottolineo la bravura di tutta la band nel non avermi annoiato con il loro cangiare(cosa che invece mi hanno fatto venire molte altre band dello steso filone), tecnicismo ben analizzato e sporadiche atmosfere sublimi. Onore anche al cantante che riesce benissimo a spostarsi in diversi stili di canto e cadenze. Le uniche imperfezioni fortunatamente sono nella stragrande maggioranza causate dai gusti personali dell'ascoltatore, per il contenuto è tutta roba buona. Per esempio a me non è piaciuta molto la distorsione in alcuni tratti della chitarra elettrica o il canto clean, ma ovviamente oltre ad essere gusti personali sono anche peli nell'uovo, robetta. Concludo nel dire che quando una band ha l'esperienza e sa cosa vuol dire “stupire l'ascoltatore” piuttosto che “stupire se stessi” la produzione è logicamente matura, giusta e degna di stima. Continuate così.   VOTO: 8 e 1/2

Lost Dimension - Another Dimensional Crack

Il metal nostrano oggi ci presenta i Lost Dimension, giovine band italiana prog metal.

Ebbene sì, progressive metal, ma i modi per eseguirlo sono vari; i Lost Dimension sembrano infatti usciti da una macchina del tempo risalente a quei mistici anni che vanno dalla fine dell'80 a inizio 90. Stranamente in questo caso non si cerca l'esaltazione massiccia e virtuosistica del classico e infallibile marchio
[Prosegue]

Nefesh - Shades and Lights

  Il metal nostrano questa volta ci presenta una giovane band di Ancona. I Nefesh devo dire che mi hanno parecchio stupito, sia positivamente che negativamente devo ammetterlo, ma è sempre gradito “l'infrangere gli schemi” sia riuscito con successo che meno.   Il genere che cercano di trasmetterci non è unico ma molteplici, i maggiori dei quali Progressive, Gothic, Death, Neoclassical con una buona dose di Sperimentale ed Ambient. Con il primo album “Shades and Lights” ambiscono a un certo equilibrio nel mischiare i suddetti generi. Certo l'impresa è abbastanza ardua, non per tutti; i Nefesh ci provano.   L'album che conta bel 13 parti e quasi un'ora di durata alterna brani lunghi con intermezzi e brevi mini-strumentali. Le lunghe hanno una struttura trascendente simile per ognuna e che alla lunga si riesce benissimo ad individuare; le corte invece alternano da sipari da piano bar ad intermezzi ambient, sino a qualche schitarrata alla Kaiowas. La particolarità più eclatante è nell'uso continuo, forse troppo, del piano e di tutti i suoi derivati che ricordano molto i principi fondamentali del Gothic Classico in stile Nightwish ed Epica. Ad accompagnare il piano c'è un'irrefrenabile chitarra elettrica con un forte impatto uditivo, a mio parere da abbassare di tono in alcuni tratti e da cambiare l'effetto principale(gusto personale). Onore al cantante che si dimostra abilissimo nell'uso sia di un clean profondo, sia di un grove/growl/scream modesto e sincero.   Nel complesso un valente lavoro, anche di buona registrazione, che però a parer mio poteva essere strutturato meglio, con meno canzoni ma con più intensità e virtuosismo, più varietà nei suoni di chitarra e con un vigore più travolgente e meno d'impatto. In oltre, pur non trovando nessuna castroneria non riesco neanche a percepire nessun frangente di miriade bellezza e fascino.   Per concludere: buona l'idea, ma da approfondire e scoprire. Per questa prima volta vi è andata bene. (Sarebbe davvero figo un mix di Dream Theater, Opeth e Nightwish)   VOTO: 7

Cynic - Carbon-Based Anatomy (EP)

Alleluia Alleluia Dopo ben 15 anni da Focus mi aspettavo la prossima uscita dei Cynic, come minimo, per il 2023. E invece zitti zitti ci rifocillano ogni tanto con questi ep da buongustai. Carbon-Based Anatomy è l'ultima lungimirante creazione del duo Paul Masvidal/Sean Reinert che questa volta hanno deciso di fare dare e pare tutto da sol!! ... o, ma cosa? o maii goood! Non ci posso credere!!!!! wowowo vado a leggere la line-up e chi mi ci trovo? un certo SEAN MALONE!! mamma mia ora si che posso morire felice. Per chi non lo sapesse questo tizio qua era il vecchio bassista dei Cynic e a mio parere rappresenta/va, insieme a Masvidal, l'elemento filosofico per eccellenza della band. Magari qualcuno lo conosce anche con gli Aghora o i Gordian Knot. Be ora che che c'è Malone l'ep non può che andare bene! yeee! Se Traced in Air poteva rappresentare un episodio isolato dopo aver ascoltato Carbon-Based Anatomy si dimostrerà invece un trampolino da lancio. Il cambiamento è evidentissimo: niente più growl e death metal; ma in compenso abbiamo un canto molto più pulito di Masvidal, un basso leggermente più accentuato, coretti vari, virtuosismo psicofisico, ma soprattutto una profonda ricerca minuziosa nei suoni, atmosfere e melodie. Un passo indietro, cinque avanti. Questa è ormai la filosofia dei Cynic che si è totalmente rivoluzionata dal technical death metal del primo Focus per abbracciare definitivamente un fusion progressivo con i contromazzi. Badate bene, questo processo non è un rinnegamento, ma una traslazione, una evoluzione naturale. E tutta questa evoluzione porta una ventata di innovazioni che mai mi sarei aspettato da questi tizi: melodie a 2 chitarre elaborate, assoli eleganti, sintetizzatori usati come cucchiaini e tribalate occasionali da capogiro. Posso accertare con sicurezza che questa volta si sono impegnati parecchio e che bisogna gioire ad ogni loro prossima uscita. Qualche critica però la devo fare eh eh ehhhh! L'unica grossa pecca giace proprio sul lato d'ombra di quella ricerca che tanto prima elogiavo. Avete presente quando il secchione della classe fa il tema di italiano grammaticalmente perfetto ma andando completamente fuori tema? Be ai Cynic è successa la stessa cosa: Masvidal si è talmente impuntato in questa missione di innovazione e virtuosismo che le canzoni appaiono troppo semplici, poco orecchiabili e infinitamente elaborate. Può sembrare un paradosso ma non lo è, e per chi ascolta Cynic da anni ora avrà perfettamente afferrato il messaggio. Un classico rischio a cui ci si deve esporre se si vuol fare qualcosa di davvero profondo In oltre mi rode anche il fatto che un ep da 23 minuti, che è già tanto per i tempi dei Cynic, sia formato da 6 canzoni; e di quelle 6 solo 3 sono quelle vere con con chitarre, batteria e voce. Le altre 3 infatti sono ministrumentali e intermezzi abbastanza scomodi. Io ne avrei accoppiate un paio o al limite ne avrei tagliata fuori una. In ultimo, ma non meno importante, viene un piccolo commento alla copertina... Ma che c*@** di #**k*@ è? Sembra, sembra un testicolo di un dromedario di Namek squagliato con un accendino a fiamma ossidrica verde. Comunque a mio parere ritrae perfettamente l'anima di Carbon-Based Anatomy. In oltre per chi non lo sapesse tutte le copertine(non ne sono poi molte) dei lavori dei Cynic sono disegnate da un certo Robert Venosa. Sfortunatamente è morto per cancro l'estate scorsa e questa copertina pare essere il suo ultimo capolavoro. Visto che in casi come questi l'artista cresce insieme all'evoluzione della band e incide nella loro iconografia mi chiedo: a chi si affideranno nei prossimi lavori?... sempre se il mondo non finirà nel 2012, questo è sottinteso. "Un viaggio musicale e filosofico che comincia in una giungla amazzonica sulle labbra di una saggia donna sciamanica e finisce nell'eterno spazio" Cit. Paul Masvidal VOTO: 9-

Deadsoul Tribe, A murder of Crows

I DeadSoul Tribe, band austriaca nata da un'illuminante intuizione di Devon Graves (ex Psychotic Waltz), si insinuano nei risvolti più ombrosi e nascosti dell'ultima ondata di progressive metal. Il nome è più che mai suggestivo: al nero dell'anima si aggiunge un'insistenza meravigliosamente ossessiva sulle percussioni, un tappeto sonoro costante ma non necessariamente fastidioso o preponderante. Il sound è per lo più cupo, appunto, ma a fare da contraltare vi è la voce calda e oltremodo melodiosa di Devon, che ingentilisce il risultato finale anteponendo di fatto la piacevolezza dell'ascolto ai manierismi compositivi.Dopo un album d'esordio (omonimo) sanza infamia e sanza lode, nel 2003 esce A Murder of Crows, che si rivela un primo piccolo capolavoro della band nata in quel di Vienna. Colonna sonora perfetta di questo inizio di novembre grigio e piovoso, l'album inizia con "Feed (Part 1 – Stone By Stone)", che mette subito le carte in tavola sulle intenzioni dei nostri. Parte ritmica sugli scudi, chitarre che non hanno nessuna intenzione di farsi da parte, linea vocale che alterna un tono estremamente aggressivo a uno ammaliante e quasi lullabyeggiante.  Non c'è male, ma non è niente in confronto alla seconda parte di Feed, ovvero "The Awakening", che in meno di tre minuti incanta in pieno grazie all'innesto di un elemento caro a Graves, il flauto, estremamente evocativo, e alle chitarre acustiche, che diventano ben presto distorte e violente. Splendido l'assolo supportato dalla voce qui in veste Ian Gillan e da un lavoro di tom e crash martellante. Inquietante l'intro di "The messenger", che accarezza un tema caro ai DST, ovvero la morte. La voce di Graves è quasi moltiplicata in una canzone che rievoca a più riprese lo stile degli Shadow Gallery. Let in the light / And the dark leaves you. "In the garden made of stones" è più pacato nelle strofe, ma più cattivo è più tecnico nei ritornelli. Non bastano oltre 6 minuti per conquistarci il cuore, cosa che riesce in pochi secondi alla successiva "Some thing you can't return", una delle tracce migliori dell'album, anticipata da una linea di basso che detta le pulsioni vitali, e si fa linea guida agli strumenti che via via si aggiungono. Suggestiva, ipnotica, come la voce che la accompagna."Angels in Vertigo" è una piccola caduta, come sembra suggerire il titolo, prima di tornare a ritmi - questa volta, davvero - vertiginosi con la splendida "Regret", in cui si può apprezzare anche la presenza del pianoforte. I nostri si lasciano andare al lato più truce nella metaforica "Crows on the wire", danno tregua con "I'm not waving", ci annoiano discretamente con "Flies" e si riprendono alla grande con "Black Smoke and Mirrors", ottima track con l'aggiunta - sempre gradita - di pianoforte e flauto, qui elevato a strumento solista.La bonus track è la meravigliosa "Time", un vero e proprio regalo che ha però la forza di rivelarsi uno dei pilastri di questo album.Deadsoul Tribe, A murder of Crows, 2003 Voto: 7,8Da non perdere: Regret, Time, Some thing you can't return, Feed part 2Trackist:   1. "Feed (Part 1 – Stone By Stone)" − 5:04   2. "Feed (Part 2 – The Awakening)" − 2:54   3. "The Messenger" − 5:15   4. "In a Garden Made of Stones" − 6:26   5. "Some Things You Can't Return" − 5:20   6. "Angels in Vertigo" − 4:38   7. "Regret" − 4:36   8. "Crows on the Wire" − 6:48   9. "I'm Not Waving" − 5:34  10. "Flies" − 5:12  11. "Black Smoke and Mirrors" − 4:58  12. "Time" (Bonus Track) − 4:28Line-up:   * Devon Graves − lead vocals, guitar   * Roland Ivenz − bass   * Adel Moustafa − drums   * Roland Kerschbaumer − rhythm guitar   * Volker Wilschko − guitar

Pain of Salvation - Road Salt Two

13. ottobre 2011 17:52 by LUGREZZO in BLUES, PROGRESSIVE, Recensioni, ROCK   //  Tags: ,   //   Commenti (1)
    Bè, a stupire i Pain of Salvation c'hanno preso la laurea specialistica, maestri, quasi primari. Circonciderli nel progressive metal è un errore fatale, nulla a che vedere con gli stereotipi dreamtheateriani che hanno, e stanno, dettando le fottute regole del prog metal. La cosa sconvolgente è che la band è assai recente (si parla del 97) ma nonostante tutto si è riuscita a guadagnare terreno e ormai sono pilastri del prog moderno.   A capitare il tutto c'è il giovine e prosperoso Daniel Gildenlöw, indiscusso mastro burattinaio. I Pain of Salvation l'hanno capito da subito: puntare sulla qualità eccellente e sperimentare senza rinnegarsi. Il rovescio della medaglia è evidente: i fan fossili rivendicheranno sempre le origini eccetera eccetera. Ritornando su questo Road Salt Two devo dire che questa ultima piega dei PoS non mi era piaciuta proprio per niente: Skarsick e poi il madornale Road Salt One che mise a soqquadro la mia reputazione su di loro... ma non tutto è perduto!!! Questo secondo capilo si presenta radicalmente diverso, pur avendo di per se gli stessi elementi. Insomma se con una patata e un tubo un tizio si fa un cannone artigianale è un conto, ma se si fa una canna al purè so mazzi di altri mondi. Il progressive rock/blues c'è ma è rivisto con una chiave di lettura completamente diversa. Sarà per l'avvertimento del precedente flop, sarà che hanno ricevuto una cattiva telefonate, i Pain of Salvation hanno deciso di cambiare le carte in tavola. E così mentre, ascoltando, mi ripetevo “ora inizia la parte cazzeggera” la parte cazzeggera non arrivava e mi iniziai a preoccupare... ma amici ascoltatori è proprio così: diversamente dallo sterco precedente(Road Salt One) non ci sono cazzeggi e ubriacature. La batteria tambureggia che è uno spasmo periodico, il basso pompa come mio zio col canotto e le tastiere fanno veramente ma veramente paura. Inutile elogiare la voce di Daniel, una delle poche valide tanto nel metal quanto nel mondo. Se vi aspettavate un fallimento consecutivo avete sbagliato album. Le 12 canzoni si fanno ascoltare che è una meraviglia e sono tutte, e dico tutte, costruite sull'elemento che ha fatto furore ai Pain of Salvation: la ricerca, il particolare. Spiccano meravigliosamente la rustica “Healing Now”, l'orchestrale “To the Shoreline”, la zippettosa “Eleven”, la nauseabonda “The Deeper Cut” e la classicheggiante “End Credits”... ma vi ho nominato solo le punte massime... tutte belle canzoni, album completissimo. Ritornando sul fattore particolare non posso non illustrarvi questa cosuccia, solo uno dei giochetti che i PoS fanno ormai da anni e che i Dream Theater hanno molto approfondito: ossia il riproponimento di una strofa o melodia in più canzoni e passaggi; vi sembrerà una bighellonata ma io ci vado letteralmente pazzo. Allora: se fate caso il “Road Salt Theme” è stato sovrapposto un una strofa di “Solftly She Cries”; cosa ambigua fatta fra “End Credits” e “The Physics of Gridlock”; in oltre lo stesso “ Road Salt Theme” è ripreso anche al finale di “End Credits”. Tutto ciò crea un incatenamento favoloso: “Solftly She Cries”-“Road Salt Theme”-“End Credits”-“The Physics of Gridlock”. Semplice particolare che, non so a voi ma, a me garba parecchio. Un'altra cosa figa stà nel finale di “The Physics of Gridlock”: Daniel canta in francese!!!! Rifacendo un paio di conti: uno svedese che canta in inglese, in BE addirittura in latino e ora in francese!! ci manca un fraseggio in giappomandarino e Daniel diverrà cittadino del mondo... Il metal manca ormai da anni in casa PoS, ma come disse il maestro al comandante “Tra due mali bisogna sempre scegliere il minore”. VOTO: 7-    

DREAM THEATER - A DRAMATIC TURN OF EVENTS

  O rùcchel   Ngredìnd nù chìl de farìn de gròin, nù pìcch de crescènd o de lìvet de bìrr, nù chìl de cepòdd Iòng, (le spunzole) miinz chìi de pàssel, nu quìnd e cenquanda gràmm d'alic salòit, pàip e soil miinz litr d'uggh. Se mbast la farìn pe na cucchiòir de sòil e u crescènd e se fòisc crèsc. Le cepòdd se menòzzen a pezzìtt e se fàscen ammurtèsc jnd'a l'uggh se mètt nu pìcch de sòil. Quànn la pàst jè cresciùt se fòisc la lajanèdda fina fin, se mettèn tutt le ngredìnd e s'arrutelòisc. Se mèttjnd'o chettùrjùnd d'uggh e se scacàzz pe la mòin. Se còusc jnd'o fùrn a fùch lìnd, pe na bòun'a mènzour. Focaccia di S. Giuseppe (O rùcchel)    Ingredienti  1 kg di farina di grano duro, un lievito di birra, o lievito di casa, 1 kg di cipolle lunghe, mezzo chilo di uva passa, 250 gr. di alici salate, pepe, sale, mezzo litro di olio di oliva. Impastare e far lievitare la pasta. Friggere le cipolle nell'olio, facendole appassire. Quando la pasta è lievitata, stendere una sfoglia sottilissima, condirla con gli ingredienti e arrotolarla. Metterla in una teglia unta d'olio e schiacciarla. Cuocerla a fuoco lento nel forno per un'ora circa.   E questa è la ricetta della nostra strfighissima focaccia primaverile, la “Focaccia di San Giuseppe” meglio conosciuta, qui a Gravina, paese provincia di Bari, come “O rùcchel”! Cazzo c’entra ‘sta roba con i Dream Theater? C’entra, c’entra.. eccome se c’entra… Sapete benissimo che quando si parla di una nuova release del Teatro Dei Sogni (ribattezzato da me come “Teatro Degli Incubi”), ormai, alzo bandiera bianca e inizio a fare accostamenti quanto più assurdi possibili. Non che odi i Dream Theater, affatto. C’è stato persino un tempo in cui li ho amati. Sin dal loro esordio. Li ho consacrati con il loro secondo album, “Images And Words”. Li ho anche supportati con dischi molto discussi da certa critica quali “Train Of Thought” e “Octavarium”. Ma, molte, moltissime volte non ho potuto difendere le scelte artistiche di Portnoy e soci. Ops! Ho detto Portnoy! Un nome che non va’ più nominato! Perché? Beh, semplicemente perché il famosissimo dramme dei DT ha deciso di levare le tende (notizia che ha già il sapore di qualche mese fa’, almeno per chi non avesse vissuto sulla luna negli ultimi mesi addietro). Ritornando al disco e alla nostra Focacciona stracondita che potrebbe lacerare intestino, stomaco e fegato anche al più arduo  mangiatore tra di voi… dovete sapere che, anche se a me la Focaccia di San Giuseppe non è mai piaciuta (troppe cose che non ch’azzeccano messe assieme… e poi quella frittura, bleah!) ai gravinesi tutti (o quasi) vien l’acquolina in bocca al solo sentirla nominare. E, ritornando alla teoria dei “minestroni” culinari, è ovvio che miscelare troppi ingredienti, a volte posti “ad cazzium” l’uno con l’altro, potrebbe far sorgere qualcosa di mostruosamente buono o mostruosamente schifoso. De gustibus. La Focaccia di San Giuseppe è ritenuta mostruosamente buona anche se mostruosamente indigesta. Il disco dei Dream Theater, questo “Drammatico Turno Degli Eventi” (che si commenta da solo già nel titolo), per il sottoscritto, è ritenuto un accozzaglia di porcate l’una accanto all’altra, alcune delle quali appiccicate con lo scotch da pacchi (che tiene maggiormente), sputo, colla e sudore adesivo, facendo sfoggio, in ogni singola nota dei brani, di una tecnica che ha del sovrannaturale, per dar vita a brani vuoti, senz’anima e corpo. Quasi fossimo al cospetto di un LP composto da puro ectoplasma musicale. E non sarà certo mica colpa della new entry, Mike Mangini (anche se, ad onor, nessuno se ne accorgerà, dato che il songwriting non ne risente affatto. Basta ascoltare l’orrida “Lost Not Forgotten” per capire quanta spazzatura vi sia in oltre 10 minuti di pseudo-musica in chiave pseudo-progressive metal…) se l’album fa cagare vomito e vomitare merda. Si salvano, a malapena, le ballads. Si, perché le ballate fanno ritornare sulla Terra i nostri drammaturgici sul palco del loro teatrino delle marionette ambulante e scassato. Effettivamente, una ballad può essere meno impegnativa da comporre e, quindi, più ascoltabile, orecchiabile, scorrevole. Ma anche infarcita di sonorità che vanno dal rock al blues (“This Is The Life”  bellissima). Anche se a rovinare tutto ci pensano i rutti di non so quale membro ubriaco fradicio della band, nella track “Bridges In The Sky”, nell’intro e nell’outro. Una porcata degna delle peggiori “barra” migliori porcate musicali, autentico aborto della natura umana che è siglato Dream Theater. Ma non possono un paio di ballate a mantenere in vita un disco che ha bisogno di un polmone d’acciaio per poter continuare a vivere, assieme ad una band in coma perenne da non so più quanti anni, artificialmente mantenuta in vita dai fan sfegatati che urlano al miracolo ad  ogni loro uscita sul mercato discografico,. E questo, prescindendo da cosa si offra loro, se un capolavoro (ma non ne fanno più da Dio ricorda solo quanto tempo) o un bel piatto pieno di merda con una bella etichetta con su scritto “Dream Theater”. Questa è la verità E questa è la mia recensione. E questo è il voto.   VOTO: 1 –  

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Inoltre dal 2011 The Empty Dream è una testata giornalistica registrata.
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