The Empty Dream | Recensioni

Stream of Passion, Darker days

  Per chi ha amato le voci sovrannaturali di Anneke Van Giersbergen, Sharon Den Adel e compagnia cantante, la nuova frontiera della meraviglia ha un nome ben preciso, Marcela Bovio, e un 'contorno' tutt'altro che trascurabile e identificato con il monicker Stream of Passion. Band che si muove su territori metal ed entro i suoi confini gothic, symphonic e in parte progressive. E che non poteva che imporsi subito all'attenzione del pubblico, dato che il fondatore 'fu' nientemeno che Arjen Lucassen, artista poliedrico la cui creatura più conosciuta rimane ad oggi quella degli Ayreon. Proprio nell'album degli Ayreon The Human Equation c'è la possibilità di ascoltare un primo saggio della voce di Marcela.  Dopo un esordio più che discreto (Embrace the storm), il secondo album, The Flame Within, è già un piccolo capolavoro. Le tracce sono molto più che piacevoli, e la ciliegina è una gloriosa ri-lettura di "Street Spirit" dei Radiohead. Il nuovo lavoro non può che giungere pieno di aspettative, e non a caso i nostri, sapendo che ripetersi non è esattamente facile né sempre costruttivo, provano ad apportare qualche piacevole novità per sorprenderci. Ecco allora l'introduzione del tango in una canzone che parte violentissima - e torna ad esserlo dopo la parentesi dominata da fisarmonica. E' il caso di "Lost", opener che traccia immediatamente la strada giusta. Il connubio tra i generi, quasi inimmaginabile, è perfetto.  In "Reborn" il ritmo si fa più compassato e Marcela comincia a miscelare le sue anime, cullandoci con la lingua spagnola - che rende molto meglio, ma ne riparleremo dopo. In "Collide" e "The scarlet mark" prevale il lato più sperimentale e tecnico. "Spark" è piano e fisarmonica - eccola che ritorna. L'interpretazione vocale è magistrale, servisse sottolinearlo. E' con "Our cause", però, che si raggiunge il vertice - forse assoluto per la band - delle emozioni: dall'intro crescente di violino, che giunge soffusa e viene subito travolta dall'irruenza di chitarre e batteria, poi la strofa, cantata in spagnolo e - e questa è la seconda trovata maestosa - con finale di frase ripetuto. "Trazos de hielo y niebla que se esconden - que se esconden en las pequenas grietas de mi nombre - de mi nombre Luz que ilumina el alba no me ignores - no me ignores entre suspiros llamas mas no se a donde - no se a donde. El invierno me encuentra delirando - delirando  entre flores cubiertas de desencanto, miedo y llanto - miedo y llant Mientras el frio corre por mis manos - por mis manos mi corazon implora: "hasta cuando?" - "hasta cuando?" Sprigionata tutta la potenza evocativa nella strofa, il ritornello è quasi una pausa, ed è cantato in inglese. E qui, all'interno della stessa traccia, si avverte l'abisso tra una lingua caliente e una decisamente 'freddina'. Per di più, ma questo è ovvio, la Bovio sembra decisamente più a suo agio nelirle emozioni nella sua lingua madre.  Anche nella seguente "Darker days", titletrack con venature prog, si può notare il contrasto evidente (con esito altrettanto evidente) tra le parti in spagnolo e in inglese. Successivamente l'album si snoda con brani più o meno riusciti, da "Broken" a "This moment", da "Closer" a "The mirror", tutti rivelanti le diverse facce della band. "Nadie lo ve" è un attimo di pace in cui la voce di Marcela mostra tutto il suo... stream of passion, supportata dal solo piano. Una traccia dolce, ma triste e remotamente inquieta. Il finale prevede un cambio di genere con "The world is ours", plus la bonus track "The hunt", del tutto trascurabile.L'album, invece, e soprattutto la voce di Marcela, non lo sono per nulla. Darker days (2011) Voto : 7,3 Tracklist: 01. Lost 02. Reborn 03. Collide 04. The Scarlet Mark 05. Spark 06. Our Cause 07. Darker Days 08. Broken 09. This Moment 10. Closer 11. The Mirror 12. Nadie Lo Ve 13. The World Is Ours 14. The hunt Line-up: Marcela Bovio - cantante, violino Eric Hazebroek - chitarra ritmica e solista Stephan Schultz - chitarra ritmica e solista Johan van Stratum - basso Jeffrey Revet - tastiere, pianoforte Martijn Peters - batteria   Discografia: 2005 - Embrace the Storm 2009 - The Flame Within 2011 - Darker Days

METATRONE – PARADIGMA

Ancora una volta l'Underground italiano, popolanto da talenti innati, ci propone l'ennesimo gioiello di power progressive metal: "Paradigma", un album suonato, prodotto e cantato in maniera magistrale dai suoi "padri", i Metatrone, band catanese di altissimo livello compositivo.

Ottima la prova dei musicisti che confermano il perfetto stato di salute del sottobosco musicale nostrano.

God Bless You!

Antonio Moliterni [Prosegue]

DRAGONFORCE – THE POWER WITHIN

Il Nuovo parto discografico dei Dragonforce targato 2012 che, a dispetto della prevedibilità, non mancherà di stupire chiunque, anche gli scettici che, come il sottoscritto,e rano pronti ad una stroncatura mozzafiato.

Ottimo e gradito ritorno per il combo multietnico che, in questo "The Power Within", estrae tutta l'artiglieria di famiglia che era esplosa nel micidiale elontano "Sonic Firestorm" per regalarci tanti minuti di ottimo e sano "extreme power metal". O, più semplicemente, un fottuto heavy metal di buona caratura.

Promossi.

Antonio Moliterni. [Prosegue]

Mike Paradine's Group - Death in the family

Il caro vecchio Metal.  Quello buono, quello con la M maiuscola. Il Mike Paradine Group ci presenta questo "Death in the family", progetto solista di Mike Paradine, batterista degli Arctic Flame, che trasporta su disco il suo percorso personale: musicale ma non solo. C'è molto di intimo in questo album fondamentalmente "cattivo" ma non privo di momenti più marcatamente riflessivi e pacati. All'età di 13 anni gli viene diagnosticato un tumore alle ossa: la lotta contro la malattia è dura ed è costretto a subire l'amputazione di una gamba. Ciò non gli impedisce di diventare un batterista con tutti i crismi, quasi a voler sfidare il destino. Scrive anche un libro, "King of Toys", prima di consacrarsi come musicista com gli Arctic Flame, band USA di hard rock, purtroppo non conosciutissima. E' dunque il metal d'annata, quello cattivo, come anticipato già dal titolo della traccia d'apertura, "Venom and Piss",con Richard Holmgrem alla voce. Chitarre che frullano e batteria che pesta, all'antica maniera e con estrema sapienza. Ma anche intelligenti cambi di tempo e piacevoli assoli. E' un album che parte alla grande, e che procede sulla stessa strada grazie a "Rise up from the grave", improvvisamente molto più power che thrash, anch'essa caratterizzata da coinvolgenti cambi di tempo e da melodie che, seppur violente, risultano quasi dolci. Il cambio di registro è nuovamente dietro l'angolo con "Monster's Ball", in cui fa la sua apparizione come vocalist Mike Paradine. Roba da Testament prima maniera, un gradino sotto le compagne però.  Turn on the sweet mode, ed ecco "On a Tuesday morning", accademica hard ballad tutta chitarre acustiche e assoli interpretata da Dave Manheim: ottima. Michael Clayton Moore si fa portavoce di "These are the days", e di quello che è crescere nel New Jersey verso la fine degli anni Settanta e inizio degli anni Ottanta. Stiamo declinando più verso l'hard rock, e lo conferma la successiva "Parasite", cover dei Kiss, e un ulteriore salto temporale in avanti si ha con la divertente e travolgente "Suzie with an Uzi", canzone in stile Guns 'n Roses in chiave punk. "Taste my fist", assaggia il mio pugno, riporta il tema della lotta contro la malattia vissuta da Mike. Uguale cattiveria in "Bow down the Queen", prima della lunga conclusione di "Dust", ballad trionfale cantata da Mike Paradine e incentrata sugli eventi dell'11 Settembre.  Il finale chiude con una nota di intima malinconia. Album che, ove più ove meno, risulta decisamente piacevole e orecchiabile, sicuramente ben suonato. Voto: 7,5 Line-up: Mike Paradine - Drums, Vocals (ArcticFlame, Balistik Kick) Richard Holmgren – Vocals (Wolf) Michael Clayton Moore - Vocals (ArcticFlame) Jeff Scott – Bass (ArcticFlame) Dave "Ghost" Manheim - Vocals, Guitars, Bass, Keyboard (Supernatiral, Society Killers) Kilroy - Guitars Tracklisting: 1. Venom and Piss 04:36 2. Rise Up from the Grave 03:44 3. Monster's Ball 05:54 4. On a Tuesday Morning (The John J Harvey) 03:59 5. These are the Days 06:28 6. Parasite 03:04 7. Suzie with an Uzi 04:24 8. Taste My Fist 06:01 9. Bow Down to the Queen 04:20 10. Dust 07:03 Label: Mike Paradine Title: Death In The Family Artist: Mike Paradine Group Country: USA Genre: Metal/Rock Release date: 23 March 2012 Contatti: www.mikeparadine.com www.facebook.com/people/Mike-Paradine/609013359 www.mikeparadinegroup.bandcamp.com www.myspace.com/mikeparadine  

Meshuggah - Koloss

Dopo 4 anni spasmodici finalmente l'ultimo lavoro dei Meshuggah si abbatte dirompente sulle nostre regolari giornate. Inutile ammettere la crescente perplessità sulla continuazione di innovazione ed evoluzione del sound Meshuggah. Dopo dei masterpieces come “Destroy Erase Improve”, “Nothing” e “Catch 33”, ma anche l'EP “I” e l'ultimo ormai penultimo “ObZen”, un “rilassamento” potevamo aspettarcelo(io per primo)... anche perché ormai il tecnicismo poliritmico meshuggahceo è un sound unico e inconfondibile, per quanto inspirato mai plagiato(non perché non ci abbiano provato, ma perché il solo pensiero spaventa), e felicemente posso dire che un riposo possono anche permetterselo no?   Koloss si presenta come il classico travolgente ed esplosivo album alla meshuggah, stilisticamente moolto vicino a “Nothing” o ad “ObZen”. Il sound a differenza del passato si fa molto più baritono e carnale, quasi oscuro. Posso anche evidenziare un calo nelle prestazioni del canto di Kidman, lo trovo anche plausibile, che in questo album si mostra moolto più acerbo e raspo. Ottime, come sempre, sono le partiture di batteria, Haake lo considero comunque uno dei batteristi più logici della storia. Minori sono le melodie in “chitarra onirica” che tanto mi hanno fatto amare “ObZen”, minore è anche la qualità e quantità del tipico tecnicismo meshuggahceo: questa volta infatti hanno scelto una strada meno intricata, limitandosi con il classico contorto ma aggravando l'impatto e la potenza dei riff in se(classico esempio “The Demon's Name Is Surveillance” o “Behind The Sun”). Ricordo che in “ObZen” la sola assimilazione di una canzone durava mesi!   Futile è la descrizione dei 10 brani. L'ascoltatore si troverà infatti ogni qual volta a sturarsi le orecchie o perlomeno a contare, contare e contare. Questo “contare” è infatti uno dei motivi per il quale vale la pena ascoltare l'album, si tratta normalmente di cadenze e pause(soprattutto per la batteria) che fanno di un “caparbio uditore” l'”uditore divertito e compiaciuto”. Durante tutto l'ascolto ho avuto modo di riconoscere e gustarmi piccole serie di numeri che per chi non piace essere imboccato riconoscerà sicuramente: partendo dalla “I Am Colossus” “1 1 1 1 2”, “The Demon's Name Is Surveillance” “3 6 9”, “Behind The Sun” “3 4” e “1 2 1 3”, “The Hurt That Finds You First” “1 1 2 1 1 3” e “1 2 1 3 1 2 1 4”. Insomma, l'esperimento “Pravus” di “Obzen” è stato ulteriormente approfondito ed ampliato. Tra le più impressionanti e divertenti non posso non citare “Behind The Sun”, “The Hurt That Finds You First”, “Marrow” e “Swarm”. Mi deludono, principalmente per la ripetitività, “Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion” e “Do Not Look Down”. Sottolineo in ultimo la lussureggiante “The Last Vigil”, probabilmente la canzone più seria e matura mai creata dai Meshuggah.   In conclusione vorrei criticare a mia volta i critici che in queste settimane danno per morta e assopita l'inventiva dei Meshuggah, senza aver tenuto conto che per un bel decennio ci hanno continuamente deliziato con strutture nuove e ritmi atipici. Koloss è, seppur un adagiamento nella linea storica del gruppo, un adagiamento di classe. E' scontato anche dire che qualsiasi album dei Meshuggah(compreso quest'ultimo) è di un tecnicismo illogico per cui la sola teoria vale anni, album massicci e soprattutto REDDITIZI!   Difronte a tutto ciò, inchinatevi!   VOTO: 8 e 1/2

GoodWines - Just a Little Shaboo

2. aprile 2012 18:57 by Roxelle in Recensioni, ROCK   //  Tags:   //   Commenti (0)
Chiamare i GoodWines “gruppo emergente” ha delle implicazioni ovvie ma che qui nomineremo per poi smentirle.

Emergente è un gruppo la cui fondazione è recente, un gruppo le cui canzoni non sono curate nei minimi particolari, un gruppo per cui si potrebbe immaginare una formazione migliore, un sound migliore, testi migliori, migliori arrangiamenti e miglior resa armonica complessiva in sala di registrazione.

Di tutte queste implicazioni è vera solo [Prosegue]

Disease - The Stream of Disillusion

Il metal nostrano oggi ci presenta una delle pochissime band veterane dello stivale. Parlo dei Disease, presenti ormai da un ventennio sulla scena metal italiana. The Stream of Disillusion è il loro ultimo lavoro datato 2011. Ciò che colpisce di loro è nell'uso vario, anzi varissimo, di generi, strutture e arrangiamenti, nonché uno svariato utilizzo della voce e delle atmosfere. In effetti loro sono paragonabili a un piccolo forziere, in cui dentro c'è un po' tutto il metal del XX secolo: il tecnicismo degli Annihilator, la spensieratezza degli Iron Maiden, i riff alla Megadeth, le atmosfere alla Metallica o alla Coroner, il progressive dei primi Atheist, il basso dei vecchi Opeth, la voce growl dei Novembre, … Insomma qualcosa di davvero apprezzabile senza oltrepassare la linea del plagio. In questi casi si parla normalmente di “post thrash death technic hardcore ripost progressive futur grove jazz”, ma io ho la presunzione di etichettarla come “Extreme Progessive Metal”. Le canzoni sono molto dinamiche e mutevoli(si può passare da un rullo growl a un arpeggio jazz in pochi secondi), non troppe ma giustamente corpose, senza spendere troppo tempo. Sottolineo la bravura di tutta la band nel non avermi annoiato con il loro cangiare(cosa che invece mi hanno fatto venire molte altre band dello steso filone), tecnicismo ben analizzato e sporadiche atmosfere sublimi. Onore anche al cantante che riesce benissimo a spostarsi in diversi stili di canto e cadenze. Le uniche imperfezioni fortunatamente sono nella stragrande maggioranza causate dai gusti personali dell'ascoltatore, per il contenuto è tutta roba buona. Per esempio a me non è piaciuta molto la distorsione in alcuni tratti della chitarra elettrica o il canto clean, ma ovviamente oltre ad essere gusti personali sono anche peli nell'uovo, robetta. Concludo nel dire che quando una band ha l'esperienza e sa cosa vuol dire “stupire l'ascoltatore” piuttosto che “stupire se stessi” la produzione è logicamente matura, giusta e degna di stima. Continuate così.   VOTO: 8 e 1/2

TWISTED TOWER DIRE – MAKE IT DARK

Il ritorno assai gradito dei Twisted Tower Die che, in questo loro quinto album da studio, "Make It Dark", mostrano tutta la loro energia. Un'energia che sprizza metal, guitar solos al fulmicotone e riff assassini da ogni poro.
L'energia dello "US Metal" made in California.

Tra i più bei parti discografici del 2011.

Antonio Moliterni. [Prosegue]

Lost Dimension - Another Dimensional Crack

Il metal nostrano oggi ci presenta i Lost Dimension, giovine band italiana prog metal.

Ebbene sì, progressive metal, ma i modi per eseguirlo sono vari; i Lost Dimension sembrano infatti usciti da una macchina del tempo risalente a quei mistici anni che vanno dalla fine dell'80 a inizio 90. Stranamente in questo caso non si cerca l'esaltazione massiccia e virtuosistica del classico e infallibile marchio
[Prosegue]

About TheEmptyDream.it

The Empty Dream nasce dalla passione di tre amici e da quello che amavano faredi più: sentire musica, giudicare quella musica e mettere online le loro sentenze. E' così che è stato fondato The Empty Dream.

Da un'idea di Antonio Moliterni, Giacomo Picca e Dario Picca

Inoltre dal 2011 The Empty Dream è una testata giornalistica registrata.
Direttore responsabile Francesco Mastromatteo. 
Editore, Proprietario e Direttore Generale Antonio Moliterni. 
Vicedirettore e inserzionista: Giacomo Picca
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