The Empty Dream | SPEED

DRAGONFORCE – THE POWER WITHIN

Il Nuovo parto discografico dei Dragonforce targato 2012 che, a dispetto della prevedibilità, non mancherà di stupire chiunque, anche gli scettici che, come il sottoscritto,e rano pronti ad una stroncatura mozzafiato.

Ottimo e gradito ritorno per il combo multietnico che, in questo "The Power Within", estrae tutta l'artiglieria di famiglia che era esplosa nel micidiale elontano "Sonic Firestorm" per regalarci tanti minuti di ottimo e sano "extreme power metal". O, più semplicemente, un fottuto heavy metal di buona caratura.

Promossi.

Antonio Moliterni. [Prosegue]

Seven Thorns, Return to the Past

Maestoso o stucchevole?

E' questo il grande interrogativo che riguarda il genere power metal, divagazione dal tema "rock duro" che, a seconda dei gusti dell'ascoltatore e, ovviamente, delle qualità dell'interprete, può essere visto come,,, [Prosegue]

Lord Volture, Never Cry Wolf

  Non piangere mai, lupo. E se tanto mi dà tanto, se il lupo è quello della copertina, semmai ha da piangere chi lo incontra. Con questa cover image decisamente aggressiva ci addentriamo nelle viscere di questo secondo lavoro della giovane band olandese dei Lord Volture, che propone delle sonorità decisamente hard, rinnovando i fasti della NWOBHM, con influenze thrash, power e speed. La riprova ne è la traccia di apertura, la speeditissima 'Never Cry Wolf', che mette subito sul piatto le carte e le potenzialità della band: ritmica battente, parti di chitarra eclettiche e onnipresenti, assoli come se piovesse, il tutto a esaltare la voce meravigliosa di David Marcelis, al quale capiterà ben presto, all'ascoltatore, di affiancare senza timori reverenziali, a Blaze Bayley - e non a caso proprio a quest'ultimo hanno fatto da band di supporto. Il lato più smaccatamente Iron emerge nell'epica "Taiga", in cui tutto è dannatamente perfetto, dalla lunga intro strumentale alle disperate urla finali di David. Sette minuti di puro piacere, che non si placano sulla successiva tiratissima "Wendigo", altra traccia chiave dell'album, timida nelle stroffe, devastante nei ritornelli, negli assoli e nel solito finale in cui la voce di Marcelis dà ancora straordinaria prova di sè. Quasi due minuti strumentali aprono "Celestial bodies fall", più complessa ma tutto sommato meno coinvolgente delle precedenti. Cadiamo ache noi nell'incubo in "Korgon's Descent", parentesi power in cui veniamo letteralmente stesi dalla doppia cassa di Frank Wintermans, che ci fa dono di una decina di tempi e di interpretazioni diverse.  Spesso le cose più semplici risultano le migliori: ed ecco "Minutes to Madness", altra pietra miliare di "Never Cry Wolf", una batteria semplice semplice così semplice che ti chiedi: "Embè, che gli è successo?" Gli è successo che l'assolo di chitarra segue un tempo irregolare. C'era l'inganno. Uno splendido inganno. La traccia dura "solo" quattro minuti, e forse avrebbe più diritto di altre di accompagnarci ancora un po'. Sicuramente più diritto di "Necro Nation", che anticipa nel titolo un vago sentore di genere death, sentore rispettato ma con esito poco convincente, se non fosse per la solita prova vocale monstre. Una folla acclama il re, seguita da un inquietante interrogativo: 'Per quanto potrò ancora portare questo peso?'. "I am King", ottava traccia, che trae le sue origini da un ottimo lavoro ritmico (Simone Geurts  al basso) che lascia le chitarre in standby, lasciando spazio al re perchè racconti la sua storia. Ritornello da 'heavy classico', ottimo l'intermezzo musicale con l'interminabile e azzecatissimo assolo (onore al merito Paul Marcelis e Leon Hermans). Purtroppo la storia del re non è felicissima dato che si rivela, alla fine, 'il re del nulla'. Una delle caratteristiche della band sono le lunghe intro musicali, e la consolida in pieno "Into the Liar of a Lion", che vede la partecipazione di Sean Pack dei Page, altra voce decisamente ehm ... 'autoritaria'. E' con "Brother", però, che i Lord ci sorprendono: ovvero una ballad per chitarre - rigorosamente acustiche - e voce. Voce che dimostra di sapersi 'contenere' e incidere anche su registri decisamente più quieti.  No, non è vero. Si sente che il buon David non vedere l'ora di arrivare al ritornello per sfogarsi. Se qualcuno pensa di storcere il naso di fronte a questa parentesi lirico-riflessiva, ci pensi due volte prima di farlo. Per quel che mi concerne, questo breve stacco è più che promosso. Sta all'album come "A Past and Future Secret" sta a "Imaginations from the other side" dei Blind Guardian. L'ululato dei lupi ci riporta al protagonista dell'album: il lupo è alla porta, ci racconta "The Wolf at your Door", l'ultima epica tirata dell'album, che rientra nei canoni classici dell'heavy stile Iron, genere nel quale il nostro Signor Volturo sembra trarre migliore agio e darci maggiore appagamento.  Album assolutamente apprezzabile e consigliato, promosso sotto tutti gli aspetti.  A voler trovare qualche pecca, ma proprio per voler fare i pignoli, le background vocals in certi punti si potrebbero migliorare, e talune canzoni potrebbero durare qualcosina di meno. Per il resto, c'è da godere...   Lord Volture - Never Cry Wolf Release: 11 November 2011 Voto: 7,8 Tracklist: 1 Never Cry Wolf2 Taiga3 Wendigo4 Celestial Bodies Fall5 Korgon's Descent6 Minutes to Madness7 Necro Nation8 I am King9 Into the Lair of a Lion10 Brother11 The Wolf at your Door Line-up: David Marcelis - vocalsPaul Marcelis - guitarsLeon Hermans - guitarsSimone Geurts - bassFrank Wintermans - drums   http://www.lordvolture.comwww.myspace.com/lordvolture

RHAPSODY OF FIRE - FROM CHAOS TO ETERNITY

  Cosa volete ci si possa aspettare dai nostri Rhapsody Of Fire? La fiera dell’originalità? O, piuttosto, quella della banalità? Io voto per la seconda. La cover del disco, con unicorni, cavalieri, spadoni e tutto ciò che potrebbe far da contorno per uno stupendo RPG, ci preannuncia che la musica, in casa Rhapsody, non è cambiata di una virgola. O quasi. Si, perché il “quasi” si sente nella maggior presenza delle chitarre, più rinvigorite e più heavy, con un groove davvero massiccio.  Ottima la prova fornita da Turilli in questo senso e, come sempre, un plauso a Fabio Lione che, come singer, mette in mostra tutte le sue doti. Purtroppo… eh, già. C’è soprattutto il “purtroppo” a far la differenza. Le novità si esauriscono qui. Perché, per quanto tecnicamente ineccepibili, per quanto artisticamente dotati, per quanto davvero in gambissimi nel songwriting, devo maledettamente bocciarli. Siamo sempre al cospetto del solito discone powerone, con chitarre che sfornano assoli lunghi, intrisi di un neoclassicismo malmsteeniano che nulla ha da offrire a questo 2011 che, magari, potrebbe aver temuto, per qualche nanosecondo, che i Rhapsody Of Fire, con quelle chitarre dai riff taglienti e micidiali, avessero dato una lieve sterzata al sound. C’è chi parla di maturazione. Io parlo di “pappa riscaldata con l’aggiunta di qualche condimento in più”, tanto per dimostrare la mondo che la minestra, con una giusta dose di condimento e spezie, può anche risultare gradevole e digeribile. Ma io non la digerisco anche se posso riuscire a trovarla gradevole. Gradevole nelle armonie, nei fraseggi acustici, nelle melodie. Ma, andiamo! Oramai i Rhapsody sono più prevedibili delle balle che raccontano i politici in campagna elettorale! Basta dare un’occhiata alla scaletta dei brani e sappiamo già cosa stiamo per ascoltare. C’è la classica intro dal titolo in latino, “Ad Infinitum”. Poi la speedy song, ben strutturata, con un ottimo guitar riffing e assoli al fulmicotone. Un Fabio Lione sempre sugli scudi e un drumming possente. Ma l’abbiamo già sentita non so più quante volte, diamine! Senza contare la traccia con il titolo in italiano (originalissimo!), “Tempesta di Fuoco”, cantata in italiano, come da copione, che fa’ coppia con la gemella “Anima Perduta”, altra ballad che ha il solo scopo di mettere in mostra le doti del singer in qualità di simil-tenore che, sinceramente, a me fa’ due palle così. Quelle orchestrazioni pompose, quella minuziosa ricerca della perfezione, quella produzione eccelsa e ineccepibile… maledizione! Se si fosse trattato di un disco non così fottutamente prevedibile il mio giudizio sarebbe stato drasticamente diverso. Anche perché, una track cattivissima come “Aeons Of Raging Darkness” proprio dai Rhapsdy non te l’aspetti. Brano in cui il nostro singer e i cori lanciano degli scream in modalità “black metal”. Ottima la prova del dramme, per non parlare di Luca Turilli che sforna riff come un dannato, quasi fossero fendenti arroventati. Sicuramente la migliore del lotto ma che non salverà l’album dall’affossamento più totale all’interno della sua stessa melma di noia e prevedibilità. Poi si ritorna con i piedi per terra (per quanto i Rhapsody li abbiano mai avuti i piedi per terra, almeno dal punto di vista dei testi) e si ricade nei cliché triti e ritriti. Basti ascoltare la prevedibilissima “Tornado” o la conclusiva suite lunga quasi 20 minuti (!!!) “Heroes Of The Waterfall’s Kingdome”, introdotta dal pacchiano parlato in chiave epico, con il vocione che vorrebbe farci paura ed introdurci in un mondo misterioso popolato da elfi gay, troll, folletti, fatine e bambini sperduti. Una sorta di fiera del tutto un po’, in cui i nostri ci infilano di tutto: il folk nella prima parte cantato in italiano, elementi sinfonici a pompa, speed-power metal cantato in inglese e tante ma tante liriche adatte ai minori di 10 anni. Francamente non ce la faccio più di ascoltare certe cose. Mi sento un po’ idiota anche nel recensirle. Ancora più ad acquistarle perché, su molte ‘zines, si leggeva di una sorta di “nuovo corso” della band… vabbè, ritorniamo al discorso di prima. Comunque sia, qualcosa di buono questo disco qui ce l’ha: mi ha fatto apprezzare ancor più il mondo dell’underground musicale popolato da talenti mostruosi che aspettano solo il momento per riscattarsi e fare il culo come si deve a molte bands che vivono grazie al loro moniker e alle grazie di certa stampa. Grazie Rhapsody Of Fire! Per finirla, i Rhapsody Of Fire sono questi qui, prendere o lasciare. E, chi cerca l’originalità non dovrebbe neppure avvicinarsi alla lettera “R” del proprio store di fiducia.   VOTO: 5.5    

SUICIDAL ANGELS – BLOODTHIRSTY HUMANITY

  Ho già avuto modo di “decantare”, non proprio benissimo, le gesta di questa band proprio in queste pagine. Adesso tocca a “Bloodthirsty Humanity”, album di debutto della band, targato 2004, che ci propone quanto di più scontato e derivativo, una band del 2004, possa sfornare in ambito thrash metal. Prendete un terzo dei primi Kreator (“Peasure To Kill”), un altro terzo degli Slayer più assassini e cattivi (e qui ci vuole proprio “Reign In Blood”) e, per finire, l’ultimo terzo lo lascio a voi, purché, si badi, appartenga sempre alla scuola del thrash metal vecchia maniera. Dopo aver ricoperto bene i 3/3 della torta, non ci rimane che condirla con la classica voce del singer (Nick Melissourgos, per l’occasione anche chitarrista) che imita quella del primo Araya e Petrozzza, senza un minimo di personalità, e una produzione che fa davvero schifo al cazzo, tanto per riportarci alla mente i dischi seminali del thrash metal americano e europeo “vecchia scuola” che “erano così belli proprio perché non si sentivano bene”. Tutto è scontato in questo disco, dal songwriting che, spudoratamente, sfiora il plagio alla band su citate (in particolare Kreator e Slayer), ai titoli delle song (“Throught My Eyes See Your Death” o, chessò, la title track e, ancora, “Hate And Torture”), alle liriche che, porca soia, definire bambinesche e idiote, è fargli un complimento. L’unica traccia leggermente su di tono, mi pare essere “Being Insane”, classica accelerata in pieno “old thrash metal style”, stucchevolmente composta ed eseguita con dei bei cambi di tempo, che la tramutano in un brano marziale e ossessivo (nel momento centrale). Il tutto sapientemente accompagnato da bei guitar solos che, non saranno l’opera di geni incompresi, ma non sono neppure tutta la merda del mondo. Song che, come da copione, riprende ad essere quella che era in precedenza, una speed thrash metal tracks, senza né infamia, né lode alcuna. Fondamentalmente, sarebbe un’ingiustizia andare a premiare un disco come questo (e, questo, seppur le doti tecniche dei musicisti siano fuori discussione. Ed è, probabilmente, questa la ragione principale che mi manda in bestia!). Non ci sono intenzioni alcune, né buone, né malvagie. C’è solo la voglia spudorata e fottuta di copiare questo o quel riff e appiccicarlo a quello o quell’altro guitar solo. E poi, la voce del singer, in tutta sincerità, è una gran rottura di balle (ascoltare per credere l’idiota “Church Unrules”) che, alla lunga, stanca e finisce per farti gettare il disco dalla finestra. Pessimo debutto, specie se consideriamo che, il loro prossimo full-lenght, “Eternal Domination”, sarà composto solo nel 2007 e risulterà ancora deficitario di un proprio ego, andando, quindi, a ripetere gli errori dell’esordio. Band e disco da dimenticare. Corredati da una copertina da cui trapelo tutto il pessimo gusto…… VOTO: 5.0  

SUICIDAL ANGELS - ETERNAL DOMINATION

  La domanda sorge spontanea: c’è davvero bisogno, nel 2007, di una band chiaramente clonatrice degli Slayer degli anni d’oro? La risposta la conoscete. I Suicidal Angels, sono greci e sono licenziati per la precisione, dalla Nuclear Blast. E, come avrete capito, suonano un thrash metal molto debitore a band quali Slayer (in primis) ma anche a Dark Angel, primissimi Kreator e compagnia bella, ossia a tutte quelle band che, verso la seconda metà degli immortali anni ottonata, misero a ferro e fuoco il panorama mondiale del thrash metal sfoderando dischi che non saranno mai più riscritti, non solo da altre band ma, soprattutto, da loro stesse. Perché, basta la sola opener “Quench Your Thirst with Christian Souls” (che si commenta da sola dal titolo), a farci capire quelle che sono le idée della band: suonare uno speed-thrash metal che da secoli non si sentiva in giro. Fondamentalmente, per chi scrive, il disco non è niente male e riporta alla mente band storiche che, adesso, vivono nell’ombra di loro stesse. Tuttavia, non mi va di consacrare a masterpiece un album che, per tutta la sua durata, non fa altro che riciclare questo o quel riff, andando a ripescare questa o quell’altra soluzione. Riff scontati, velocissimi e taglienti come lame di rasoi uniti ad assoli lanciati alla velocità della luce, siderali all’inverosimile. E se ci aggiungiamo che, il singer, Nick Melissourgos, non fa niente per discostarsi dal cantato primordiale di Petrozza, allora, siamo proprio alla frutta. Inutile procedere con una track by track, perché non ne varrebbe affatto la pena, visto che le song si somigliano tutte e tutte, a loro volta, si somigliano in maniera impressionante e imbarazzante a quelle di Slayer e Kreator. Quindi, stendendo un ultimo velo pietoso sui testi, più intelligenti che innovativi, passerei subito alle conclusioni. Album destinato alla schiera degli irriducibili e dei nostalgici. Album da etichettare quale “Only For Fans”. Album che, acquistare, equivale ad un atto scellerato di prodigalità. VOTO: 6.0  

DEATH SS - THE HORNED GOD OF THE WITCHES

2. febbraio 2010 20:59 by Defender in DOOM, EXPERIMENTAL, HEAVY, METAL , SPEED  //  Tags: , , , ,   //   Commenti (0)
    Una metal band da culto, il cui solo nome evoca oscuri terrori: ecco cosa sono i Death SS. Terrori che ebbero inizio esattamente 30 anni fa, nel lontano 1977, quando i membri del gruppo erano solamente degli adolescenti. Tale formazione comprendeva il mitico e carismatico Steve Sylvester (il vampiro) alla voce, il geniale Paul Chain (la morte) alla chitarra e alla tastiera, Claude Galley (lo zombie) alla chitarra ritmica, Danny Hughes (la mummia) al basso e Thomas Hand Chaste (il licantropo) alla batteria. Praticanti riti esoterici e versati nell'occultismo, travestiti in sede live con terrificanti costumi e make up, legati a simbologie che richiamavano il mondo della morte e del satanismo, questi inquietanti personaggi sfornarono tra il 1977 ed il 1982, anno dell'uscita dal gruppo di Danny Hughes e soprattutto di Steve Sylvester (pare per un forte shock subito durante una seduta spiritica) una serie di canzoni sicuramente estreme per i canoni musicali dell'epoca, soprattutto in un paese come l'Italia, e cariche di un invincibile senso di mistero e di orrore. Al 1987 risale la prima raccolta di tali brani, ma nel disco trovavano posto solamente cinque pezzi con Steve alla voce, mentre gli altri erano stati registrati tra il 1982 ed il 1984 (data dello scioglimento definitivo di quei primissimi Death SS, poi rifondati coraggiosamente dallo Steve nazionale), quando la band era nelle mani del solo Paul Chain e il cantante era Sanctis Ghoram.     Nel 2004 vede la luce questo "The Horned God Of The Witches", dal nome di uno dei loro primi demo, che nelle intenzioni di Steve Sylvester doveva essere un regalo ai suoi fans più sfegatati, una raccolta di tutte, ma proprio tutte, le canzoni registrate da quella primissima formazione in demotapes o in sede live: è per questo che l'audio non è eccessivamente buono, per usare un eufemismo, ma la cattiveria di quei brani emerge lo stesso con sorprendente vigore. Apre le danze la storica "Terror", con il suo incedere affatto veloce però malvagio ed inesorabile, sette minuti di pura angoscia. Seguono tre classici come "Zombie", "Black Mummy", che evocano atmosfere che paiono pervase dal fetore di una catacomba scoperchiata, e la ferale "Horrible Eyes", con in mezzo la lettura, con tanto di voce distorta, del passo dell'Apocalisse che descrive il sorgere della Grande Bestia. Una intro organistica in stile Black Widow ci introduce a "Cursed Mama", con i suoi riff di chitarra serrati, un assolo degno del nome di Paul Chain ed uno Steve Sylvester veramente feroce, che urla al mondo le abominazioni di questa diabolica figura. Segue "The Hanged Ballad", dove purtroppo l'audio è veramente pessimo e per godere appieno della malata malinconia di questa ballad acustica consiglio gli interessati di ascoltare piuttosto la versione incisa in "...In Death Of Steve Sylvester" del 1988. La successiva "Murder Angels" è l'apice della ferocia, con le sue minacce apocalittiche ed una velocità ai limiti dello speed metal, senz'altro la song più estrema dei primi Death SS. Un attacco di batteria introduce "The Night Of The Witch", dove pare di sentire una produzione leggermente migliore qualitativamente; il pezzo forse non è esaltante rispetto al precedente, ma è senz'altro buono. Ed ecco una delle mie preferite: la malsana "Profanation", dove interviene anche un funereo organo nel ritornello e nella solenne chiusura. La voce di una giovane strega intenta nelle sue negromanzie ci guida nella più lenta "Spiritualist Seance", vera descrizione di una seduta spiritica, con uno Steve Sylvester particolarmente in forma e un ritornello trascinante. Seguono "Black And Violet" e "Chains Of Death", dal sapore molto black-sabbathiano e antesignane del Doom Metal, entrambe registrate live. La successiva "Buried Alive" (contemporanea dell'omonima dei Venom!!) è invece un pezzo molto NWOBHM, brioso ma al tempo stesso maligno grazie anche all'interpretazione di Steve. Conclude la raccolta "Agreement With The Devil", cioè un patto col diavolo, vera e propria dichiarazione d'intenti, con l'incedere di un Rock'n'Roll dal sapore settantiano, un po' lento ma molto deciso e distorto, arricchito dal lavoro di cesello di una chitarra acustica.     Quello che ho cercato di far risaltare in questa recensione è soprattutto la malsana atmosfera che queste 14 tracks sanno evocare, perché soprattutto in questo sta secondo me l'innovazione introdotta dai Death SS, il servirsi di stilemi già usati e inventare e sperimentare su di essi per creare effetti d'atmosfera assolutamente nuovi e mai tentati prima: per questo il gruppo ha costantemente evoluto il proprio suono nel corso degli anni e ha sempre definito la propria musica "horror metal", senza incanalarsi in nessuno schema fisso (questo per rispondere a chi a proposito di questa release ha accusato il grande Steve di volersi adagiare sugli allori del proprio passato).     Questa è la grande eredità di quella formazione "maledetta", definita dallo stesso Steve "incontrollabile", per l'esuberanza estrema (e anche tragica, pare infatti che il primo Danny Hughes, poi sostituito da un altro che avrebbe preso il suo soprannome, sia ad un certo punto scomparso e che nessuno l'abbia più visto) dei suoi componenti. E se volete godervi appieno questa sinistra atmosfera aspettate che sia notte o che ci sia un giorno di pioggia, quando il cielo è ricoperto di spesse nuvole grigie, accendete lo stereo e che l'orrore abbia inizio!!!   VOTO AL DISCO: 10/10

DEATH SS - HEAVY DEMONS

2. febbraio 2010 20:51 by Defender in HEAVY, METAL , SPEED  //  Tags: , ,   //   Commenti (0)
    Rilanciati dal successo di “Black Mass” del 1989, i Death SS, rivoluzionata ancora una volta la line-up (abbiamo Jason Minelli e Al Priest alle chitarre, Andy Barrington al basso e il possente Ross Lukather alla batteria), tornarono di nuovo alla carica nel 1991 con quello che potremmo definire senza paura di esagerare il loro capolavoro: il potente ed oscuro “Heavy Demons”, un concentrato di Metal estremamente pesante ed oscuro che si muove a tratti sulle coordinate del Power Metal canonizzato dai Judas Priest di “Painkiller” (vedi la devastante e velocissima “Peace Of Mind”), ma sempre fedele alla loro tradizione fatta di sound e feeling oscuro, sottolineato dalla presenza sempre più consistente di tastiere che anticipano certi Cradle Of Filth (da sempre infatti Dani Filth si è dichiarato devoto seguace della band di Steve Sylvester) e che preannunciano la futura svolta musicale ancora di là da venire.     Introdotto dall’inquietante “Walpurgisnacht”, recitata dalla voce di Oliver Reed, l’album è un susseguirsi di pezzi senza punti deboli, a partire dalla bellissima “Where Have You Gone” e dalla title track, vero e proprio inno da arena, proposto infatti in ogni esibizione live del gruppo, in grado di scaldare anche la platea più fredda. La semi-ballad “Family Vault” è a mio parere uno dei migliori pezzi scritti dai nostri Kings of Evil, pervasa com’è da un ineluttabile senso di morte, e la successiva “Lilith” è invece uno dei pezzi più oscuri ed atmosferici del lotto, vera e propria cadenzata evocazione della demoniaca divinità mesopotamica; “Peace Of Mind” è un’esplosione di potenza, una song headbanger e adrenalinica al massimo, una tempesta di metallo calmata poi dalla seguente, mistica ballata “Way To Power”, che, per chi potesse avere dei sospetti, non è una cover dell’omonimo pezzo dei Black Widow, ma un brano originale e ben fatto che dimostra ancora una volta come i nostri sappiano cavarsela egregiamente anche con canzoni dai ritmi più dilatati e meno tirate.     Un coro gregoriano apre poi l’ormai celeberrima “Baphomet”, canzone energica che ricorda vagamente nel riff iniziale gli Iron Maiden per poi scatenarsi nella parte dell’assolo con una batteria degna dei Judas Priest più incazzati! Un altro notissimo giro di chitarra ci introduce a un vero classicone dei Death SS, “Inquisitor”, risalente addirittura alla formazione del 1982-84, quella con Sanctis Ghoram alla voce, una song che qui Steve Sylvester fa sua con un prestazione memorabile, dimostrando di essere ormai giunto ad un alto livello di preparazione tecnica; il pezzo alterna parti più veloci e tirate ad altre addirittura quasi Doom, integrandole in maniera pienamente riuscita e convincente. “Templar’s Revenge” esplode senza tanti complimenti nelle orecchie dell’ascoltatore, con il suo refrain più lento accompagnato da cori possenti, che nella parte finale, sfumando, ci prepara alla magnifica “All Souls’ Day”: lenta, macabra, beffarda, sconsolata, questa canzone ci porta nei regni della Morte e della decomposizione tra vaghe (e vane) speranze di ritorno e spettri indistinti la cui presenza è rivelata solamente dalla malinconica e bellissima voce femminile che accompagna il ritornello. A chiudere il disco ci pensa la strumentale “Sorcerous Valley (Back To The Real)”, brano d’atmosfera interamente eseguito alla tastiera.     La versione rimasterizzata contiene poi una fantastica cover di “Death Walks Behind You” degli Atomic Rooster, una versione remixata di “Where Have You Gone”, l’esecuzione live di “Horrible Eyes” e l’inedita “Thrill Seeker”.     “Heavy Demons” rappresenta il punto più alto della carriera dei Death SS a parere di chi scrive: abbiamo qui pezzi assolutamente convincenti e memorabili, brani che sono entrati a pieno diritto nella leggenda del gruppo fiorentino, nonché un notevole livello tecnico in tutti i componenti della formazione; in particolare è apprezzabile la prestazione del selvaggio drummer licantropo Ross Lukather e, ovviamente, del nostro vampiro Steve Sylvester, che offre una prova vocale decisiva per imporsi e confermarsi come ottimo screamer sul panorama Heavy Metal italiano e non solo. “Heavy Demons” è in questa prospettiva, secondo il recensore, IL disco dei Death SS da possedere assolutamente, ennesima riprova dell’altissimo livello qualitativo di certo Metal di casa nostra, ingiustamente rimasto relegato in un ambito underground.   VOTO AL DISCO: 10/10

HELLHAMMER - DEMON ENTRAILS

21. gennaio 2010 20:09 by Defender in BLACK, METAL , SPEED, THRASH  //  Tags: , ,   //   Commenti (1)
    E’ sempre bello conoscere come nasce una leggenda. E se la leggenda in questione sono nientemeno che gli oscuri e mitici, semidimenticati Hellhammer, allora il piacere della riscoperta non può che essere doppio!     Passata alla storia per essere stati il primo gruppo del pioniere del Metal estremo Thomas Gabriel Warrior, dalle cui ceneri sarebbero poi nati i Celtic Frost, la formazione svizzera, che si mantenne in piedi per un periodo di tempo relativamente breve, dal 1982 al 1984, attraverso numerosi cambi di line-up, diede alla luce nel 1983 tre demo assolutamente terremotanti: “Death Fiend”, “Triumph Of Death” e “Satanic Rites”, portatori di una proposta musicale innovativa e sconvolgente per l’epoca, che andava oltre il nascente Thrash Metal per gettare le basi, grazie al suo muro sonoro compatto e devastante, derivato dall’ulteriore indurimento di quello dei Venom, al sound marcio e distorto, frutto di un’attitudine alla sperimentazione che si sarebbe poi trasmessa ai futuri Celtic Frost, e a testi pervasi da chiari riferimenti al mondo dell’occultismo e del satanismo, di quello che di lì a pochi anni sarebbe stato il Black Metal. In questo senso la band svizzera si pose come una delle più importanti formazioni underground del panorama Metal ottantiano, ancorché lontana dalla fama che avrebbero poi raggiunto altri gruppi, la cui novità seppe agire sotterraneamente come una delle influenze più determinanti per la nascita della scena Black Metal norvegese: in effetti la sua importanza è evidenziata anche dal fatto che molti esponenti di tale scena scelsero per sé soprannomi derivati dalle loro canzoni (basti citare Maniac, primo cantante dei Mayhem, il chitarrista Euronymus, dalla distorsione del titolo del pezzo “Eurynomos”, o ancora, ovviamente, il batterista Hellhammer).     Sarebbe stato un vero peccato che il contributo della band elvetica allo sviluppo della corrente più estrema del Metal si perdesse e cadesse nel dimenticatoio, così il nostro Thomas Gabriel Warrior, con la collaborazione della Prowlin’ Death Records, decise di ripubblicare tutti e tre i demo incisi dagli Hellhammer ormai 25 anni fa in una degna raccolta, questo “Demon Entrails”, appunto. Tale raccolta è stata pubblicata nel febbraio di quest’anno in tre distinte edizioni: una in triplo vinile (un LP per ogni demo), una in doppio CD deluxe (io c’ho questa, tiè!! Hahaha!!) e un’altra in doppio CD semplice.     Il primo CD contiene il leggendario demo “Satanic Rites”, in cui è possibile ascoltare brani assolutamente devastanti come “Messiah”, “Third Of The Storm”, “Maniac”, la terribile “Eurynomos” o la stessa title track, o ancora pezzi vagamente Doom come la bellissima “Buried And Forgotten” (che sarà ripresa poi nel 1985 dai Celtic Frost col titolo “Necromantical Screams” nel disco “To Mega Therion”) o “Triumph Of Death”. Il secondo CD comprende invece tutte le tracce delle incisioni degli altri due demo “Death Fiend” e “Triumph Of Death”: qui la qualità del suono è molto inferiore (del resto cosa pretendere da registrazioni semiartigianali di 25 anni fa?), in particolare il basso tende a sovrastare troppo la chitarra, tuttavia la forza di brani come “(Execution) When Hell’s Near”, “Blood Insanity”, “Power Of Satan”, “Metallic Storm” o “Hammerhead” non può non lasciare il segno nell’ascoltatore.     “Demon Entrails” è un pezzo di storia per appassionati, una raccolta che chiunque ama questa musica deve avere! Fatevi contagiare dall’energia incontenibile di una band che come poche altre (cito i Bathory) ha saputo influenzare, seppur solo a livello sotterraneo, i futuri sviluppi di quella che sarebbe stata la frangia più estrema del Metal. “Demon Entrails” rende finalmente giustizia a questo mito.   VOTO: 9/10

EXCITER - KILL AFTER KILL

16. gennaio 2010 20:48 by Defender in HEAVY, METAL , SPEED, THRASH  //  Tags: , , ,   //   Commenti (0)
    Era il 1991 quando, dopo cinque anni di continuo calo di popolarità in seguito alle poco felici uscite di “Unveiling The Wicked” nel 1986 e di “Exciter (O.T.T.)” nel 1988, dove a farla da padrone era stata la svolta melodica in senso mainstream voluta dallo storico batterista e singer Dan Beehler, il ritorno alle sei corde del mitico John Ricci pareva portare nuova linfa ad una band ormai alla deriva, andando a colmare un vuoto compositivo che la presenza nei due sopracitati album del virtuosissimo Brian McPhee non aveva potuto cancellare.     Congedato anche il cantante Rob Malnati, che aveva sostituito alla voce Beehler nell’ultima prova in studio, ed assoldato il bassista David Ledden in seguito all’abbandono di Allan Johnson, i tre si chiusero presto in studio e già nel 1992 poteva vedere la luce l’aggressivo “Kill After Kill”, un ritorno alle efferatezze sonore dei primi anni compiuto con coscienza e bravura, ma purtroppo spesso (ingiustamente, a mio modestissimo parere) massacrato dalla critica, che ne ha più volte sottolineato il ricorso a cliché compositivi mutuati dalla primissima esperienza musicale degli stessi Beehler e Ricci.     In realtà il disco in questione è un solidissimo concentrato di Speed Metal potente e coerente, senza cedimenti di sorta, ricco di brani di ottima caratura particolarmente adatti da eseguirsi in sede live, come dimostra la sguaiatissima opener “Rain Of Terror”, da cui all’epoca venne tratto anche un adrenalinico video promozionale: Beehler martoria senza sosta le pelli, scatenandosi a velocità proibitive e dando tutto sé stesso in una prestazione vocale assolutamente estrema e terrificante, con il suo cantato rauco capace di acuti dai picchi vertiginosi. La successiva “No Life, No Future” si muove lungo le stesse coordinate, forse un po’ oscurata dall’highlight precedente, ma è in grado nonostante ciò di offrire grandi emozioni, come nel break centrale dove i tempi rallentano per lasciare spazio ad un quieto e vagamente malinconico assolo di Ricci. “Cold Blooded Murder” vede un rallentamento del ritmo e la malsana presenza di un riff inquietante che oscura ed appesantisce l’atmosfera, ma è solo passando attraverso la folle velocità di “Smashin’Em Down” che giungiamo a uno dei veri apici del platter, la bellissima “Shadow Of The Cross”: antitesi per eccellenza della ballad tradizionale, vagamente simile alla bellissima “Blackwitch” che già aveva impreziosito il debut album della band canadese nel 1983, il pezzo si snoda tra tempi lentissimi, distorsioni mefitiche e linee vocali aggressive e feroci, per poi prendere il volo e sfociare infine nella furiosa cavalcata strumentale conclusiva.     Con “Dog Eat Dog” si riprende a fare il tipico Speed Metal di casa Exciter, mentre “Anger, Hate And Destruction”, più lenta, è supportata da un riff assassino cui sarà ben difficile resistere: i cambi di tempo, il drumming ossessivo di Beehler e la sua voce ruvida come la carta vetrata vanno a confezionare un altro piccolo gioiello che non deve rimanere sconosciuto a tutti gli appassionati del combo di Ottawa. “The Second Coming” ripercorre le già consolidate e tradizionali coordinate Speed dei canadesi, per lasciare l’onore di concludere il lavoro all’ennesima sfuriata dei nostri, la bellissima “Born To Kill”, in un’insolita versione live; il pezzo pare rifarsi in alcuni punti all’insegnamento dei Venom, veri “padri” di ogni estremismo in ambito Metal, e va a siglare un altro riuscitissimo album, che purtroppo sarà l’ultimo in studio per la band prima della reunion del 1996, ma anche l’ultimo con il leggendario Dan Beehler dietro le pelli. La critica massacrò il disco e il gruppo e a nulla valse il buon live “Better Live Than Dead” nel 1993 a salvare la formazione, che si sciolse in quello stesso anno.     Un ritorno alle nemmeno troppo lontane origini, questo “Kill After Kill”, una ripresa di quel modo di fare musica che li aveva resi noti a tutti gli amanti del Metal senza compromessi che però non tutti seppero apprezzare. Il solito album degli Exciter? Esattamente quello che volevamo!   VOTO: 8/10

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