L’ultimo parto discografico dei Nightwish, a band finlandese che, da sempre, non finirà mai di stupire i propri ascoltatori. Altro strike per i nostri, con una band sempre sugli scudi e con una Annette in pienissima forma! Strafichissimiticissimo!
Antonio Moliterni
[Prosegue]
Red Sky, progetto rock/metal strumentale di Milano, dopo aver ricevuto ottime recensioni da riviste e webzine internazionali, cerca un/a violoncellista per imminenti live acustici.
Potete dare un’occhiata alla recensione sulle pagine di The Empty Dream a cura di Antonio “Anatas” Moliterni cliccando sull’immagine sottostante:
red sky – tra l’obra e l’anima
O, ancora, potete placare le vostre curiosità sulla band leggendo l’intervista alla band, curata sempre da Antonio “Anatas” (cliccate sull’immagine che segue):
red sky - intervista
Potete ascoltare la musica dei Red Sky su:
www.myspace.com/redskyproject
Per qualsiasi info,non esitate a contattare:
redskyrock@gmail.com
Quindi: Fatevi sotto Violoncelliste/i di tutta la Penisola e Oltre!
The show must go on!
Antonio “Anatas” Moliterni
Ho iniziato ad ascoltare I Diablo Swing Orchestra dal loro secondo disco, omettendo, così, di ascoltare il primo e dare il votaccio pieno al loro secondo pargolo.
Adesso che mi ritrova tra le mani questo capolavoro della musica avantgarde, mi rendo conto che, pur non volendo disconoscere il 10 dato a “Sing Along songs For The Damned And Delirious”, dovrei, come minimo, tentare di aumentare il voto a questo “The Butcher’s Ballroom”.
Creativi all’inverosimile, avanti millenni per ciò che concerne l’utilizzo sapiente di strumenti e la loro miscelazione in ambito di songwriting, i Diablo Swing Orchestra, addirittura, vedono annoverare loro una “oscura” leggenda. Questa vuole che, l’Orchestra del Diavolo, si sia formata molti anni fa, addirittura, nel sedicesimo secolo D.C. quando, purtroppo, la Chiesa dettava leggi e costumi arrivando ad etichettare, questi ultimi, come eretici e adoratori del demonio. Ergo: lo “smontaggio” della stessa (che, inverosimilmente, riuscì ad ingraziarsi i favori del popolo) e la bruciatura di tutti i loro spartiti.
Dopo un bel po’ di secoli, due dei loro discendenti, pare, si siano incontrati casualmente in un negozio di dischi (Anno Domini 2003) e che, assieme, abbiano deciso di riformare l’Orchestra del Diavolo assieme agli altri discendenti.
Fine della leggenda.
Musicalmente parlando, qui, ci troviamo innanzi al cospetto di autentici geniacci, dei veri e propri maestri della musica tutta, in grado di miscelare sapientemente generi musicali, apparentemente inconciliabili tra loro, quali il metal, il progressive, il jazz, il flamenco, la musica classica (c’è a disposizione un’intera orchestra con tutti i controfiocchi), la meravigliosa voce da soprano della splendida singer Annlouice Loegdlund che, incontrastata, domina lungo le 13 tracce dell’album, il folk e l’heavy classico. E, scusatemi se, per caso, abbia dimenticato di menzionare qualche altro genere musicale che, con il metal c’entra come i cavolfiori a merenda.
Non un brano fuori posto o fuori fase, non un brano sotto tono. Tutti all’altezza delle aspettative, compresa la stupenda “D’Angelo”, song lirica, cantata in italiano dalla maestosa ugola della singer che, in questa sua esibizione, dimostra la propria grandezza rispetto a molte altre cantanti più blasonate (immeritatamente) del settore (chi ha detto Tarja?).
C’è di che divertirsi ascoltando il disco che apre le danze con la danzereccia “Ballrog Boogie” (che si commenta da sola nel titolo), e che nella successiva “Heroines” continua a rimanere sempre su livelli altissimi per ciò che concerne gli standard musicali (l’uso ad incastro di violoncelli e di chitarra elettrica distorta è incredibile!).
Ancora, si attraversano episodi più devoti al metal, quali, “Poetic Pitbull Revolutions” che, comunque, non mancano di stupire il suo ascoltatore con il magistrale uso dell’orchestra e del flamenco, nonché, sempre, con Annlouice che riesce a modulare le sue corde vocali in maniera impeccabile, utilizzando le stesse con disinvoltura piena, passando da tonalità più “cattive” e “grintose” al soprano più devoto alla musica classica tout court. Semplicemente geniale.
E se song come “Regdoll Physics” riescono a far presa immediatamente sull’ascoltatore grazie ad un refrain catchy e a quel tocco di progressive che non guasta mai (i cambi di tempo, di atmosfere i numerosi riff non si sommano!), altre come la già citata “D’Angelo” vi metteranno le lacrime agli occhi, mentre “Gundpowder Chant” (una strumentale di appena 1 minuto e 50 secondi) con le sue aperture orientaleggianti e gli arpeggi acustici (che pagano forti tributi al flamenco più spagnoleggiante) vi delizieranno. Song, quest’ultima, che altro non fa da “intro” ad “Infrlaove”, altra gemma “jazz” di valore inestimabile.
A seguire, ancora magistralmente, brani quali “Wedding March For A Bullet”, introdotta da un riff di chitarra molto heavy che poi si dipana nella follia più esasperata che solo i Diablo Swing Orchestra possono e sanno creare, l’epica “Zodiac Virtues” e le conclusive “Porcelain Judas” (dai toni marcatamente heavy metal, ben sorretta da un sapiente uso del guitar riffing e dei guitar solo, accompagnati, come al solito, dagli elementi orchestrali) e la monumentale “Pink Noise Waltz”, walzer musicale che mi riporta alla mente, in alcuni passaggi, i Jethro Tull (questo grazie al suono del flauto nel break).
Insomma, fare un track by track, non è mia abitudine ma mai come in questa occasione avrei potuto descrivere meglio un capolavoro della musica tutta, senza etichettature d’ogni sorta. Non è possibile definire un genere di appartenenza, è contro ogni logica. Non è razionale, non è “scientifico”!
Quindi, se davvero amate la musica, in ogni sua manifestazione (che non sia quella truzza o demenziale), allora, i Diablo Swing Orchestra con il loro “The Butcher’s Ballroom” non vi deluderanno affatto.
Se siete stanchi dei soliti polpettoni preconfezionati, se siete alla ricerca di qualcosa di davvero innovativo e mai ascoltato prima, adesso sapete su CHI dovete puntare le vostre carte (e per carte, intendo, euro….).
Musica Geniale per Menti Geniali......
Lunga vita all’Orchestra del Diavolo!
VOTO: ∞ , alias “INFINITO” (e scusatemi se è poco!)
Corrado Rustici, per chi non lo sapesse, ha bisogno di poche presentazioni essendo stato molto apprezzato, per ciò che concerne la sua proposta musicale, negli States, nonché per essere stato il produttore di alcune realtà di casa nostra, i Negramaro (belah!), Elisa e Claudio Baglioni, tanto per citarne due a caso.
Dopo 11 anni dal suo primo lavoro, si ripropone con questo suo secondo disco “Deconstruction of…..” dal titolo chilometrico, col compito, davvero arduo, di dimostrare al mondo intero la bravura del chitarrista napoletano che non vuole mostrarsi come un guitar hero dei giorni nostri ma come un artista “postmoderno decostruito”, ossia, non più come produttore ma come musicista nel senso più lato del termine.
Ed è già l’opener “Eros”a farci sognare e a mostrarci il lato più “ballerino” di Rustici. Un’ottima strumentale danzerina, davvero ben costruita con i suoi fraseggi ed i suoi assoli.
Tuttavia, l’album non è un concentrato di composizioni strumentali alla “Joe Satriani”, tanto per intenderci, ma alterna pezzi meramente strumentali, laddove il chitarrista vuol far emergere la sua bravura e la sua tecnica, a pezzi cantati nei quali sono le “guest star” a fare la differenza, come nella successiva “Rage And Dust” cantata interamente da Elisa e dalla sua stupenda voce, che ben si amalgama con le melodie costruite dalla chitarra di Rustici.
E così si procede con u’altra strumentale “Lazarus Pain” dai toni più pacati alla tristissima “Maledette Stelle” cantata dai “maledetti” Negramaro che riescono a non farmi venire la diarrea.
Sarà la magia e le atmosfere create dall’artista che dal basso dirige l’orchestra, non so, ma riesco ad apprezzare l’intervento di un gruppo che ho sempre odiato in un album di stupenda musica rock-pop; musica che ci delizia con “Bodega Boy” dove la chitarra sembra parlare e fischiare assieme ai ritornelli ma che non sempre riesce a mantenere gli ottimi standard.
Viziati, oramai, dalla prime cinque composizioni si scade un po’ nell’autocompiacimento quando si ascolta una strumentale come “Tantum To Blind”, davvero troppo tecnica, quasi a voler dimostrare che “sono veramente bravo, mica bao bao, micio micio!”.
Ma va bene così, in fondo la song non è male.
Così come l’intero disco.
Inutile procedere con una intera track bay track anche perché lo standard è questo. Troverete, quindi, nomi illustri (oltre ai già citati Negramaro ed Elisa, ci sono Allan Holdsworth , Fabio Properzi e Paul Mccandless) tutti intenti a donare quel tocco di magia in più che serve a rendere un ottimo album un meraviglioso album d’autore.
Da ascoltare chiusi in camera, da soli coi propri pensieri, poiché contiene ottime gemme dal sapore riflessivo.
Un ottimo esempio di musica nostrana.
Da avere.
VOTO: 10
“Sta tra l’ombra e l’anima….. Close your eyes…..”
Quando la musica diventa poesia.
Con un’intro inquietante all’inverosimile, che mi fa gelare il sangue nelle vene, mi accingo ad ascoltare per l’ennesima volta, il lavoro solista del talentuoso frontman/anaxeman degli Ammonal, già recensiti da noi su queste pagine.
Red Sky, un progetto che nasce nel 2010 e a il 14 Febbraio, il cui genere è un rock strumentale, principalmente caratterizzato da melodie tristi e malinconiche e che prende il nome dalla poesia e bellezza di tramonto e alba, caratterizzati dal colore rosso del cielo, metafora della nascita e della morte.
Red Sky porta una maschera per affermare l'importanza della musica sull'immagine, della sostanza sulla forma oltre che per richiamare la frase di Nietzsche "Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera" e per evidenziare il fatto che tutti noi portiamo una maschera nella vita quotidiana
Un progetto, quindi, completamente strumentale, laddove il nostro chitarrista si cimenta in fraseggi e assoli che, per essere compresi appieno, si dovrebbe davvero chiudere gli occhi per entrare in un’altra dimensione. Una sorta di evasione spazio-tempo che coinvolgerà la mente in una mondo a sé stante.
Sensazioni quali “gelo”, decadenza, angoscia, passione e “ritratti” gotici sapientemente miscelati tra loro tessono melodie inquietanti e dal risvolto assai meraviglioso. E, da queste, nasce la prima song, “Chiudi Gli Occhi”.
Ottimi i riff con una distorsione leggera, a tratti zanzarosa ma mai sporca e appassionante la melodia, vera chiave di tutto il lavoro. Perché proprio su quest’ultima si reggono le song di “Tra L’Ombra E L’Anima”.
E così, la seguente “Il Mio Modo Per Dirtelo” si apre in maniera più marziale, laddove basso e batteria martellano pesanti, quasi si sentisse, in sottofondo, davvero il “cuore” pulsare durante i solos , gli arpeggi e i vari “giochi” di chitarra, intrisi di una melodia che, definire stupenda, è riduttivo e banale.
Viaggeremo, quindi, tra melodie tristi e malinconiche sino alla fine, laddove sembrerà, a tratti, quasi che il nostro autore voglia andarci giù più pesante e più veloce. Ed è così. Un’accelerazione improvvisa dà una chiave si svolta al brano che man mano và concludendosi in una serie di fraseggi rock-metal e guitar solos degni del miglior Satriani, senza scadere nel plagio e senza annoiare (trappola nella quale è facile cadere in questo genere di lavori, puramente tecnici e strumentali).
Per ciò che concerne l’utilizzo della tecnica nella “costruzione” delle songs, questa è semplicemente geniale. Poiché, lasciatemelo dire, essendo chitarrista, non riesco a digerire molto bene i dischi completamente strumentali. Questo vuoi per un sovra sforzo e sovrabbondante utilizzo della tecnica che finisce per rimanere fine a sé stessa.
Tuttavia, ciò non accade in questo piccolo diadema. Dato che la “La Luna Bacerà Le Tue Lacrime” è un’altra splendida perla “oscura”. Oscura come le tenebre che avvolgono la luce della luna . Si riprende, in questa song, il ritmo della precedente “Chiudi Gli Occhi”, la si miscela con gli ingredienti di cui sopra, e si dà vita all’ennesimo gioiello in cui il nostro axeman ci concede attimi di danza nel break centrale, in cui smorza l’acceleratore per farci assaporare attimi di pura melodia e lasciarci sognare. Quasi volessero le note, una ad una, voler davvero baciare il volto di chi, dentro di sé, abbia una sofferenza latente che lo percuote nell’anima e nel profondo interiore, nel suo stesso subconscio.
Altro gioiello che si conclude con un assolo lento e malinconico e che lascia spazio alla conclusiva “Giada” che, da pura e semplice pietra ornamentale qual è, grazie al sapiente lavoro di chitarra basso e batteria, diviene un diamante.
Lenta e appassionale, lenta e passionevole all’inverosimile. È questa “Giada”, all’interno della quale i toni tutti si smorzano, e il rock diviene malinconico e infinitamente triste . Sei minuti di pura magia strumentale, dalla quale, la chitarra, sembra voglia parlarci e sussurrare che tutto sta per volgere al termine. Ma non è così. Poiché nel mezzo del brano, un tappeto costruito tra fraseggi d’alta classe che daranno vita a guitar solos appartenenti non a questo mondo, darà una breve accelerata al brano, che si smorzerà per poi riprendere il suo cammino. Un cammino frammentato, proprio com’è la giada, una pietra ornamentale che col suo colore verde, luccica nel finale lasciando che, le note “pizzicate”, divengano ornamenti per il brano stesso e l’album tutto.
Album che si conclude con la triste melodia di “E Poi Silenzio”, l’outro che pare voglia riprendere daccapo, quasi esistesse una sorta di cerchio dal quale, una volta dentro, non riusciremo più a liberarci. E la chitarra, le orchestrazioni tutte, altro non faranno che donare un tocco magico e di classe a tutto. Sembrano davvero piangere gli strumenti mentre ci invitano a voler terminare questo viaggio, quasi “tragico” nel suo percorso.
Una tragedia che chiude e pone i sigilli con le orchestrazioni e con i bassi.
Orchestrazioni che accompagneranno tutte le songs del DEMO che, a dirla tutta, grazie ad un’ottima autoproduzione, vien quasi da pensare sia un vero e proprio Album.
Tuttavia, se questi sono i “presupposti” per qualcosa di ancor più affascinante e travolgente di quanto non lo sia già stato “Tra L’Ombra E L’Anima”, allora, non vedo davvero l’ora di ascoltare il “sequel” del disco. Un disco di pura poesia musicale.
Perché, signori miei, quando il talento c’è, si sente e, in questo caso, “chiudendo gli occhi” lo si riesce quasi a percepire sentendosi “toccare” il cuore e l’anima……
VOTO: 9.5
TRACKLIST:
1. RESPIRA (INTRO)
2. CHIUDI GLI OCCHI
3. IL MIO MODO PER DIRTELO
4. LA LUNA BACERÀ LE TUE LACRIME
5. GIADA
6. E POI SILENZIO (OUTRO)
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Destrutturazione di tutti i concetti di musicalità espressi sinora.
Musica di non facile approccio, quella degli A Spirale, composti da Mario Gabola al sax alto, Massimo Spezzaferro alla batteria e Maurizio Argentano alla chitarra.
Gli A Spirale sono un Power Trio campano dedito a un jazzcore sperimentale che non fa tanto presa sull’impatto ritmico, il frastuono assordante o la tecnica strumentale, bensì focalizza la propria esplorazione sonora sulla ricerca della destrutturazione di ogni forma di equilibrio armonico e del non porre limiti all’atonalità e alla bizzarria folle e sperimentale di questo loro ultimo “Agaspastik”, licenziato nel 2009 dalla Fratto9/Under The Sky.
La Criptica alchimia sonora del trio è un impressionante calderone dove confluiscono le più barbare fusioni avanguardistiche degli ultimi anni: ambient, noise, free jazz, impro rock, stridii e ronzii quasi industriali, vibrazioni e riverberi elettro-magnetici in continuo divenire, un interscambio continuo tra generi urticanti, tutti di non facile assimilazione o catalogazione, un vortice di rumorismo cerebrale che tocca i suoi vertici massimi in “Kaluti” traccia numero sei di questo album.
Sembra, infatti, di assistere al viaggio notturno di un sottomarino sotto profondità oceaniche, fredde, ostili e caliginose.
Musica che fa percepire dimensioni eteree ed inesplorate, immagini distorte e amplificate, come quella delle profondità oceaniche, di un sommergibile o della forza distruttrice della natura, sia essa acqua, fuoco o terra.
Non mancano i momenti più jazz rock dal forte impatto, anche se relegati più a una semplice esibizione dimostrativa più che a fedeli esempi di musicalità vera e propria. “Black Crack,” “Calco” e il dirompente inizio di “Tersicore” che alla fine implode su stessa su di un battito elettronico.
Ma la scorza dura e pura degli A Spirale emerge prepotentemente e si misura in pezzi come “Naja Tripudians” o la spettrale “Suriciorbu” otto minuti di noise ossessivo e puramente istintivo, in cui i tre strumenti si intersecano continuamente creando un architettura sonora nevrotica, spastica e profondamente disarmonica: lo stridio delle note di sax e chitarra, la batteria che si risolve in un cinico battito di piatti o charlestone: un minimalismo malato e multiforme, e per questo a suo modo, altamente coinvolgente e disturbante.
Lo sconsiglio fortemente a chi cerca nella musica per forza una compiutezza: una cifra stilistica o un songwriting preciso e abbastanza delineato, per tutti gli altri invece l’esperienza dell’ascolto potrebbe risultare appassionante, a patto che saprete godervi questo “Agaspastik” senza esagerare e senza volerlo per forza “capire” o “etichettare” dopo il primo ascolto.
VOTO: 9
I Neo sono un trio formato da Manlio Maresca alla chitarra, Carlo Conti al sax tenore e Antonio Zitarelli alla batteria.
Dopo una partecipazione all’Arezzo Wave del 2003 e due album autoprodotti giungono alla loro terza fatica intitolata “Water Resistance” licenziato dalla Megasound nel 2009.
Quest’album è un concentrato fulminante di jazz-core strumentale, una sperimentazione free jazz che cerca la fusione tra generi differenti come possono essere il blues e il punk con elementi di estrazione più apertamente prog-rock.
A tratti si scorge anche il più puro rumorismo d’avanguardia, ma sempre ben calibrato e filtrato dalla purezza e dalla cristallinità che solo il jazz più improvvisato e controcorrente può fare propri.
Sonorità travolgenti come in “Delirio Tremenz” oppure “Opus Reticulatum” un concetrato di ritmiche spigolose, complesse e dalle piu disparate influenze.
Sonorità più classiche, soft e decisamente conturbanti si ritrovano in brani quali “Come trasformare il divertimento”, da assaporare insieme a un buon bicchiere di whisky scozzese stagionato servito con cubetti di ghiaccio, in un ambiente preferibilmente corredato da atmosfere soffuse e luci in penombra.
Musica complessa quindi, articolata ma concepita per il semplice gusto di suonare e di dare libero sfogo alla tecnica e all’inventiva sfrenata, ma mai fine a se stessa, del trio di Terracina.
Album consigliato per i fan del jazzcore made in italy, un movimento che si sta sempre più affermando e che sta avendo seguito anche all’estero, anche grazie alle collaborazioni continue che sfornano i musicisti di questa scena.
Un riconoscimento particolare va anche al tenebroso e quanto mai riuscito artwork dell’illustratrice Elena Rapa, già conosciuta nell’ambiente grazie ai suoi lavori per Donna Bavosa.
“Water Resistance” farà la gioia degli appassionati della contaminazione tra più generi, non solo un album che regalerà forti emozioni alle orecchie degli ascoltatori dai palati più fini, ma che darà sensazioni folgoranti anche a chi cerca in musica passaggi complessi, ritmiche cervellotiche e controtempi da assaporare più volte, per essere compresi e assimilati strada facendo durante l’ascolto.
Un album riuscito e coinvolgente dalla prima all’ultima nota, e per questo terribilmente affascinante.
Per maggiori delucidazioni in merito alla proposta vi rimando al loro spazio myspace http://www.myspace.com/neoneoband.
Eccomi qui a parlare nuovamente del progetto Art Lexus, one man band della provincia bergamasca che con l’ultima fatica intitolata causticamente “Blendergod” (Il Dio Frullatore) ha prodotto un album quanto mai difficile, ostico, rumorista, catartico e quanto mai cerebrale. Per l’occasione della sua recentissima uscita sotto Movimento Flaneur (etichetta indipendente del milanese), abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con l’artefice di queste spettrali sonorità, che tra impegni vari, suoni prodotti con oggetti da cucina, frullatori, cacciaviti e pentole a pressione si è dato da fare per rispondere alle nostre domande. Lascio la parola quindi ad Armando Greco, artefice e unica mente della musica composta sotto l’acronimo di Art Lexus:
1) Armando, potresti descriverci brevemente cos’è che ti ha spinto a realizzare un album così particolare e da maneggiare con estrema cautela come risulta essere sin dal suo primo ascolto questo “Blendergod”?
G.A: Dopo “Indifferenti Idioti” (il suo penultimo full-lenght - Fiero), ho vissuto un momento particolare. Soprattutto dal punto di vista artistico. L’album aveva venduto pochissimo e dentro di me avevo bisogno di un cambiamento. Questo cambiamento è avvenuto modificando il monicker della band in Art Lexus (prima si faceva chiamare semplicemente Lexus - Fiero), e dal tentativo di rendere la mia musica il più anti-musicale possibile. Da questa che io chiamerei “distorsione mentale” è nato “Blendergod”, lavoro questo che etichetterei sotto il genere “Noise Casalingo”, ovvero l’unione tra l’elettrodomestico e la No Wave distruttiva dei primi Sonic Youth e dei DNA.
2) Mi sembrano chiare le influenze che per te hanno esercitato i gruppi più estremi del noise giapponese, quali Incapacitants e Gerogerigegege, senza dimenticare il padre putativo di tutto il movimento, quel Masami Akita ai più conosciuto come Merzbow. Una parte sicuramente importante della tua musica mi è sembrata essere anche influenzata dalla corrente della No Wave Newyorchese di Cortonsions, Mars, DNA e primi Sonic Youth. Come si è mosso in questo contesto Art Lexus? Voglio dire, è stato difficile per te riprodurre questo tipo di sonorità, o la scrittura dei brani è stato un percorso del tutto naturale?
G.A.: Non esiste la naturalità nelle cose, ma soltanto la sofferenza e la tensione emotiva. I brani sono nati come anti-brani, dove tutto diventa distruzione e violenza sonora. Il concetto è quello di esorcizzare e instillare all’interno del proprio corpo le energie negative, buttandole fuori tramite disincanto e assuefazione.
3) Durante l’ascolto del tuo album sono rimasto colpito dal caos che riesci a creare con la strumentazione di cui disponi. Sono affascinato dal tipo di ricerca sonora che sta dietro alla tua musica, fondamentalmente il messaggio che io ho interpretato dietro i brandelli delle tue canzoni, è quello di uno smarrimento e di un alienazione totale che non trova pace. Sono queste le reali sensazioni che vuoi infondere a chi ascolta per la prima volta la tua musica?
G.A.: Quello che vorrei infondere è la totale atonalità dei pezzi per esemplificare un nuovo concetto di terrorismo emotivo e sonoro, nel quale ogni particella del corpo e della mente viene assorbita da un nulla bianco e informe. (che dire, ragazzi, sintetico ma efficace – Fiero)
4) Puoi dirci in quanto tempo è stato realizzato “Blendergod” e se possibile raccontaci qualche particolare della sua fase di registrazione. Te lo chiedo perché voglio rendere partecipi i lettori di the_empty_dream del processo che sta dietro la produzione di un album, le varie tappe che come compositore e musicista hai raggiunto durante tutta la sua lavorazione, puoi darci delle curiosità a riguardo?
G.A.: Il Cd è stato registrato presso gli studi di Roberto Gritti, produttore e amico di vecchia data. Il mixaggio è stato fatto da Matteo Preabianca della Movimento Flaneur, il tutto per un tempo di circa sei mesi. Aneddoti particolari provengono dalle registrazioni con i frullatori, più che altro per l’inusuale strumento musicale utilizzato.
5) Due dei brani che più mi hanno preso durante l’ascolto del tuo album sono stati senz’ombra di dubbio la snervante e oscura “Whirring Thoughts” e la No Wave crepuscolare del brano “Temptations”, hai qualche altro brano da citare in particolare che secondo te ha colto maggiormente nel segno?
G.A.: La dimensione olocaustica di “Shiva”, nella quale tutto diventa scontro chitarristico. Vedi, in questo pezzo penso di aver dissacrato e dico per fortuna, tutti quei personaggi che pensano alla musica come arte tecnica e raffinata. In realtà, musica significa espressione e libertà di essere creativi.
6) Ci puoi elencare le maggiori difficoltà che hai incontrato nel mondo della musica indipendente, nel proporre cioè agli altri ciò che tu suoni? Qual è stata la cosa più difficile da realizzare durante tutto il tuo percorso che ti ha portato alla realizzazione di questo “Blendergod”?
G.A.: Molto spesso è difficile fare concerti perché i locali ti snobbano, soprattutto in Italia, la gente non sperimenta, le persone che ascoltano musica sono sempre di meno, ma soprattutto esistono pochissimi esseri umani e molti “esseri”. Gli umani sono le persone che realmente si interessano alla tua proposta perche ritenuta da loro interessante, gli “esseri” sono individui che invece vivono nel limbo senza scegliere mai niente. Nella mia concezione distorta della vita, penso di aver preso poche decisioni importanti e una di queste è stata quella di aver realizzato “Blendergod”, per il resto sono un “essere” come la maggior parte degli individui.
7) Quali sono i progetti futuri che hai in mente di poter realizzare per diffondere la musica di Art Lexus?
G.A.: Tanto spam sulle fanzine e riviste musicali, oltre a concerti, pochi ma buoni, banner ed altro.
8) Ok, ti ringrazio per la pazienza e la capacità di rispondere sinteticamente alle mie domande, se vuoi puoi lasciare un messaggio ai lettori di the_empty_dream e informarli di tutte le attività collegate alla tua musica. Ti lascio la parola. Grazie a te, Armando.
G.A.: Voglio segnalare il mio sito: www.lexusmusica.altervista.org il mio myspace: www.myspace.com/lexusmusician e ricordare che il mio cd è scaricabile su tutti i portali believe digital. Cercatemi comunque su google inserendo nella ricerca “art lexus blendergod”, ciao a tutti e grazie per questo spazio che mi avete concesso.
Le poche spiazzanti note introduttive di “Oshi” con tastiera sghemba e synth, racchiudono perfettamente in se il motivo dominante che ha spinto Armando Greco, unica mente del progetto “Art Lexus”, lungo l’irta via densa di impervie difficoltà che riguarda il mondo della musica indipendente: diffondere il verbo dell’assoluta alienazione e della mancanza di qualcosa in cui credere veramente.
Al giorno d’oggi è veramente dura credere e Lexus questo lo sa. Per questo la sua musica esce dal calderone indie/rock/noise dell’underground italiano e le sue trame sonore non sono altro che pallidi scheletri, rumori circostanziati quanto mai velenosi ma allo stesso tempo sofferenti, che raccontano senza parole (che risulterebbero incomprensibili ai più) di stupidi e maniacali sogni infranti, poche speranze distrutte e spezzate nel giro di pochi istanti, durante tutta una vita. Null’altro che sofferenza, incrociata e per questo violentata dagli occhi insensibili, minacciosi e inquisitori degli “altri”. Giudici supremi su questa Terra, anche se non si sa precisamente di cosa.
La scarica di follia che attraversa “Dissents” forse, con la sua ritmica quasi dub e la batteria elettronica sempre uguale racchiude il barlume di tutta un esistenza, fatta di stenti e poco altro, lo spettro dell’alienazione vissuta da dentro che fuori non trova riscontro, devastata dal baccano fintamente ipocrita e stereotipato che distrugge l’essere umano in quanto singolo disposto a relazionarsi in un mondo dove l’apparenza conta più di ogni cosa, dove essere o non essere equivale solo a non esistere, a castrare gli istinti, a rendersi conto che forse no, è meglio lasciarsi andare, anche se il nemico invisibile è presente in ognuno di noi.
Diversi siamo e diversi resteremo, le incomprensioni scandiranno per sempre il nostro battito vitale finchè anche quel battito si farà sempre più incostante, irrazionale, fino a collassare e finalmente ad implodere su se stesso.
Entra subito la chitarra noise-rock in “Every other step” e se ne sentiva la mancanza, una scossa dopo il torpore, un alito di vita che vola via lontano, che si respira attraverso la forza di un rock con poche pretese, se non quelle di cercare di sopravvivere nonostante tutte le pressioni, i richiami, le insegne al neon luccicanti ma quanto mai fuorvianti. Ingenuità vera e spirito adolescenziale si fondono in tutta la loro essenza, non se ne esce vivi.
“Noise and Catharsis” è un battito meccanico, un fruscio ermetico e dissonante che non da tregua. E’ l’anima che resuscita e reclama una via d’uscita, anche se questa non esiste.
Il verbo lexusiano si protrae poi con le snervanti dissonanze al rumor bianco di “Paths” e Temptations” un’endovena sbilenca di Sonic Youth periodo “Confusion Is Sex”, la via della No Wave Newyorchese dei DNA e dei Mars riproposta e deframmentata, vilipesa, affranta, fino a ridursi a un suono inudibile e inqualificabile. Acidità stemperata mano a mano, come se in quell’acquerello al posto del colore rosso ci fosse sangue umano, vero, scuro, oramai cristallizzato.
Quanto mai oscura e disturbante risulta invece “Whirring Thougths” il brano più convicente del lotto, tra estremismi sonori e sperimentazione, un baccanale tra Merzbow e la drone music dei Sunn 0))) della durata di quattro minuti, dove il caos rumoristisco di Lexus raggiunge vette di visionarietà insperate con l’uso di frullatori, cacciaviti e chincaglierie varie.
“Diploma” continua l’esasperante cammino intrapreso dalla precedente traccia, il baccano si fa meno fisico e più mentale, un suono spossante e recalcitrante, destinato a spegnersi durante i suoi duecentoquarantasecondi al vetriolo.
Chiude l’opera la possente “Shiva” un altro esperimento destinato ai cultori del verbo del noise giapponese: Hanatarash, Incapacitants e Gerogerigegege frullati all’interno di un calderone bollente, figlio dell’harsh noise più scartavetrante e dannoso per il nostro sistema celebral-uditivo ormai in fiamme.
Quello che ascolterete durante questo “Blendergod”, il Dio Frullatore, è uno sperimentalismo a rotta di collo, indigesto, malsano e cupo, fottutatemente introspettivo.
Che vi spinge a guardarvi “dentro” alla fine del percorso antimusicale di Art Lexus, per poter scorgere una luce in fondo al pozzo nero delle vostre anime.
Voto 8/10.
CONTATTI :
i link sotto indicati permettono di poter scaricare l'Album
Sito Web (1): http://www.believedigital.it/albums/94085,blendergod.html
Sito Web (2): http://www.amazon.com/Blendergod/dp/B003CU22II
Sito Web (3): http://www.play.com/Music/MP3-Download-Album/4-/14143724/Blendergod/Product.html
Devo ringraziare l’amico Anatas per avermi fatto scoprire la musica di Renato Zampieri, in arte Seizon, musicista e compositore vicentino, in bilico tra psichedelica, jazz, progressive e musica classica, un vero e proprio caleidoscopio di suoni e arrangiamenti, che sin dal primo ascolto mi ha affascinato e costretto ad ascoltare più volte i pezzi contenuti in questo suo ultimo album intitolato “Goya Toca A Oz”.
Un disco difficile, ma quanto mai intenso e con una ricerca melodica evidente che difficilmente potrete riscontrare da altre parti.
Già dalle note sognanti di chitarra de “El Camino De Ladrillos Amarillos” si inizia a volare con la mente, tra sensazioni elettro-acustiche e visioni estremamente psichedeliche e rarefatte, mentre in “La Bruja Buena Del Norte” e “La Ciudad Esmeralda”, rispettivamente seconda e terza traccia di questo lavoro, si accompagnano momenti pianistici di rara intensità e bellezza, con il contrappunto di fiati e keyboards dal tocco celestiale, due dei miei pezzi preferiti per via del loro retrogusto jazzistico, che mi hanno fatto subito innamorare e decisamente convinto a riascoltare, per poterne catturare la loro intriseca poeticità e il loro naturale splendore.
“El Mago De Oz” e la lunga suite suddivisa in quattro movimenti “La Bruja Mala Del Este”si caratterizzano per la loro natura più percussiva, in bilico tra una sezione composta da scintillanti chitarre arpeggiate, musica sinfonica ancestrale e fiati, che definirei dal vago retrogusto prog-folk, che potrebbe anche ricordare i Jethro Thrull di “Aqualung”.
Mi riferisco soprattutto a “El Mago De Oz”, mentre la seconda da più l’idea della grande ispirazione che Zampieri ha avuto dalla musica classica tout court, come mostra benissimo nelle sue influenze musicali citate nel suo myspace : Mozart, Tchaikovsky e Beethoven.
L’album si chiude con un pezzo intitolato semplicemente “Seizon” che riprende le sonorità psichedeliche quasi post rock de “El Camino De Ladrillos Amarillos”, anche se il pezzo subisce molte più variazioni a livello timbrico e ritmico, ed è qui dove svela assolutamente la sua natura di brano “progressive”, una traccia quindi in continua evoluzione dove la sezione ritmica è in continuo movimento per tutti i suoi sette minuti e passa di durata, e che definirei degno epitaffio conclusivo per un disco splendido e “immaginifico” come lo è questo “Goya Toca A Oz”.
Dire che mi sento di consigliarvi l’ascolto di questa opera d’arte è poco.
Se potessi ne darei a tutti quanti voi una copia, perché di ascolti così stimolanti e che riconciliano con il mondo come lo è questo album non sempre sono di facile assimilazione, ma se ci proverete sono convinto che anche voi godrete appieno della musica senza tempo di Zampieri.
Comunque bando alle ciance, il nostro ha già pensato personalmente a fornire una copia a chiunque voglia approcciarsi per la prima volta alla sua musica, tanto che quest’album è scaricabile per intero e gratuitamente all’interno del suo spazio myspace, così che potrete anche voi gustarvelo tutto d’un fiato, come ho fatto io.
Sicuramente se possibile acquisterò l’album perché un opera del genere secondo me merita di essere posseduta fisicamente, ma intanto sono già felice come una pasqua di possedere i brani di questo artista in formato mp3. Lo dico sinceramente con tutto il cuore.
Un ultimo consiglio per voi che siete arrivati alla fine di questa recensione: che aspettate a farlo vostro? Una visita al suo myspace mi sembra quanto mai consigliata..
Voto 9/10.
Tracklist:
1. El Camino De Ladrillos Amarillos
2. La Bruja Buena Del Norte
3. La Ciudad Esmeralda
4. El Mago De Oz
5. La Bruja Mala Del Este (Part I, II, III, IV)
6. Seizon
Contatti: http://www.myspace.com/seizon