The Empty Dream | SYMPHONIC

Stream of Passion, Darker days

  Per chi ha amato le voci sovrannaturali di Anneke Van Giersbergen, Sharon Den Adel e compagnia cantante, la nuova frontiera della meraviglia ha un nome ben preciso, Marcela Bovio, e un 'contorno' tutt'altro che trascurabile e identificato con il monicker Stream of Passion. Band che si muove su territori metal ed entro i suoi confini gothic, symphonic e in parte progressive. E che non poteva che imporsi subito all'attenzione del pubblico, dato che il fondatore 'fu' nientemeno che Arjen Lucassen, artista poliedrico la cui creatura più conosciuta rimane ad oggi quella degli Ayreon. Proprio nell'album degli Ayreon The Human Equation c'è la possibilità di ascoltare un primo saggio della voce di Marcela.  Dopo un esordio più che discreto (Embrace the storm), il secondo album, The Flame Within, è già un piccolo capolavoro. Le tracce sono molto più che piacevoli, e la ciliegina è una gloriosa ri-lettura di "Street Spirit" dei Radiohead. Il nuovo lavoro non può che giungere pieno di aspettative, e non a caso i nostri, sapendo che ripetersi non è esattamente facile né sempre costruttivo, provano ad apportare qualche piacevole novità per sorprenderci. Ecco allora l'introduzione del tango in una canzone che parte violentissima - e torna ad esserlo dopo la parentesi dominata da fisarmonica. E' il caso di "Lost", opener che traccia immediatamente la strada giusta. Il connubio tra i generi, quasi inimmaginabile, è perfetto.  In "Reborn" il ritmo si fa più compassato e Marcela comincia a miscelare le sue anime, cullandoci con la lingua spagnola - che rende molto meglio, ma ne riparleremo dopo. In "Collide" e "The scarlet mark" prevale il lato più sperimentale e tecnico. "Spark" è piano e fisarmonica - eccola che ritorna. L'interpretazione vocale è magistrale, servisse sottolinearlo. E' con "Our cause", però, che si raggiunge il vertice - forse assoluto per la band - delle emozioni: dall'intro crescente di violino, che giunge soffusa e viene subito travolta dall'irruenza di chitarre e batteria, poi la strofa, cantata in spagnolo e - e questa è la seconda trovata maestosa - con finale di frase ripetuto. "Trazos de hielo y niebla que se esconden - que se esconden en las pequenas grietas de mi nombre - de mi nombre Luz que ilumina el alba no me ignores - no me ignores entre suspiros llamas mas no se a donde - no se a donde. El invierno me encuentra delirando - delirando  entre flores cubiertas de desencanto, miedo y llanto - miedo y llant Mientras el frio corre por mis manos - por mis manos mi corazon implora: "hasta cuando?" - "hasta cuando?" Sprigionata tutta la potenza evocativa nella strofa, il ritornello è quasi una pausa, ed è cantato in inglese. E qui, all'interno della stessa traccia, si avverte l'abisso tra una lingua caliente e una decisamente 'freddina'. Per di più, ma questo è ovvio, la Bovio sembra decisamente più a suo agio nelirle emozioni nella sua lingua madre.  Anche nella seguente "Darker days", titletrack con venature prog, si può notare il contrasto evidente (con esito altrettanto evidente) tra le parti in spagnolo e in inglese. Successivamente l'album si snoda con brani più o meno riusciti, da "Broken" a "This moment", da "Closer" a "The mirror", tutti rivelanti le diverse facce della band. "Nadie lo ve" è un attimo di pace in cui la voce di Marcela mostra tutto il suo... stream of passion, supportata dal solo piano. Una traccia dolce, ma triste e remotamente inquieta. Il finale prevede un cambio di genere con "The world is ours", plus la bonus track "The hunt", del tutto trascurabile.L'album, invece, e soprattutto la voce di Marcela, non lo sono per nulla. Darker days (2011) Voto : 7,3 Tracklist: 01. Lost 02. Reborn 03. Collide 04. The Scarlet Mark 05. Spark 06. Our Cause 07. Darker Days 08. Broken 09. This Moment 10. Closer 11. The Mirror 12. Nadie Lo Ve 13. The World Is Ours 14. The hunt Line-up: Marcela Bovio - cantante, violino Eric Hazebroek - chitarra ritmica e solista Stephan Schultz - chitarra ritmica e solista Johan van Stratum - basso Jeffrey Revet - tastiere, pianoforte Martijn Peters - batteria   Discografia: 2005 - Embrace the Storm 2009 - The Flame Within 2011 - Darker Days

Nefesh - Shades and Lights

  Il metal nostrano questa volta ci presenta una giovane band di Ancona. I Nefesh devo dire che mi hanno parecchio stupito, sia positivamente che negativamente devo ammetterlo, ma è sempre gradito “l'infrangere gli schemi” sia riuscito con successo che meno.   Il genere che cercano di trasmetterci non è unico ma molteplici, i maggiori dei quali Progressive, Gothic, Death, Neoclassical con una buona dose di Sperimentale ed Ambient. Con il primo album “Shades and Lights” ambiscono a un certo equilibrio nel mischiare i suddetti generi. Certo l'impresa è abbastanza ardua, non per tutti; i Nefesh ci provano.   L'album che conta bel 13 parti e quasi un'ora di durata alterna brani lunghi con intermezzi e brevi mini-strumentali. Le lunghe hanno una struttura trascendente simile per ognuna e che alla lunga si riesce benissimo ad individuare; le corte invece alternano da sipari da piano bar ad intermezzi ambient, sino a qualche schitarrata alla Kaiowas. La particolarità più eclatante è nell'uso continuo, forse troppo, del piano e di tutti i suoi derivati che ricordano molto i principi fondamentali del Gothic Classico in stile Nightwish ed Epica. Ad accompagnare il piano c'è un'irrefrenabile chitarra elettrica con un forte impatto uditivo, a mio parere da abbassare di tono in alcuni tratti e da cambiare l'effetto principale(gusto personale). Onore al cantante che si dimostra abilissimo nell'uso sia di un clean profondo, sia di un grove/growl/scream modesto e sincero.   Nel complesso un valente lavoro, anche di buona registrazione, che però a parer mio poteva essere strutturato meglio, con meno canzoni ma con più intensità e virtuosismo, più varietà nei suoni di chitarra e con un vigore più travolgente e meno d'impatto. In oltre, pur non trovando nessuna castroneria non riesco neanche a percepire nessun frangente di miriade bellezza e fascino.   Per concludere: buona l'idea, ma da approfondire e scoprire. Per questa prima volta vi è andata bene. (Sarebbe davvero figo un mix di Dream Theater, Opeth e Nightwish)   VOTO: 7

POWERWOLF – BLOOD OF THE SAINTS

Il ritorno dei Powerwolw, la band che dalle lande teutoniche, risoerge dalle loro bare per riproporci il loro roccioso power metal con tutti i cliché che l'hanno caratterizzato negli anni. Ma, questa volta, lo fanno decisamente meglio rispetto alla loro ultima release.
Un presagio meno oscuuro per il futuro avvenire?
Prendere o lasciare, comunque perchè... acnhe questi (e soprattutto questi) sono loro, i Powerwolf! [Prosegue]

WITHIN TEMPTATION – THE UNFORGIVING

Il miglior lavoro dei Within Temptatio, con una band ottimo stato, una singer, Sharon, mai così in pienissima forma. Il capolavoro della band, lalbum candidato tra i migliori dischi del 2011.

Antonio Moliterni [Prosegue]

RHAPSODY OF FIRE - FROM CHAOS TO ETERNITY

  Cosa volete ci si possa aspettare dai nostri Rhapsody Of Fire? La fiera dell’originalità? O, piuttosto, quella della banalità? Io voto per la seconda. La cover del disco, con unicorni, cavalieri, spadoni e tutto ciò che potrebbe far da contorno per uno stupendo RPG, ci preannuncia che la musica, in casa Rhapsody, non è cambiata di una virgola. O quasi. Si, perché il “quasi” si sente nella maggior presenza delle chitarre, più rinvigorite e più heavy, con un groove davvero massiccio.  Ottima la prova fornita da Turilli in questo senso e, come sempre, un plauso a Fabio Lione che, come singer, mette in mostra tutte le sue doti. Purtroppo… eh, già. C’è soprattutto il “purtroppo” a far la differenza. Le novità si esauriscono qui. Perché, per quanto tecnicamente ineccepibili, per quanto artisticamente dotati, per quanto davvero in gambissimi nel songwriting, devo maledettamente bocciarli. Siamo sempre al cospetto del solito discone powerone, con chitarre che sfornano assoli lunghi, intrisi di un neoclassicismo malmsteeniano che nulla ha da offrire a questo 2011 che, magari, potrebbe aver temuto, per qualche nanosecondo, che i Rhapsody Of Fire, con quelle chitarre dai riff taglienti e micidiali, avessero dato una lieve sterzata al sound. C’è chi parla di maturazione. Io parlo di “pappa riscaldata con l’aggiunta di qualche condimento in più”, tanto per dimostrare la mondo che la minestra, con una giusta dose di condimento e spezie, può anche risultare gradevole e digeribile. Ma io non la digerisco anche se posso riuscire a trovarla gradevole. Gradevole nelle armonie, nei fraseggi acustici, nelle melodie. Ma, andiamo! Oramai i Rhapsody sono più prevedibili delle balle che raccontano i politici in campagna elettorale! Basta dare un’occhiata alla scaletta dei brani e sappiamo già cosa stiamo per ascoltare. C’è la classica intro dal titolo in latino, “Ad Infinitum”. Poi la speedy song, ben strutturata, con un ottimo guitar riffing e assoli al fulmicotone. Un Fabio Lione sempre sugli scudi e un drumming possente. Ma l’abbiamo già sentita non so più quante volte, diamine! Senza contare la traccia con il titolo in italiano (originalissimo!), “Tempesta di Fuoco”, cantata in italiano, come da copione, che fa’ coppia con la gemella “Anima Perduta”, altra ballad che ha il solo scopo di mettere in mostra le doti del singer in qualità di simil-tenore che, sinceramente, a me fa’ due palle così. Quelle orchestrazioni pompose, quella minuziosa ricerca della perfezione, quella produzione eccelsa e ineccepibile… maledizione! Se si fosse trattato di un disco non così fottutamente prevedibile il mio giudizio sarebbe stato drasticamente diverso. Anche perché, una track cattivissima come “Aeons Of Raging Darkness” proprio dai Rhapsdy non te l’aspetti. Brano in cui il nostro singer e i cori lanciano degli scream in modalità “black metal”. Ottima la prova del dramme, per non parlare di Luca Turilli che sforna riff come un dannato, quasi fossero fendenti arroventati. Sicuramente la migliore del lotto ma che non salverà l’album dall’affossamento più totale all’interno della sua stessa melma di noia e prevedibilità. Poi si ritorna con i piedi per terra (per quanto i Rhapsody li abbiano mai avuti i piedi per terra, almeno dal punto di vista dei testi) e si ricade nei cliché triti e ritriti. Basti ascoltare la prevedibilissima “Tornado” o la conclusiva suite lunga quasi 20 minuti (!!!) “Heroes Of The Waterfall’s Kingdome”, introdotta dal pacchiano parlato in chiave epico, con il vocione che vorrebbe farci paura ed introdurci in un mondo misterioso popolato da elfi gay, troll, folletti, fatine e bambini sperduti. Una sorta di fiera del tutto un po’, in cui i nostri ci infilano di tutto: il folk nella prima parte cantato in italiano, elementi sinfonici a pompa, speed-power metal cantato in inglese e tante ma tante liriche adatte ai minori di 10 anni. Francamente non ce la faccio più di ascoltare certe cose. Mi sento un po’ idiota anche nel recensirle. Ancora più ad acquistarle perché, su molte ‘zines, si leggeva di una sorta di “nuovo corso” della band… vabbè, ritorniamo al discorso di prima. Comunque sia, qualcosa di buono questo disco qui ce l’ha: mi ha fatto apprezzare ancor più il mondo dell’underground musicale popolato da talenti mostruosi che aspettano solo il momento per riscattarsi e fare il culo come si deve a molte bands che vivono grazie al loro moniker e alle grazie di certa stampa. Grazie Rhapsody Of Fire! Per finirla, i Rhapsody Of Fire sono questi qui, prendere o lasciare. E, chi cerca l’originalità non dovrebbe neppure avvicinarsi alla lettera “R” del proprio store di fiducia.   VOTO: 5.5    

DIABLO SWING ORCHESTRA – THE BUTCHER’S BALLROOM

  Ho iniziato ad ascoltare I Diablo Swing Orchestra dal loro secondo disco, omettendo, così, di ascoltare il primo e dare il votaccio pieno al loro secondo pargolo. Adesso che mi ritrova tra le mani questo capolavoro della musica avantgarde, mi rendo conto che, pur non volendo disconoscere il 10 dato a “Sing Along songs For The Damned And Delirious”, dovrei, come minimo, tentare di aumentare il voto a questo “The Butcher’s Ballroom”. Creativi all’inverosimile, avanti millenni per ciò che concerne l’utilizzo sapiente di strumenti e la loro miscelazione in ambito di songwriting, i Diablo Swing Orchestra, addirittura, vedono annoverare loro una “oscura” leggenda. Questa vuole che, l’Orchestra del Diavolo, si sia formata molti anni fa, addirittura, nel sedicesimo secolo D.C. quando, purtroppo, la Chiesa dettava leggi e costumi arrivando ad etichettare, questi ultimi, come eretici e adoratori del demonio. Ergo: lo “smontaggio” della stessa (che, inverosimilmente, riuscì ad ingraziarsi i favori del popolo) e la bruciatura di tutti i loro spartiti. Dopo un bel po’ di secoli, due dei loro discendenti, pare, si siano incontrati casualmente in un negozio di dischi (Anno Domini 2003) e che, assieme, abbiano deciso di riformare l’Orchestra del Diavolo assieme agli altri discendenti. Fine della leggenda. Musicalmente parlando, qui, ci troviamo innanzi al cospetto di autentici geniacci, dei veri e propri maestri della musica tutta, in grado di miscelare sapientemente generi musicali, apparentemente inconciliabili tra loro, quali il metal, il progressive, il jazz, il flamenco, la musica classica (c’è a disposizione un’intera orchestra con tutti i controfiocchi), la meravigliosa voce da soprano della splendida singer Annlouice Loegdlund che, incontrastata, domina lungo le 13 tracce dell’album, il folk e l’heavy classico. E, scusatemi se, per caso, abbia dimenticato di menzionare qualche altro genere musicale che, con il metal c’entra come i cavolfiori a merenda. Non un brano fuori posto o fuori fase, non un brano sotto tono. Tutti all’altezza delle aspettative, compresa la stupenda “D’Angelo”, song lirica, cantata in italiano dalla maestosa ugola della singer che, in questa sua esibizione, dimostra la propria grandezza rispetto a molte altre cantanti più blasonate (immeritatamente) del settore (chi ha detto Tarja?). C’è di che divertirsi ascoltando il disco che apre le danze con la danzereccia “Ballrog Boogie” (che si commenta da sola nel titolo), e che nella successiva “Heroines” continua a rimanere sempre su livelli altissimi per ciò che concerne gli standard musicali (l’uso ad incastro di violoncelli e di chitarra elettrica distorta è incredibile!). Ancora, si attraversano episodi più devoti al metal, quali, “Poetic Pitbull Revolutions” che, comunque, non mancano di stupire il suo ascoltatore con il magistrale uso dell’orchestra e del flamenco, nonché, sempre, con Annlouice che riesce a modulare le sue corde vocali in maniera impeccabile, utilizzando le stesse con disinvoltura piena, passando da tonalità più “cattive” e “grintose” al soprano più devoto alla musica classica tout court. Semplicemente geniale. E se song come “Regdoll Physics” riescono a far presa immediatamente sull’ascoltatore grazie ad un refrain catchy e a quel tocco di progressive che non guasta mai (i cambi di tempo, di atmosfere i numerosi riff non si sommano!), altre come la già citata “D’Angelo” vi metteranno le lacrime agli occhi, mentre “Gundpowder Chant” (una strumentale di appena 1 minuto e 50 secondi) con le sue aperture orientaleggianti e gli arpeggi acustici (che pagano forti tributi al flamenco più spagnoleggiante) vi delizieranno. Song, quest’ultima, che altro non fa da “intro” ad “Infrlaove”, altra gemma “jazz” di valore inestimabile. A seguire, ancora magistralmente, brani quali “Wedding March For A Bullet”, introdotta da un riff di chitarra molto heavy che poi si dipana nella follia più esasperata che solo i Diablo Swing Orchestra possono e sanno creare, l’epica “Zodiac Virtues” e le conclusive “Porcelain Judas” (dai toni marcatamente heavy metal, ben sorretta da un sapiente uso del guitar riffing e dei guitar solo, accompagnati, come al solito, dagli elementi orchestrali) e la monumentale “Pink Noise Waltz”, walzer musicale che mi riporta alla mente, in alcuni passaggi, i Jethro Tull (questo grazie al suono del flauto nel break). Insomma, fare un track by track, non è mia abitudine ma mai come in questa occasione avrei potuto descrivere meglio un capolavoro della musica tutta, senza etichettature d’ogni sorta. Non è possibile definire un genere di appartenenza, è contro ogni logica. Non è razionale, non è “scientifico”! Quindi, se davvero amate la musica, in ogni sua manifestazione (che non sia quella truzza o demenziale), allora, i Diablo Swing Orchestra con il loro “The Butcher’s Ballroom” non vi deluderanno affatto. Se siete stanchi dei soliti polpettoni preconfezionati, se siete alla ricerca di qualcosa di davvero innovativo e mai ascoltato prima, adesso sapete su CHI dovete puntare le vostre carte (e per carte, intendo, euro….).   Musica Geniale per Menti Geniali......   Lunga vita all’Orchestra del Diavolo!   VOTO: ∞ ,  alias “INFINITO” (e scusatemi se è poco!)  

ADVENIAT HIEMS – LOKI

  Ed eccomi alla mia prima esperienza in ambito balck-ambient. A dir la verità, la mia prima esperienza, risale al periodo dell’ascolto degli intramontabili album di Burzum che, però, avevo messo nel dimenticatoio, ritornando alle origini e ascoltando ciò che più mi piace. Ecco, perché, ogni volta che ricevo dischi, per così dire, “anomali” e un po’ fuori tema, so già che mi aspetterà un lavoraccio nell’arte dell’ascolto e meditazione. Fortunatamente, questi Adveniat Hiems sono riusciti nell’ardua impresa di piacermi e coinvolgermi sin da subito. Mi è bastata la sola intro e le prime note del secondo brano per riportarmi alla mente le gelide atmosfere tanto care a Burzum, quello più tetro e freddo nel sound. Tuttavia, riconoscere all’interno del songwriting della band, le sole influenze Burum-iane, è assai riduttivo. Poiché, nello stesso, è palese il tributo pagato dalla stessa nei confronti di mostri sacri del black metal, quali Celtic Frost, Immortal, Carpatian Forest e, in linea di massima, di tutte quelle band che, nel bene e/o nel male, sono riuscite a far circolare il loro nome all’interno della scena del black metal. Come d’uso e costume, però, avendo a che fare con una realtà che ha a che fare i conti con il sottobosco musicale nostrano, mi pare più che doveroso presentare gli Adveniat Hiems. Gli Adveniat Hiems sono una formazione abbastanza giovane, formatasi nel 2008 a Milano per mano di tre musicisti, impegnati in diverse collaborazioni. Questi ultimi, a loro volta, non possono essere neppure definiti dei novellini, poiché, gli stessi, sono reduci da un’esperienza musicale della loro precedente band, i Lustnotes, scioltasi dopo la pubblicazione dell’album “Graveyard Ballades”. Originale è anche il monicker della band, “Adveniat Hiems”, l’equivalente in latino di “venga l’inverno”. E, ad onor, mai nome fu più azzeccato dato che, il sound della band, sprigiona davvero una sensazione di freddo e gelo da ogni poro. Le “contaminazioni musicali” si possono annoverare, dal punto di vista del songwriting dei nostri, da band storiche, quali i già citati Celtic Frost, Burzum e Carpatian Forest. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questi “grandi nomi”, poiché, i nostri, riescono nell’ardua impresa di miscelare le atmosfere più care a Burzum, con quelle più  epiche dei Bathory (a dir poco sensazionali), graziando altresì, l’ascoltatore, di un sapiente connubio con il doom e del symphonic black metal. Il risultato è questo piccolo gioiellino pregno di luce nera, questo “Loki”, loro primo concept album di breve durata incentrato su temi mitologici tanto cari al Nord Europa. Un DEMO di 5 tracce (4, se si esclude la tetra intro strumentale) che, definire meravigliose, è, semplicemente, riduttivo. Analizzando nei dettagli le 4 songs che costellano questo dischetto di puro “atmospheric black metal”, è impossibile non rimanere estasiati e, allo stesso tempo, impressionati sin  dalla first track. Quella intro, “Iving” (che prende il nome dal fiume che suddivide le terre degli dei da quelle dei mortali che, congelandosi, darà inizio al Ragnarock diventando, appunto, attraversabile e cancellando, al contempo, ogni impedimento e confine tra divinità e creature mortali, segnando l’inizio del tramonto degli stessi dei), introdotta da un incedere marziale e dal suono di campane che mettono i brividi al solo accolto. Il tutto, grazie, al sapiente utilizzo di giri di tastiera oscuri all’inverosimile e dal magistrale uso del drumming dannatamente marziale e ossessivo. Da sola, “Iving” è un ottimo biglietto da visita che ci catapulterà in “Loki”, la track successiva. Tocca adesso alla title track, “Loki”, che ci presenta la figura dell’omonimo dio. Il brano è, semplicemente, perfetto. La sezione ritmica è martellante, ma mai esageratamente veloce. Questo, al fine di rendere meglio l’idea di ciò che si sta narrando. Stessa cosa vale per l’uso sapiente della voce, che bene alterna scream e growl tipici del black, accanto ad una voce più pulita e, allo stesso tempo, fredda e “senza tono”. È indiscutibile la maestria di questi giovani che, con il solo utilizzo dei loro strumenti, riescono a rendere l’idea di ciò che sta accadendo e, cioè, la punizione subita da Loki dalle altre divinità  a causa della sua ribellione ad Odino. Lo stesso Loki, pur rimanendo “sconfitto”, nutre un forte senso di vendetta e attenderà il giorno del giudizio riuscendo a dominare quelle che sono le sue pene (“For every death I die, I come back even stronger – For every day in Hell, the more soul gets forged”). Semplicemente geniale. “Midgardsorm” riesce a creare una discreta tensione grazie al suo sound, sempre cupo, e al suo incedere lento e solenne. Dal punto di vista lirico, il capolavoro, non manca. Midgardsorm è, infatti, il nome del serpente (uno dei figli di Loki) che viene gettato sul fondo del mare che circonda le terre degli uomini. Gli dei vogliano che perisca di fame ma, il serpente, grazie alle sue immense dimensioni, riesce a cibarsi della sua stessa coda avvolge dosi tutto intorno al perimetro del mondo, rigenerandosi continuamente da se stesso e originando cicli di vita e di morte (ovvero degli anni e stagioni che contraddistinguono lo scorrere del tempo degli uomini). Anche qui, non mi resta che fare gli onori dovuti. Ma è in “Fenrir”, la mi a song preferita, che i nostri arrivano a superarsi. Una traccia che, pur non discostandosi dalle cupe e gelide atmosfere che la band ha saputo sapientemente creare, riesce a mettere in risalto quel doom tanto caro alla stessa. Inoltre, la stessa song, alterna momenti più meditati e, cadenzati e riflessivi a stacchi improvvisi e accelerazioni sostenute da un ottimo drumming, dannatamente veloce che ben danza assieme al basso (un plauso alla sezione ritmica, a questo punto, è dovuto e meritato). Idem dicasi per le chitarre che riescono a creare dei riff che bene si amalgamano con le ambientazioni poste in essere dalle tastiere le quali, invero, non risultano essere mai l’elemento dominante nel sound della band, ma fungono come accompagnamento di fondo, in modo tale da dare ulteriormente prova della maestria dei nostri, nonché, ponendo bene in risalto quella sensazione di angoscia e tetralità che permane lungo l’ascolto dei quattro brani contenuti in “Loki”. Fenrir è, altresì, il nome del lupo che scatenerà il Ragnarock, liberandosi dalle catene che l’opprimono e tengono prigioniero nelle tetre pianure di fronte ai cancelli dei morti e che, balzando, ingoierà il sole gettando il mondo nell’oscurità più totale e nel gelo terni. Essendo una figura mitologica che ricorda con desolazione la sua provenienza, le sue terre lontane da cui fu bandito, “Fenrir” può annoverarsi la palma ad honorem quale track migliore del lotto, poiché ben si amalgama al connubio di atmosfere di cui l’omonima song è pregna. A chiudere le (oscure) danze, ci pensa “Hel”, traccia che prende il nome dall’ultima figlia di Loki e regina delle terre dei defunti. La sua figura mitologica viene sovente ritratta con un rastrello con il qual, nelle notti più oscure, raccoglie le anime dei vivi e le trascina con sé nei regni dell’oltretomba. Qui, invece, viene ritratta ancor più spietata. Hel strappa le unghia degli esseri umani e li obbliga a costruire la nave con cui Loki, nel giorno del giudizio, viaggerà fino alle terre degli dei per ingaggiare la battaglia finale con costoro. Il brano si chiude in maniera terribilmente funerea, con un basso che scandisce tempi marziali volendo imitare quel suono di campane, lo stesso presente in “Iving”, che davano inizio al concept. Questo senso funebre, questa malinconia, è assai “sottile”, poiché riesce a delineare bene i lineamenti di Hel, figura solitaria. In conclusione questo “Loki”, pur essendo un EP di debutto, può ben annoverarsi tra le perle di black metal nostrano, più oscuro, più tetro, gelido all’inverosimile, tinteggiato da atmosfere cupe e dardeggianti, e scandito da un sapiente utilizzo della sezione ritmica e delle tastiere che impregnano, le composizioni, di quella atmosfera doom e funerea che rende “magico” il disco e le song tutte. Song che, invero, sono autentiche perle. Pure perle che brillano di una luce incredibilmente oscura ma, allo stesso tempo, inverosimilmente meravigliosa. Perché, se paragonato ad un gioiello, lo stesso può essere visto dal punto di vista complessivo, onde rimanerne estasiati immediatamente e, al contempo, graziato da quelli che sono i 4 gioielli che bene vengono incastonati nello stesso, tale da regalargli quella bellezza di cui gode. L’ultimo accenno lo faccio nei confronti della produzione. Pur essendo non di caratura ottimale, non inficia minimamente il lavoro partorito dalle menti geniali di questi ragazzi . in fin dei conti siamo al debutto e, per di più, il disco è autoprodotto. E, quando ho a che fare con dei gioielli autoprodotti, mi sembra di avere tra le mani un diadema del valore immenso creato dalle mani di un orafo di vecchia scuola. Con un’unica ed essenziale differenza: gli Adveniat Hiems, pur non avendo alle spalle una lunghissima storia, si sono dimostrati autentici lupi di mare, molto più bravi e in gamba di certi aborti della natura che sovrastano le scene del metal tutto. E chi capisce, capisce. Non mi resta che fare i ringraziamenti alla band per avermi dato l’occasione di ascoltare questo disco che, chiunque, può ascoltare in streaming e/o reperire in formato MP3  recandosi sul loro sito ed effettuando un semplice download. Per i “maniaci” di certe sonorità, gli stessi, mettono a disposizione le tracks di “Loki” in formato “alta qualità”, disponibili su iTunes e sui principali store multimediali. Inoltre, alla stampa digitale si affianca quella di un CD disponibile nell’e-store di Amazon, oppure ordinabile dal sito della stessa band. Auguri di cuore ragazzi. Gli sforzi sono sempre premiati, sempre. Continuando così, ben presto, salterete fuori dal sottobosco nostrano. Lo stesso in cui era incatenato il vostro Fenrir……   VOTO: 9.5   TRACKLIST: 1.      IVING (INTRO) – 1:57 2.      LOKI – 4:45 3.      MIDGARDSORM – 4:19 4.      FERNIR – 5:08 5.      HEL – 4:35 TOTAL RUNNING TIME: 20:44   GLI ADVENIAT HIEMS SONO: ·         AGANUSH – GUITAR & BASS ·         RAGNO – DRUMS ·         ISHTAR – KEYBOARDS AND SESSIONIONISTS: ·         ANDREA – SESSION SINGER FOR LOKI   CONTATTI: Ø  Myspace: http://www.myspace.com/adveniathiems Ø  Youtube: ü  Promo: http://www.youtube.com/watch?v=O3RMKCkVL4A ü  Video Loki: http://www.youtube.com/watch?v=tSZSAo6YmHA Ø  Album Download (formato MP3 VBR): http://www.archive.org/download/adveniathiems_loki/Adveniat_Hiems__Loki.zip Ø  Official Merchandise (T-shirts Sweaters, etc..): http://adveniathiems.spreadshirt.it          

SIRENIA, The 13th Floor

Cosa ci fa una reduce di X-Factor in un gruppo Symphonic Gothic Metal?Mah. E' vero che bisogna fare attenzione al panorama Gothic, che ha sempre qualche novità da proporre. Sfumature, in realtà, perchè a ben vedere sembrerebbe che sia già stato detto tutto, o quasi. Dai capisaldi, Within Temptation, Gathering, Theater of Tragedy, ai Nightwish, ai più attuali Epica. Negli anni si sono affacciati al balcone anche i norvegesi Sirenia, 'fondati' da Morten Veland, ex Tristania, che nel nuovo progetto si porta decise influenze musicali oltre all'evidente assonanza del nome.  Si potranno addebitare critiche ai Sirenia di non apportare chissà quali novità, di essere l'ennesimo doppione di gruppi già esistenti. Più o meno. In realtà il 'gothic metal' con cui vengono etichettati presenta tratti decisamente symphonic, parecchie incursioni nel death, e una particolare attenzione al fattore orecchiabilità, che spinge spesso i ritornelli verso lidi similpop. In dieci anni di storia i Sirenia hanno prodotto cinque album e cambiato diversi volti, tanto che la loro "anima", Morten Veland figura come l'unico sopravvissuto dal big bang. Molti avvicendamenti anche alla voce, rigorosamente femminile: quattro in tutto, ma una citazione particolare la merita Monika Pedersen (ex Simphonia, ecchè originalità in questi nomi!), presente in uno dei migliori album, "Nine Destinies and a Downfall"."Licenziata" la Pedersen nel 2008, l'attuale vocalist è la meravigliosa Pilar Giménez García, meglio nota come Ailyn, la quale non è di certo il prototipo della voce gothic, data la sua estensione vocale tutto sommato limitata e un timbro caldo quasi pop (eh sì, è proprio lei che ha partecipato all'X-Factor espagnolo nel 2007!), che però, vedi i casi della vita, alla fine ben si adatta al sound proposto. Ascoltando questo album si può affermare che i Sirenia  si siano evoluti dal punto di vista musicale, grazie a un songwriting più articolato, a volte anche un po' troppo, visto che nei change riescono a piazzare una parte death, una parte affidata al coro (elemento molto curato e che non manca mai), una parte spesso affidata alla voce 'pulita' di Morten. A volte queste parti ci sono tutte quante insieme.Parliamo dell'album: "The Path to decay", di cui esiste anche un apprezzabile video, è un ottimo modo per iniziare, con violenza e uno stile quasi Rammstein, smorzato dall'ingresso della timida vocina di Ailyn, che esordisce nel migliore dei modi. Lasciata alle spalle la trascurabile "Lost in life", l'album entra nel vivo con "The mind Maelstrom", annunciata da cori spezzati - e spazzati - da una performance vocale orientata su toni decisamente più dolci. "The Seventh Summer" è la prima traccia che fa veramente sussultare: con un'intro sinfonica travolgente e una linea vocale melodica assolutamente brillante, un ritornello in cui voce e doppia cassa trascinano vorticosamente. Giusto un attimo di tregua per assaporare "Beyond Life's Scenery", e si arriva all'altro pezzo da 90 (e lode): "The Lucid door", in cui la trascinante melodia della strofa sfocia in un refrain epico, che dopo pochi ascolti diventerà automatico ritrovarsi a canticchiare. Un aiuto: "Wane...all the lights they seem to fade / All so dim and all so frail / They all seem to pass away / I can see them getting weaker every day". Impagabile. Dopo uno 'special' frastornante, la canzone si conclude alla grande con il ruggente ritorno di Ailyn. Ecco cosa ci fa una reduce di X-Factor in un gruppo Symphonic Gothic Metal! Ti cambia il punto di vista. I dubbi iniziali vengono così fugati. Arriviamo a "Led Astray" quando abbiamo già imparato a farci cullare dalla voce di Ailyn. Passiamo per "Winterborn 77", una tirata tutta Kovenant e Abba, per giungere all'ultima traccia, che insospettabilmente viene affidata alla voce di Morten Veland. Orfani inconsolabili di Ailyn, dobbiamo però ammettere che il ragazzo se la cava piuttosto bene nella trascinante, pacchianissima e splendida - proprio perchè pacchianissima - "Sirens of the Seven Seas". Bene così.Manca qualcosa? Certo, il brano 'intimo', il lento a cui in genere i Sirenia affidano l'ultima traccia: canzoni come "Sumerian Haze", "Glades of Summer", "The enigma of life" (anche se per questa canzone si parla di un album posteriore a questo). Sì, manca il lento, ma il resto c'è tutto!Voto 7,5/10The 13th floorTracklist1. The Path to Decay - 4:172. Lost in Life - 3:123. The Mind Maelstrom - 4:474. The Seventh Summer - 5:215. Beyond Life's Scenery - 4:336. The Lucid Door - 4:487. Led Astray - 4:358. Winterborn 77 - 5:339. Sirens of the Seven Seas - 5:11    Line-up:Ailyn - voceMorten Veland - voce, chitarre, tastiere, basso, programmazioneMichael S. Krumins - chitarra solistaJonathan A. Perez - batteriaDamien Surian, Mathieu Landry, Emmanuelle Zoldan, Sandrine Gouttebel & Emilie Lesbros – coroStephanie Valentin - violino  

NIGHTWISH – DARK PASSION PLAY

  Lo difendo io il nuovo nato in casa Nightwish, partendo immediatamente in quinta, e dicendovi che, il disco in questione, non è un capolavoro come il precedente “Once” ma, sotto molti aspetti, tenta di ricalcarne le orme. Ho letto molte recensioni sulla nuova fatica dei nostri nordici delle quali, la maggior parte, dirette a stroncarne l’operato. Motivo? In primis la voce della neo singer, Annette. In secondi, la “deevoluzione” del songwriting, molto più vicino ad un nu-goth rock che al loro classico power-gothic sinfonico che esplose nel precedente best seller. Tuttavia, se è vero che si intravede un lieve calo di ispirazione nella stesura dei brani, non è altrettanto vero che, detto calo, incide in maniera così rilevante sull’intero disco. Ad onor del vero, io ho trovato davvero molto emozionanti, evocativi e suggestivi i 13 brani che compongono “Dark Passion Play”, ad iniziare dalla lunga suite “The Poet And The Pendulum” che sfiora i 14 minuti; song che raggiunge il suo apice nel break centrale, laddove Annette, tenta di emulare Tarja (non riuscendoci, è vero) ma, tuttavia, ci regala quel tocco di emotività al brano, col suo delizioso e toccante falsetto. Meravigliosa. Non mancano episodi più ruffiani, come il singolo “Amararth” e “Bye Bye Beautiful”, nella quale in nu-metal sembra esplodere (complice anche, e soprattutto, i growl della voce maschile). Ma se è vero che Annette non potrà mai eguagliare Tarja in maestria vocale, è altrettanto vero che i 13 brani sono quasi tutti meravigliosi ed emozionanti, ispirati come non mai e con una Annette in stato di grazia assoluto. E, checche si dica, finalmente, i Nightwish hanno posto dietro il microfono una vera “gnoccona”, capace di coinvolgere il suo ascoltatore, nonché il suo osservatore (guardatevi il video di “Amararth” e ditemi se Annette, con i suoi sguardi provocatori, non lancia messaggi subliminali). E, se è vero che i brani ruffiani ed accattivanti non mancano, è altrettanto vero che una strumentale come “Last Of The Wilds“, impreziosita da un gran e bel riuscito tocco folk e la conclusiva e struggente ballad “Meadows Of Heaven” riusciranno a far breccia nei vostri cuori. Concludo con le classiche parole, ovvero quelle che vi invitano ad acquistare il disco perché davvero bello. Disco che non vi catturerà sin da subito ma che, dopo già un paio di ascolti, inizierà a farvi vostro.   VOTO: 8.0  

NARSILION – ARCADIA

  Recensire alcuni dischi può risultare estremamente difficoltoso, specie se della band in questione sai poco e nulla e, soprattutto, quando vieni completamente spiazzato dal territorio metal. Perché i Narsilion non suonano metal. Non suonano neppure un genere che potrebbe essergli affine. Tuttavia riescono nella missione (apparentemente) impossibile di coniugare differenti sonorità (dal folk, al gothic, all’ambient, alla dark wave e chi più ne ha ne metta a ‘sto punto) riuscendo ad essere catalogati come una metal band, pur non essendo strettamente una metal band. “Arcadia”, un disco che descrivere in ogni sua sfaccettatura e/sfumatura risulterebbe assai arduo. Poiché infinite sono le sensazioni che provo durante l’ascolto del disco. Ad iniziare dalla melodica e struggente, ammaliante all’inverosimile voce della singer che, in ogni composizione, ci mette l’anima. E vadano a farsi fottere tutte le female-gothic singers, ad iniziare dalle soprano più osannate (e chi capisce, capisce). Le corde vocali di Sathorys Elenorth bene si amalgamano con la voce più tetra e oscura di Lady Nott (impegnato anche ai violini), ma senza ripetersi, come molte band farebbero, in ogni brano, perché sanno che rischierebbero di stufare e risultare ripetitivi e noiosi. E paradisiaca all’inverosimile sarà una song come la sognante “Beltane”, laddove la vostra mente intraprenderà un viaggio spirituale tra divinità celtiche e nordiche. Song nella quale violini, flauti ed ogni sorta di ben di Dio, ci culleranno fino a donarci quella morfina sonora che tanto abbiamo desiderato e che mai siamo riusciti ad ottenere. E se l’intro-title track, “Arcadia”, introdotta da un parlato dai toni dark, cupa all’inverosimile, che mette i brividi, pian piano si evolve e si trasforma in un’ottima medieval-song, che fa coppia con la perla “Montserrat”, nella quale, in sottofondo, è possibile udire degli ululati che mettono i brividi. Questo è “Arcadia”. Niente chitarre elettriche, niente batteria, niente rullanti, niente growls o accidenti vari. Solo tanta melodia scandita da flauti e fiati, chitarre acustiche appena accennate, violini e tastiere che costituiscono il tappeto sonoro dei 10 brani che la band spagnola, in questo suo secondo full-lenght, ci dona deliziando corpo, mente e spirito. E se, in chiusura delle danze, con “Lagrimas De Cristal” riuscirete a raggiungere il vostro Nirvana, non mi stupirei se starete ancora sussurrando, dentro di voi, inconsciamente, “Arcadia….”   VOTO: 9.0  

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