The Empty Dream | THRASH

FURYON, Gravitas

  Dopo diversi anni sulle scene di mezzo mondo e con una lunga serie di concerti da 'tutto-esaurito', finalmente abbiamo la possibilità di apprezzare su disco le capacità degli inglesi Furyon, una delle più promettenti band di Heavy Hard Rock del Regno Unito: è 'Gravitas', pubblicato dalla Frontiers Records con una diffusione quanto mai worldwide, dal Giappone all'Europa al Nord America, con tanto di bonus-track a distribuzione 'geografica'. I Furyon si presentano come una band il cui scopo è accettare le sfide e superarle: ma è dal vivo che la qualità dei nostri emerge completamente, tanto da consacrarsi sul palco prima che su disco, grazie a un tour da tutto esaurito e un EP a celebrarlo.  E' dunque con "Gravitas" che i Furyon debuttano con un album in studio: sin dalle prime battute si può capire quanto le glorie raccolte on the stage siano meritate, e quanto l'autoproclama della band venga pienamente rispettato. Riff riusciti, potenza, qualità e tecnica si accompagnano perfettamente a melodie decisamente orecchiabili e piuttosto trascinanti, tra l'hard-rock, il grunge, il new-metal e il thrash, con qualche vena prog.Capitanati dalla greve e potentissima voce dalle mille sfaccettature di Matt Mitchell, la band si avvale di due validissimi chitarristi, Chris Green e Pat Heath, mentre la parte ritmica è supportata da Lee Farmery (batteria) e Alex Bowen (basso). A dimostrare subito quanto detto ci pensa già la opener "Disappear Again", che riporta in auge un genere tanto fortunato quanto osteggiato, il new-metal, quanto per la successiva "Stand Like Stone". Non ci sono solo fiondate di rock a rapida consumazione, ma si trovano tracce di maggiore durata: è il caso di "Souvenirs", in cui sono disseminate tracce di progressive, soprattutto nella decadente 'reprise'. Apprezzabile anche l'acoustic bonus di questa traccia. La furia dei Fur...yon - nome non a caso, è evidentemente una sorta di dichiarazione, torna a scatenarsi in "Don't Follow", hard rock quasi thrash imperniata su un timbro di voce quasi settantiana. "New way of living" è una simpatica tirata che tra i vari cambi di tempo ci delizia con un tre minuti di assolo che, per usare un termine tecnico, si definisce "da paura". "Voodo Me" ne riprende la melodia ma non il ritmo, prende una piega decisamente Audioslave, cosa che tuttavia non permette alla traccia di raggiungere la sufficienza: sicuramente meglio nella versione acustica, bonus track dell'album "Fear alone" avanza dolce e inquieta. Naturalmente è solo un piccolo compromesso prima dello scatenarsi della tempesta, che tra stridii purpleiani e riverberi Tool ci rivela una delle tracce più riuscite - e meno commerciali - dell'album. E quanto è bello e potente il ritornello di "Wasted on you", che arriva giusto giusto dopo una stroffa mezza sommessa e mezza squillante? O è meglio ancora dopo il devastante assolo? Ritmi più blandi, quasi da ballad, in "Peace Someday", un gradino sotto le altre ma sempre e comunque gradevole, soprattutto grazie alla "solita" prova vocale sopra le righe e al "solito" assolo monstre, tecnicamente ineccepibile ma anche melodicamente adatto. La cadenzata e roboante "Desert suicide" è l'inevitabile conclusione di questo ottimo album, che soddisfa a pieno le aspettative di chi già li conosceva, consistendo invece in una notevole sorpresa per chi non ne aveva mai sentito parlare. Furyon, Gravitas (2012): Voto: 7,8 Band: Matt Mitchell - Vocals Chris Green - Guitars Pat Heath - Guitars Alex "Nickel" Bowen - Bass Lee Farmery - Drums Tracklist: 1. Disappear Again;  2. Stand Like Stone;  3. Souvenirs;  4. Don't Follow;  5. New Way of Living;  6. Voodoo Me;  7. Fear Alone;  8. Wasted on You;  9. Our Peace Someday;  10. Desert Suicide. 11. Voodoo Me (acoustic)*;  12. Souvenirs (acoustic)*;  Contacts: www.furyon.net ROCK N GROWL promo@rockngrowl.com www.rockngrowl.com  

Mike Paradine's Group - Death in the family

Il caro vecchio Metal.  Quello buono, quello con la M maiuscola. Il Mike Paradine Group ci presenta questo "Death in the family", progetto solista di Mike Paradine, batterista degli Arctic Flame, che trasporta su disco il suo percorso personale: musicale ma non solo. C'è molto di intimo in questo album fondamentalmente "cattivo" ma non privo di momenti più marcatamente riflessivi e pacati. All'età di 13 anni gli viene diagnosticato un tumore alle ossa: la lotta contro la malattia è dura ed è costretto a subire l'amputazione di una gamba. Ciò non gli impedisce di diventare un batterista con tutti i crismi, quasi a voler sfidare il destino. Scrive anche un libro, "King of Toys", prima di consacrarsi come musicista com gli Arctic Flame, band USA di hard rock, purtroppo non conosciutissima. E' dunque il metal d'annata, quello cattivo, come anticipato già dal titolo della traccia d'apertura, "Venom and Piss",con Richard Holmgrem alla voce. Chitarre che frullano e batteria che pesta, all'antica maniera e con estrema sapienza. Ma anche intelligenti cambi di tempo e piacevoli assoli. E' un album che parte alla grande, e che procede sulla stessa strada grazie a "Rise up from the grave", improvvisamente molto più power che thrash, anch'essa caratterizzata da coinvolgenti cambi di tempo e da melodie che, seppur violente, risultano quasi dolci. Il cambio di registro è nuovamente dietro l'angolo con "Monster's Ball", in cui fa la sua apparizione come vocalist Mike Paradine. Roba da Testament prima maniera, un gradino sotto le compagne però.  Turn on the sweet mode, ed ecco "On a Tuesday morning", accademica hard ballad tutta chitarre acustiche e assoli interpretata da Dave Manheim: ottima. Michael Clayton Moore si fa portavoce di "These are the days", e di quello che è crescere nel New Jersey verso la fine degli anni Settanta e inizio degli anni Ottanta. Stiamo declinando più verso l'hard rock, e lo conferma la successiva "Parasite", cover dei Kiss, e un ulteriore salto temporale in avanti si ha con la divertente e travolgente "Suzie with an Uzi", canzone in stile Guns 'n Roses in chiave punk. "Taste my fist", assaggia il mio pugno, riporta il tema della lotta contro la malattia vissuta da Mike. Uguale cattiveria in "Bow down the Queen", prima della lunga conclusione di "Dust", ballad trionfale cantata da Mike Paradine e incentrata sugli eventi dell'11 Settembre.  Il finale chiude con una nota di intima malinconia. Album che, ove più ove meno, risulta decisamente piacevole e orecchiabile, sicuramente ben suonato. Voto: 7,5 Line-up: Mike Paradine - Drums, Vocals (ArcticFlame, Balistik Kick) Richard Holmgren – Vocals (Wolf) Michael Clayton Moore - Vocals (ArcticFlame) Jeff Scott – Bass (ArcticFlame) Dave "Ghost" Manheim - Vocals, Guitars, Bass, Keyboard (Supernatiral, Society Killers) Kilroy - Guitars Tracklisting: 1. Venom and Piss 04:36 2. Rise Up from the Grave 03:44 3. Monster's Ball 05:54 4. On a Tuesday Morning (The John J Harvey) 03:59 5. These are the Days 06:28 6. Parasite 03:04 7. Suzie with an Uzi 04:24 8. Taste My Fist 06:01 9. Bow Down to the Queen 04:20 10. Dust 07:03 Label: Mike Paradine Title: Death In The Family Artist: Mike Paradine Group Country: USA Genre: Metal/Rock Release date: 23 March 2012 Contatti: www.mikeparadine.com www.facebook.com/people/Mike-Paradine/609013359 www.mikeparadinegroup.bandcamp.com www.myspace.com/mikeparadine  

Meshuggah - Koloss

Dopo 4 anni spasmodici finalmente l'ultimo lavoro dei Meshuggah si abbatte dirompente sulle nostre regolari giornate. Inutile ammettere la crescente perplessità sulla continuazione di innovazione ed evoluzione del sound Meshuggah. Dopo dei masterpieces come “Destroy Erase Improve”, “Nothing” e “Catch 33”, ma anche l'EP “I” e l'ultimo ormai penultimo “ObZen”, un “rilassamento” potevamo aspettarcelo(io per primo)... anche perché ormai il tecnicismo poliritmico meshuggahceo è un sound unico e inconfondibile, per quanto inspirato mai plagiato(non perché non ci abbiano provato, ma perché il solo pensiero spaventa), e felicemente posso dire che un riposo possono anche permetterselo no?   Koloss si presenta come il classico travolgente ed esplosivo album alla meshuggah, stilisticamente moolto vicino a “Nothing” o ad “ObZen”. Il sound a differenza del passato si fa molto più baritono e carnale, quasi oscuro. Posso anche evidenziare un calo nelle prestazioni del canto di Kidman, lo trovo anche plausibile, che in questo album si mostra moolto più acerbo e raspo. Ottime, come sempre, sono le partiture di batteria, Haake lo considero comunque uno dei batteristi più logici della storia. Minori sono le melodie in “chitarra onirica” che tanto mi hanno fatto amare “ObZen”, minore è anche la qualità e quantità del tipico tecnicismo meshuggahceo: questa volta infatti hanno scelto una strada meno intricata, limitandosi con il classico contorto ma aggravando l'impatto e la potenza dei riff in se(classico esempio “The Demon's Name Is Surveillance” o “Behind The Sun”). Ricordo che in “ObZen” la sola assimilazione di una canzone durava mesi!   Futile è la descrizione dei 10 brani. L'ascoltatore si troverà infatti ogni qual volta a sturarsi le orecchie o perlomeno a contare, contare e contare. Questo “contare” è infatti uno dei motivi per il quale vale la pena ascoltare l'album, si tratta normalmente di cadenze e pause(soprattutto per la batteria) che fanno di un “caparbio uditore” l'”uditore divertito e compiaciuto”. Durante tutto l'ascolto ho avuto modo di riconoscere e gustarmi piccole serie di numeri che per chi non piace essere imboccato riconoscerà sicuramente: partendo dalla “I Am Colossus” “1 1 1 1 2”, “The Demon's Name Is Surveillance” “3 6 9”, “Behind The Sun” “3 4” e “1 2 1 3”, “The Hurt That Finds You First” “1 1 2 1 1 3” e “1 2 1 3 1 2 1 4”. Insomma, l'esperimento “Pravus” di “Obzen” è stato ulteriormente approfondito ed ampliato. Tra le più impressionanti e divertenti non posso non citare “Behind The Sun”, “The Hurt That Finds You First”, “Marrow” e “Swarm”. Mi deludono, principalmente per la ripetitività, “Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion” e “Do Not Look Down”. Sottolineo in ultimo la lussureggiante “The Last Vigil”, probabilmente la canzone più seria e matura mai creata dai Meshuggah.   In conclusione vorrei criticare a mia volta i critici che in queste settimane danno per morta e assopita l'inventiva dei Meshuggah, senza aver tenuto conto che per un bel decennio ci hanno continuamente deliziato con strutture nuove e ritmi atipici. Koloss è, seppur un adagiamento nella linea storica del gruppo, un adagiamento di classe. E' scontato anche dire che qualsiasi album dei Meshuggah(compreso quest'ultimo) è di un tecnicismo illogico per cui la sola teoria vale anni, album massicci e soprattutto REDDITIZI!   Difronte a tutto ciò, inchinatevi!   VOTO: 8 e 1/2

Disease - The Stream of Disillusion

Il metal nostrano oggi ci presenta una delle pochissime band veterane dello stivale. Parlo dei Disease, presenti ormai da un ventennio sulla scena metal italiana. The Stream of Disillusion è il loro ultimo lavoro datato 2011. Ciò che colpisce di loro è nell'uso vario, anzi varissimo, di generi, strutture e arrangiamenti, nonché uno svariato utilizzo della voce e delle atmosfere. In effetti loro sono paragonabili a un piccolo forziere, in cui dentro c'è un po' tutto il metal del XX secolo: il tecnicismo degli Annihilator, la spensieratezza degli Iron Maiden, i riff alla Megadeth, le atmosfere alla Metallica o alla Coroner, il progressive dei primi Atheist, il basso dei vecchi Opeth, la voce growl dei Novembre, … Insomma qualcosa di davvero apprezzabile senza oltrepassare la linea del plagio. In questi casi si parla normalmente di “post thrash death technic hardcore ripost progressive futur grove jazz”, ma io ho la presunzione di etichettarla come “Extreme Progessive Metal”. Le canzoni sono molto dinamiche e mutevoli(si può passare da un rullo growl a un arpeggio jazz in pochi secondi), non troppe ma giustamente corpose, senza spendere troppo tempo. Sottolineo la bravura di tutta la band nel non avermi annoiato con il loro cangiare(cosa che invece mi hanno fatto venire molte altre band dello steso filone), tecnicismo ben analizzato e sporadiche atmosfere sublimi. Onore anche al cantante che riesce benissimo a spostarsi in diversi stili di canto e cadenze. Le uniche imperfezioni fortunatamente sono nella stragrande maggioranza causate dai gusti personali dell'ascoltatore, per il contenuto è tutta roba buona. Per esempio a me non è piaciuta molto la distorsione in alcuni tratti della chitarra elettrica o il canto clean, ma ovviamente oltre ad essere gusti personali sono anche peli nell'uovo, robetta. Concludo nel dire che quando una band ha l'esperienza e sa cosa vuol dire “stupire l'ascoltatore” piuttosto che “stupire se stessi” la produzione è logicamente matura, giusta e degna di stima. Continuate così.   VOTO: 8 e 1/2

MEGADETH – TH1RT3EN

  La MegaMorte è tornata. Il problema è riuscire a capire se davvero se ne sentiva così tanto la mancanza. In realtà... si, io la loro mancanza la sentivo, eccome. Specie dopo il congedo, più che riuscito, di quell’”Endgame” che, a discapito del titolo, non poneva affatto la parola “fine” ai giochi della band. Una band che si ritrova in piena forma in questo calare dell’anno, una band che riannovera a sé il talentuoso bassista Dave #2 Ellefson e che ci aveva proposto come antipasto di questo disco dal titolo inguardabile (ma perché andare a rispolverare quei cliché grotteschi e pacchiani di qualche lustro fa’, quando era figo scrivere andando a criptare con i numeri? Ma che cavolo… originalità = Zero!) quella “Sudden Death” inserita come Soundtrack nel videogame “Guitar Hero”. Insomma, non saranno i Megadeth degli anni novanta con quella formazione che riusciva a farti schizzare le cervella fuori dallo sfintere anale, con Nick Menza a menar fendenti dietro le pelli e, soprattutto, con il maestro Marty Friedman che con la sua ascia incantava e stupiva chiunque lo ascoltasse. Dobbiamo accontentarci della metà (e, grazie a Dio!). E, accontentarsi è una parola davvero più che buona, date le vicissitudini non proprio bellissime che avevano travagliato la gestazione della line up della band di patron Mustaine (licenziamenti vari, reclutamenti di vecchie glorie, quali Chris Poland nel pessimo “The System Has Failed” e via dicendo). Si, ok. Ma come suona questo “Th1rt3en”? Beh, diciamo immediatamente che l’opener, ipersputtanata, “Sudden Death”, è una figata pazzesca. Anzi: la tripletta iniziale, “Sudden Death”, “Public Enemy No. 1” e “Whose Life (Is It Anyway)?” sono delle autentiche fucilate hevy metal con quel thrash cazzuto e tecnico da sempre caro alla band. La coppia Mustaine-Broderick funge che è una meraviglia e, se già dall’opener è possibile udire quel tocco di maestria inaudita che le asce incrociate riescono a sfornare senza troppi complimenti, la successiva “Public Enemy No. 1” rispolvera riff e refrain dell’ottimo “Countdown To Exctinction”. E, diciamoci la verità: chi è che lo ha disprezzato se non gli oltranzisti più incalliti? In pochi. Inoltre, un brano come quest’ultimo, dal ritornello ruffiano che ti ci si stampa nella cocuzza e non si schioda manco con l’acetone, mancava da secoli immemori in un album dei Megadeth. Un album che continua a mietere senza sosta, con la thirst track, “Whose Life (Is It Anyway)?”, più vicina a “Rust In Peace”, sostenuta da un ottimo guitar riffing, ottimi refrain, ottimi assoli e… insomma: ottimo tutto, ottima sezione ritmica, ottimo Dave Mustaine che, ancora oggi, riesce a graffiare con la sua voce ruvida e sgraziata, non da thrashers ma che ha caratterizzato il songwriting dei Megadeth e lo ha contraddistinto rispetto a molte altre thrash metal band nelle quali il vocione incazzato dominava e domina permanentemente. Convincenti anche gli altri pezzi, come “We Are The People” che, per certi versi e certi frangenti (anche se a sprazzi) imi ha riportato in mente un vecchio capolavoro immortale dei Meagadeth, ossia “Lucreatia”…. Quelli si che erano tempi d’oro. Mentre “Guns, Drugs & Money” è sempre più vicina a “Symphony Of Destruction” (molto cupa e darkeggiante… mette la pelle d’oca). Da lode sono i testi che denunciano la difficile situazione del confine Messico-States (il titolo la commenta da sola). Ma si sa’ che i Megadeth, per ciò che concerne le liriche, stanno sempre una spanna in su rispetto agli altri. E non siamo neppure alla portata migliore. Si, perché il brano più bello del disco è pronto e servito e porta il nome di “Never Dead”, introdotto da un drumming marziale che poi lascia sfogare l’intero quartetto della Bay Area che si scatena in una sorta della fiera dell’unisono. Assolutamente la palma ad honorem. Starete pensando che, a ‘sto punto, il disco sia strafigo, che non pecchi in nessuna sua parte e che, insomma, ogni brano spacchi che è una meraviglia. Beh, ad onor del vero, potendo apprezzare la veloce e tecnica “New World Order”, nelle cui liriche, oramai divenute una sorta di smaronamento a ‘sto cacchio di nuovo ordine mondiale già ipersbandierato in “Endgame” tutto e non ricordo più in quante altre centinaia di songs della band, ci sono cali di tono quali le prevedibili (e inutili) “Black Swan” o l’orrida ballad “Millenium” (non si può proprio ascoltare) che fa’ il verso alla monumentale “A Toute Le Monde” del geniale “Youthanasia”. Molte altre fuingono da riempitivo e la conclusiva “13” è una semi ballad aperta da chitarre arpeggiate e da un Mustaine in pieno stato di grazia che, con le sue corde vocali, tenta, nelle liriche, di sfatare le leggende metropolitane portasfiga che aleggiano attorno al numero 13. 5 minuti finali di melodia, tecnica e riff che si concatenano in un break che prelude a degli assoli degni del nome del guitar hero che li foria e li sforna. Fondamentalmente, ripeto, siamo di fronte ad un gradito ritorno dei Megadeth. Un album questo “Th1rt3n” non monumentale ma neppure ‘na ciofeca. Un album che supera pienamente la sufficienza e che avrebbe anche potuto aspirare a qualcosa in più se non fosse per le cadute di stile di cui sopra. Ma si sa che non tutte le ciambelle riescono col buco, che qualche buco tra i suoi neuroni Dave Mustaine ce l’ha sicuramente, che, oramai, i Metallica sono sempre più morti (se penso a quel piatto di merda che porta il nome di “Lulu” mi vien da bestemmiare in cirillico antico) e che le nuove leve del thrash fanno comunque riferimento alle vecchie glorie del passato, allora, un più che buono ci stà tutto. E, fondamentalmente, anche se vuol fare l’antipatico con il musone incazzato, Mr. Mustaine a me, inizia a diventar sempre più simpatico…   VOTO: 7.5  

MACHINE HEAD – THE BLACKENING

  O li si ama , o li si odia. Io preferirei amarli, osannarli. Se non fosse che, per ciò che mi riguarda, le mie opinioni su questo disco non sono molto cambiate. Credo (e continuerò a ripeterlo fino alla spasmo) che l’errore più grosso ed imperdonabile della band di Flynn e soci sia stata quella dannata dichiarazione di voler dare alla luce il “Master Of Puppets” del 2007. Una dichiarazione pretenziosa, ovviamente, la quale non poteva destare stupore, sia nella “ricezione” della stessa, sia, soprattutto, in sede di critiche. E così è stato. Se da un lato sono stati eliminati quei fastidiosi elementi grunge o post-tali che avevano caratterizzato dischi “sperimentali” predecessori a “The Blackening”, dall’altro, la volontà di voler porre in essere un disco che possa apparire come l’estremizzazione della tecnica del thrash metal più vicino a “Burn My Eyes” e, per certi versi, accostabile a monumenti come il già citato “Master Of Puppets”, ha pagato, eccome se ha pagato. “The Blackening”, invero, non è un brutto disco. È semplicemente noioso. Ripetitivo. A tratti stancante, nauseante, ridondante e cacofonico. L’opener, una track che supera i 10 minuti di durata superandone la metà, si dimostra davvero un brano possente, dinamitardo, con un Flynn sopra gli scudi, in grado di graffiare e ruggire come da tempi non lo si sentiva. E, in quei suoi 10 minuti e passa, è possibile ascoltare una sovrabbondanza di controcazzi della band d’oltreoceano. Tecnica inumana, velocità e accelerazioni improvvise, assoli che farebbero urlare ogni thrashers e i break con riff concatenati, intricati, che si intrecciano con i tempi scanditi da una sezione ritmica davvero perfetta. Forse e purtroppo, a questo punto, l’eccesso di perfezione ha fatto il resto. Questo, ad onor del fatto che le successive tracks, “Beautiful Morning”, “Asthetics Of Hate” e, soprattutto, la noiosa e lagnosa “Now I Lay Thee Down”, risultano indigeribili. E si sa’: il troppo, alla fine, storpia. Perché, se “Beautiful Morning” è una song sorretta da chitarre spesse, singer incazzato, sezione ritmica pungente e puntuale e ritmi sincopati, alla fine, si perde in sé stessa. No, non si fa’. Peggio ancora per le seguenti, mentre il fondo del barile lo si gratta con la lamentevole “Now I Lay Thee Down” che ci manda davvero “down” un po’ tutti. “Slanderous” è azzeccata, davvero un’ottima track.  Ottimi “interventi” delle chitarre classiche che regalano un sound meno feroce (per quanto possa essere “meno inferocito” il sound dei Machine Head) e più “clean”, le quali fungono da accompagnamento ma anche da accorpamento ai riffoni  possenti delle chitarre distorte. Non mancano cambi di tempo, non mancano riferimenti ai Judas Priest e, soprattutto, ai Pantera di “Vulgar Display Of Power”. Song, invece, quale “Halo” e “Wolves”, della rispettiva durata di 9 minuti l’una, tendono ad istigare al suicidio l’ascoltatore. Riff su riff, break su break, cambi di tempo e tanta ma tanta maestria e tecnica. Quasi volessero dimostrare di far le scarpe ai Metallica di “And Justice For All”. Gli ingredienti ci sono tutti per far riuscire un’ottima minestra. Peccato che, alla fine, dal calderone, risulti balzar ai nostri occhi un minestrone. Insomma: non siamo ai livelli dei Dream Theater che mi fanno incazzare a bestia. Loro, oramai, li ho cancellati. Ma i Machine Head, questo, potevano risparmiarselo. Canzoni troppo lunghe, prolisse e “logorroiche”. Canzoni “entropiche”, seppur stabili nel loro interno., molto difficili da digerire (anche se la conclusione di “Halo” mette i brividi. Ecco, se avessero eliminato almeno 4 minuti da questa traccia, ne avrebbero guadagnato tanto. Vale lo stesso discorso per tutte, ovviamente). Per ciò che inerente a “Wolves”, a discapito dell’immensa durata, risulta più scorrevole poiché la band non si perde in chiacchiere e in giri autocelebrativi di riff e break, di sincope e vattelapesca, ma pesta duro sull’acceleratore. Non un capolavoro del thrash metal ma, decisamente, un attimo in cui si può apprezzare il buon utilizzo della tecnica. Tecnica che non deve servire quale strumento dominante ma caratterizzante. Questo è almeno il mio parere. E, ciò in virtù della track conclusiva “A Farewell to Arms” che ci ripropone l’ennesimo polpettone sovrabbondante di condimenti, dal quale trapelano anche sprazzi di metalcore. 10 minuti e oltre di un sound che non sento appartenga ai membri della West Coast. Un brano in cui si alternano picchi di maestria indiscussa e momenti di velocità, tecnica, melodia e aggressività non secondi a nessuno ad episodi in cui vorresti afferrare il disco e mangiartelo! Assurdo? No. Semplicemente: paradossale. Decisamente non un album da buttare nella spazzatura, ma, per contro, un album in cui non mancheranno momenti di bestemmi apocalittiche accompagnati ad episodi di goduria estrema. Ma se questo è un disco…   VOTO: 6.0 P.S.: copertina davvero strafiga!

BETRAYERS - DEMO 2010

23. ottobre 2011 16:16 by Defender in SOUTHERN, ALTERNATIVE, HEAVY, METAL , POST, THRASH, UNDERGROUND  //  Tags: , ,   //   Commenti (0)
     Il folto sottobosco dell’underground tricolore, che non ci si stancherebbe mai di esplorare, non lesina mai gradite e piacevoli sorprese: è il caso questa volta dei liguri Betrayers, combo gravitante attorno a Chiavari e attivo dal 2008, composto da Francesco Ghezzi alla voce, Marco Tidu e Davide Bettinelli alle chitarre, Luca Scovazzi al basso e Alessio Sanguineti alla batteria. L’agguerrita formazione genovese, autrice di un appetibile demo rilasciato nel febbraio del 2010, mescola con grande efficacia elementi musicali provenienti dalla grande tradizione dell’Hard Rock degli anni ’70 (Led Zeppelin, Black Sabbath e Lynyrd Skynyrd in primis) con un sound mutuato per lo più da quello di grandi gruppi Metal statunitensi operanti nell’ambito dell’Alternative (come gli Alter Bridge), del Southern (chi ha detto Black Label Society?), del Groove-Thrash (i mai troppo compianti Pantera) e persino dello Sludge (Down).      Il demo in questione mette in risalto l’abilità dei nostri nel coniugare tutti questi generi nella ricerca di un suono più personale, anche se la forte impronta delle grandi band d’Oltreoceano è comunque percepibile immediatamente, come ben si comprende sin dall’iniziale “I’m The Liar” che, preceduta da una breve “Intro” acustica, porta fin dall’inizio la mente dell’ascoltatore in una dimensione fatta di strade polverose, puzza di benzina e concerti scatenati in località remote del deserto americano, tra peculiari ritmiche Post-Thrash e un cantato che, quantunque sia per questioni di timbrica forse maggiormente accostabile a quello di Chad Kroeger dei Nickelback, è palesemente ispirato alle vocalità rauche dei protagonisti della cosiddetta N.W.O.A.H.M., che negli anni ’90 sconvolse il suono del Metal tradizionale, che comunque qui affiora quasi per contrasto nel raffinato assolo. “Let Me Be You”, che segue, è un’altra iniezione di potenza e benzina sporca, con un buon gioco di batteria in grado di trascinare l’ascoltatore in un feroce headbanging e concluso da un assolo che svanisce improvvisamente, fondendosi negli effetti rumoristici che aprono “Rebel Dog”, più vicina stilisticamente a lidi Alternative Metal: il brano, condito da un bell’assolo di matrice quasi Heavy-Power, si distingue per la cura delle linee vocali, vere protagoniste della scena che vanno a creare bei disegni sonori al di sopra delle ritmiche martellanti.      La successiva “Living My Way” apre a influenze più tradizionaliste, rammentando a più riprese il vecchio Heavy Metal inglese degli anni ’80, se non fosse per qualche spruzzata di rabbia più moderna, espressa ad esempio da qualche growl disseminato qua e là a ricordare che i Betrayers vivono oggi e non ieri. “My Universe” ci riporta subito, però, a una prospettiva più personale: è forse questo il pezzo dove il gruppo mostra più originalità, fondendo la tradizione “sporca” e rabbiosa del Rock americano e il gusto europeo per una melodia che comunque non sa mai di banale; ottime le parti vocali, convincente e coinvolgente al massimo la sezione ritmica e decisamente ben costruito e “sentito” l’assolo. Che altro dire? A parere di chi scrive, questo è probabilmente il picco creativo del demo qui analizzato. Conclude il lavoro “The Prisoner”, che prosegue sulla scia del brano precedente (e mantenendone sostanzialmente gli alti livelli), senza dimenticare in ogni caso una piccola spruzzata di “antico”, che conferisce inoltre al pezzo un vaghissimo retrogusto di Queens Of The Stone Age, un ottimo modo, però, di chiudere per i nostri questa primissima prova.      Prova superata, comunque, per i meritevoli Betrayers, che qui mostrano le loro indubbie capacità e mettono in campo tutte le loro diverse influenze, ma sarà oltremodo lecito, a questo punto, attendere al varco la loro prossima fatica, che forse imboccherà un sentiero più univoco oppure…chissà, staremo a vedere! Nel frattempo, a riprova della straripante fertilità del sopracitato sottobosco underground peninsulare, rimangono questi bei sei pezzi da ascoltare e gustare, magari sfrecciando in macchina il sabato notte tra strade male illuminate e asfalti dissestati, immaginando di esserci persi in qualche landa dimenticata tra il Texas e il New Mexico.   VOTO AL DISCO: 8/10.

MACHINE HEAD – UNTO THE LOCUST

  Ogni disco dei Machine Head è atteso dall’intero mondo musicale metallaro con non poca apprensione. Vuoi per le notevoli fregature rilasciate, in precedenza, dalla band, vuoi per i continui tentativi di sperimentare che, il più delle volte, li hanno imbroccati verso strade cieche con conseguenti bestemmi apocalittiche da parte di fan e critica tutta. E, da quel fantasmagorico debutto “Burn My Eyes” (1994), i nostri di strada ne hanno fatta. Prendendo grane assurde, sfornando dischi discreti, fino all’annuncio, qualche anno fa, che avrebbero dato alla luce il ”Master Of Puppets” del 2007 (“The Blackening”), dimostrandosi, poi, per quello che realmente era: una cagata mostruosa, lo stronzo di merda più puzzolente mai cagato da essere umano. Ora, che via scegliere? Quella dell’ennesima sperimentazione che chissà, poi, dove ti porta, oppure, per contro, lasciarsi andare al fottuto thrash metal hardcori-izzato, incazzato, tecnico all’inverosimile, melodico per non annoiare l’ascoltatore evitando di farli esplodere i testicoli? Opzione 2. O, più precisamente, si è scelta l’opzione di rifare il non riuscitissimo “The Blackening” che aveva castrato migliaia di metallari con l’ultratecnicismo fine a sé stesso, ridondante e cacofonico fino alla nausea, ma smussandone i difetti. Anzi: eliminandoli in toto. Sbracata tutta, la band ha dato alla luce questo platter, “Unto The Locust” che, invero, mi ha lasciato perplesso sin dalle prime note dell’opener “I Am Hell (Sonata In C#)”, il cui titolo pareva destinato a commentarsi da solo. E, così, dopo una intro triste e fuori tema, ecco che accade ciò che non speravo neppure lontanamente potesse accadere: un’esplosione di furia, rabbia, violenza, blast beats, controcazzi iperchiodati, velocità, tecnica e tanta ma tana melodia. Il brano, altro non è, che una mini suite suddivise in tre parti (“Sangre Sani”, “I Am Hell”, “Ashes To The Skyes”) della durata di circa otto minuti e mezzo ma, cavolo, scorre che è un piacere. Non vi ritroverete a premere il tasto “skip” perché, “I Am Hell” suona fottutamente thrash metal, rivisto in chiave Machine Head, modernizzato e con quel tocco hardcore che tanto fa’ bene alla salute, andando a porre in essere melodie che difficilmente cancellerete dalla vostra testa. Il lavoro delle chitarre è superbo e, questo, senza nulla togliere alla sezione ritmica. Un brano all’interno del quale accade di tutto, con accelerazioni che farebbero invidia ai neutrini più impeperiti, stacchi improvvisi e break acustici che lasciano di sasso l’ascoltatore. Capolavoro. Premessa ottima, seguito strafico! Perché “Be Still Know” farà la gioia di chi ama i riff in grande “heavy metal style”. Una chitarra impazzita farà irruzione con uno strepitoso utilizzo del tapping, lasciando esplodere, subito dopo, una sfuriata di rabbia in chiave “growl” da parte del nostro singer Flynn. Un brano groovy, molto catchy e incazzato dove il bridge, che precede il refrain, ci spiazza ancora: si riprende il riff iniziale, quel tapping di maideniana memoria, che lascerà spazio ad un riffone sostenuto da cori epici all’inverosimile. Monumentale. Un track by track risulterebbe ossessivo e pedante. Vuoi perché, ancora una volta, la successiva “Locust” avrebbe bisogno di parole nuove per essere descritta, vuoi perché i Machine Head, in “This Is The End” e, soprattutto, nella power ballad “Darkness Within”, inseriscono, all’interno del loro sound, sfumature sonore adiacenti a lidi tipicamente metalcore e, a tratti, emo. In particolare, se la prima è incazzata ma pregna di tappeti sonori e melodie, nonché, di tutti i gingilli di cui sopra ho scritto, la seconda è una stupenda semi-ballad, dove i tecnicismi diminuiscono, per lasciar sfogo maggiormente all’estro chitarristico di Phil Demmel, che ci regalerà un assolo degno della miglior preparazione scolastica musicale che non potrà non farvi innamorare. E, nel finale, ancora il nostro Robb Flynn imporrà il suo ruggito, i suoi growl di dantesca memoria infernale, per trasformare, quella che in principio era la “quiete” in una tempesta sonora. Per poi riportare la “primavera” tra di noi. Insomma, un disco avvero variegato e ben riuscito questo “Unto The Locust” che non smentiva le premesse della stampa e le dichiarazioni della stessa band. Un album che non finisce di stupire, poiché al suo interno non troveremo solo tracce sparate a velocità folle ma anche degli ottimi mid tempos, disseminati lungo il percorso dei vari brani ma anche nella meravigliosa “Pearls Before The Swine”. Una perla, appunto. Una perla sonora lunga oltre 7 minuti, all’interno della quale le ritmiche e le strutture musicali vanno a farsi benedire, lasciando spazio all’inventiva, al thrash metal più tecnico e sofisticato, quello che io definisco “matematico”, perfetto, perfettino sino ai paradossi estremi dell’inumana concezione della musica stessa. E quando lo riascolterete, non potrete non tremare nei cori fanciulleschi (si! Ci sono i bambini!)di pinkfloydiana memoria di “Who We Are”, che pone i sigilli ad un album che sfiora la perfezione. L’ultimo pezzo, il settimo, che non pesta sull’acceleratore (almeno non nell’immediato) e che non finirà di regalarvi emozioni lungo i suoi 7 minuti di durata, sorretto da un più che ottimo guitar riffing, da un Robb in pienissima forma e da un refrain memorabile. Inossidabili fino al midollo, questi sono i Machine Head del 2011. E chi si è entusiasmato innanzi a quella porcata di “Death Magnetic”, qui, credo, sarà colto da infarto prematuro. E, questo, a voler dimostrare che se una band le palle ce le ha e decide di sfoderarle, anche dopo alcuni “imprevisti di percorso”, non è mai troppo tardi per farlo. E i Machine Head, oggi, sono più controcazzuti che mai!   VOTO: 9.5  

ANTHRAX – WORSHIP MUSIC

  E la telenovela Anthrax è volta al termine. Ci hanno impiegato un bel po’ di anni ma, alla fine, hanno ritenuto che per far ritornare la band in auge l’unica soluzione, la più plausibile, la più “cool”, fosse quella di cacciare il talentuoso John Bush e riprendersi il mollusco Joey Belladonna. Non è che voglia tirare in ballo una polemica assurda contro chi debba cantare o non debba farlo, e questo voglia sia chiaro a tutti. Il problema, ammesso che ne sia mai sorto uno, è nato tutto nella testa dei fan, dopo il superbo disco che porta il nome di “Sound Of the White Noise”, il quale vedeva, appunto, avvicendarsi, dietro il microfono, al posto di Belladonna, John Bush (ex Armored Saint, oggi ex Anthrax). Che John Bush abbia un’ugola diametralmente opposta a quella di belladonna, questo, è un dato di fatto. Che le stronzate si debbano sparare solo per il gusto di smuovere i muscoli della bocca, questo è un altro dato di fatto statisticamente insindacabile. Che si voglia addossare la colpa dei “fallimenti” (ma dove?) in ambito musicale a John Bush, quest’altra cosa, è l’ennesima cosa che mi fa girar le palle. Fermo restando che SOTWN resta e resterà un diamante, è assurdo ed improponibile far eseguire i medesimi brani da due singer che stanno l’uno al giorno e l’altro alle tenebre. Forza di cose rimaneggiare il sound della band (cosa che era già accaduta, basti ascoltare “State Of Euphoria”, laddove la band si esibisce in bermuda e sfodera l’ennesimo capolavoro con ancora Joey Belladonna in squadra). Dirottare verso un thrashcore, sfumato di un hard rock moderno e cupo, a mio parere, è stata una trovata davvero matura per la band. Ha dimostrato di non sapersi e volersi fossilizzare su un unico sound, di non puntare verso un’unica e nota direzione, di suonare, infine, quel bel che cazzo le pareva e piacesse. Ma i fan sono ottusangoli. Si attapirano. Sono fessi. John Bush è il mostro, bisogna abbatterlo. E dopo anni di onorata carriera, prima come singer dei mostruosi (ma sfigati) Armored Saint, poi negli Anthrax (ma a Bush non gliene va’ mai bene una… cazzo che sfiga!) e, adesso, di nuovo nei suoi Armored Saint (dando alla luce il disco “La Raza”), l’Antrace meno innocuo del mondo (da un punto di vista strettamente salutistico), si è ripreso ciò che gli apparteneva: il loro strafigo singer! ‘sti cazzi, no, eh? Ad onor, quando ho osservato la cover dell’album ho notato un non so che di somiglianza con l’ultima release del combo statunitense, ossia “We’ve Come For You All!”. Cambiano giusto i colori, dall’azzurro e viola, si è preferito optare per qualcosa più radioso, più “allegro”. L’arancione! Eh già, perché bisogna assolutamente mettere in mostra che, le “tenebre che permeavano sulla band”, oramai, sono state spiazzate via e che, adesso, grazie all’amico Joey, è ritornata la felicità. E siam tutti fighi, anzi: strafighi! È questa la verità. E, ad onor, la tripletta d’assalto iniziale è davvero qualcosa che ti stende. Una perfetta sinergia di tutto ciò che faceva parte dei gingilli di famiglia degli Anthrax in veste ottantiani, con un ottimo connubio di quel neo hard rock che, oggi, fa’ tanto figo. Davvero 3 stupende tracks. Riffoni sparati alla velocità della luce, assoli che avevo scordato, melodie e controcazzi a volontà, blas beats che resusciterebero i morti. Ascoltare brani come la terremotante “Earth On Hell”, la successiva  e distruttiva “The Devil You Know” e la ruffiana, ma pur sempre fiore all’occhiello di un disco che promette grandi cose, “Fight’Em Till You Can’t”, fanno gridare al miracolo! Specie quest’ultima la quale, credo, diverrà prestissimo il nuovo singolone dell’album con relativo video. Mia profezia personale. So cool! Tre tracce, ottimissimo, proseguiamo e.. che cazzo succede? Succede che ti accorgi che il resto dell’album (stiamo parlando di un disco contenente 13 brani, esclusa la title track che funge da intro), non vale un cazzo. Ti accorgi, altresì, che Joey Belladonna sa’ ancora il fatto suo, è davvero bravo, ma canta come John Bush. Si, perché i nostri fighi a stelle e strisce, hanno pensato di sostituire il singer ma di non fare la stessa cosa con il songwriting. E quella che stava per diventare una favola a lieto fine, inizia a prendere la piega di una barzelletta di cattivo gusto. Per poi trasformarsi in una vera e propria tragedia. Le restanti tracks sono mid tempos, scanditi da una marcia (funebre) della sezione ritmica, da cori che coadiuvano il singer che modula le sue corde vocali in “John Bush – mode”. Una band paraculo, ecco. Ora ho trovato l’aggettivo adatto. Paraculi. Saràn pur bravi a far il loro lavoro (ed in effetti il disco si regge sulla formula “Mestiere”, ben collaudata) e un brano come “I’m Alive” non stona. Anzi, non stonerebbe se a cantarlo fosse stato l’estromesso Bush. Che senso ha, dunque, scrivere canzoni che da John Bush sarebbero state interpretate in maniera, a dir poco, maiuscola e che, invece, da Belladonna vengono martoriate? Joey ha un altro cazzo di timbro, un’altra cazzo di voce, porca soia! È i violoncelli in stile “marcia funebre”, con tanto di campane a morto in pieno “Hitchcock – style”, decisamente, avrebbero potuto risparmiarseli nella successiva “In The End” . E va’ sempre peggio, peggio. Si sprofonda negli abissi, in un meandro cacofonico senza eguali, senza capo, né coda. Ma chi cazzo sono questi? Sono davvero gli Anthrax? E Joey? A me pare un pesce fuor d’acqua e basta (basti ascoltare l’orrida power ballad “Crawl”… da sola mette cagarella e vomito, altro che malaria o colera). Soldi buttati nel cesso. Una band che farebbe meglio ad appendere gli strumenti al chiodo e a gettarsi nel cesso. O a trovarsi un lavoro, chessò… carpentieri? Falegnami? Fatte quel che cazzo più vi aggrada ma, per cortesia, non partorite più abomini della natura come ‘sto polpettone merdoso targato quale “Culto Della Musica”. Poiché, un titolo come “WorShit Music”, a mio parere, avrebbe azzeccato in toto. Alla prossima, semmai ce ne sarà un’altra.   VOTO: 5.0  

ENEMYNSIDE, Intervista

  Eccoci qua con gli Enemynside, dopo aver ascoltato qualche vecchio brano e il nuovo singolo. Dunque, tanto per presentarvi, da dove arriva questo nickname? Come è nato? Ciao, dunque il nickname nacque nel 1999. Eravamo già attivi come Scapegoat da qualche anno quando con l'avvento di internet scoprimmo che c'erano altre bands che si chiamavano Scapegoat come noi. Quindi per evitare contenziosi in futuro abbiamo optato per un nuovo monicker, Enemynside appunto. Il significato delle due parole contratte ha radici in quelle che sono le nostre paure e i nostri limiti che spesso ci creiamo noi stessi. Altrettanto spesso cerchiamo il nemico altrove, incolpiamo dei nostri fallimenti fattori esterni quando in realtà siamo noi che probabilmente non ci siamo messi in gioco completamente o abbiamo paura di evolverci... Tra l'altro. Sapete che esiste un gruppo metal austriaco che ha il vostro stesso nome, il vostro stesso sito (tra voi e loro c'è una impercittibile "i" di differenza), fanno metal e... no, non vi assomigliano, ma... cosa pensate di fare? Un diplomatico gemmellaggio o dobbiamo trovare il modo di abbatterli? (vi avverto, sono abbastanza ben piazzati). Si ne siamo a conoscenza ma non credo sia un gruppo molto attivo. Prova a digitare su google Enemy Inside e Enemynside e vedrai quanti risultati dell'uno e dell'altro gruppo escono! La cosa non ci preoccupa :)  Benissimo, allora Austria eliminata. Andiamo a bomba sulle novità: raccontateci questo nuovo disco, "Whatever Comes". Il disco è un'ulteriore evoluzione del sound del precedente "In The Middle Of Nowhere", in pratica riparte da dove Middle si era concluso. Abbiamo sviluppato molto il groove e un certo gusto per i chorus melodici (caratteristica che comunque identifica tutte le nostre canzoni sin dagli esordi) e lavorato molto sugli arrangiamenti. Da questo punto di vista è stato fatto un lavoro enorme in sala prove oltre che a casa (dove in genere si svolge la fase di songwriting) e anche Christian Ice (produttore e fonico dei Temple Of Noise dove abbiamo registrato) ha svolto un ottimo lavoro con i suoi consigli le sue idee e la sua visione da "esterno". Il pezzo che in definitiva vi piace di più, quello che usereste come vostro biglietto da visita? Per quanto mi riguarda vado a periodi, come è sempre stato per i nostri dischi. A volte mi sento rappresentato dal pezzo più cafone e altre volte da quello più introspettivo. Posso dirti che la traccia alla quale sono più legato è sicuramente "Pitch Black" che andrà a chiudere l'album, ma tanto per usare un clichè: "non potremmo mai dirti qual'è il preferito fra i nostri figli" :)Se dovessi suggerire un pezzo che racchiude il sound degli Enemy versione 2011/2012 la scelta ricadrebbe su "Hiddenself": una song con una intro di chitarre acustiche che sfociano poi nel groove del main-riff e nella strofa "spezzata" con sotto un pizzico di elettronica. Il chorus è abbastanza "cupo" ma al centro del pezzo si ritorna a pestare in pieno stile thrash "moderno". Insomma sicuramente uno dei pezzi meglio riusciti del disco dal mio punto di vista. Come è nata la collaborazione con Richie Kotzen? In maniera molto spontanea. Nel 2009 io e Suez siamo stati insieme in tour in Europa con Kotzen, lui nel ruolo di tour-manager/driver/roadie, io in quello di driver/roadie/merchandise-man. Quando poi ci siamo messi a registrare il disco l'anno dopo abbiamo pensato che sarebbe stato fantastico chiedere a Richie di partecipare con un assolo su un pezzo. Lui è stato gentilissimo e nel giro di qualche giorno ci ha mandato il solo che potete sentire a metà del singolo di "Too Many Times". Sentito, sentito, e apprezzato tantissimo! Dopo 12 anni di storia, a che punto della vostra carriera vi sentite? Avete maturato una certa esperienza: vi sentite ancora agli esordi o nel pieno della vostra maturità musicale? No a gli esordi direi proprio di no! :) Abbiamo passato momenti belli e meno belli, abbiamo conosciuto un sacco di gente, alcuni sono diventati amici, altri li abbiamo persi di vista, altri ancora sono diventati nostri "partners in crime". Anche questo è il bello della musica: poter ricordare e raccontare tutte le esperienze vissute in sala, on the road, in studio, ai concerti e che hanno arricchito la nostra vita in un modo o nell'altro. Ho divagato? :) Chi sono i vostri "mostri sacri", dai quali traete maggiore ispirazione? Dal mio punto di vista posso dirti che ho sempre guardato prima alla qualità della musica e poi al nome. Quindi se ho adorato un gruppo per 10 anni e dopo 5 dischi questo gruppo se ne esce con una cagata colossale io semplicemente lo valuto per quello che è a prescindere dal nome e dal grado di affezionamento sviluppato negli anni. In campo metal i miei ascolti da un bel pò sono limitati a pochi nomi: Machine Head, The Haunted, Stone Sour, Alter Bridge, Trivium e Metallica (ogni tanto ho bisogno di sentire la timbrica di James!!!)Francesco come me è cresciuto con i Metallica che però ha abbandonato ai tempi di Load, ma fanno parte cmq della sua (e anche della mia) formazione musicale. H, l'altro chitarrista, è molto influenzato dal metal-core e ha un background death metal come lo dimostra la sua militanza negli Hour Of Penance degli inizi. Qual è la forza della vostra band e come si è evoluta/adattata ai cambiamenti di line-up (sempre che ce ne siano stati) ? Sicuramente la determinazione e a volte l'essere quasi ottusi! Questi due aspetti ci hanno permesso di continuare nonostante le difficoltà incontrate durante il percordo, ma ci hanno anche creato dei problemi. Spesso la determinazione può anche essere fraintesa e, come nell'ultimo cambio di line-up, può generare malintesi e portare una situazione ad una conclusione insapettata e probabilmente evitabile. Il momento più alto e più basso della vostra carriera. Al momento mi vengono in mente le date in Svezia con tour annesso che sono state sicuramente il momento più gratificante dal punto di vista live. Di momenti bassi ce ne sono stati diversi, dall'incidente avuto sull'autostrada nel lontano 2002 fino alla situazione di stallo e conseguente cambio di line-up a cavallo fra lo scorso anno e questo. Qualcuno di voi in sala usa il "bastone del comando" o vige una totale democrazia? Su questo argomento ci siamo scontrati molte volte nel corso degli anni con i nostri ex compagni di avventura. Il succo del discorso è che di base c'è democrazia, ma se le cose iniziano a vacillare o se ci sono problemi, rallentamenti o altro in genere io e Francesco prendiamo in mano la situazione e cerchiamo di gestirla al meglio. Questo però a volte è stato interpretato come appunto mancanza di democrazia. Ma il discorso sarebbe molto più lungo e complesso di quanto non sembri... Trattiamo della vostra infinita esperienza live. Che cosa vi ha portato, sia a livello 'professionale' che emotivo, l'aver collaborato e lavorare con persone del calibro di Paul di Anno, Blaze Bayley e dei Behemoth? Ho nominato i più conosciuti, ma chi vi ha dato di più? Si impara da qualsiasi tipo di esperienza, dal locale più pulcioso fino al palco più prestigioso, dal gruppetto di periferia animato però dal sacro fuoco della passione, al gruppo più navigato! L'esperienza con Blaze è stata importante soprattutto perchè lui è l'esempio lampante di quello che è il music business a grandi livelli: lui faceva parte di un gruppo mediamente noto come i Wolfsbane, poi è salito di livello con gli Iron Maiden. Successivamente è stato "sputato" fuori dal grande giro e si è rimesso in discussione con il suo progetto solista. Alti e bassi allucinanti... è la prova tangibile del fatto che un giorno sei qualcuno e il giorno dopo puoi rischiare di rasentare l'anonimato. in questi casi o tieni duro e ricominci a mangiare merda da capo, a testa bassa, oppure smetti. Lui non ha mai smesso e, a prescindere dai gusti (personalmente non sono un grande fan del suo repertorio solista...) c'è da ammirare la forza d'animo e trarne un'insegnamento.... Raccontateci qualche aneddoto dei vostri live in giro per l'europa. Sicuramemte il trattamento ricevuto in Svezia non ha eguali, la professionalità e la serietà con la quale vengono organizzati gli eventi è di primissimo livello. Il palco del Tivolirock festival è stato in assoluto il miglior palco calcato fino ad oggi: organizzazione, fonici, roadies, tecnici, tutti al nostro servizio come fossimo gli Slayer! Un'esperienza davvero indimenticabile.Sempre in Svezia è molto divertente vedere come, quelli che molti di noi da qui vedono come rock o metal star o come personaggi avvolti da un certo alone di mistero e venerazione, si possano incontrare normalmente nei locali di Stoccolma o di Gotheborg. Ad esempio abbiamo incontrato Lars Goran Petrov degli Entombed a due nostri live e alla fine il nostro drummer Nyk si è trovato ad essere sfidato a ping pong da un L.G. completamente ubriaco! :) Come si concilia questa vostra passione - che è a tutti gli effetti un lavoro in quanto immagino vi dedichiate molto tempo - con le vostre vite private? Male! :) Purtroppo se si vuole portare sempre ad un livello più alto la propria attività bisogna investire tantissimo, sia a livello di tempo, che di energie che monetario. Ovviamente se si ha anche una vita con un lavoro e degli affetti, incastrare tutto diventa un bel Tetris! Fino ad ora possiamo dire di esserci riusciti... in alcuni casi ne portiamo ancora i "segni" ma di sicuro non ci pentiamo e siamo orgogliosi della qualità che ha sempre caratterizzato i nostri prodotti. Come vedete il mondo della musica underground in Italia e, più in particolare, nella vostra città? Insomma... continuiamo ad essere indietro per tanti motivi, dalla mentalità dei gruppi, all'arretratezza delle strutture.A Roma ci sono un sacco di gruppi validi. Certo da quando abbiamo iniziato noi la scena underground romana (e non solo) è quasi completamente cambiata. Ce l'hanno fatta solo i gruppi che hanno raggiunto un certo status, gli altri sono tutti spariti nel nulla. Gruppi che magari avrebbero meritato di raccogliere molto di più ma o si sono scavati la fossa da soli, oppure sono stati annientati dalle mille difficoltà incontrate durante il percorso. Per quanto mi riguarda sono orgoglioso dei gruppi che in qualche modo ce l'hanno fatta. Non li conosco di persona (tranne Cristiano) e non è di certo il mio genere, ma sono contento per esempio che un gruppo come i Flashgod Apocalypse si stia imponendo su larga scala grazie ai continui tour e al prestigioso deal firmato con la Nuclear Blast. Sono la dimostrazione che a livello qualitativo in Italia esce anche bella roba e che....non èimpossibile farcela! Ora che abbiamo un nuovo album appena appena uscito, quali sono i progetti per l'immediato futuro? Prima di tutto pubblicare l'album! Infatti il disco non è ancora uscito, ci stiamo rimettendo in moto dal punto di vista live dopo esserci dedicati totalmente al disco. Nel 2012 sicuramente vedrà la luce e stiamo organizzando un pò di cose interessanti per la promozione: oltre ai live infatti prossimamente filmeremo il video per la canzone "Withering" (opener del disco). Cmq per tenersi informati basta visitare il sito www.enemynside.com dal quale potrete poi muovervi e accedere alla nostra pagina Fb, Myspace, Youtube, ecc. Beh, che dire, un sentitissimo GRAZIE a Matteo Bellezza detto MATT e agli Enemynside per la disponibilità e un enorme IN BOCCA AL LUPO! Ovvio che aspettiamo di ascoltare il nuovo album, di recensirlo e di risentirci con una nuova intervista, a parlare dell'enorme successo riscosso! :)) Grazie a voi e crepi il lupo! ;)Mat

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