Sono pochi i generi musicali che riescono a mettere d'accordo tutti gli ascoltatori riguardo la piacevolezza e l'"ascoltabilità", chiamiamola così. E uno di questi è il BLUES. Il blues che può rendere allegro e farti scatenare con i suoi ritmi cadenzati e gli assoli di chitarra (o pianoforte) travolgenti, o che può rapirti con le sue scale malinconiche e il suo incedere lento. Piò piacere a tutti, ma non può essere suonato da tutti: ci va tecnica, ispirazione ma, soprattutto, ELEGANZA.
E questo album di Marco Tansini, "Blues Garage", di eleganza ne ha da vendere, e anche tutte le altre qualità non mancano di certo. Marco e la sua chitarra sono i grandi protagonisti di questo lavoro interamente strumentale, secondo viaggio nel genere dopo "American Places". I titoli delle canzoni fanno riferimento ciascuno a un colore, che nel blues si traduce con un "mood", un umore, o meglio, uno stato d'animo.
Si parte con "Brown", traccia che non scopre le carte all'ascoltatore ma comincia a trarlo nella propria rete, in cui lo cattura poco dopo, con "Cherry", prima di 'rallentare' proprio con la title-track 'Blues Garage', unica eccezione in quanto a titoli ispirati ai colori, e messa in posizione strategica in scaletta per coinvolgere in maniera totale e definitiva. 'Orange' è nuovamente movimentata e guidata da un ottimo giro di basso, 'Green' è un passaggio sognante, 'Yellow' più compassata e "Amber" è un diamante, il vero blues da ascoltare a occhi chiusi. Quello che ti trascina nelle profondità dell'animo e sembra non volerti lasciare. E non sarà l'unico momento di questo disco. "Purple" è rock, decisamente, e torna a dominare il basso. La chiusura è in bianco e nero ma solo per modo di dire: con "White", un on the road allegro andante e "Black", perla di blues melanconico e graffiante. Altro e definitivo sconfinamento nei meandri dell'anima.
Un album di ottima fattura, con sfumature molteplici e una sottile atmosfera 'live'. Assolutamente da ascoltare e 'sentire'.
Marco Tansini - Garage Blues
Tanzan Music, 2011
Tracklist:
1) Brown
2) Cherry
3) Blues Garage
4) Orange
5) Green
6) Yellow
7) Amber
8) Purple
9) White
10) Black
LINE UP:
MARCO TANSINI: GUITAR
GIANNI GRECCHI: BASS
PAOLO “APOLLO” NEGRI: HAMMOND
PAOLO BOTTESCHI: DRUMS
http://www.tanzanmusic.com/ita/catalogo/marco-tansini/blues-garage
Ancora una volta l'Underground italiano, popolanto da talenti innati, ci propone l'ennesimo gioiello di power progressive metal: "Paradigma", un album suonato, prodotto e cantato in maniera magistrale dai suoi "padri", i Metatrone, band catanese di altissimo livello compositivo.
Ottima la prova dei musicisti che confermano il perfetto stato di salute del sottobosco musicale nostrano.
God Bless You!
Antonio Moliterni
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Il metal nostrano oggi ci presenta una delle pochissime band veterane dello stivale. Parlo dei Disease, presenti ormai da un ventennio sulla scena metal italiana. The Stream of Disillusion è il loro ultimo lavoro datato 2011.
Ciò che colpisce di loro è nell'uso vario, anzi varissimo, di generi, strutture e arrangiamenti, nonché uno svariato utilizzo della voce e delle atmosfere. In effetti loro sono paragonabili a un piccolo forziere, in cui dentro c'è un po' tutto il metal del XX secolo: il tecnicismo degli Annihilator, la spensieratezza degli Iron Maiden, i riff alla Megadeth, le atmosfere alla Metallica o alla Coroner, il progressive dei primi Atheist, il basso dei vecchi Opeth, la voce growl dei Novembre, … Insomma qualcosa di davvero apprezzabile senza oltrepassare la linea del plagio. In questi casi si parla normalmente di “post thrash death technic hardcore ripost progressive futur grove jazz”, ma io ho la presunzione di etichettarla come “Extreme Progessive Metal”.
Le canzoni sono molto dinamiche e mutevoli(si può passare da un rullo growl a un arpeggio jazz in pochi secondi), non troppe ma giustamente corpose, senza spendere troppo tempo.
Sottolineo la bravura di tutta la band nel non avermi annoiato con il loro cangiare(cosa che invece mi hanno fatto venire molte altre band dello steso filone), tecnicismo ben analizzato e sporadiche atmosfere sublimi. Onore anche al cantante che riesce benissimo a spostarsi in diversi stili di canto e cadenze.
Le uniche imperfezioni fortunatamente sono nella stragrande maggioranza causate dai gusti personali dell'ascoltatore, per il contenuto è tutta roba buona. Per esempio a me non è piaciuta molto la distorsione in alcuni tratti della chitarra elettrica o il canto clean, ma ovviamente oltre ad essere gusti personali sono anche peli nell'uovo, robetta.
Concludo nel dire che quando una band ha l'esperienza e sa cosa vuol dire “stupire l'ascoltatore” piuttosto che “stupire se stessi” la produzione è logicamente matura, giusta e degna di stima. Continuate così.
VOTO: 8 e 1/2
Il ritorno assai gradito dei Twisted Tower Die che, in questo loro quinto album da studio, "Make It Dark", mostrano tutta la loro energia. Un'energia che sprizza metal, guitar solos al fulmicotone e riff assassini da ogni poro.
L'energia dello "US Metal" made in California.
Tra i più bei parti discografici del 2011.
Antonio Moliterni.
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Il ritorno (intelligente) degli anni Ottanta. Nato nel 2009, il progetto Two Moons raccoglie l'eredità elettropop degli anni 80 e la coniuga elegantemente con elementi moderni, portando come risultato tutt'altro che un deja-vù, ma anzi un album intelligentemente poliedrico e, a suo modo, innovativo.
La combinazione in perfette dosi tra elettronica, atmosfere New-Wave e contaminazioni Indie rende decisamente gradevole questo lavoro, in cui si ravvisa immediatamente un'estrema cura alla realizzazione, suoni e campionature in particolare. Caratteristiche evidenti sin dalla traccia di apertura, "Stars", che detta quelle che saranno le linee guida dell'album: elettronica e chitarre, a sostenere un registro vocale sempre su toni piuttosto bassi quando non cupi. "In the city" ha un incedere travolgente e quasi disco, prende respiro con la più compassata "Labyrinth", prima della titletrack "Colors". Uno stile che riecheggia le esperienze contemporanee di "She wants revenge" e (limitatamente) dei "White Lies". "Moon that watches me" è una piacevole variazione sul tema, e vede il duetto con la voce Francesca Bono di Ofeliadorme. Più sperimentale e riflessiva "Automatic smile", solo un preludio a quella autentica fucina di vibrazioni sonore ed emotive che è "Nothing", cupa e ipnotica sia nel corpo musicale che nel vestito lirico, traccia che merita probabilmente la nomination a migliore dell'album.
Il basso, diventato vero padrone della scena, guida anche la successiva "The Well", un altro viaggio in foschi disagi, sicuramente eloquente ma meno convincente dei precedenti. Si chiude con "To run", lunga traccia ben architettata e con un ritornello destinato a non essere dimenticato facilmente. Il brano è peraltro diviso in due parti, la canzone stessa e una seconda parte di 'divertissment' technogothic che non fa che ribadire la qualità del suono e degli arrangiamenti a disposizione della band.
Voto: 7,2
Two Moon - Colors (2012)
1. Stars
2. In the city
3. Labyrinth
4. Colors
5. Moon that watches me
6. Automatic smile
7. Nothing
8. The well
9. To run
Voce: Emilio Mucciga
Basso: Giuseppe Taibi
Batteria: Angelo Argento
Chitarre: Vincenzo Brucculeri
http://www.twomoons.it
E-mail: info @twomoons.it
Maestoso o stucchevole?
E' questo il grande interrogativo che riguarda il genere power metal, divagazione dal tema "rock duro" che, a seconda dei gusti dell'ascoltatore e, ovviamente, delle qualità dell'interprete, può essere visto come,,,
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Il metal nostrano questa volta ci presenta una giovane band di Ancona. I Nefesh devo dire che mi hanno parecchio stupito, sia positivamente che negativamente devo ammetterlo, ma è sempre gradito “l'infrangere gli schemi” sia riuscito con successo che meno.
Il genere che cercano di trasmetterci non è unico ma molteplici, i maggiori dei quali Progressive, Gothic, Death, Neoclassical con una buona dose di Sperimentale ed Ambient. Con il primo album “Shades and Lights” ambiscono a un certo equilibrio nel mischiare i suddetti generi. Certo l'impresa è abbastanza ardua, non per tutti; i Nefesh ci provano.
L'album che conta bel 13 parti e quasi un'ora di durata alterna brani lunghi con intermezzi e brevi mini-strumentali. Le lunghe hanno una struttura trascendente simile per ognuna e che alla lunga si riesce benissimo ad individuare; le corte invece alternano da sipari da piano bar ad intermezzi ambient, sino a qualche schitarrata alla Kaiowas. La particolarità più eclatante è nell'uso continuo, forse troppo, del piano e di tutti i suoi derivati che ricordano molto i principi fondamentali del Gothic Classico in stile Nightwish ed Epica. Ad accompagnare il piano c'è un'irrefrenabile chitarra elettrica con un forte impatto uditivo, a mio parere da abbassare di tono in alcuni tratti e da cambiare l'effetto principale(gusto personale). Onore al cantante che si dimostra abilissimo nell'uso sia di un clean profondo, sia di un grove/growl/scream modesto e sincero.
Nel complesso un valente lavoro, anche di buona registrazione, che però a parer mio poteva essere strutturato meglio, con meno canzoni ma con più intensità e virtuosismo, più varietà nei suoni di chitarra e con un vigore più travolgente e meno d'impatto. In oltre, pur non trovando nessuna castroneria non riesco neanche a percepire nessun frangente di miriade bellezza e fascino.
Per concludere: buona l'idea, ma da approfondire e scoprire. Per questa prima volta vi è andata bene.
(Sarebbe davvero figo un mix di Dream Theater, Opeth e Nightwish)
VOTO: 7
Un mio amico mi ripete spesso che un saggio ascoltatore di musica fa ogni qual volta pause e invasioni su altri generi e vie... giusto per sturarsi un po' le orecchie e levarsi di dosso la ruggine. Io da buon metallaro non gli ho mai dato retta, anche perché già l'idea di curiosare nel pop, rap e tecno mi da il voltastomaco; quindi mi limito a vagare sempre nell'ambito metal, rock e sporadicamente alternative. Girovagando mi sono imbattuto in questi tizi genovesi dal nome A Mad Game e orco boia sono forti!
I genovesi ci mostrano con il loro primo album Stand Up ci mostrano un misto di rock, blues, funk, punk, alternative e tanta buona inventiva. Sembra la solita banalità ma questa volta sono rimasto veramente ma veramente sorpreso. Il loro sound è articolato sia da gli strumenti classici (chitarra, basso, batteria) e sia da una numerosissima prole di suoni particolari, effetti sgargianti, tribali qua e la; insomma qualcosa di davvero particolare e raffinato.
Le canzoni sono corte, in una media di tre minuti e mezzo per canzone, i contenuti nonostante la loro semplicità attirano molto e ammiccano tosto; la qualità d'audio è davvero eccellente per essere un primo album e tutti gli strumenti sono utilizzati in maniera giusta senza osannarne uno in particolare.
Un particolare elogio al cantante Giuliano Costa che nonostante il timbro non del tutto nuovo riesce a suonare sempre frizzante e a toni giusti. Onore anche al basso di Alessio Rasone che almeno in questa occasione è utilizzato in maniera giusta e anche abbastanza controcorrente. Me gusta.
Mi spiace solo il fatto di non averli scoperti prima, queste giornate gelide di inverno spengono completamente la loro luccicanza. E sì perché canzoni come queste me le sogno d'estate in riva al mare o alla radio.
In conclusione un buon album e un ottimo inizio. Gli A Mad Game fanno musica raffinata e creativa.
L'unica pecca è forse il genere in se che a un metallaro come me suona fin troppo leggero, blando e strutturalmente semplice. Un pelo nell'uovo.
Per il resto tanti auguri.
VOTO: 8
Non piangere mai, lupo. E se tanto mi dà tanto, se il lupo è quello della copertina, semmai ha da piangere chi lo incontra. Con questa cover image decisamente aggressiva ci addentriamo nelle viscere di questo secondo lavoro della giovane band olandese dei Lord Volture, che propone delle sonorità decisamente hard, rinnovando i fasti della NWOBHM, con influenze thrash, power e speed.
La riprova ne è la traccia di apertura, la speeditissima 'Never Cry Wolf', che mette subito sul piatto le carte e le potenzialità della band: ritmica battente, parti di chitarra eclettiche e onnipresenti, assoli come se piovesse, il tutto a esaltare la voce meravigliosa di David Marcelis, al quale capiterà ben presto, all'ascoltatore, di affiancare senza timori reverenziali, a Blaze Bayley - e non a caso proprio a quest'ultimo hanno fatto da band di supporto.
Il lato più smaccatamente Iron emerge nell'epica "Taiga", in cui tutto è dannatamente perfetto, dalla lunga intro strumentale alle disperate urla finali di David. Sette minuti di puro piacere, che non si placano sulla successiva tiratissima "Wendigo", altra traccia chiave dell'album, timida nelle stroffe, devastante nei ritornelli, negli assoli e nel solito finale in cui la voce di Marcelis dà ancora straordinaria prova di sè.
Quasi due minuti strumentali aprono "Celestial bodies fall", più complessa ma tutto sommato meno coinvolgente delle precedenti. Cadiamo ache noi nell'incubo in "Korgon's Descent", parentesi power in cui veniamo letteralmente stesi dalla doppia cassa di Frank Wintermans, che ci fa dono di una decina di tempi e di interpretazioni diverse.
Spesso le cose più semplici risultano le migliori: ed ecco "Minutes to Madness", altra pietra miliare di "Never Cry Wolf", una batteria semplice semplice così semplice che ti chiedi: "Embè, che gli è successo?" Gli è successo che l'assolo di chitarra segue un tempo irregolare. C'era l'inganno. Uno splendido inganno. La traccia dura "solo" quattro minuti, e forse avrebbe più diritto di altre di accompagnarci ancora un po'.
Sicuramente più diritto di "Necro Nation", che anticipa nel titolo un vago sentore di genere death, sentore rispettato ma con esito poco convincente, se non fosse per la solita prova vocale monstre.
Una folla acclama il re, seguita da un inquietante interrogativo: 'Per quanto potrò ancora portare questo peso?'. "I am King", ottava traccia, che trae le sue origini da un ottimo lavoro ritmico (Simone Geurts al basso) che lascia le chitarre in standby, lasciando spazio al re perchè racconti la sua storia. Ritornello da 'heavy classico', ottimo l'intermezzo musicale con l'interminabile e azzecatissimo assolo (onore al merito Paul Marcelis e Leon Hermans). Purtroppo la storia del re non è felicissima dato che si rivela, alla fine, 'il re del nulla'.
Una delle caratteristiche della band sono le lunghe intro musicali, e la consolida in pieno "Into the Liar of a Lion", che vede la partecipazione di Sean Pack dei Page, altra voce decisamente ehm ... 'autoritaria'. E' con "Brother", però, che i Lord ci sorprendono: ovvero una ballad per chitarre - rigorosamente acustiche - e voce. Voce che dimostra di sapersi 'contenere' e incidere anche su registri decisamente più quieti.
No, non è vero. Si sente che il buon David non vedere l'ora di arrivare al ritornello per sfogarsi. Se qualcuno pensa di storcere il naso di fronte a questa parentesi lirico-riflessiva, ci pensi due volte prima di farlo. Per quel che mi concerne, questo breve stacco è più che promosso. Sta all'album come "A Past and Future Secret" sta a "Imaginations from the other side" dei Blind Guardian.
L'ululato dei lupi ci riporta al protagonista dell'album: il lupo è alla porta, ci racconta "The Wolf at your Door", l'ultima epica tirata dell'album, che rientra nei canoni classici dell'heavy stile Iron, genere nel quale il nostro Signor Volturo sembra trarre migliore agio e darci maggiore appagamento.
Album assolutamente apprezzabile e consigliato, promosso sotto tutti gli aspetti.
A voler trovare qualche pecca, ma proprio per voler fare i pignoli, le background vocals in certi punti si potrebbero migliorare, e talune canzoni potrebbero durare qualcosina di meno. Per il resto, c'è da godere...
Lord Volture - Never Cry Wolf
Release: 11 November 2011
Voto: 7,8
Tracklist:
1 Never Cry Wolf2 Taiga3 Wendigo4 Celestial Bodies Fall5 Korgon's Descent6 Minutes to Madness7 Necro Nation8 I am King9 Into the Lair of a Lion10 Brother11 The Wolf at your Door
Line-up:
David Marcelis - vocalsPaul Marcelis - guitarsLeon Hermans - guitarsSimone Geurts - bassFrank Wintermans - drums
http://www.lordvolture.comwww.myspace.com/lordvolture
Revolution Love è il secondo album degli Underdogs, un affascinante concentrato di influenze stoner, grunge, doom e psichedeliche fuse in modo personale ed eccitante. Il miglior album stoner del 2011!
[Prosegue]