
A parte la copertina brutta come il peccato, molte volte mi chiedo: “ma chi me lo fa fare?”.
Purtroppo devo sorbirmi anche loro. È il nostro mestiere: ascoltare e giudicare, rimanendo quanto più lucidi e oggettivi possibili.
Parliamo di loro, dei nostri milanesi, dei nostrani Lacuna Coil. Forse la band più famosa-amata-odiata a livello nazionale e internazionale, nonché la più sputtanata e la più commerciale.
Ops! Ho appena scritto “commerciale”. Ricordo, in un’intervista, che la singer della band, Cristina Scabbia, si incazzò non poco con chi definiva “commerciale” la musica dei Lacuna Coil, poiché “… cosa vuol dire commerciale? Che vendiamo troppo? E allora se vendiamo troppo, un nostro disco è commerciale? E per questo non può essere metal?”. E giù ad inveire contro la stampa.
Beh, la gnocca non aveva in fin dei conti, poi, tutti i torti. Effettivamente l’aggettivo “commerciale” significa tutto e non significa, contemporaneamente, davvero un cazzo.
E, allora, come dovremmo definirla la musica dei contemporanei Lacuna Coil?
Facendo un salto nel passato, non potrò mai scordarmi di quel primo loro debut album, il loro omonimo EP tanto debitore ai primi The Gathering, così bello e affascinante, con una Cristina ammaliante. Una sirena.
Seppur privo di originalità e/o di alcun spunto innovativo, seppero farsi notare. Per poi proseguire con le loro uscite discografiche e partorire bei dischi come “In A Redire”, dove lo spettro dei The Gathering era ancora presente, seppur meno marcato, o abomini come l’ultimo “Karmacode”, laddove, la musica dei Lacuna Coil diviene inclassificabile.
Quelle atmosfere gotiche e sognanti iniziano a scomparire per far spazio a qualcosa di diverso, sicuramente più originale e meno gothic e, decisamente, meno metal. Anzi: niente metal.
Possiamo, tranquillamente, suddividere la carriera della “Spirale Vuota” in 2 direzioni, strettamente correlate tra loro. La qualità e il successo. Avete presente il coefficiente di regressione? Si usa in statistica per misurare la correlazione tra due variabili, onde verificarne la dipendenza dell’una con l’altra. In questo caso, matematicamente parlando, possiamo senz’altro affermare che il coefficiente suddetto ha pendenza negativa ed è pari a -1.
Per i profani: è aumentato il successo a scapito della qualità. Insomma: i Lacuna Coil sono diventati una pop-truzz metal band. Se volte l’aggettivo “metal” potete anche levarlo. Ma noi, perché siamo buoni, per convenzione, li lasceremo nella categoria metal. Non è vero, non è perché siamo buoni…. È perché loro sono convinti di essere metallari e, allora, continueremo a taggarli come “metal”. Contenti loro, contenti i loro fan, contento il mondo intero!
Potrei azzardare ad un perfetto equilibrio tra le due variabili nell’album “Comalies” che, al sottoscritto, non spiacque poi così molto.
Poi il nulla.
Adesso questo “Shallow Life” che, apparentemente, vorrebbe far rivivere gli esordi, con delle ottime tracks quali “I Survive”, la più “dura” del lotto. Ma che poi ti fa pentire solo di aver pensato una cosa del genere e che ti fa iniziare a bestemmiare tutti Santi del calendario subito dopo, ascoltando le patetiche “I Want Tell You” o, peggio, “Underdog”.
Canzoni brutte? No. Semplicemente, canzoni no-metal.
Per carità, il disco non è da buttar nel cesso come il precedente. Purtroppo si salva ben poco da ‘sta caterva di spazzatura popettara e COMMERCIALE (ora incazzati Scabbia, incazzati pure!).
In verità “Unchained” e “Spellbound” non sono poi così male. Il chitarrista si ricorda di essere tale e sfodera anche dei begli assoli che fanno da corredo alle song in questione rendendole più gradevoli al palato metallaro. E ciò dimostra una cosa: che i Lacuna Coil sono, effettivamente, in grado di sfornare ottimi pezzi e di fare ottima musica quando si ricordano di essere metallari e di comportarsi come tali. In particolare, le succitate song, sono davvero molto davvero molto belle, con una prestazione sopra le righe dei singer e con una prestazione da urlo del chitarrista (l’assolo di “Spellbound” è favoloso).
Ma il tutto, alla fine, si perde nel nulla.
Oramai le venature gotiche sono perse e ciò che più traspare è una band orientata ad un sound sempre più vicino ad un rock facilmente orecchiabile (ascoltare per credere e, in seguito, vomitare “The Maze” o la diabetica “Wide Awake”, dove mi sembra di star ad ascoltare una qualsiasi band i innocuo pop-rock da 2 soldi), con song costruite su 4 accordi per non impaurire e sconvolgere l’ascoltatore medio. Con due vocalist che si alternano, in maniera perfetta per carità, ma che, oramai, hanno stufato con quei duetti “voce rude maschile-voce arrapate e ammaliante femminile”.
A questo punto, credo, dobbiamo farcene una ragione.
I Lacuna Coil, quelli contemporanei, sono questi. Una band che non ha più voglia di restare confinata nei territori del metal. Una band che preferisce non rischiare, che ha capito e trovato il sound perfetto per se e adatto per i suoi fan. Fan che non resteranno delusi dal nuovo parto, da questo “Shallow Life” (che, tuttavia, è un gradino superiore al merdoso suo predecessore… e già questo basta a consolarmi).
Ma, personalmente, preferisco dirottare i miei investimenti verso qualcosa di più interessante e meno venduto al Dio danaro.
E non me ne vogliano sia i fan sia la stessa band. Perché, di dischi come questo, ne escono a milioni. E, come tali, sono destinati a durare il tempo necessario per essere ricordati nel periodo in cui sono stati concepiti.
Un disco usa e getta. E nulla più.
VOTO: 6.0