Non i Celtic Frost, non i Venom, né nessun altro.
1992. Un lampo nel cielo del Nord (non un Nord qualunque, ma quello norvegese, patria putativa di molti artisti e del black metal più oscuro e tradizionale) scuote gli animi con folgori e atmosfere finalmente sataniche e non più grezzamente mortuarie. Non più, perché, Ted Skjellum, Ivar Engar e Dag Nielsen, stanchi ormai del solito, vecchio, stantio, death metal, inventarono dal nulla (sì, inventarono) un nuovo stile, un nuovo sottogenere, una nuova musica. Avete capito bene: ormai è distante nel tempo, molto, ma immaginate questo disco, acquistato da qualche deathster nel lontano '92, aprire le porte di un nuovo mondo, scoprirlo passo dopo passo, folgorare con un gelo che entra nel petto e nella mente per non lasciarli più. Questo è il primo disco della storia del black metal, qualsiasi cosa se ne dica, qualsiasi merito si voglia rendere ad altri artisti e per quanto si voglia sminuire questa storica band - ma il black metal è nato in Norvegia con queste sei canzoni, con questa produzione schifosa, con le vocals di Skjellum (ormai Nocturno Culto) che abbandona il growl profondo e misurato di "Soulside Journey" e si dedica a raschiare le proprie corde vocali in un infernale e raggelante screaming pieno di metafisici riverberi, le corde non più potenti e zanzarose della sua stessa chitarra e di quella di Engar-Zephyrous, ma che ormai viaggiano negli antri dell'inferno; i potenti controtempi di Gylve Nagell-Fenriz spariscono e diventano velocissimi blast-beats di doppio pedale e campana che non lasciano un attimo di tregua all'anima ed al terrore.
Satana cadeva come folgore dal Cielo.
Ed i nostri lo assorbivano.
Come scordarsi la satanica intro, davvero agghiacciante, di "Kathaarian Life Code", un minuto e mezzo di recita oscura in cui vengono nominati a più riprese i maledetti nomi di due divinità paganne, riprese in ambito satanista? Ed i 10 minuti e 40 di pura malvagità che sconfina ogni argine dell'immaginazione? Ed il finale in 32esimi e la chitarra così distorta da far venir voglia di spegnere lo stereo per il terrore?
Parlare nello specifico delle altre significherebbe sminuirle, nonostante il reale divario in negativo con la opening track. Basti ricordare e far notare un'influenza comunque ancora evidente del death metal, con qualche linea thrash, sulle linee portanti delle canzoni. Buona in definitiva "In the Shadow of the Horns", buonissima "Paragon Belial", di cui è indimenticabile un freddo riff nella parte centrale. Si resta su buoni livelli con "Were Cold Winds Blow", "A Blaze in the Northern Sky" e "The Pagan Winter", toccando più volte vette di freddo ed occasionalmente di marcio, ma mai raggiungendo ciò che era stata "Kathaarian Life Code", IL VERO MANIFESTO DEL TRUE NORWEGIAN BLACK METAL, per quanto ancora rozzo e pregno di influenze di cui poi si liberò.
Non ancora presente il vero e proprio marchio di fabbrica dei Darkthrone versione black metal, il rimbalzare marcio da un tamburo all'altro e le corde stridenti in melodie allucinatorie (verrà con "Under a Funeral Moon", su questo sito già recensito) da ammettere, questo.
Forse vale un punto in meno, ma per l'assoluto ed imprescindibile valore storico,
10.0