Dopo aver apprezzato e interiorizzato l’album “What I feel inside”, eccoci con gli Iridyum, questa meravigliosa band siciliana che ha talento da vendere e che ho provveduto a spremere con un’intervista-fiume, per la quale li ringrazio enormemente. Ma su, basta indugi, si aprano le danze.
Ci avviciniamo al 2012 e ci sarà un anniversario importante (oltre alla fine del mondo,ovviamente): gli Iridyum compiranno dieci anni. Dando uno sguardo indietro alle vostre origini e al vostro percorso, come vi sentite in vista di questo traguardo?
Sicuramente felici di ogni singolo passo che è stato fatto. Ogni cosa che ci è successa è servita a farci crescere e ad avere più consapevolezza delle nostre scelte, sia su come ognuno di noi vive la musica, sia su come la viviamo tutti insieme.
Una domanda di rito, che riguarda la scelta del monicker “Iridyum”. Ho letto l'interpretazione sul vostro sito e mi ha colpito molto. Ce la raccontate?
Certo, il nome è stato scelto da me (Davo) in una giornata buia e tempestosa… no dai, scherzo, in realtà mi è arrivata una chiamata da un tipo per una serata, la prima serata, il quale mi chiese il nome del gruppo. In quel periodo io stavo studiando chimica e stavo scrivendo dei riassunti della materia con una penna stilografica. Durante la chiamata guardai il pennino e lessi Iridio, scorsi la vista un po’ più in là e vidi la tavola periodica, così ricondussi il tutto ad un segno e dissi IRIDIUM, poi chiusa la chiamata cercai su internet e trovai un gruppo hard rock inglese che si chiamava così e allora richiamai per dire “talè metti una y al posto della terza i”. Da quel giorno il nome del gruppo venne marchiato a fuoco sulle nostre facce e io non passai chimica, ma questa è un’altra storia.
Parliamo dei precedenti lavori: mi pare ci sia sostanziale continuità con No Cover Up, mentre i due brani di SlamD (che risalgono al 2003), hanno un approccio più soft, addirittura funky in “Wake up”. Significa che avete trovato il vostro stile e genere strada facendo e che le intenzioni iniziali erano differenti dal risultato attuale? Insomma, gli Iridyum un bel giorno si sono ritrovati in sala per la prima volta e... cosa si sono detti?
Anche se i fondatori del gruppo siamo stati io e Laura, da bravi manager, non abbiamo mai tarpato le ali alle persone o alle idee che si sviluppavano in box. Nel senso che non abbiamo mai composto ponendoci le classiche domande del tipo: che genere facciamo? A chi vogliamo rivolgere la nostra musica? Etc etc. E’ sempre stato tutto molto naturale, a scegliere il sound o i riff è sempre stato il feeling con lo strumento ed i musicisti. In quel periodo la linea ritmica era costituita da un bassista che proveniva dal funky ed un batteria rock/metal, la loro fusione ha portato un impronta rock/funky che è stata gestita e accentuata (in alcuni punti) dal fonico durante il mix della demo.
Quali sono stati i momenti più alti e più bassi della vostra storia?
Beh i momenti più alti sono stati sempre quelli in fase di composizione e durante i live ed ora più di prima, visto il feeling che ormai abbiamo raggiunto. I bassi, invece, sono quei momenti che purtroppo non riusciamo a vivere bene a causa degli impegni per il lavoro e se questi momenti cadono quando siamo nel periodo di magra da concerti o in periodi dove stiamo lavorando ad un album, è la fine, partono settimane di stress dove incominciano i periodi di crisi.
Mi pare che la vostra musica, il risultato finale, sia influenzato da più generi e diversi approcci musicali: quali sono i gusti e i motivi ispiratori maggiori di ognuno di voi?
Dunque, le influenze sono tante, però penso che siano gli stili in genere ad averci influenzato maggiormente. Noi non abbiamo fatto la normale gavetta che un gruppo di solito fa, nel senso che siamo subito partiti con l’inedito e non con le cover. I gruppi di cui dopo presentavamo i pezzi per i concerti, come gli Evanescence, Skunk Anansie, Guano Apes, etc etc erano solo scelti perché gli amici ci chiedevano delle cover in particolare e noi li accontentavamo. I generi che pensiamo si ritrovino nei nostri album ed in particolare nell’ultimo vanno dal progressive metal al rock/blues. Poi è chiaro una volta che i pezzi passano alla radio finiscono nella tua testa e quindi vengono comunque assimilati e poi finiscono ugualmente nei tuoi pezzi. Come dice Checco Zalone: “le note sono 8 chi arriva prima, se le fotte.”
Aldilà di ciò che vi piace singolarmente, parliamo di ciò che siete come band: a quali gruppi vi sentite più vicini? Il caro collega e amico Antonio “Anatas” vi definisce “la versione colta dei Lacuna Coil”, immagine su cui mi trovo particolarmente d'accordo. Altri suggerimenti?
Guarda, non è il primo a paragonarci a loro, anche se lui è stato parecchio gentile, il problema nostro è che non li conosciamo nemmeno i Lacuna Coil, ovviamente, se non quei pezzi che sono passati in radio. A noi piace pensare di essere originali, ovviamente sappiamo di non esserlo perché come ho detto prima basta che un pezzo lo ascolti una vota pure per sbaglio e magari c’è un riff particolarmente allettante, questo, pure se non l’hai mai suonato, te lo ritrovi nelle dita in fase di creazione e magari passa. Forse l’unico gruppo che noi abbiamo ascoltato volutamente sono stati gli Evanescence ma penso che sia più la tonalità di Laura a ricordarli piuttosto che la musica. Anche questi però non ci vanno tanto a genio. Però posso dirti che a noi piace molto risentire il nostro cd. Questo anche per dare forza alla consapevolezza di cui parlavo prima.
Il binomio metal + voce femminile conduce inevitabilmente a parlare di “Gothic metal”:anche dalle esibizioni live, mi pare che Laura incarni una perfetta visione della dark gothic girl (la “Beauty”, per rifarci a una definizione in voga qualche annetto fa): quanto vi identificate in questo genere?
Non molto, in realtà, noi pensiamo che la musica cammini a braccetto con lo spettacolo, il look è più una scelta stilistica che di genere.
Avete mai tentato (o pensato) di accostare una voce maschile, magari growl, a quella 'educata' di Laura?
Nei live, spesso la voce di Laura viene supportata dalla mia (Davo), ma credetemi che è una cosa molto marginale, la ragazza di voce ne ha da vendere.
Laura, facendo riferimento alla domanda precedente: saresti gelosa dei “tuoi” spazi o semplicemente avresti paura di avere un energumeno borchiato che ti grida nelle orecchie in maniera molesta?
No, penso che non c’entri molto con il genere che vogliamo fare noi. L’unico pensiero che ci interessa è quello di fare un buon prodotto, abbiamo abbondantemente abbandonato l’età delle gelosie.
Alla faccia del rituale accostamento tra metal e gelido nord - che solitamente vale anche per l'Italia - qual è la risposta del pubblico al genere e alla vostra proposta musicale? Mi riferisco a Palermo, ma alla Sicilia più in generale.
Guarda, noi non possiamo lamentarci, nel senso che per noi non fa tanta differenza suonare per molte o per poche persone, però possiamo dire che non ci è mai capitato di vedere la gente andare via durante una nostra esibizione, e questo ci rincuora molto e ci fa capire che comunque la musica piace. Per quanto riguarda la gente Palermitana, non è un pubblico che ama tanto il metal, è più un pubblico che preferisce comunque una serata di cover piuttosto che una serata di inedito.
Come vedete il panorama underground e alternative al momento in Italia?
Non bene, ma speriamo che, come in tutte le cose, la ruota prima o poi giri. Il rammarico potrebbe essere se in quel momento noi non dovessimo più esistere come gruppo.
Parliamo dell'album. Premettendo che si tratta indiscutibilmente di un lavoro di qualità e di pregevole fattura, ricordiamo che è autoprodotto: quanto tempo e sudore vi ha portato via? E quanto siete soddisfatti del risultato?
Soddisfatti, tantissimo, il tempo che ci ha portato via non lo sentiamo, nel senso che è stato fatto con sacrificio sicuramente ma visto il prodotto finale sono state cancellate un po’ tutte le fatiche.
Ora un giochino: la vostra traccia preferita dell'album. Io ho faticato a sceglierne una, ma alla fine ha vinto “Memories of Life”, è una di quella canzoni che vorresti durassero una decina di minuti. E voi?
Noi ed anche il pubblico in genere preferisce “Inside”, che sebbene sia tecnicamente particolare riesce ad arrivare all’orecchio anche di chi non è appassionato del genere con una facilità imprevista, con un sound e una potenza che rimane impressa!! Per questo è un pezzo che difficilmente manca ai nostri live, anzi ti dirò di più.. è il pezzo con cui di solito preferiamo finirli!
What I feel inside” è presentato come un concept album. Siete già partiti con questa intenzione o l'idea è venuta dopo? Raccontateci la storia dell'album..
Come per tutti i nostri lavori, l’album è cresciuto poco a poco: siamo partiti con lavorare alla parte strumentale di alcuni brani, poi piano piano Laura ha iniziato a mettere le voci, ed è lì che è venuta fuori la linea da seguire per sviluppare l’album, anche se la storia che racconta è stata costruita solo in fase di chiusura dell’album stesso.
I testi sono indubbiamente una componente di grande rilievo di “What I feel inside”. Sono molto sentiti e traspare una sofferenza piuttosto sincera. Il concept è evidente nel percorso interiore, dalla lotta iniziale tra ombra e luce (la prima canzone è appunto “Light and Shadow”) all'analisi dei conflitti e delle dolorose memorie, giungendo alla finale “Inside”. Quanto sono autobiografiche queste sensazioni?
Totalmente. Parlano di me al 100%. Sono piccoli frammenti di storie personali.
L'album si chiude con questo graffio: “Ascoltarsi è difficile, farsi sentire impossibile”. E' davvero così? E, distorcendone il senso e spostandolo in ambito musicale, è davvero difficile “farsi sentire”?
Parecchio, o quantomeno, noi lo troviamo molto difficile. Guarda, di sicuro non avremmo continuato se avessimo fatto musica solo per diventare famosi.
Avete mai pensato di cantare in italiano proprio per dare maggiore risalto al messaggio?
Chi lo sa? Magari il nuovo album porta delle novità.
Da qui la curiosità: i testi sono “pensati” in italiano e poi tradotti oppure sono già concepiti nella lingua in cui vengono cantati? La ricercatezza di alcuni termini lascerebbe presupporre la prima strada.
Si sono scritti in italiano, è la nostra lingua e mi permette di esprimermi al massimo o comunque di pensare concetti un po’ più profondi
“What I feel inside” è del 2009. Dopo due anni come giudicate l'interesse e la risposta del pubblico? Vi ritenete soddisfatti?
Dal punto di vista dei live, come ho scritto prima, si. Siamo riusciti comunque a farci spazio in un mercato molto saturo riuscendo ad avere un po’ di credibilità. Il problema è che non basta, è sicuramente poco, ma il problema sono gli spazi che mancano ma mai la voglia di cercare di dare il massimo.
E, visto che son passati due anni, avete altri lavori in cantiere?
Si, il problema è il tempo che è sempre meno e quindi viaggiamo molto lenti, ma a breve dovrebbero arrivare le prime novità.
Cominciamo a tirare qualche somma: dieci anni, decisi apprezzamenti, una buona fetta di visibilità conquistata, esperienze live importanti. Cosa manca e cosa vorreste per sentirvi totalmente “realizzati” come band? (NB non valgono le risposte “UNA MAREA DI SOLDI” e “SUONARE A WEMBLEY DI FRONTE A 17 MILIONI DI PERSONE CON GLI U2 COME BAND DI SUPPORTO”)
Andrebbero bene anche 1000 persone. Per sentirsi realizzati non so cosa ci vorrebbe ma sicuramente ci basta continuare ad essere felici per quello che facciamo. Una cosa però potrebbe essere vedere un gruppo che davanti a 17 milioni di persone in occasione del concerto degli U2 dove loro fanno da spalla, si esibiscono suonando dei brani del nostro album, così si che diventiamo ricchi.
L'ultima domanda è esattamente uguale alla prima, ma cambia la prospettiva: nel 2012 gli Iridyum compiranno dieci anni. Gettando uno sguardo avanti, cosa vedete nel vostro futuro (diamo per certo che la fine del mondo sia una bufala) ?
Speriamo un altro album che ci permetterà di scambiare di nuovo quattro chiacchiere con voi.
Beh, direi che i ragazzi sono stati tartassati abbastanza! Le curiosità erano (e sono) tante e mi son lasciato prendere la mano. Non mi resta dunque che ringraziarli ancora di cuore, fargli un enorme in bocca al lupo… e forza con i nuovi lavori, che non vediamo l’ora di ascoltarvi!