Recensione a cura di Daniele “LUGREZZO” D’Emilio

"È sempre difficile criticare e giudicare una band progressive metal. Il problema vi è soprattutto quando la band in questione è troppo giovane ed ha vissuto solo in pubertà i veri anni d'oro del progressive. In oltre nella stragrande maggioranza dei casi queste ultime non fanno altro che emulare ossessivamente i loro miti senza spendere un minimo in personalità o ricerca, quella stessa "ricerca" che il progressive dovrebbe avere nel sangue."
Sino all'altro ieri Io credevo in questo, ma per una forza maggiore ho dovuto cambiare idea.
Questa forza maggiore si chiama Last Code e il suo verbo è Heritage of Pain.
Questi cinque gatti provengono dalla calda Sicilia e con il loro sopracitato Heritage of Pain ci fanno capire che si può fare, si può fare progressive metal vecchio stampo pur essendo ben lontano da quel magico 92 dei Dream Theater.
Ebbene si, se devo accostarli a qualche nomino più conosciuto non posso escludere Dream Theater, Fatal Warning e a seguire Shadow Gallery e Symphony X. Ma attenzione, non fraintendiamo! Il loro non è emulare ma bensì rialimentare, o in soldoni "farci sentire la loro".
Il disco che ci mostrano è un lavoro curato, riassuntivo e sincero... E' proprio la "sincerità" che fa di loro qualcosa di anormale nella società musicale d'oggi: quello che si apprestava essere la classica band tuttofare virtuosista si è subito trasformata in una macchina del tempo che mi ha teletrasportato in un tempo ormai remoto in cui il prog metal era usato con cautela e forbito di sana melodia senza eccedere nell'eccelso virtuosismo d'oggi (in stile Andromeda o Circus Maximus).
I palermitani ci mostrano bene la loro modesta tecnica con i brani "Empty Sphere" e "Judgement Of Fate" mostrandoci anche il loro lato più melodico e epico in canzoni come "Heritage Of Pain" e "The Day That Should Never Arise". Il tutto è continuamente alimentano da "cosette carine" che provengono da ogni strumento e voce, adeguate ad ogni situazione e con sempre effetti stuzzicanti: cori, sintetizzatori, bassi, piani limpidi... esempio scontata la intro "The Last Baktun", ma per tutti i 50 minuti si può sentire qualcosa di accattivante, una suonata alla allevi, un giro di basso accentuato, un sottofondo curioso,... In oltre tutta la produzione è dettata sotto la matrice della serietà, carattere ormai perso nel prog da decenni. Le melodie sono elaborate e i ritornelli ben piantati, eccellenti anche i vari assoli di chitarra e piano.
Mi spiace solo un po' per l'effetto batteria suona un po' troppo drum machine e anche per la voce che ogni qual volta la trovo inappropriata e sforzata.
Ma la pecca maggiore, la vera pecca è costituita dalla band intera che nasce e vive in un mondo dettato da leggi troppo lontane. I Last Code sono tristemente un anacronismo. La loro unica sfortuna è di non essere nati 20 anni prima.
VOTO: 9
Tracklist:
1. The last baktun (4 Ahau, 3 Ka’nkin)
2. Empty Shpere
3. Heritage o pain
4. Judgement of fate
5. Abandon
6. Land: one
7. The day that shoul never arise
Band
· SALVO SANTORO – Vocals
· PIERO VIRZI – Guitar
· DIEGO GALATI – Keyboards
· LORENZO ANDRIOLO – Bass
· GIOVANNI GIARDINA – Drums
CONATCTS:
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